SCENA V.

ELLIDA _e_ WANGEL.

WAN. (_che è rimasto presso all’albero_) Ellida siamo soli....

ELLIDA. Siediti vicino a me.

WAN. Qui tutto è calma, tutto tranquillità. Noi possiamo parlare.

ELLIDA. Di che cosa?

WAN. Di te, Ellida, di noi, della nostra vita. Non possiamo continuare

a vivere così.

ELLIDA. Che cosa desideri di più?

WAN. Un’intimità completa, reciproca, come quella di una volta....

ELLIDA. Ah! se potessi! ma è impossibile!

WAN. Credo avere indovinato i tuoi pensieri. Da alcune parole che ti

son sfuggite, da certe tue osservazioni ho supposto che....

ELLIDA. (_bruscamente_) Tu non hai indovinato nulla; dimmi che non hai

indovinato nulla.

WAN. Ellida, il tuo carattere è leale; perchè tu abbia la pace e la

felicità bisogna che la tua vita sia tutta franchezza e sincerità.

ELLIDA. (_guardandolo attentamente_) Ebbene?

WAN. Ebbene, tu non puoi essere la seconda moglie di un uomo.

ELLIDA. Che ti fa supporre questo?

WAN. Ne ho avuto più volte il presentimento: da oggi ne ho acquistato

più volte la certezza. Questa festa preparata dalle ragazze, in ricordo

della loro madre!... Tu hai supposto che io pure lo sapessi e non hai

avuto torto; i ricordi di un uomo non si cancellano; no, non posso

dimenticare....

ELLIDA. Lo so e lo comprendo.

WAN. Nonpertanto t’inganni. A te sembra, che l’altra, la madre dei miei

figli, viva ancora, che essa sia sempre tra noi, invisibile. Tu credi

che io divida il mio cuore tra lei e te. Ecco il pensiero che ti toglie

la pace, che t’appare come una immoralità nella nostra vita. Ecco

perchè tu non puoi più, non vuoi più vivere nella mia intimità, tu non

vuoi più essere mia moglie.

ELLIDA. (_alzandosi_) Tu hai compreso tutto questo, Wangel?

WAN. Oggi ho letto chiaro fino in fondo all’anima tua.

ELLIDA. Ah! questo non lo credo!

WAN. (_alzandosi_) Un’altra pena poi ti affligge.

ELLIDA. (_spaventata_) Tu sai che io ho un altro segreto?

WAN. Sì. Tu non puoi vivere qui. Le nostre montagne ti opprimono, qui

non c’è abbastanza luce per te, l’orizzonte non è abbastanza spazioso,

il vento non soffia abbastanza forte.

ELLIDA. È vero; sia giorno o notte, sia inverno o estate io mi sento

sempre attratta verso il mare.

WAN. Lo so, mia cara. (_mettendole una mano sul capo_) Ed ecco perchè

la cara bambina ammalata, tornerà a casa sua.

ELLIDA. Che cosa dici?

WAN. Noi partiremo.

ELLIDA. Partiremo!

WAN. Sì, andremo sulle rive del mare, in un luogo dove troverai il nido

che ti abbisogna.

ELLIDA. Non pensiamoci, è un sogno: tu non puoi vivere lontano da

questi luoghi.

WAN. E credi che potrei vivere senza di te?

ELLIDA. Ma io ricuso e resto. Io ti appartengo.

WAN. E credi davvero di appartenermi, Ellida?

ELLIDA. Non ne parliamo più: tu tieni qui tutto ciò che ti fa vivere e

respirare.

WAN. Per me, procurerò adattarmi. Noi partiremo. Sono deciso, Ellida,

assolutamente deciso.

ELLIDA. Che ci guadagneremo?

WAN. Tu ritroverai la tua salute e la tua tranquillità.

ELLIDA. Chi sa? Ma tu? Bisogna pensare a te; che cosa guadagnerai?

WAN. Ti riconquisterò, mia adorata!

ELLIDA. È impossibile, Wangel, non lo potrai. Ed è questo che è

orribile, che mi rende disperata.

WAN. Bisogna tentare. Fino a quando rimarrai qui, questi pensieri non

ti abbandoneranno mai; bisogna fuggire questi luoghi il più presto

possibile: bisogna ed io lo voglio, capisci!

ELLIDA. No, no: è meglio che ti dica ogni cosa: tu non devi essere

infelice per me, tanto più che il tuo sacrificio non servirebbe a

nulla. Sappi una volta ciò che sento, ciò che penso. Siediti vicino a

me. (_siedono sopra i sassi_).

WAN. Suvvia, Ellida, coraggio.

ELLIDA. Il giorno in cui sei venuto laggiù a chiedermi se volevo, se

potevo essere tua, francamente, lealmente mi hai parlalo del tuo primo

matrimonio, e della felicità che esso ti aveva arrecato.

WAN. Dicevo la verità.

ELLIDA. Sì, sì, non ne dubito ma non parliamo di ciò ora. Voglio solo

ricordarti che io pure fui franca con te, poichè ti confessai che avevo

amato un altr’uomo e che questo era stato quasi il mio fidanzato.

WAN. Quasi?

ELLIDA. Sì, ma durò poco: partì, e ogni legame che ci univa fu rotto.

Era quella tutta la verità.

WAN. Perchè, Ellida, tornare sul passato? Io non avevo alcun diritto di

interrogarti e chiederti il nome di quell’uomo.

ELLIDA. Tu fosti sempre delicato.

WAN. (_sorridente_). Eppoi non era difficile indovinare....

ELLIDA. Indovinare il suo nome?

WAN. Sicuro. A Skjoldvik e nei dintorni, non vi erano troppi uomini per

poter spaziare sulla scelta, o piuttosto, non ve n’era che un solo che

potesse....

ELLIDA. Tu supponi adesso che quest’uomo fosse Arnholm?

WAN. Sì! Non è lui?

ELLIDA. No. Ti ricordi quando, verso la fine d’autunno approdò a

Skjoldvik quella grande nave americana, per riparare ad un’avaria?

WAN. Me ne ricordo; fu a bordo di quella nave che una mattina venne

trovato il capitano assassinato. Fui chiamato io a fare l’autopsia del

cadavere. Si disse che l’assassino fosse stato il secondo pilota.

ELLIDA. Nessuno può affermarlo, perchè nessuno può provarlo.

WAN. Eppure, se non fosse stato lui, perchè quel pilota si sarebbe

annegato?

ELLIDA. Non si è annegato: è partito a bordo di una baleniera.

WAN. (_stupito_) Come lo sai tu?

ELLIDA. (_padroneggiandosi_) Lo so. Wangel, perchè quel pilota.... era

il mio fidanzato.

WAN. (_con grande stupore_) Che cosa dici Ellida? È mai possibile?

ELLIDA. Sì, era il mio fidanzato.

WAN. Ma eri pazza dunque.... fidanzarti con uno sconosciuto? Come si

chiamava?

ELLIDA. Allora si faceva chiamare Friman, più tardi le sue lettere

portarono la firma di Alfredo Johnston.

WAN. Da dove veniva?

ELLIDA. Dalla Finlandia, mi disse. Credo che egli fosse nato là, e che

abbia in seguito emigrato con suo padre.

WAN. Eppoi....

ELLIDA. Eppoi non so più nulla: noi non parlavamo mai del passato.

WAN. Di che cosa parlavate?

ELLIDA. Sopratutto del mare: parlavamo della tempesta e dei giorni di

calma, delle notti scure e dei giorni pieni di sole. Parlavamo delle

balene, delle foche, che si trascinano sugli scogli ai raggi del sole,

e delle aquile e delle Sirene. Allora mi sembrava che quegli esseri

dovessero appartenere alla stessa sua razza; e mi pareva che io stessa

dovessi appartenere all’Oceano.

WAN. E fu allora che ti sei fidanzata con quell’uomo?

ELLIDA. Sì. Egli mi disse «è necessario».

WAN. Necessario? Ma tu non avevi la tua volontà?

ELLIDA. Quando gli ero vicino, no. E quando mi lasciava io non potevo

spiegarmi questo fascino.

WAN. Lo vedevi spesso?

ELLIDA. Spesso no. Venne un giorno a visitare il faro, ed è così che

l’ho conosciuto; poi ci incontrammo di quando in quando. Ma successe

l’assassinio del capitano e fu costretto a fuggire.

WAN. Racconta.... racconta....

ELLIDA. Un mattino, era appena giorno, ho ricevuto un suo biglietto nel

quale mi pregava di andare ad aspettarlo a Brathammeren, sai, il capo

che c’è tra il faro e Skjoldvik.

WAN. Lo conosco.

ELLIDA. Mi scriveva di andare perchè aveva da parlarmi.

WAN. Ci sei andata?

ELLIDA. Non potevo fare altrimenti. Allora mi raccontò che aveva ucciso

il suo capitano, durante la notte.

WAN. Fu lui che ti ha confessato?...

ELLIDA. Sì, ma aggiunse che quel delitto era giusto e naturale. Non

volle dirmi di più, adducendo la scusa che non poteva parlare.

WAN. E gli hai creduto?

ELLIDA. Sì. Alla fine egli dovette partire, ma al momento di

lasciarmi... non puoi immaginarti quello che fece.

WAN. Che cosa?

ELLIDA. Si tolse dal dito un anello, che portava sempre con sè, volle

che gli dessi un altro mio anello, poi, unendoli tra loro, e dicendo

che da quel momento noi ci sposavamo col mare, lanciò lontano, lontano

nei flutti, i due piccoli dischi d’oro.

WAN. E tu, Ellida, tu hai accettato?

ELLIDA. In quel momento io ero dominata da una forza superiore. Come

Dio volle partì... Tornai allora di corsa a casa e mi persuasi che ciò

che avevo fatto era una pazzia!

WAN. Ma tu mi hai parlato di lettere: ti ha scritto?

ELLIDA. Prima, poche righe da Arcangelo; mi diceva solamente che

partiva per l’America, e mi dava il suo indirizzo per rispondergli.

WAN. Gli hai risposto?

ELLIDA. Subito. Naturalmente gli scrissi che tutto doveva essere finito

tra noi; che non doveva più pensare a me, e ch’io volevo dimenticarlo.

WAN. E ti continuò a scrivere?

ELLIDA. Sì.

WAN. Rispondendo alla tua lettera?

ELLIDA. Alla mia lettera non rispose neppure una parola: come

se non gli avessi scritto nulla. Mi diceva semplicemente che

bisognava aspettare, che m’avrebbe avvisata all’epoca in cui avrebbe

potuto chiamarmi a sè e che allora io avrei dovuto raggiungerlo

immediatamente.

WAN. Dunque, non rinunciò a te?

ELLIDA. Tornai a scrivergli, tornando a ripetere, con più forza, quanto

gli avevo detto, ma lui non si diede per inteso e mi rispose senza una

sola allusione alla nostra rottura. Compresi che era inutile insistere

e non gli scrissi più.

WAN. E non hai più avuto sue nuove?

ELLIDA. Sì, mi scrisse ancora tre volte: una prima lettera da

S. Francisco di California, un’altra dalla China ed una terza

dall’Australia. Mi diceva che doveva partire per le miniere d’oro. Da

allora non so più nulla.

WAN. Quest’uomo esercita su te una strana influenza, Ellida. Bisogna

che tu non pensi più a lui. Me lo prometti, mia cara Ellida? Noi

cambieremo vita. Andremo in cerca di un’aria un poco più fredda. Ti

piace l’aria fortificante del mare?

ELLIDA. Non me ne parlare, te ne supplico. Non v’è mezzo per guarirmi;

neppure il mare potrebbe liberarmi da questo mio male.

WAN. Di qual male tu parli?

ELLIDA. Parlo di questo terrore, di questa potenza spaventevole.

WAN. Ma te ne sei liberata da un pezzo, da quando l’hai licenziato.

Ormai tutto è finito.

ELLIDA. (_alzandosi bruscamente_) No! ecco, la sventura appunto è che

non è vero che tutto sia finito!

WAN. Non è finito?

ELLIDA. E temo che questo legame non abbia a finir mai.

WAN. (_a voce soffocata_) Tu vuoi dire allora che hai sempre nel cuore

l’immagine di quell’uomo.

ELLIDA. Un giorno ho creduto di averlo dimenticato, poi a poco a poco,

ricomparve.

WAN. Da quando?

ELLIDA. Da circa tre anni o poco più. Ero allora in istato interessante.

WAN. Ah! tu eri?... Ora mi spiego molte cose.

ELLIDA. Ti inganni. Quel sentimento che si è impadronito di me, tu non

puoi averlo notato, ed io stessa non lo saprei definire.

WAN. (_con uno sguardo di terrore_) Da tre anni dunque.... tu ami un

altr’uomo.... uno straniero.

ELLIDA. No, io non amo che te.

WAN. (_dolcemente_) E allora perchè non hai voluto essere con me....

veramente mia moglie?

ELLIDA. Sempre a cagione di quest’orribile sentimento che quell’uomo mi

ha inspirato.

WAN. Spiegati meglio.

ELLIDA. È un fenomeno! un male! un turbamento strano, violento che solo

il mare.... perchè tu devi sapere, Wangel...

La donna del mare · 第 25 / 59 题