Enrico Panzacchi.
In un volumetto abbastanza dozzinale sui poeti bolognesi trovo però
questa felice similitudine, o meglio, questa giusta intuizione di due
caratteri diversi in poesia: «Il Carducci è armonioso, il Panzacchi
melodioso, il primo è il poeta classico per eccellenza, il secondo è il
poeta romantico, ma questi due aggettivi nel senso alto, vero, esatto
della parola». L'essenza, se non la frase, era questa. Di mio vorrei
aggiungere che Enrico Panzacchi canta sempre in tono minore come
l'usignolo e come usò di preferenza il Bellini. Le sue liriche sono
tutte come i fiori del pensiero, bellezze meste e memori -- tutte --
anche quelle che non ricordano, poichè rievocano non so quali voci
dolorose e antiche di naufraghi; tutte le voci che pregarono e piansero
e disperarono e si sommersero in un infinito di azzurro e di passato. È
come una resurrezione fittizia e melanconica di parvenze a cui sia
permesso, come in certe ballate d'oltr'Alpe, di animare di biancori e di
sospiri un parco boscoso per un'ora di una mite notte d'estate. Sono
spettri di pensieri, di fedi, d'illusioni, di giovinezze, di speranze,
di virtù... spettri sui quali ha penetrato dalle fessure del sepolcro un
raggio di luna e la possente parola che tutto vince, nel canto che li
piange, li chiama.
Il Panzacchi possiede inoltre una qualità essenziale ad un poeta: il
senso squisito della misura. Non dice mai troppo nè troppo poco; ha la
valentìa somma dei tocchi maestri che lasciano indovinare più che non
rappresentino, e non sfatano il mistero eloquente delle ombre. Su i suoi
bei versi aleggia sempre un non so che d'inafferrabile e di dolce, come
un fluido che carezzi invisibilmente, o meglio come un'aria montanina di
cui non si avverte ma si respira la purezza. È poi di una semplicità
refrigerante, o culli accanto al fuoco i suoi sogni, o fantastichi
d'angeli, di cavalieri e di re, con una freschezza colorita e gentile.
Anzi questo carattere, che secondo il mio modesto parere è il migliore
della sua poesia, trovo che in Italia non si è rilevato nè ammirato
abbastanza. Pochissimi dei nostri, quasi nessuno, lo supera nella
ballata e nella leggenda. Udite, ecco per me il capolavoro in versi del
Panzacchi: