Per le bimbe, per i pargoli
Dalla fiaba impauriti,
Per i nonni fra le tenebre
Desti, pallidi, romiti,
Cangerò la tetra nenïa
In un verso allegro e matto,
Colla storia ed il ritratto
Del giullare Papïol.
Fu il buffon da una mandragora
Messo al mondo, e appena nato
Era al par d'un dito mignolo
Picciol, magro, affusolato;
Poi restò sempre rachitico
Fin ch'ei visse ed infermiccio,
E la crosta d'un pasticcio
Fu la culla di Papïol.
Per cimiero ei porta un guscio
Di castagna o di lumaca,
Una pelle di lucertola
È sua calza ed è sua braca;
Gli filava una tarantola
Cinque corde al suo liuto;
E non v'ha giullar più astuto
Del gobbetto Papïol.
Tien la vespa il fine aculeo
Dentro il corpo alidorato,
Tal Papiolo entro la cintola
Tiene un ago avvelenato,
Con quell'ago ei fe cadavere
Più d'un Duca e più d'un Conte,
Per quell'ago sir Drogonte
Venne spento da Papïol,
Perchè un dì, presente il Principe,
Arse vivo uno scorpione.
Fu Papiolo eletto al titolo
D'uom di Corte e Centurione;
Sulla terra ancor non videsi
Un più gracile arfasatto.
Ecco i fasti ed il ritratto
Del giullare Papïol.
Bello non è vero? in quell'artificiosa rudezza popolare. Eccovi ora lo
spunto d'un altro capitolo in cui traluce molto bene la personalità del
poeta:
Cessato è il nembo; -- va volando intorno
L'angiol del giorno -- a spegnere le stelle
E le fiammelle -- che brillano sui fari
Dei marinari. -- L'esule chiesetta
Dell'alta vetta -- già si fa men bruna
E ancor la luna
Splende sull'ermo
Bianca ed immota.
Come una nota
Di canto fermo.
. . . . . .
Questo è un quadretto raro e strano in cui ancora una volta l'artista ha
vinto il poeta.
In _Re Orso_ colgo pure la vaghissima serenata «Ago ed Arpa» che par
uscita veramente dalla bocca di un trovatore a' bei tempi di Clemenza
Isaura di Tolosa:
Io di Provenza tenero troviero
Vorrei cantarti nella mia loquela,
Chè più soave mi parrebbe e mero
L'inno amoroso che il mio spirto inciela,
Per te sui voli dell'idea cavalco,
Cacciando le colombe del pensier;
Tu fai di me, siccome fa col falco
Il falconier.
Tale m'alletta amoroso martòro
Che giorno e notte vo cantando e ploro
_Tan m'abelis l'amoros pensaman_
_Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan._
. . . . . . .
Ier notte oravo, il mio fervor blandia
Quasi un soffiar di celestiale avena,
E mi si ruppe in cor l'_Ave-Maria_
Perchè appena fui giunto al _gratia plena_
Tu m'apparisti, angelicata donna,
Tutta piena di grazia e di virtù.
Certo salì la prece alla Madonna
Ed a Gesù.
Tale m'alletta amoroso martòro
Che giorno e notte vo cantando e ploro.
_Tan m'abelis l'amoros pensaman_
_Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan._
Ten vieni o Donna nel gentil paese
Dove vibran le cetre e le mandòle,
Dove nasce la vaga sirventese,
Dove si parla in rimate parole,
Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,
Dai mali, dalle lotte e dai viventi,
Qual si ripara colla palma un lume
In mezzo ai venti.
Tale m'alletta amoroso martôro
Che giorno e notte vo cantando e ploro.
_Tan m'abelis l'amoros pensaman_
_Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan._
Tutta la gentilezza romanzesca, la poesia malinconica degli amori
irrimediabilmente lontani, i soli amori, forse, degni del nome divino.
Quell'Avemmaria rotta in cuore dall'apparizione della dama, la tenera
promessa di riparare Lei dai mali e dalle genti come una fiammella con
la mano, sono immagini e ispirazioni che non possono essersi accese che
nella mente di un contemporaneo di Rudello e di Bernardo di Ventadorn,
venute attraverso i secoli, come un'emanazione, nella mente di Arrigo
Boito che le ha tradotte in tutta la loro freschezza nativa.
Dopo questa, ogni altra cosa par sbiadita. Ma qualche fanciulla pensosa
amerà forse ch'io le ripeta i gentili versi sulla conchiglia, che
emergono come un fiore dall'alto e fragile stelo fra la fioritura d'Ero
e Leandro; i versi che rappresentano fulgidamente la profetica virtù che
le fanciulle, custodi di ogni poesia, amano tanto di attribuire alle
cose inanimate, rinnovellando in forma blanda l'oracolo antico:
Conchiglia rosea
Del patrio lido
Piccolo nido,
Del vasto mar.
Dell'alma Venere
Culla e flottiglia
Rosea conchiglia.
In te ricircolano
Mille volute
Che fan che mormorino
Fin l'aure mute.
Tu canti e sfolgori
Coro fra i cori
Oro fra gli ori
Del sacro altar.
Entro ti palpitano
Le nettunine
Ninfe che avvincolansi
D'aliga il crine
E tutti i zeffiri,
Pel cielo erranti
E tutti i canti
Del pescator.
Dimmi l'oracolo
Di mia fortuna,
Tu della duna
Eco e splendor.
Parla, la vergine
Cupida origlia,
Rosea conchiglia.
L'api che ronzano
Fra gli oleandri
Ne' tuoi meandri
Odonsi ancor.
Un trillo eolio
In te bisbiglia
Rosea conchiglia.
Parla... e che? turbinano
Sconvolte l'onde!
Crollan.... rigurgitano...
Alte e profonde.
E sull'equorea
Terribil ira
Piomba la diva
Furia del tuon.
Orror profetico!
Rombo bïeco!
Terribil eco!
Ria visïon!
Fuggi! Ho una lagrima
Sulle mie ciglia
Tetra conchiglia!
E ora quelle fra voi che presto calcheranno la piccola orma sulla sabbia
di qualche beato cantuccio di spiaggia italiana, non dimentichino di
insudiciarsi la punta delle dita per strappare al tepido e bigio umidore
delle labbra del mare una delle sue ruvide margherite. E non siano
presagi di tempeste il risultato del responso capriccioso, ma sogni di
pace nel ronzìo delle pecchie, nell'alitare dei zeffiri, nelle nenie dei
pescatori.
Piccolo intermezzo in prosa.
«.... la connaissance du coeur humain conduit à l'indulgence et à la
bonté.»
_Flammarion._