Giugno 1891

Fiori d'arancio.

Io detesto la poesia d'occasione. Dalle canzoni e dai sonetti, scaturiti

nei secoli scorsi per amore dei cardinali morti e degli arciduchi vivi,

agli inni e alle liriche d'oggi per le esposizioni e per le nozze, l'ho

trovata sempre abbominevole. La rettorica ed il convenzionalismo vi si

trincerano come in un ultimo rifugio dove possono ancora tiranneggiare

nell'accolta di tutto ciò che di più goffo, di più falso, di più

antipatico e di più disarmonico ha il vocabolario italiano.

Muore una persona cara, ed ecco una poesia vestita teatralmente da

funerali che viene a chiamarcene _orbati_ e a dire in nostra presenza

alle Parche un sacco di villanie: c'è una giovinezza che si consacra

all'austerità, ed ecco che me la insudiciano d'_unto novello_ e me la

assordano a furia dei rimbombi e degli echi del Sion: due felici fanno

di due vite una vita fra le benedizioni del cielo e della terra, ed ecco

inseguirli spietatamente nel loro volo un'orda di lirismo dove c'è per

lo meno mezza dozzina di tempi del verbo _impalmare_, tre o quattro paia

di _fausti nodi_, qualche _ara_ e una donzella che, poverina, in tutto

questo rimenìo fa davvero pietà.

Un orrore, ripeto, una calamità che ero ben risoluta d'odiare senza

restrizioni per il bene d'Italia quando un nitido e snello fascicolo,

fregiato d'un nome che mi è caro, è venuto, ha parlato, mi ha

intenerita.... La causa è vinta. Chi ha ingegno vivo e originale, chi è

poeta vero, scriva, scriva sempre; scriva per chi nasce, per chi muore,

per chi ama, e Dio lo benedica. Se è poeta vero, se ha caldo lume

d'ingegno, uscirà sano e salvo dalle pastoie e dalla banalità; saprà

trovare la nota sentita e soave a cui il cuore risponde, le fantasie

leggiere che si traggono lo spirito seco. Così ha fatto Elda Gianelli,

nome che nella nostra letteratura oramai suona forza e armonia. Nella

civettuola eleganza dei tipi del Balestra di Trieste, ella dedica a

un'amica che si fa sposa, undici sonetti che, a parte la fattura

squisita, racchiudono tutto ciò che di più radioso e tenero e soave

possiede un'anima di donna quando la mente la illumina e detta Amore.

Alla fanciulla che sta sulla soglia della vita nuova, nel solenne e

pauroso momento in cui si sommerge il passato e non emerge ancora

l'avvenire, parlano le cose con una delicatezza semplice e pagana. Essa

trepida ascolta: sono le voci buone, le voci protettrici della sua

adolescenza, gli addii supremi e mesti della sua prima vita che muore.

Tutto vuol richiamarsi al pensiero di lei: e i «fantasmi vaghi della

mente giovinetta» e il primo raggio di amore; e la casa dolce che l'ha

difesa, come il cristallo la fiamma, da ogni alito impuro; e i libri che

riunirono due giovani teste amorose, e il ricamo che riuniva i pensieri,

e il pianoforte che faceva battere all'unisono i cuori: e dalle piante

memori, dal letto verginale su cui scesero i sogni, dai «buoni alberi

amici», dalle conscie sabbie dei viali, piovono saluti sorrisi di

propiziazione alla fidanzata pensosa. E l'amica che la guida in questo

congedo sentimentale ripensa seco, con pensieri ed espressioni in cui la

materialità della parola quasi dispare sotto il profumo, i delicati

episodi e le ore azzurre fra cui tramò ella la sua gaia rete d'amore. Ma

per non sciupare di più colla mia analisi al microscopio quell'alata

poesia, ecco uno dei sonetti migliori:

E ti dicono addio soavemente

Le cose intorno, e ognuna in sua sembianza

Dei brevi anni vissuti alla tua mente

Guida il sorriso d'una ricordanza.

Dalle pareti della conscia stanza,

Che tutta investe i rai del sol presente

Sfilano luminose in gaia danza

L'ore auguranti all'anima che assente.

E il picciol letto abbandonato dice:

La bella testa che da qui partia

Or sovr'altro guancial posi felice.

Arride dal balcone il cielo aperto

Che la leggiadra fidanzata spia;

Brilla il ner'occhio a interrogarlo esperto

Oh la suggestione e la gentilezza di quell'idea del piccolo letto

abbandonato, il piccolo letto a cui sono noti i sogni, che ha parole di

così mesta soavità! Non si può leggere con indifferenza questa pagina,

poichè chi di noi non vede cogli occhi dell'anima un piccolo letto, che

sapeva solo i sogni, similmente abbandonato? Chi di voi, fanciulle, non

intravede il giorno che lo abbandonerà? Non so resistere al diletto di

ridire un'altra poesia -- l'ultima -- che ricongiunge come un nodo

ideale questa fragrantissima ghirlanda:

Questo il lieto tuo fato: esser amata

E amar felice. Non a tutti ei splende

Che intreccian nozze. Non a tutti rende

Cosí piena mercè l'immacolata

Bella luce d'amor. Non una offende

Nube l'azzurro della tua giornata,

E la tua giovinezza avventurata

Da un fido porto a un fido porto stende

La candid'ala di procelle ignara;

In un nimbo gentil di poesia

L'anima al nido placido ripara

Dolce sognante. E su le nove soglie

Dal ciel dorato della fantasia

La sorridente realtà Ti accoglie.

Leggiadra bruna incognita, che passate dal sogno alla realtà senza

risveglio, dovete essere ben contenta di annoverare fra i ricordi di un

giorno indimenticabile le nitide pagine dal nastro azzurro che la vostra

amica vi dona. Per Voi sono più che versi armoniosi, sono atomi della

vostra esistenza che hanno preso forma e colore per scortarvi come

facelle amiche lungo l'ignoto viaggio dell'avvenire: è lo specchio

magico della buona fata, il piccolo e prezioso specchio nel quale

troverete ognora riflessa la serenità mite di una primavera a cui vi

sarà dolce, forse, di ripensare fra le pompe dell'estate ardente. E

possiate rimirarvi in mezzo la vostra immagine sempre così, come oggi,

nella gaia veste ornata di fiori.

L'ultima Primavera.

[Memini, Chiesa e Guindani, 1894.]

L'essenza della femminilità in tutto ciò che ha di più fine, di più

intuitivo, di più velatamente appassionato, di più profondamente tenero;

il fiore più delicato e più fragrante d'un ingegno sul meriggio per cui

il dar forma al pensiero non è più un faticoso esercizio ma una facile

consuetudine; la nota indovinata, giusta, fra la pittura esatta della

verità e le sfumature della poesia; l'equilibrio difficile fra

l'indagine psicologica e il movimento dei personaggi; questo, e più

ancora, ho trovato nel fresco libro dalla veste ideale che non inganna.

Chi è Memini? Io non so. Ma credo di poter affermare che abbiamo a fare

con una vera signora. Finalmente! si respira, in questo andirivieni di

donne-scrittrici, non tutte gentili, che scambiano la sgarbataggine con

la forza e fumano la sigaretta anche in letteratura! Memini, l'ho detto,

è soavemente donna e signora; non perchè la sua arte ce lo confermi

cincischiandosi in analisi da sarta e da tappezziere, o perchè ci fa

vivere in un ambiente leggittimamente aristocratico; ma per una specie

di delicata riservatezza, per la grazia semplice e tranquilla di cui si

vela il suo stile, sempre, anche nei momenti del più alto lirismo, anche

nei momenti della più intensa passione, raggiungendo, in tal maniera,

una semplicità suggestiva e un'efficace sobrietà. Le scene più

drammatiche del suo romanzo, qualche punto scabroso, sono tratteggiati

con bravura a luce e ad ombre sapienti, e l'immagine nella sua rapidità

ci è resa viva e completa così che non ci par riflessa ma veduta. Lo

stesso nell'analisi delle sensazioni, degli stati d'animo dei

personaggi: la preparazione è tanto graduata, li conosciamo già tanto

bene per quello che dicono, per quello che fanno, per quello che

l'autrice, accortamente in una pennellata, ce li presenta, che si

prevede già ciò che _sentiranno_, ciò che penseranno, ciò che

decideranno in quella data occasione. Poichè tutti sono veri e vivi, ed

hanno un'individualità propria, tutti, perfino i più insignificanti; e

si muovono così bene nel loro ambiente in cui s'intravede dietro a loro

altra gente ed altri caratteri e altre passioni, come nel mondo. Trovo

qui che Memini ha superato vittoriosamente un gran scoglio: quello della

prospettiva, del fondo; direi volentieri della messa in scena; scoglio

da cui non si guardano sempre nemmeno i nostri valenti, e che guasta

qualche volta l'idea e la forma migliore. L'azione sia pur di due od

anche di un individuo solo, ma non agiscano nel vuoto, ma intorno ad

essi ci sia la folla -- indifferente, poco importa; ma è necessario

indovinarla, è necessario intravederla, bisogna saperla là, e non col

mezzo di qualche personaggio secondario messo per riempitivo, ma

complessivamente; dei nomi, delle abitudini, dei tratti caratteristici,

dei saluti, dei legami, degli obblighi; ciò insomma che penetra dal di

fuori anche nella vita più appartata. Zola è in questo insuperabile:

ogni suo romanzo è un mondo. Da noi, ma non sempre, i meridionali:

Verga, il D'Annunzio, la Serao.

Ecco ora questa dama gentile riuscirvi perfettamente. La sua _Ultima

primavera_ è una primavera fiorentina che tutti respirano e vivono. Ma

la primavera più fragrante, quasi gravosa per dolcezza, la vediamo

schiudersi nel cuore della protagonista, la contessa Elisa, una figurina

che ha una vaga aria di famiglia con le più delicate figure di Bourget.

La trama del racconto è, credo, oramai nota e semplicissima. Un'amica di

provincia raccomanda alla contessa il suo unico adorato figliuolo ed

essa nell'iniziarlo agli usi della società in cui vive, nell'occuparsi

del suo benessere morale, nel plasmarne la personalità, se ne innamora

appassionatamente. Ma fra Elisa e Roberto ci sono sedici anni di

differenza, e questa donna elevata dalla vita un po' solitaria e tutta

intellettuale in cui si era compiaciuta, crede di non aver diritto di

avvincere a sè quella giovinezza per sempre, e vi rinunzia. Se non che,

non avendo per sostegno alcun dovere nella rude lotta, l'amore dilaga e

trionfa proprio quando Roberto, che ignora lo sottigliezze spirituali,

punto dal rifiuto di lei che credeva non potesse riguardarlo che come un

ragazzo troppo inferiore, s'è gettato nelle reti di una vecchia sirena

sempre tesa a raccoglier vittime nuove. Così muore l'ultima primavera.

L'analisi di quest'amore triste e supremo, dai primordi in cui non è che

tenera sollecitudine quasi materna, alla fine in cui prorompe con tutta

la violenza possente di un sentimento ancora non provato, è miniata

insuperabilmente per finezza, per misura, per divinazione. V'hanno dei

momenti in cui, se l'autrice non avesse la mano così leggera e l'intento

di mantenersi in una sfera ideale così risoluto, avrebbero potuto

degenerare nella sguaiataggine o in un verismo crudele. Ma, o la

protagonista con la sua schiettezza quasi ingenua, o l'autrice col suo

intervento di signora, o lo stile pieghevole e corretto, hanno sempre

tutto salvato. E in quella mirabile scena, prima del primo duello di

Roberto, così satura di emozioni e così laconica, noi possiamo vedere

quella bella testa virile piegare sul florido petto di quella donna

amante ed amata, senza che alcuna suggestione meno che pura offuschi la

delicata visione. Udite:

«Lentamente, come sopraffatto dall'intensità delle lotte segrete

ch'egli aveva sino a quell'istante saputo dissimulare, Roberto

chiuse gli occhi, e, a guisa di uno stanco fanciullo, posò il

capo sul petto della contessa. Lo sguardo di quella donna ebbe

lo smarrimento vago d'un'estasi. Ella non si risentì nè si

ritrasse. Tacque. Ma sotto il morbido rialzo del seno i violenti

battiti del suo cuore giungevano all'orecchie di Roberto.

-- Ah, -- mormorò questi, quasi inconsciamente, -- morire... non

sarebbe niente. Ma così... nevvero?

-- Così -- susurrò Elisa, come un'eco lievissima involontaria.

Ci fu una lunga pausa, di quella pace, di quel silenzio.

Nient'altro.»

Perfino la figura di questo Roberto che non è che giovane, bello, forte,

sano nella luce diffusa sapientemente su tutto il libro ci apparisce

sotto il suo aspetto meno materiale. Noi sappiamo che è sensuale,

egoista, un buontempone inutile all'opera e al pensiero. Ma lo vediamo

poi tanto ingenuo nei suoi difetti ch'egli (ah che sollievo!) non si

cura di analizzare nè di distinguere, lo vediamo così pieno di rispetto

verso quella donna di cui riconosce francamente la superiorità, e

riscontriamo in lui, nelle circostanze, un tatto, un criterio e una

forza così spontanei, che se anche non ci desta simpatia, possiamo

giudicarlo imparzialmente. In tal modo questa e le altre figure hanno un

rilievo spiccatissimo, un valore tutto oggettivo. La vecchia duchessa,

Marina, il povero russo tisico e milionario, il poeta abruzzese sempre

un po' selvaggio, Dino Follemare dalla grazia rassegnata, la grossa zia

d'Elisa, Tecla, la mamma di Roberto valetudinaria, Marcello Plana ci

popoleranno la mente per un pezzo, come creature fra cui avessimo

veramente vissuto per qualche tempo. L'autrice, ripeto, non ci mette di

suo che la leggiadria soave e piana della narrazione, nè frettolosa nè

lenta, interrotta con una chiusa sempre efficace nei brevi capitoli che

paiono una ghirlanda di roselline di maggio. Se Memini non è una

figliuola della Toscana, lo è per la lingua agile e pieghevole, per una

punta d'arguzia sempre latente nel dialogo, per quella grazia armoniosa,

soffusa anche nella gaiezza d'una certa mestizia che raggentilisce in

Toscana ogni opulenza della natura o dell'arte, che fa ripensare alle

concezioni delicate che sorgevano fra i fiori dei calendimaggi

fiorentini del quattrocento.

Si potrebbe notare, per amor del vero, qualche piccola sciatteria

sfuggita nella scorrevolezza del dire, qualche strozzatura, qualche

vocabolo esotico che se passa inosservato in una conversazione

frettolosa, offende in una pagina di stampa italiana come un leggero

strappo che riveli qualche povertà; ma sono nèi che si sommergono nella

blanda fulgidezza dell'opera gentile dov'è più sentimento che pensiero,

più eleganza che originalità, più larghezza d'osservazione che

profondità. Ma non ce ne lagnamo troppo. Le donne vere minacciano di

diventar rare nell'arte come nella vita. Di studi tenebrosi e misteriosi

intorno alla psiche umana, di vivisezioni feroci, di drammi paurosi e

cupi e fantastici della coscienza, di acrobatismi di lingua ne abbiamo

ancora da saziarcene per un pezzo. Il più difficile per chi legge per

diletto e non per dovere (ah fossi anch'io tra questi!) è di trovare da

dilettarsi. Ebbene; con l'_Ultima primavera_ si ha già trovato.

Opere buone.

In mezzo a tanta faraggine di produzione letteraria scipita o dannosa --

e, in un'altra categoria insufficiente o pedante, alleggerisce proprio

l'anima, d'imbattersi in qualche volumetto nel quale l'intento di

giovare sia vero e serio come il valore dell'opera: nel quale si trovi

un ingegno che rinunzia a qualche pompa di vanità più effimera ma più

abbagliante, a qualche soddisfazione più egoistica e più intera, per

immedesimarsi nel pensiero di qualche grande e farlo scintillare nella

luce più chiara e divulgarlo come un verbo di bellezza pel mondo. Sono

apostoli dell'arte, nelle loro rinunzie, nel loro ardore, nella loro

fede. Fra costoro stanno i traduttori valenti com'era il Maffei, come è

ora il Sanfelice per lo Shelley, il de Gubernatis e il Pizzi per le

letterature orientali; i ricostruttori del passato come il Ricci, il

Masi, e così via.

Ci sono gli studi danteschi. Mai, s'è detto, il nostro maggior poeta è

stato più letto, più studiato, più commentato che nel nostro secolo che

conta della Divina Commedia il maggior numero d'edizioni: ed, oltre

gl'innumerevoli studi, giornali e pubblicazioni speciali.

Eppure a nessuno, con tanto «divenir macri» alla nostra volta per

intender ciò su cui il poeta affaticava la sua poderosa mente -- a

nessuno era venuta finora l'idea che la maniera più acconcia e più

semplice per rendere accessibile il gran lavoro, era di ricomporlo coi

suoi stessi elementi nella prosa -- farne una vasta leggenda, una

magnifica fiaba per il popolo e per i ragazzi e per i profani, per

invogliare intanto questa gente, per darle adito, se può e vuole, a

ricercare da sè le bellezze adamantine di cui ha visto sfavillare una

sfaccettatura. Quando la fantasia, la curiosità son deste, la ricerca è

più naturale e più dilettosa; e quando si trova in bell'ordine chiaro ed

armonico l'esatta esposizione dei concetti, molta parte della difficoltà

è rimossa e vinta. Il filo d'Arianna di questa lucente prosa ci guiderà

attraverso i laberinti della poesia.

L'idea era semplice e ingegnosa. Una specie dell'uovo di Colombo. Come

mai nessuno ci aveva pensato prima? Ma il difficile è appunto questo:

pensarci.

Il professore Agostino Capovilla, a cui balenò la felice idea, ce la

presenta ora incarnata nell'operetta geniale e buona sotto un titolo e

in un'edizione che rivelano il generoso intento di farne partecipi

tutti.[5] Egli scrive nella modesta prefazione:

[5] La Divina Commedia presentata senza il sussidio dei commenti. L.

Cappelli edit. Rocca S. Casciano -- L. 1,50.

«Benchè la Divina commedia sia dichiarata il nostro poema nazionale, la

Bibbia degli Italiani, gli italiani però -- fatta eccezione dei dotti e

dei letterati -- o la conoscono per averne sentito parlare o ne hanno

letto appena alcuni canti: i soliti, per quanto insuperabili... L'aiuto

dei commenti, dal quale non è quasi mai disgiunta nessuna edizione della

Commedia, se vale a rendere più o meno intelligibile il testo e i

concetti danteschi ai volonterosi agli studiosi, agli appassionati,

rende però la lettura faticosa e penosa per loro, e una vera _via

crucis_ per tutti quelli -- e sono i più -- che leggono a scopo di puro

ricreamento; per quelli che sono desiderosi di apprendere i fatti, di

conoscere i personaggi, di vedere i luoghi, e non si curano di questioni

filosofiche, letterarie, teologiche: per quelli appunto ai quali Dante

pensava scrivendo il suo libro. Il libro che io pongo in mano alla

gioventù, al popolo anche, sta fra la versione in prosa e l'esposizione

sommaria. Toglie il superfluo, l'algebrico per dir così il non bello:

espone tutto il resto con dizione facile e piana; ne' luoghi più eletti,

colla dizione stessa del poeta voltata in prosa, rammodernata negli

arcaismi.»

E così è. Un libro che può dilettare, ripeto, come una gran fiaba, o

come qualcuno di quei vecchi romanzi cavallereschi di gesta e

d'avventure. Le figure su questa superficie livellata spiccano tutte con

un rilievo più marcato, con colori più vivi, con luci più sfavillanti;

sia nell'inferno in cui paiono fusi insieme i geni di Michelangelo e di

Shakespeare; nel Paradiso, arido e splendido; nel Purgatorio, nella più

divina della cantiche dove non è più il dolore e non è ancora la gioia,

dove la mestizia soave e blanda è nel verde, nei fiori, nei crepuscoli,

nelle voci; dove è un sospirare e un desiderare umile e ardente -- dove

le donne che più hanno amato e pianto, e i cavalieri che più hanno

perdonato e gli artisti che più hanno sofferto, lievi passano e si

nascondono: e gli angeli sono umani e pii, e il poeta pagano ha il cuore

oppresso dal divieto supremo e il poeta cristiano l'anima anelante alla

sua diletta che gli sarà concessa per lo spazio di un sogno... Se la

Divina Commedia è la Bibbia degli Italiani, questo è veramente il salmo

dei dolenti -- giacchè per sentirne riflesse nello spirito le verità, le

consolazioni alte, le bellezze, bisogna avere faticato su per l'erta

della vita fra le lagrime e i pesi e il fuoco, come l'Alighieri in

ispirito sul mite Calvario...

Ma invece delle mie insufficienti manifestazioni sarà più opportuno

riportare un brano della meritoria operetta del Capovilla per

dimostrarne meglio il valore e l'utilità. Scelgo a caso:

«Era già l'ora, che ai naviganti, nel dì in cui hanno detto addio ai

dolci amici, volge il desiderio verso la patria e intenerisce il cuore:

e che piange d'amore il nuovo esule s'egli ode alcuna campana di

lontano, che paia piangere il giorno che si muore. Quando Dante

incominciò a mirare una di quelle anime, che levatesi in piedi, colla

mano chiedeva alle altre che la ascoltassero. Ella giunse, ed alzò ambe

le palme, fissando gli occhi verso l'oriente, così come dicesse a Dio:

«D'altro non mi cale che di Te, Signore!» Poi le uscì di bocca: -- Te

lucis ante (_Prima che termini la luce; inno della chiesa a difender

l'anima dalle tentazioni notturne_) devotamente e con note dolcissime. E

le altre anime, colla medesima dolcezza e devozione, l'accompagnarono

per l'inno intiero, tenendo gli occhi al cielo. Poi taciti guardavano in

su come aspettando.»

Se lo spazio me lo concedesse vorrei trascrivere molto di più, ma dal

brevissimo saggio ognuno può farsi un'idea dell'intero lavoro. Io chiamo

queste opere: opere buone.

Italia e Poesia.

Ad un incredulo.

.... Poichè ho la fede, lasciatemi parlare; -- e non per la velleità di

convertirvi, state tranquillo, nè per un irriflessivo senso d'orgoglio

nazionale, e neanche per la vanità d'impancarmi a predicatrice: la fede

è degli umili; -- degli ignoranti, potreste dirmi; -- ma non importa:

sia ignoranze, sia illusione, sia amore, la fede è bella e fa del bene e

va rispettata.

Io credo dunque alla superiorità del genio poetico italiano, e chi non

ha mai accarezzato questa dolce idea mi scagli... il primo _elzeviro_.

Ci credo; e l'altro giorno in questo stesso giornale[6] a proposito

d'una poetessa gentile ho arrischiato l'osservazione che la prosa

francese contemporanea vince la nostra come la poesia italiana vince la

poesia francese. Pensavo candidamente che il dirlo in Italia non doveva

essere un'imprudenza; invece... ho motivo di credere d'aver provocato

una varietà infinita e graziosa di smorfie a giudicare da quella caduta

sul margine -- la vostra -- -che arrivò fino a me.

[6] Idea liberale (Milano 1892).

Non è questione di _chauvinisme_, ve l'ho già detto. No, poichè la

superiorità non la trovo tanto nelle personalità artistiche come nella

poesia per sè stessa nell'arte poetica in generale. Nella poesia

italiana si mesce un elemento nuovo, sottile, che le altre poesie non

hanno: un elemento, dirò così, complementare, che infinite e varie cause

concorsero a formare. È l'atavismo di dignità più immediato, della

lingua latina? È l'eco del _dolce stil novo_? È la dovizia lussuosa dei

vocaboli? È il cielo? il sole? i fiori? le memorie? -- La poesia in

Italia non è come negli altri paesi: vi brulica come i pulviscoli nel

raggio l'aria ne è intrisa -- vola per le bocche del popolo, s'insinua

tra i banchi degli scolari, sorride dalle cattedre, risuona nei campi,

trema o esulta nelle chiese -- perfino il giovine clero, liberato dai

Greci e dai Romani, scrive rime d'ispirazione -- perfino il Papa compone

in poesia... Convien dire che l'influsso sia potente...

La quantità non forma la qualità, convengo -- ma data la straordinaria

abbondanza, bisogna pur considerarla come una forza; -- poi più fiori ci

sono da distillare, più essenza se ne ritrae, è indubitato. Voi mi

diceste d'essere ammiratore della poesia francese contemporanea e mi

snocciolaste una dozzina di nomi che io ammiro quasi quanto voi senza

smuovermi dalla mia opinione. Ora facciamo una prova: pigliamo per

esempio la più bella poesia del Carducci -- il _Canto dell'amore_ o

l'_Idilio maremmano_ o un sonetto o, che so io, quella che d'accordo

troveremo la migliore, e mettiamoci accanto la miglior poesia del

miglior autore francese (chi contrapporrete al Carducci? Baudelaire?

Richepin?): leggiamole tutte e due; e vi sfido a sostenere che quella

che dà maggior diletto estetico è la francese. Ridete? rido anch'io, ma

è così! Ho la fissazione, vedete, che lo spiritello vincitore s'annidi

nell'idioma nostro, nel soave idioma che fa così armoniosa la rima --

l'idioma caro e scellerato che tiranneggia i prosatori e che si

abbandona con tanta docilità nella lirica e vi si adagia con tanta

sovrana eleganza con tanto gentile impero, come se fosse quella la sua

vera e naturale dimora. Io non chiamerò la poesia francese, come Heine

che la detestava, «_acqua tiepida rimata_»; ma osservo che la morbidezza

e la delicatezza suprema della lingua francese che fanno la prosa, per

grazia carezzevole, inarrivabile, stemperano la poesia e le tolgono la

sua maggior forza e il suo maggior pregio: la sintesi. Quando Victor

Hugo volle esser più grandioso fu iperbolico, quasi grottesco; Leopardi

cantando l'umile poesia degli orti e della vita rusticana fu quasi

solenne. E lasciando in pace Leopardi e lasciando anche il Prati,

l'Aleardi e lo Zanella, de' quali -- come dite giustamente -- non è più

tempo, perchè non ci ricorderemo noi, oltre che del Carducci, di Olindo

Guerrini che fuse pure nella gran corrente della poesia italica una vena

distinta e canora di poesia individuale; del d'Annunzio, l'incantatore;

di Rapisardi ciclopico; del fine autore di _Valsolda_, e di Praga, di

Boito, di Graf, di Panzacchi, di Mazzoni, di Cannizzaro, di Marradi, del

Costanzo, del Tanganelli, del Pascoli, del Giorgieri-Contri, del

Pitteri, del De Amicis che ebbe pure accenti di consolante ed elevata

poesia, di tanti altri infine che si rivelano tuttora poeti eleganti e

valorosi e che sarebbe lungo troppo enumerare? Se in Italia ci si

potesse persuadere, in letteratura come nelle altre cose, che della

sostanza ce n'è ancora e buona, se invece di trattare ogni nuovo frutto

dell'ingegno nazionale come Mefistofele tratta il povero mondo nel Sabba

romantico, ci si adoperasse con coscienza e gentilezza a metter in luce

il bello e il buono; ad essere un poco più facili nella scelta dei

nostri libri e un po' più difficili nella scelta di quelli degli altri;

se almeno le signore -- le colte e le intellettuali che hanno pur tanta

parte nella vita morale d'una nazione -- non arricciassero il naso a

tutto ciò che sa d'italiano e mettessero nel conoscere e nell'insegnare

bene ai figliuoli la lingua materna la diligenza che mettono

nell'addomesticarli e nell'addomesticarsi con le lingue straniere, molte

nubi si straccierebbero dinanzi alla classica stella d'Italia. Che lieta

maraviglia, pensate, se da un giorno all'altro ci trovassimo guariti

dalla brutta malattia della diffidenza e del disprezzo verso tutto ciò

che è nazionale!

Dal mio Verziere.

[Pubblicato la prima volta nella «Cordelia», giornale per le giovinette

-- Anno XI.]

Una donna soletta, che si gía

Cantando ed iscegliendo fior da fiore.

_Purg. XXVIII._

Pochi accordi di preludio. Leggiadre signorine, siete pregate di far

capolino un momento nel piccolo santuario dove penso e lavoro. Su quel

mobiluccio d'angolo, guardate, fra la lucernetta antica e il ritratto di

una diva da molto tempo dimenticata, c'è un modesto albo di felpa rossa

che, poveretto, lascio sbadigliare settimane tra quei vecchiumi,

dimenticato anche lui. Fu in un malinconico giorno di emicrania e di

solitudine che mi ricordai del vecchio confidente, che lo attirai fra i

cuscini della mia poltrona. Sulla prima pagina un nome e una data,

scritti da una mano ventenne; poi altri nomi illustri, simpatici,

italiani, e tutti, o quasi, della letteratura militante. I versi agili,

mesti, spigliati, gentili si rincorrevano sulle nitide carte

rettangolari dall'orlo luminoso, alternandosi a brevi prose trascritte

da tutti i lati, capricciosamente. Fresca com'ero della lettura

dell'ultimo libro di Corrado Ricci, la mente corse subito alle pagine

più belle, a quei «due suoni disuguali d'acque cadenti che sembravano

rispondersi.... Un gorgoglio limpido come un trillo di usignolo e un

murmure più lontano, cupo, lamentevole... Sembrava un dialogo cantato in

una musica indistinta ma carezzevole e soave». Così il Ricci; e questo

io pensava scorrendo le liriche e le brevi prose. Due toni: il maggiore

e il minore, i sorrisi e i sospiri nell'eloquio ugualmente dolce,

iridato, melodioso. Qua e là gli stornelli costellanti il fondo, come

fiori.

Allora, coi fiori, mi venne il pensiero della _Cordelia_ primaverile, di

voi, signorine, ed ebbi il desiderio di indugiare con voi nel mio

giovanile verziere. Prima però debbo avvertirvi che le creazioni che

incontreremo non sono sempre le migliori che uscirono dalla penna dei

loro autori, ma sempre le più adatte a voi e quelle forse che voi

medesime preferireste per conformità di sentimenti e di tinte, come io

preferivo. Ancora: non ci troverete novità. Vari di quei componimenti li

avrete letti dove li colsi, sulle strenne o sui giornali. Ma

aggruppandoli intorno al nome dello scrittore ci daranno un profumo più

distinto e più acuto, svelandocene la personalità; poi qualche sfumatura

imprevista del pennello divino la troveremo sempre, non dubitate. Volete

dunque? Sì? Muoviamo.

Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica · 第 39 / 97 题