I TRE CAVALIERI

Canti di galli uscian d'ogni cascina

E le siepi lucean per la rugiada,

Mentre alla dubbia luce mattutina

Caracollavan sulla bianca strada

Tre cavalieri. Non facean parole;

Come tre viandanti sconosciuti;

Quando raggiò sull'orizzonte il sole

Non gli voltar nè sguardi, nè saluti,

E andavan. Lieta col diurno raggio

La vita delle cose erasi desta,

Venìa dai campi un dolce odor di maggio

E giù dai rami un cantico di festa.

I cavalieri soffermârsi innante

A una casetta solitaria e bella,

D'edera e di glicinia verdeggiante;

Ritta al balcon guardava una donzella.

Una donzella, di beltà un tesoro,

Che avea negli occhi un vago incantamento;

Traea la chioma ad una rocca d'oro,

Brillava il fuso come puro argento.

E mandava per l'aria una canzone

Che ognun dei cavalieri al cor ferì:

Ma un di essi ratto calò dall'arcione

Disse: «compagni, addio; mi fermo quì ».

E i due rimasti seguitâr la via

Esalando il rammarco in sospir vani;

Era l'aria infocata, il sol ferìa

La strada polverosa e i vasti piani.

Suona a un tratto, da lunge ai viandanti

Un gran clangore di trombe guerriere,

Slargano i due corsier le nari ansanti

Drizzan gli orecchi e squassan le criniere.

Poi sorge in vista una città turrita

Circondata da folto accampamento;

Erge fiero l'assedio ogni bastita

Tutte le tende han le bandiere al vento.

E i due guardâro al combattuto vallo

E un fremito di pugna ambo assalì....

Ma un d'essi spronò forte il suo cavallo

Disse: «compagno, addio; mi fermo qui»

E il terzo cavalier tacito e solo

La via prosegue fin che il dì s'oscura

Poi soverchiando la piena del duolo,

Comincia a lamentar la sua sventura.

Ma le querele eran dal pianto rotte

E gli cadea sul petto il capo ardente,

L'anima sua per l'ombre della notte

Si dilatava sconsolatamente.

E pensava il dolor ch'è nelle cose

E vedea l'aridezza entro il suo core;

Un cammin senza lauri e senza rose,

La vita senza gloria e senza amore.

Allor lentò le redini al corsiero,

Com'uom cui brama nè pensier più tocchi,

E andò finchè d'un queto cimitero

Si vide la muraglia innanzi agli occhi.

Un poco riguardò, scese di sella

E al cavallo che lugubre nitrì,

Il cavaliero con fioca favella

Disse: «compagno, addio; mi fermo quì».

La delicatezza, la vigorìa, la sobrietà, il simbolo, lo sfondo del

paesaggio e gli aspetti della natura così bene armonizzati cogli ideali

dell'anima che vi si rispecchia trovando sempre l'immagine sua nelle

ore, nelle cose, ci possono far paragonare e forse anche preferire

questa ballata a qualche ballata di Bürger, di Uhland, di Platen, di

Heine, se non a quelle del gran Goethe. La cavalcata di quei tre

cavalieri taciturni, estranei, ignoti, in ciascuno dei quali arde una

diversa fiamma roditrice, ognuno dei quali è sospinto al suo destino

fatalmente, assurge a una potenza drammatica meravigliosa, appunto per

l'assenza dell'elemento macabro che dà l'efficacia alla maggior parte

delle fantasie di questo genere. Qui l'efficacia viene tutta dall'umano,

dal simbolo, dalla semplicità di quegli echi ineffabilmente dolorosi più

che di dolore, di vanità. Voi, signorine, che più o meno traete tutte

fila d'argento da una conocchia d'oro nell'olezzo della flora

primaverile, voi forse preferite il primo cavaliere che si appaga di una

giovinezza inghirlandata di fiori; o anche, se siete vivaci e fiere, può

sorridervi nella fantasia il guerriero che si slancia alla conquista

della gloria per rendersi più degno dell'amore; ma che numerosa schiera

di anime dolenti e ferite, quelle che tollerate male nella vostra

compagnia, signorine, perchè v'annoiano o v'immalinconiscono, quelle che

passano silenti nella vita senza gloria e senza amore, si sentono

baciate da quell'anima solitaria che si dilatava sconsolatamente

nell'ombra!...

Affrettiamoci un poco, ora, a riguadagnare il tempo speso, non perduto.

Ecco due sonetti che vi daranno un'idea esatta della vaghezza melodiosa

e lieve della poesia del Panzacchi, che mi par sempre cantata fra il

verde melanconico del purgatorio dantesco da voci spirtali e penitenti:

Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica · 第 48 / 97 题