Dolce paese, onde portai conforme
L'abito fiero e lo sdegnoso canto
E il petto ov'odio e amor mai non s'addorme.
Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.
Ben riconosco in te le usate forme
Con gli occhi incerti tra 'l sorriso e il pianto,
E in quelle seguo de' miei sogni l'orme
Erranti dietro il giovanile incanto.
Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
E sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
E dimani cadrò. Ma di lontano
Pace dicono a 'l cuor le tue colline
Con le nebbie sfumanti è il verde piano
Ridente ne le pioggie mattutine.
Eccovi, giovinette, una _Mattinata_ tutta giovine, tutta rugiadosa. Mi
piace trascriverla perchè è uno stupore di bellezza, poi perchè la mia
anima ode insieme a quelle parole l'eco d'un'armonia e d'una voce ora
mute per sempre....
Batte alla tua finestra, e dice, il sole:
Levati, bella, ch'è tempo d'amare.
Io ti reco i desir de le vïole
E gl'inni delle rose a 'l risvegliare.
Da 'l mio splendido regno a farti omaggio
Io ti meno valletti aprile e maggio
E il giovin anno che la fuga affrena
Su 'l fior de la tua vaga età serena.
Batte a la tua finestra, e dice, il vento:
Per monti e piani ho viaggiato tanto!
Sol uno de la terra oggi è il concento,
E de' vivi e de' morti un solo è il canto,
De' nidi a i verdi boschi ecco il richiamo:
-- Il tempo torna: amiamo, amiamo, amiamo --
E il sospir de le tombe rinfiorate:
-- Il tempo passa: amate, amate, amate. --
Batte a 'l tuo cor, ch'è un bel giardino in fiore,
Il mio pensiero, e dice: Si può entrare?
Io sono un triste antico vïatore
E sono stanco e vorrei riposare,
Vorrei posar tra questi lieti mai
Un ben sognando che non fu ancor mai:
Vorrei posar in questa gioia pia
Sognando un bene che giammai non fia.
Come questa perfezione di leggiadria sfavillava nei tuoi canti, povero e
caro ragazzo! Come mi fa male, ora, il ricordo di quell'accento quasi
nostalgico con cui pronunziavi le parole sovrumane... con cui dicevi di
voler riposare sognando un bene che nel nostro mondo non c'è...
Fanciulle mie, siamo oramai alle soglie del verziere, perdonatemi questo
ultimo indugio. Vedete, si delinea già come un miraggio una vignetta
delicatissima:
La stagione lieta e l'abito gentile
Ancor sorride a la memoria in cima
E il verde colle ov'io la vidi prima.
Brillava a l'aere e a l'acque il novo aprile,
Piegavan sotto il fiato di ponente
Le fronde a tremolar soavemente.
Ed ella per la tenera foresta
Bionda cantava a 'l sole in bianca vesta.
Ecco in otto versi la manifestazione più ampia e più profonda della
primavera.
Ora udite come parla Giosuè Carducci del mio paese. Dovreste saperla
tutte a memoria la seguente poesia, forti fanciulle che guardate cogli
occhi bruni e fieri riflettersi le stelle nel piccolo Reno: _piccolo
d'onde e di valor gigante_; il Monti dice.
Il Carducci si rivolge a Severino Ferrari -- un simpatico poeta
celebratore della sua nativa campagna emiliana:
O Severino, de' tuoi canti il nido,
Il covo de' tuoi sogni io ben lo so,
Ondeggiante di canape è l'infido
Piano che sfugge a 'l curvo Reno e al Pò.
Da gli scopeti de la bassa landa
Pigro il pizzaccherin si drizza a volo:
Con gli strilli di chi mercè dimanda
Levasi de le arzàgole lo stuolo,
Stampando l'ombra su per l'acqua lenta
Ove l'anguilla maturando sta.
Oh desìo di canzoni, oh sonnolenta
Smania di sogni ne l'immensità!
Oh largo su gli alti argini del fiume
Risplender rosso de l'estiva sera!
Oh palpitante de la luna a 'l lume
Tenero verdeggiar di primavera!
Quando i pioppi contemplano le stelle
Innamorati con lungo sospir,
Ed un lontano suon di romanelle
Viene da' canapai lento a morir!
Allor che agosto cada, o Severino,
E chiamin l'acqua le rane canore,
Noi tornerem poeti all'Alberino,
Tutti solinghi in bei pensier d'amore.
Ed a' tuoi pioppi ne le notti chete
Noi chiederem con desiosa fè:
O alti pioppi che tutto vedete
Ditene dunque: Biancofiore ov'è?
Siede in riva a un bel fiume? o il colle varca
Tessendo a 'l capo un cerchio agil di fiori?
O dentro una sestina de 'l Petrarca
Beata ride i nostri vani amori?
Anch'io saluto ancora una volta passando, la vostra immagine, o alti
pioppi che tutto vedete -- che vi incurvaste, giganti benigni, alla mia
debole infanzia; -- alti pioppi dalla rude base frondosa nell'ombra,
dalla cima esile intrisa di luce, come un grandioso sogno umanitario!
Quando l'anima è di poeta, da ogni più insignificante episodio, da ogni
più arida pagina di storia sbocciano fiori. Il _comune rustico_ per
andamento di verso, per l'elegante semplicità quasi ingenua che vi spira
dentro e che si modella meravigliosamente all'idea, per efficacia di
rappresentazione, è una gemma. Un simbolista direbbe: uno smeraldo.
O che tra faggi e abeti erma su i campi
Smeraldini la fredda ombra si stampi
A 'l sole de 'l mattin puro e leggero,
O che foscheggi immobile ne 'l giorno
Morente su le sparse ville intorno
A la chiesa che prega o a 'l cimitero
Che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
Sognando l'ombre d'un tempo che fu.
Non paure di morti ed in congreghe
Diavoli goffi con bizzarre streghe,
Ma de 'l comun la rustica virtù
Accampata a l'opaca ampia frescura
Veggo ne la stagion de la pastura
Dopo la messa il giorno de la festa.
Il Consol dice, e poste ha pria le mani
Sopra i santi segnacoli cristiani:
-- Ecco, io parto fra voi quella foresta
D'abeti e pini ove a 'l confin nereggia.
E voi trarrete la mugghiante greggia
E la belante a quelle cime là.
E voi, se l'unno o se lo slavo invade
Eccovi, o figli, l'aste, ecco le spade,
Morrete per la nostra libertà. --
Un fremito d'orgoglio empiva i petti,
Ergea le bionde teste, e de gli eletti
In su le fronti il sol grande feriva.
Ma le donne piangenti sotto i veli
Invocavano la Madre alma de' cieli.
Con la man tesa il Console seguiva:
-- Questo, a 'l nome di Cristo e di Maria,
Ordino e voglio che ne 'l popol sia,
A man levate il popol dicea: Sì.
E le rosse giovenche di su 'l prato
Vedean passare il piccolo senato,
Brillando su gli abeti il mezzodì.
Termino con un sonetto giovanile non molto conosciuto, credo. È
classicamente severo, è mesto, eloquente. S'indirizza in fine alla
giovinezza -- così amo ripeterlo associandovi nel mio pensiero a una
memoria cara mentre la vita che ancora per voi non è che un dolce ritmo
di danza vi attira fuori dal mio verziere. Io ci rimango a far
l'ortolana, faticosamente, placidamente:
Se affetto altro mortal per te si cura,
Spirto gentil cui diamo il rito pio,
Pon dal ciel mente a questa vita oscura
Che già ti piacque e al bel nido natìo.
Vedi la patria come sua sventura
Di tua candida vita il fato rio
Piangere, e 'l fior degli anni tuoi cui dura
Preme l'ombra di morte e il freddo oblìo.
Quindi ne impetra tu che a te simile
Dritta all'oprar, modesta alla parola,
Cresca la bella gioventù virìle:
E senta come a fatti egregi è scola
Anco una tomba cui pietà civile
E largo pianto popolar consola.