Contessa Lara.
Ecco fra le fresche dovizie d'una primavera tutta schiusa il più
delicato fiore del mio verziere: una figura femminile, una fine figura
d'artista e di signora. Un'Eva nel piccolo paradiso, o meglio la fata
d'una novellina nordica che porta nell'ubertoso brolo la vaghezza del
suo capo biondo e le meraviglie della sua mano. Ha in arte un nome
cavalleresco e poetico che a' piedi delle sue creazioni forti e gentili
armonizza come l'accordo finale che raccoglie la melodia.
Nella verde Italia in cui nuovi e antichi ingegni scintillano come le
goccioline di rugiada su un margine erboso, non è scarsa la pleiade
femminile; però non molte delle nostre scrittrici sanno come la Contessa
Lara tratteggiare con uguale finezza di gusto e disinvoltura un
bozzetto, una poesia, un articolo d'arte, un romanzo. Quindi
arrestandoci innanzi a qualche sua poesia non dobbiamo dimenticarlo, non
dobbiamo dimenticare che stiamo osservando un sol raggio, un solo colore
di questo versatile intelletto. Pensiamoci anche se ci urta talvolta in
questi versi un po' di quel dilettantismo mondano nel quale ahimè si
crogiolano pure tanti poetini e poetucoli che poi in fin dei conti non
sono capaci di fare che i canterini. La penna della Contessa Lara è
sopratutto elegante, spesso arguta, molte volte ardente, sempre
aristocratica. Il dolore, la mestizia, l'angoscia non effonde in elegie
sentimentali, o in quelle tirate romantiche che rinviliscono sotto
mentito profumo femminile la nostra letteratura agli occhi della più
sapiente metà del genere umano; quando la sua anima è intorbidata, o
ferita, o dolente, ella non ce lo dice, ma noi lo intendiamo meglio che
se ce lo dicesse. Ella sente forse nella vita, certo nell'arte, la
dignità del dolore. Ancora: è raffinatissima, ma non mai sino al
decadentismo o alla morbosità; ama le cose belle, la forma più che
l'essenza delle cose ma l'ama tanto che sovente giunge a toccarci
l'anima non per l'intensità, ma per il rapimento della sua
contemplazione. Confonde anche talora la sensazione col sentimento,
talora la preferisce apertamente, essendo sempre ed anzitutto schietta
con sè e con noi, anche a costo di parer cruda o di dispiacere. La sua è
la sincerità delle spine sotto il profumo delle acacie o ai piedi della
fiorente venustà delle rose. Un'arma contro la soverchia debolezza, una
difesa.
Mi piace di cominciare con questo _Ultimo sogno_ che potrebbe essere il
primo di molta giovinezza. C'è un onesto languore e una vaghezza di
sfumature tutta femminea.
In mezzo a 'l verde una casetta bianca,
Co' monti a tergo e in lontananza il mare,
Con variopinte aiuole a destra e a manca
Che infioran de la soglia il limitare.
Fuori un'aria che sveglia e che rinfranca,
Dentro, una libreria d'opere rare,
Che a 'l gramo ingegno ed a la fibra stanca
Possan novella vigorìa prestare.
Poi, ne 'l mistero d'una chiusa alcova,
Ne la sua culla un roseo cherubino
Cui per restar con me sparvero l'ale.
È questo il nido che sognar mi giova,
È l'oasi del mio squallido cammino
Tempio a l'arte, a l'amore, a l'ideale.
Salutiamolo, passando, questo vivificante porto di pace che desidero a
tutte voi care fanciulle; che alcuna di voi forse intravede già fra i
rosei vapori del futuro come l'isoletta d'Elena e di Fausto -- della
Bellezza e del Sapere -- ricinta dall'arcobaleno. Ecco un lembo
d'orizzonte grigio, l'avanzo di chissà quale tremendo uragano che
lacerato naviga verso di noi, lividamente triste nella sua tenuità: