Lorenzo Stecchetti.
Ancora un frutto vietato! Dio buono quanti! Di questa specie però ne
avete assaggiati qualcuno ben mondo, ben inzuccherato, ben isolato in
una coppa di cristallo, al giulebbe della musica di Rotoli e di Tosti.
Qualche altro ve lo sbuccerò io, ma pochi. «Anche senza leccornie si
vive» ha detto l'altro giorno con filosofia semplice e profonda un
vecchio medico a un golosino di mia conoscenza. Parole che possono
essere fondamento di una regola di vita -- parole da scriversi in oro su
ogni camera di fanciulla.
Chi non conosce la gherminella ordita da Olindo Guerrini per dar maggior
attrazione e pubblicità alle sue poesie? Chi non ha sentito intenerirsi
il cuore pensando a quel povero tisico che scriveva, conscio della sua
fine, versi così appassionati e soavi? Chi, vedendo sull'elzeviro quel
titolo di «Postuma» e quell'avvertimento «Edito a cura degli amici» non
ha riflettuto con un senso di sollievo che, dopo tutto, in questo
mondaccio vi sono ancora degli animi nobili e disinteressati ne' quali
accanto allo sfolgoreggiante eroismo s'illumina e splende di luce
propria la fiammella pallida e dolce della pietà? Oh gentile fratellanza
di spiriti! Amicizia buona più forte de la morte! Povero Lorenzo
Stecchetti, povera giovine vita falciata così! -- E la melodia soave e
triste di quei versi scendeva all'anima, e quei versi circonfusi da
un'aureola di martirio, purificati, quasi, dalla morte, andavano a ruba,
e alle imprecazioni, alle volgarità si applaudiva come al canone di una
nuova scuola emancipata dalle ipocrisie, e le gemme poetiche si
trasformavano in ghirlande per la tomba del grande e disconosciuto
poeta.
Infatti una vaghezza fresca, gracile, melanconica come quella di certe
adolescenze destinate a non varcare il limite che le separa dalla
giovinezza -- una promessa fittizia di energia per l'età matura,
ricascante spesso in un languore dolce o nella disperazione,
qualchevolta in un'ironia heiniana -- la sensazione lucida dell'immensa
vanità del tutto, più sentita che espressa, come spesso i predestinati
hanno: una delicatezza acuta troppo per la vita: -- nulla manca per la
verosimiglianza di quell'anima artificiale che lagrima, o raggia nel
verso.
Chi non ricorda il sospiro soavissimo:
Voi che salite questo verde monte,
E il silenzio cercate
Dov'è più folto il bosco e chiaro il fonte,
Anime innamorate,
Pietà di me! Sul margin della via
Seggo soletto e gramo,
Ahi! grave, amanti, è la sventura mia!
Pietà di me! non amo.
d'un lirismo così dolce, così dimesso, così fuso col sentimento quasi di
vergogna per la triste impotenza che inaridisce il cuore? C'è un alito
di frescura e di pena come in un limbo.
E questa di un'efficacia rappresentativa così sincera, così suggestiva:
Nell'aria della sera umida e molle
Era l'acuto odor dei campi arati,
E noi salimmo insiem su questo colle
Mentre il grillo stridea laggiù nei prati.
L'occhio tuo di colomba era levato,
Quasi muta preghiera al ciel stellato,
Ed io che intesi quel che non dicevi
M'innamorai di te perchè tacevi.
Tutta la sinfonia della sera, l'elevazione nello spazio, verso il bene
infinito, dei profumi delle voci, dei cuori. E pensando questa delicata
sfumatura scritta da un povero ragazzo malato, l'anima vibra d'una pietà
che è quasi una tenerezza. Ahimè, infatti il poeta è forse morto
davvero....
Lorenzo Stecchetti è uno scapestrato, pure è capace di dare dei buoni
consigli alle fanciulle. La poesia che termina con la famosa terzina:
Quando ti specchierai ti dica il core
Che una perla rubata a' tuoi capelli,
Solo una perla può salvar chi muore
è tutta di avvertimento amoroso e severo come di un amico eletto. Un
altro finissimo sentimento di pietà riguardosa, lo Stecchetti mette nel
cuore e sulle labbra della donna amata:
Questa notte in battello in alto mare
Del mondo ci eravam dimenticati;
Ci dicevamo le parole care
Che san soltanto dir gl'innamorati
. . . . . . . . . . . . . .
Quand'ella tacque, da un pensier colpita,
E dall'òmero mio la testa bionda
Improvvisa levò come atterrita,
E colla faccia stranamente fissa
Nella notturna tenebra profonda:
Taci -- mi sussurrò -- laggiù c'è Lissa!
Eccovi per ultimo un accento vigoroso e splendido di vita e di verità:
E pur mi sento nel cervello anch'io
Qualche cosa che vive e che lavora;
E pur quest'aura che il mio volto sfiora
L'alito par dell'agitante Iddio!
Talor, cedendo a' sogni miei, m'avvio
Per floridi sentier che il mondo ignora;
Salgono i canti alle mie labbra allora
E spero e credo nell'ingegno mio.
Ma quando il dubbio mi risveglia, quando
Via per la nebbia del mattin tranquille
Sfuman le larve che seguii sognando,
Colle man mi fo velo alle pupille
E mi guardo nel core, e mi domando
Sono un poeta o sono un imbecille?
Ah, gl'imbecilli non hanno mai di questi dubbi, Lorenzo gentile! gli
imbecilli non sapranno mai che cosa sia una di queste indefinibili
intime lotte di chi sente lo spirito tutto cangiato in una sottile e
tremolante fiammella -- così sottile e così tremolante e così sacra che
la vertigine prende al pensiero che potrebbe spegnersi, e che noi ne
morremmo di freddo e di buio come se si spegnesse il sole. È vero:
nessuno può toglierci i tesori dell'ingegno -- ma li sentiamo così poco
nostri! ma chi li possiede non può nemmeno solamente calcolarne il
valore! non sa da che hanno avuto principio, se e come avran fine, se si
rinnovellano, se si distruggono -- e li sente ondeggiare in una paurosa
fralezza, ed intuisce solo che sono una splendida somministrazione di
una mano ignota e Divina, troppo splendida e troppo preziosa per noi
giacchè quasi sempre si storpia nella forma della parola....
E se ne stanno, gli eletti, così a mani protese, come ciechi sotto una
manna di rose.
Piccolo intermezzo in prosa.
«Quand'on découvre des grandes taches dans l'âme de ceux qu'on aime, il
faut se consulter, se consulter et savoir si on peut les aimer encore
malgré cela. Le plus sensé est de cesser, le plus généreux est de
continuer.»
_George Sand_