Un arcano baglior, vasto, uniforme,
Che tutto invade e pur non trova loco;
Un non so che di fulgido e di fioco,
Un non so che di tenue e d'enorme.
Un rotar, un fluir lento di forme
Che si van sfigurando a poco a poco.
Fuse e consunte in quel pallido foco,
Quasi una visïon d'uomo che dorme.
Sfuma la terra e si dilegua il cielo
Si confondono insiem l'imo, il superno,
L'oscurità, la luce, il foco, il gelo;
E in un mar senza fondo e senza sponde
Silenzioso, invariato, eterno,
L'anima si stempera e s'effonde.
Io credo che lo stesso Carducci potrebbe mettere la sua firma sotto
questi versi senza tema di danneggiarsi. L'impressione fantastica
dell'immenso misto al meraviglioso, e sempre rinnovellata per la
mutazione rapida e lenta, insieme, degli aspetti, commista al pauroso
stupore che esercita ancora su noi come sui primi abitanti del globo
certi fenomeni della natura, sono resi magistralmente. Quell'incubo
dilettoso è raccontato con tanta efficacia che ci par vero: abbiamo
proprio messo l'occhio alla lente d'un mostruoso caleidoscopio in fondo
a cui non c'è che aria e luce; o pensiamo al divino e angoscioso
spettacolo d'un'aurora boreale veduta a parecchie migliaia di metri
dalla terra nella navicella d'un pallone areostatico, naufrago
nell'infinito.
Sono dolente di non potervi trascrivere per intiero nessuna delle poesie
del Graf che trovai tempo fa nella _Nuova Antologia_ e che d'averle
lette in _me stessa n'esalto_ ancora. La severa dolcezza è la nota
dominante nella lirica di Arturo Graf la quale somiglia proprio allo
stile dorico della sua terra beata. Eccovi un frammento di _Resurrexit_.
Prima il poeta con qualcuna delle sue grandiose pennellate d'ombra e di
luce ci mette in una pianura sterminata e vuota, sotto un cielo
nubiloso, fra una «frescura acerba di Maggio boreale» mentre «svania la
notte e ancor non era il giorno».
. . . . . . . . . . . .
Come avvenne non so; ma innanzi un bianco
Avel mi vidi. Era di saldo e terso
Marmo l'avello e rilucea; da fianco
Il gran coperchio si vedea riverso.
Di novi fiori intorno una gioconda
Primavera spuntava, e sur un lembo
Sedea dell'arca una fanciulla bionda,
Che piene avea di fior la mani e il grembo.
Oh, come bella e contegnosa, oh come
Era pura e gentil, cinta d'un lieve
Immacolato lin, sparse le chiome
Di lucid'oro sopra il sen di neve!
Le sembianze le ombrava una serena
Melanconia che le facea più belle;
Non era il riso suo cosa terrena.
Splendevan gli occhi suoi come due stelle.
Levò le ciglia, e con benigno riso
Disse: Credevi tu ch'io fossi morta?
Onde tanto stupor? guardami in viso;
Se morta fui, vedi che son risorta.
E veggendomi star muto e sospeso
Com'uom cui falso immaginar disvia,
Soggiunse: Hai dunque l'intelletto offeso,
Che non conosci più la Poesia?
. . . . . . . . . . . .
Scomparsa la visione amata e gentile, che proprio mi piange il cuore di
rappresentarvi mutilata così, il Graf nel _Post mortem_ ci dà una vaga
fantasia macabra, ammorbidita da una verdezza melanconica di un
paesaggio di ricordo, e della melodia suggestiva d'una vecchia musica
mèmore. Di questo non posso proprio darvi che gli ultimi tocchi, ma vi
sarà possibile, credo, giudicare da essi della bellezza indescrivibile
dell'intero componimento:
. . . . . . . . . . . .
Da un vol di nubi candide e leggiere
In quel grande silenzio, in quell'immensa pace,
Lieve come un sospiro un venticel si scioglie
E cessa e poi riprende, così lieve e fugace
Che appena fa rabbrividir le foglie.
E di lontan con esso viene un fremito blando
Di spinette affiochite, di gementi liuti;
Un fremito d'antichi canti d'amor perduti.
Che nella notte si van lamentando.
Ma non vi lascerò, signorine, con l'impressione livida di queste
spettrali rovine. Potreste fare dei brutti sogni. Il Graf, se non ha
nulla di molto roseo nè lieto, ha però qualcosa d'estremamente blando e
tranquillo, d'una pace alta di chiostro, dove anche la tristezza e le
lagrime acquistano una pura soavità. Tolgo dalla «Medusa»;
Povero cappuccin quant'anni avete?
Oh come siete malandato e tristo!
Quant'anni avete fraticel di Cristo?
Dite la verità, non lo sapete.
Del mondo assai l'anima vostra è sazia,
Sa Dio quel che dovete aver patito:
Or tempo vi parrà d'aver finito;
Se poteste morir l'avreste in grazia.
. . . . . . . . . . . . . . .
Guarda sotto la volta il paradiso
Con le pupille estatiche ed immote;
Due lagrime gli scendon per le gote,
L'anima sua s'invola in un sorriso.....
Freddo è il mattino, il sol non è ancor sorto
Il ciel si tinge di color di rosa:
Nel suo lettuccio il cappuccin riposa,
Nel suo lettuccio il cappuccino è morto.
Lasciamoci qui. La morte del credente, dell'umile, del buono non è
paurosa. Con la memoria piena del mite quadro d'una fresca semplicità
francescana, sogneremo il paradiso schiudersi radioso nei paesi del sole
per accogliere l'anima pia e triste involata nel lume di rosa e di viola
d'una fredda aurora....
O poesia, poesia!