ARNHOLM _e_ WANGEL.
ARN. (_che ha seguito sempre con gli occhi Violetta_) Quanto è
bella!... Quanto sono belle le sue figlie, dottore.
WAN. (_sedendosi_) Le pare?
ARN. Violetta mi ha sorpreso ed anche Hilda. Ma lei, dottore, vuole
dunque passare tutta la sua vita in questi luoghi?
WAN. Che vuole! È qui che sono nato, è qui che ho vissuto felice con
colei, con la mia moglie adorata, che mi ha lasciato troppo presto. Lei
l’ha conosciuta, Arnholm, l’ha veduta, l’ultima volta che fu qui.
ARN. Sì, sì.
WAN. Ora sono felicissimo anche con quella che ha preso il posto della
prima. Debbo convenire che fui preferito dalla sorte.
ARN. Ha avuto figli dal secondo matrimonio?
WAN. Un figlio due anni e mezzo fa, ma è morto solo dopo cinque mesi!
ARN. Non è in casa sua moglie?
WAN. Sarà qui a momenti. È andata al bagno: ci va tutti i giorni anche
se fa cattivo tempo.
ARN. È forse ammalata?
WAN. Ammalata no, da qualche anno è nervosissima. Il suo male è
intermittente; non so quello che abbia, i bagni sono il suo maggior
piacere. Il mare, si può dire, che le sia necessario.
ARN. Mi ricordo infatti....
WAN. (_con un sorriso quasi impercettibile_) Lei la deve avere
conosciuta quando era professore a Skjoldvik?
ARN. È vero. Veniva spesso a trovare il pastore, eppoi la vedevo ogni
volta che mi recavo da suo padre, al faro.
WAN. Il suo soggiorno al faro ha lasciato nella sua anima delle tracce
indelebili. Qui nessuno la comprende e tutti la chiamano la donna del
mare.
ARN. Davvero?
WAN. Appunto questa sua passione. Parlatele di quei giorni, caro
Arnholm, le farà molto bene.
ARN. (_guardandolo dubbioso_) Crede?
WAN. Ne sono sicuro. (_si ode la voce di Ellida_).
ELL. (_di dentro_) Wangel, sei in giardino?
WAN. (_alzandosi_) Sì, mia cara.