Or tremule, sui monti e su le arene,
crescon ne la lunare alba le imagi;
materiati d'oro alti palagi
e torri ingenti assai più che Pirene.
Salgono scale in luminose ambagi
con inteste di fior lunghe catene.
Come navi in balia de le sirene,
ondeggiano le pendule compagi;
poi che Morgana, in dolce atto giacente
ne 'l letto de la nube solitaria,
quasi ebra di quel suo divin lavoro,
ama seguendo un carme ne la mente,
cullare da le man languide a l'aria
la città da le mille scale d'oro.
Che bellezza, non è vero? che fragile e preziosa bellezza questa
immaginosa visione! Guardiamoci dal determinarla in qualunque modo. Si
sciuperebbe. I miraggi non si possono analizzare nè descrivere. I
miraggi si adorano, si piangono, in silenzio.
Udite, ancora, poichè non voglio lasciarvi l'adito al dubbio che tutti
questi splendori affascinanti non rivestano che parvenze. Il palpito
umano c'è, ora gentilissimo ed ora violento, ma sempre d'un'efficacia
singolare. Il primo è un _Rondò_, un gingillo per voi, signorine:
Entro i boschi alti e soli
(era la luna piena)
fluiva in larga vena
canto di rosignoli.
Da 'l triste inno corale
pendeva Ella, in ascolto.
Chino su 'l davanzale,
io pendea da 'l suo volto.
Non i miei lunghi duoli,
non del suo cor la piena
a la notte serena
diceano i rosignoli
entro i boschi alti e soli?
L'altro è un frutto trapiantato da poco nel mio verziere. Appartiene
alle «Nuove rime» recentissime, nelle quali la seconda maniera
D'Annunziana fa già capolino. Il massimo effetto d'impressione ottenuto
con la massima semplicità: