Io non sapea qual fosse il mio malore
nè dove andassi. Era uno strano giorno.
Oh il giorno tanto pallido era intorno
pallido tanto che facea stupore.
Non mi sovviene che d'uno stupore
immenso che quella pianura intorno
mi facea, così pallida in quel giorno,
e muta e ignota come il mio malore.
Non mi sovviene che d'un infinito
silenzio, dove un palpitare solo,
debole, oh tanto debole si udiva.
Poi veramente nulla più si udiva.
D'altro non mi sovviene. Eravi un solo
essere, un solo; e il resto era infinito.
Che ne dite? Io dico che se v'ha una persona capace
di rimanere indifferente alla fine di questi versi,
quella persona è più degna di compianto che disprezzo.
È una diseredata.
Piccolo intermezzo in prosa.
«.... dal dolore, dal solo dolore nascono le grandi cose, e sorgono i
forti caratteri come il fiore dalla spina. Nella gioia l'uomo è sbadato,
imprevidente, infecondo; le belle qualità dell'animo e della mente, non
sono o non si palesano negli uomini felici: una sventura le fa
scintillare, come l'acciaio, la pietra focaia».
_G. Giusti._