XII.

Giosuè Carducci.

Onoriamo l'altissimo poeta, il nostro Carducci -- una gloria vivente

d'Italia.[8] Dopo, direte addio al mio verziere e ho caro che nelle

vostre menti giovinette rimanga più a lungo l'immagine sua. Voi dovete

essere, lo ripeto, fanciulle, le vestali dell'ideale, le custodi dei

sentimenti grandi e buoni, è a voi di ricordare che ancora al mondo ne

rimane la diva scintilla: a voi di ridestare i già spenti, di bandire

crociate contro gli apostata dei primi obblighi sacri delle giovinezze

studiose: la riverenza e la gratitudine. In ogni tempo e in ogni luogo

la superiorità dello spirito o del cuore si pagò e si paga assai cara; è

intorno alle roccie titaniche che i flutti si frangono con più sonante

rimescolìo -- sulle basse scogliere l'onda passa tranquilla, obliosa,

irridendo. La vita dei grandi è travagliata, infelice -- ma quante

amarezze che la gloria non lenì, raddolcirono bianche mani femminili

null'altro che col posarsi su di una fronte! Ricordatelo, voi, che siete

la primavera che promette e l'avvenire che si sogna.

[8] Quando fu scritto questo capitolo l'illustre poeta viveva ancora.

Lasciando da parte, dunque, le opere più note del poeta, -- che a scuola

o a casa persone assai più valenti di me vi hanno commentato --

rivolgeremo la nostra attenzione alle creazioni minori, nelle quali pure

le qualità adamantine del padre rifulgono in tutta la lor classica

purezza. Io ho un po' di manìa per le opere minori in genere, che non di

rado preferisco alle altre perchè, mentre serbano l'aria di famiglia,

hanno quasi sempre un abbandono più ingenuo e più grazioso. Sono belle

bimbe vestite da casa al confronto delle sorelle già al vertice della

giovinezza rigogliosa, abbigliate per una comparsa ufficiale nel mondo.

C'è il fàscino dell'inesplorato, del romito e della brevità come nelle

scorciatoie in confronto alle vie maestre -- l'attrattiva d'un salottino

intimo e abitato, in paragone ad un salone per i ricevimenti di parata

-- la promessa vaga di una quantità di piccoli incidenti impreveduti, di

cento piccole meraviglie inattese, di mille suggestioni insperate --

come in un'escursione a piedi invece di un viaggio in ferrovia. E così

potrei moltiplicarvi gli esempi all'infinito. Ma già voi mi avete intesa

a volo. L'anima del poeta pare riguardare in sè stessa senz'altra cura

che di meriggiare, e di questo riposo viene a noi pure un refrigerio

soave. Se è addolorato, il suo dolore è dimesso -- se gaio, la sua

gaiezza è infantile. Così è il Canzoniere che mi rivela più lucidamente

lo spirito di Dante, il _Rinaldo_ che rende la freschezza

d'immaginazione del Tasso intorpidita nella sua celebre Gerusalemme: e

uno dei più schietti modelli di poesia italiana ci viene offerto da una

produzione tutta intima della quale l'autore -- il Petrarca -- quasi si

vergognava.

Ma _qui regna Carducci_. Parliamo di lui.

Si può ammirarlo, il Carducci, con più o meno entusiasmo, ma il suo

ingegno non si può discutere. È classico, determinato, possente, qualche

volta formidabile: -- efficacemente sintetico sempre -- condizione

essenzialissima per una forte vitalità poetica. Come da un terso blocco

di marmo pario, egli cava dalla sua mente ogni sorta di capolavori, che

il sole dell'arte illumina e riscalda. Monumenti colossali e statuette

da salotto -- gruppi armoniosi e bassorilievi purissimi -- arche d'una

divina sobrietà trecentista su cui il simulacro del guerriero, come

stanco, riposa colle mani in croce tutto armato, e guglie aguzze di

qualche magnifico edificio che sfida il tempo. Qualche volta non ne

ricava che una lapide nuda, fredda, ma ci scolpisce su qualche parola

che infiamma. Quando narra di storia, diletta come se ci facesse passare

dinanzi agli occhi una serie di quadri dei floridi pittori veneti del

cinquecento -- quando fantastica, ci trasporta sulla poderosa ala

d'aquila fino al sole -- quando ricorda o rimpiange, ha l'abbandono

pieno di pietà d'una querce abbattuta -- d'un rudero invaso d'edera --

di qualche cosa di grande e di già vittorioso piegato e vinto.

Ma meglio che le mie sbiadite parole vi cesellerà egli medesimo

l'immagine propria. Tolgo molto dalle _Rime Nuove_, raccolta de' suoi

versi che io preferisco.

Ecco come questo spirito di titano intende il poeta:

. . . . . . .

Il poeta è un grande artiere,

Che a 'l mestiere

Fece i muscoli d'acciaio:

Capo ha fier, collo robusto.

Nudo il busto,

Duro il braccio e l'occhio gaio.

Non appena l'augel pìa

E giulìa

Ride l'alba e la collina,

Ei co 'l mantice ridesta

Fiamma e festa

E lavor ne la fucina;

E la fiamma guizza e brilla

E sfavilla

E rosseggia balda audace,

E poi sibila e poi rugge

E poi fugge

Scoppiettando da la brace.

Che sia ciò non lo so io;

Lo sa Dio

Che sorride a 'l grande artiero.

Ne le fiamme così ardenti

Gli elementi

De l'amore e de 'l pensiero

Egli getta, e le memorie

E le glorie

De' suoi padri e di sua gente.

Il passato e l'avvenire

A finire

Va ne 'l masso incandescente.

Ei l'afferra, e poi de 'l maglio

Co 'l travaglio

Ei lo doma su l'incude.

Picchia e canta. Il sole ascende,

E risplende

Su la fronte e l'opra rude.

Picchia. E per la libertade

Ecco spade,

Ecco scudi di fortezza:

Ecco serti di vittoria

Per la gloria,

E diademi a la bellezza.

Picchia. Ed ecco istoriati

A i penati

Tabernacoli ed a 'l rito:

Ecco tripodi ed altari,

Ecco rari

Fregi e vasi pe 'l convito.

Per sè il pover manuale

Fa uno strale

D'oro, e il lancia contro 'l sole:

Guarda come in alto ascenda

E risplenda,

Guarda e gode e più non vuole.

Oh così, così mie fanciulle, erano i bardi dell'età passata -- così

confidiamo che siano quelli dell'avvenire! Avete sentito che gagliardìa

d'ispirazione e di tocco, che nitidezza di espressione -- come il

Carducci è padrone della lingua, del verso, della rima, come è poeta in

essenza e artefice nella manifestazione? Oh sì, il rude artiero che doma

la materia e col robusto braccio foggia cose sì gentili baciato dal sole

levante è lui -- ahimè, forse solo.

Il Carducci ha radicato e vigile l'amore della sua terra al cui pensiero

fra il tempestar delle passioni spesso ricorre come a un ritornello

blando e addormiente. Questo sonetto è una particella viva di cuore:

Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica · 第 79 / 97 题