Sulla terra già Venere scende,
Vengon seco le grazie e gli amori,
Sul suo capo il cheto aere s'accende,
Sotto il piè le germogliano i fiori.
Madre e dea d'ogni cosa gentile
Orna i rami, gli augelli ridesta;
L'aria, l'acqua, la terra è una festa:
O l'aprile, l'aprile l'aprile!
O fanciulla che languida giaci
Fra le piume, e sognando sorridi,
E il ciel suona di canti e di baci,
Freme il bosco d'amplessi e di nidi.
O fanciulla, son rapide l'ore
Della gioia, a te mormora il rio;
Sorgi, vieni ti dice il cor mio:
O l'amore, l'amore, l'amore!
. . . . . . . . . . .
L'ultima parte della trilogia è scientifica e un po' faticosa agli
indotti. Pure scorre tutta così tersa, così, direi, lieve, nella sua
profondità che se ne ricevono ugualmente impressioni luminose. È un
viaggio nell'ètere, di Giobbe guidato da Iside che raffigura ad un tempo
la Scienza ed il Mistero. È una ideale peregrinazione da stella a
stella, da luce a luce, durante la quale Giobbe ascolta dalla sua guida
il racconto della formazione del mondo, età per età; -- è il viaggio del
pensiero attraverso l'abisso dell'infinito. Egli scopre, esulta,
s'inebria, finchè arrivato al limite la natura gli dice; Arrestati!
Icaro cade...
Intanto Giobbe s'esalta dei nuovi orizzonti che gli si schiudon dinanzi,
della virtù nuova che s'è fusa al suo spirito e che lo fa avido di
comprendere, di spaziare, d'innalzarsi:
In alto, in alto! all'etere
Padre al fecondo sole
Sorge ed inconscia palpita
Ogni vivente prole;
O che da germe cieco
Sbocci o da grembo, o come verde smalto
Erbeggi in prato, o induri in selva: o libera
Discorra e voli, o bosco abiti o speco,
Sempre dovunque un'intima
Legge la chiama e la sospinge in alto.
Manda la terra gli umidi
Fumi dal seno, ond'hanno
Nubi di vita gravide
Gli astri al mutar dell'anno.
Desti al gagliardo attrito
Di secchi tronchi e resinose tede
Guizzan dal foco gl'inquieti spiriti
Ubbidienti ad un supremo invito;
E, fiamma anch'essa, l'anima
Lingueggia ardente ad un'eterea sede
. . . . . . . . . . . .
Ho finito per oggi, amabilissime. Non crediate però ch'io abbia inteso
di farvi una rassegna del bel libro, nè che vi abbia comunicato tutte le
mie impressioni. Mi mancano il sapere e lo spazio; due cose, vedete,
essenziali. Ho solamente desiderato che conosciate un po' più del titolo
d'un'opera che fa onore all'Italia. Vi ho attinto per voi delle gemme,
sì, ma molte altre ricchezze riposano nel fondo di quel piccolo mare. Un
vero mare, con le sue glauche trasparenze, i suoi scogli, i suoi mostri,
le sue perle, le sue falangi di deità invisibili, e le sue carcasse
umane, la sua sinfonia di voci, e il gemito eterno d'un titanico
dolore...
Piccolo intermezzo in prosa.
«.... Quando ero un garzonetto di circa nove anni, -- mio zio mi fece
domandare, -- per cacciar il falco, cavalcare con lui, -- e tenergli
compagnia.
E soffiò il vento del Nord, -- il vento del Nord nell'uragano -- e un
sonno di morte piombò su di me, ed io caddi dal mio cavallo.
La regina delle fate or mi tiene, nella sua collina verde per rimanerci;
e sono un elfo leggiero e sottile, bionda fanciulla, non lo vedi
tu?!...»
(_Frammento d'una ballata Scozzese_).