II.

_Cosimo Giorgieri-Contri_: _Lo Stagno_

Quando, parecchi mesi or sono, mi piacque occuparmi dell'arte elegante e

finissima del Giorgieri Contri, il quale (noncuranza piuttosto unica che

rara in questa fiera delle vanità) non ha ancora raccolto i suoi bei

versi[4], accennai pure al romanzo futuro che era appena, allora, una

promessa. Ora il volume è uscito nella classica bianca veste battesimale

dalla più solerte casa editrice d'Italia, ma ciò che è meglio, ha

realizzato quasi interamente quello che ci si attendeva da lui.

[4] Gli ha raccolti sotto il titolo: _Il Convegno dei cipressi_.

(Milano, Chiesa e Guindani, 1895) e fecero già il giro dell'Italia

meritatamente apprezzati e applauditi. N. d. A.

Nella prima pagina, nell'atrio, troviamo l'autore fra un gruppo d'amici

che ci mette in guardia contro questo «povero libro ineguale, scritto a

diversi intervalli di tempo: la prima parte nella giovinezza che spera e

sogna ancora, la seconda nella giovinezza che muove già alla quiete,

donde non vengono più luci di speranze o di sogni.» «I critici -- ci

avverte ancora -- lo troveranno troppo slegato e i dilettanti troppo

semplice...» Ma noi gli sorrideremo e passeremo oltre senza dargli

retta.

Sono quasi trecento pagine d'una colorita delicatezza, che si suggono

dolcemente, si respirano, se ne resta intrisi. Tutto diafano e molle e

suggestivo come in una notte plenilunare; tutto di una poetica tenuità

di sogno, d'una semplicità malinconica di vita vera, seducente il nostro

spirito col fascino dei libri pieni di pensiero, più sottile, più

penetrante di quello dei libri pieni d'azione. In queste pagine,

raccolte sotto il titolo simbolico e a parer mio non troppo esatto di

«_Stagno_», si svolge la storia di un'anima troppo delicata che non

trovando o non avendo la forza di cercare appoggi nell'amore, nell'arte,

nell'amicizia, nel lavoro, si ripiega miseramente sa sè stessa medicando

le sue ferite con una filosofia desolata.

Con la mano abile e leggiera, usa a determinare le sfumature senza

toglier nulla della loro vaporosità, il Giorgieri-Contri ci fa sfilare

dinanzi visioni penetranti di paesaggi, di figure eleganti e tranquille,

di idilli leggiadri o mesti, analizzando aspetti, anime, cose, con

intuizione profonda, cui l'esattezza non toglie una vaga tinta di

originalità che rivela la tempra dello scrittore. Nè alcun mezzo

volgare, nessuna tragicità, facilitano col rilievo la descrizione. Non

c'è neppure il forte dramma intimo che oramai nella produzione romantica

ha preso il posto del frettoloso e ingenuo movimento dei romanzi d'un

giorno. Null'altro che le nebbie, il tedio, i languori di qualche

inverno malsano dell'anima come su noi tutti, fioritura estrema del

secolo, n'è passato qualcuno: condizione spirituale che, essendo la più

penosamente sconsolata, è pure la più difficile per l'arte che deve

essere profonda e squisita. In questo grigio velario fluttuano bensì

sogni di rosa e di viola -- aspirazioni, promesse, forse, ma

indeterminate e lontane.

Così a questo Filippo che non sa che passeggiare in campagna e in città,

solo o più o meno bene accompagnato, verrebbe voglia d'augurare ciò che

un giovane di mia conoscenza, un po' intinto della stessa pece, si

augurava come ricostituente: un gran viaggio, una gran malattia o un

grande amore. Filippo Albio ama, ma questo amore è una fiamma di

candela, oscillante, debole, che non illumina nè riscalda, che la

lontananza assopisce, gli ostacoli esauriscono, la fatalità vince quasi

senza lotta, che la morte stessa dell'amata non fa che tingere di

romanticheria. Triste amore di tempi tristi, nel quale c'è più egoismo

che passione, più irresolutezza che delicatezza -- che si fa una

barriera morale di una fisima sentimentale o che passa poi senza

scrupoli attraverso all'olocausto d'un'illibatezza immeritata. Egli per

salvare Ifigenia da un esempio triste malvagio d'amore, vi rinunzia e la

lascia sposare dolente ad un uomo che non ama e che non l'ama -- ma ne

accetta poi la dedizione come la cosa più naturale del mondo quando ella

tradita, disillusa, viene a gettarglisi tra le braccia, due povere

braccia che non hanno nemmeno la forza di custodirsi quella dolcezza per

sempre.

La figurina di Ifigenia è dipinta con un tocco elegante, leggiero,

sapiente. In lei tutto è impulso, sincerità. Una vera bambina, una vera

giovinetta, una vera donna -- di quelle che la maggioranza maschile ama:

bella e ignorante, debole e dolce, con un po' di grazia che nasconde la

banalità, fatta più per le carezze che per l'amore. Nè la fanciulla,

vittima delle sofisticherie sentimentali dell'innamorato, nè la donna

vittima dell'egoismo dell'amante, giungono a destarci una compassione

profonda -- poichè la fanciulla non ha saputo che rassegnarsi e la donna

non ha saputo che cedere, rassegnazione e dedizione nè elevata nè

intera.

Questa signorina che sa muoversi, vestirsi, passeggiare, pregare,

guardar la luna e aver l'emicrania così leggiadramente, non sente le

complicazioni dolorose di quel povero cuore malato che le batte vicino,

non posa mai la sua mano bianca sul braccio del suo compagno per dirgli,

con la voce dolce che pareva venire di lontano, una di quelle parole che

l'amore sa trovare e che non si dimenticano più. E la donna che in uno

slancio più inconsulto che generoso viene a domandar conforto a lui che

pareva averla dimenticata, non sa poi affermare coraggiosamente il suo

amore, reagire contro la fine del suo sogno, contro le fosche malinconie

dell'amato, farsi la sua salvezza, il suo angelo custode per sempre.

Rientrando sotto il tetto coniugale, vilmente, presso l'uomo che non

stima più, che non ama, che ha ingannato, il soffio di passione che

poteva essere grandioso se non puro, si spenge nell'adulterio volgare.

Una pena trista pare incombere su questa coppia gentile ed amante dal

principio del libro sino alla fine, quella di amarsi per lasciarsi, per

dimostrare non la fugacità ma l'inutilità dell'amore...

Una figura di secondo ordine, ma vigorosa e simpatica è quella di

Giacomo, l'amico di Filippo, che ha delle teorie tutte sue, originali e

profonde, sulla vita e sull'amore: «Niente riempie più nobilmente la

vita che pensare all'impossibile, -- dice una volta, -- c'è qualche cosa

di grande in questo pensiero che ti occupa, qualche cosa di orgoglioso

nel dire a te stesso che la tua vita non ha una meta uguale a quella di

tutti gli uomini, ma una meta che non raggiungerai mai e che pure

preferisci ad ogni altra più certa e più ridente, forse.»

E un'altra volta: «Nella vita tutto quanto non è stoltezza è volgarità:

amo meglio esser stolto che volgare.» Ecco un'individualista convinto!

Ma un giorno questo uomo che ci appare sereno e qualchevolta eletto nel

dolore, sopraffatto dalla sua tortura morale si uccide. Questo l'arte

non rendeva necessario e il libro ha una vena malsana di più... Squisito

libro però, malgrado quel po' di sconnessione che l'autore stesso

riconosce e giustifica; d'una squisitezza di pensiero, d'una vaporosità

di forma, d'una semplicità di stile come, pur troppo, in Italia non

siamo avvezzi a riscontrare. La prosa di questo poeta fa pensare a

quella di Bourget e di Loti, gl'indimenticabili: al primo, per la

percezione netta di qualche lato più complesso e più oscuro dell'anima;

al secondo, per quell'indefinibile senso che ha della nostalgia la

mestizia assorbente, dolce, languidamente gravosa, e che li tiene non

solo quando parlano del passato che spiega per essi tutto il suo fascino

di leggenda e di storia, ma anche quando sorridono, quando si dicono

felici. Paiono fiori cresciuti all'ombra e imploranti sempre, anche

inconsciamente, la carezza fulgida, vivificante del sole.

Trascrivo una pittura stupenda:

«Quella sera rimanemmo a lungo, ricordo, mia madre ed io seduti davanti

alla casa. La notte era profonda e splendida; i tre re brillavano netti

sul cielo d'un fulgor di mosaico e tutto il cielo pareva cosparso di una

polvere fina, come sabbia d'argento. La valle taceva immersa nel buio;

ne saliva appena il trillare dei grilli d'una cadenza lenta e dolce.

Accanto a noi qualche foglia muoveva nel vento, un grosso pino fletteva

la punta, a tratti, e a tratti pure la sabbia del viale scricchiolava.

C'era nella notte un fascino acuto; tutto pareva vegliasse e dormisse

nel medesimo tempo: una impressione strana, ma decisa. Tutto pareva

attendesse qualche cosa, sospirasse, invocasse, sperasse. E quella

strana impressione si faceva pure su me.»

Ma tutta la soave magia dell'Autore si effonde quando comincia a parlar

del passato. E non per ricordare o rimpiangere, non un passato, ma tutto

il passato in astratto -- tutta la sterminata immensità sbarrata

dall'ieri inesorabilmente. Questo amore delle cose perdute, delle cose

morte, sembra il più grande amore della sua vita, la sua idealità più

gentile, il suo sogno più caro; è certo la nota fondamentale di tutta

l'opera del giovine poeta, un ritornello triste, ma d'un incanto

irresistibile. È il Giorgieri che parla per bocca del suo personaggio,

qui:

«C'è, nel dire che una persona e un ricordo non tornerà più, qualche

cosa di così acutamente dolente che riesce certe volte per fino a

dolcezza. Non tornando più, quel ricordo o quella persona si manterranno

sempre come noi li abbiamo nel cuore, puri, incontaminati, sereni.»

E ancora: «C'è, in questo ritorno dell'anima alle cose dilette e

perdute, una tristezza così dolce che vince perfino il pensiero amaro

della vanità del ritorno. Vivere o pensare di vivere non è la stessa

cosa in fondo?»

E più in là: «Io sentivo in me come aperto un abisso dove sarebbero

andati a finire tutti i desideri realizzati d'un giorno; io vedevo, io

prevedevo la vanità e la meschinità delle cose desiderate, e pure il

desiderio restava, reso anzi più acuto da quella grande idea della fine

che passava dietro di lui.»

Infine questa riflessione così giusta e così sottile;

«Pare quasi che il rimpianto sparga sul cuore qualche cosa di così

perfidamente dolce che ogni altra dolcezza non possa superarlo.»

Queste osservazioni penetranti e delicate che incontriamo quasi ad ogni

pagina, fanno ai personaggi un fondo sfumato, quasi indistinto, ma

d'un'armonia estetica grande -- come la fusione smorta e sapiente negli

arazzi antichi nei quali non si sa quasi dove il fondo finisca e dove la

scena incomincia. Lo _Stagno_ con le sue fantasie semplici e meste

tramate d'oro, dà l'idea di uno di quelli arazzi meravigliosi, che

paiono tessuti dalle fate nel paese dei Sogni.

Così passano i poeti nella prosa, elevandola fino ad essi per non

scendere fino a lei: facendola evaporare tutta in una nebbia di profumo,

in un'irradiazione di bellezza che serba della prosa la sincerità

gentile, che ha della poesia lo splendore regale. Per questo, qualche

volta, tutti intesi nella musicalità della loro sfera, i poeti non

pensano che certi giri di frase, certi concetti, certi vocaboli possono

parere artificiosi o insoliti troppo, a chi giudica dal punto di vista

dell'idioma parlato: così anche nello «Stagno» per chi lo leggerà o lo

giudicherà coi criteri soliti applicati ai romanzi, troverà qualche neo

o nell'insistenza di qualche verbo tronco, in qualche inverosimiglianza

nell'orditura dei fatti, in una certa compiacenza esagerata dei colori e

dei profumi -- compiacenza che diventa un po' fissazione quando fa dire

all'autore che la piccola Ifigenia aveva i capelli che odoravano di

caprifoglio, e fatta donna, gli occhi, le pelliccie, i guanti, le

scarpe, le calze violette... A costo di rovesciarmi addosso gli odi del

poeta, mi appello a tutte le signore se è possibile una stranezza

simile...

Chiudendo il libro che finisce con un'affermazione desolata dell'immensa

vanità del tutto, questo libro non volgare scritto da un ingegno non

comune -- questo _Stagno_ che fra le nebbie tacite e malsane ha i

margini fioriti di tutti i fiori di primavera -- queste pagine quasi

tutte d'amore, veramente sentite, veramente sofferte, forse; mi sono

trovata a ripetere fra me le recenti parole d'un valente scrittore

francese e le ho ridette, malinconicamente: «La vie active avec ses

promesses et ses triomphes, vaut elle qu'on lui sacrifie l'amour?...

L'amour, de son côté, mérite-t-il les privations, les regrets, les

remordes qu'on endure pour lui quand on a trop écouté sa voix?... Tout

passe, tout coule, tout s'effondre: il faudrait un point fixe, au-dessus

de la vie, au-dessus de l'amour...»

Cipressi.

(A PROPOSITO D'UNA NUOVA PUBBLICAZIONE)

Fra la fulgida gloria di messidoro e il vivo zaffiro del mare che

sorride invitando, una rama di cipresso piove su una tomba.

Su quella tomba è scolpito un nome illustre, ma non è il sarcofago a cui

i giovani muovono riverenti in pio pellegrinaggio -- è una tomba

invisibile, più tenue e più triste, scavata in un cuore.

Pensiero gentilissimo quello degli amici di Giorgina Saffi, di ricordare

con lei nel doglioso anniversario delle sue nozze il compagno eletto,

allontanato per sempre dalla soave solennità domestica che ha portato

per molti anni tanta dolcezza nella loro casa, che vi porta adesso tanto

sconforto con l'affermazione d'una solitudine memore della felicità. Ma

la mesta signora deve aver pianto lagrime meno amare fra il delicato

mormorio di compianto che s'effonde da si copiosa nobiltà di intelletto

e di animo a carezzare il suo dolore.

Vecchi amici e giovani discepoli e donne gentili e stranieri posano la

rama di cipresso sul sacrario, nel cuore dell'afflitta dama, ed ella li

bacia in fronte ad uno ad uno e udendo in tutti il medesimo accento di

venerazione per il suo morto diletto, quasi suo malgrado si sente

consolata.

È un album in gran formato, d'una severa eleganza. Sul frontespizio la

efficace eloquenza di una data a distanza di poco più di trent'anni:

1858-1891 -- XXX Giugno -- un lembo di sereno. La lettera inaugurale di

Rinaldo Sperati, compilatore, è gentilissima: «....questa corona di

semprevivi germogliata dal cuore -- così termina -- possa a Lei giungere

non importuna nel dolore suo, e farle sentire che nel suo pianto sono

uniti i cuori degli amici, interpreti del dolore inestinguibile della

patria e dell'umanità.»

Vi sono versi di Swinburne, l'erede di Shelley, parafrasati dal

Rapisardi -- una lettera di Sir Stansfeld, qualche parola tracciata

dalla penna incantata di Edoardo Schurè -- un sagace discorso di Ernesto

Nathan, una memoria del Minuti, una pagina del Silingardi; poi una

rappresentanza, assai degna dell'eterno femminino: amiche, scrittrici

artiste; Teodolinda Franceschi-Pignocchi, Suzanne Thomas, Jessie Mario,

Giacinta Pezzana, Adolphine Gosme, Tommasina Guidi, Paolina

Dagnino-Agnelli passano lasciando ognuna una nota fine, spirituale,

elevata, amorosa, come solo sa trovare la donna che rimpiange e consola.

Ecco il De Amicis, il mago che noi signore adoriamo, con la sua calda e

fluente parola; «Cinque anni sono scrissi, con poca esperienza e con

meno arte ma con tutta l'anima, un libro diretto all'educazione morale

dell'infanzia. Il mio primo compenso fu di vedere i miei figliuoli

commossi da quella lettura. Un compenso maggiore furono le lettere di

fanciulli e di maestri, le quali mi dicevano che il mio libro non era

inutile. Anche più grate di queste mi furon le manifestazioni di gente

del popolo, che mostravano di aver compreso come il sentimento dominante

dell'opera mia fosse il rispetto e l'amore delle classi lavoratrici, dei

poveri, dei deboli, degli sventurati. Tutte queste soddisfazioni mi

furono ravvivate e accertate alla diffusione larga e inattesa del libro,

la quale mi provava ch'esso era ispirato a un'idea superiore ad ogni

grettezza o preconcetto di classe sociale o di parte politica. Ma la mia

soddisfazione più profonda e più cara, ma la mia gloria più bella e più

durevole fu di aver ricevuto da Forlì una breve lettera in cui la grande

anima di Aurelio Saffi mi diceva con la sua nobile semplicità: Avete

reso un servizio al nostro paese.»

Poi Olindo Guerrini con qualche motto soave pieno di pensiero, e Corrado

Ricci, il valente pennelleggiatore dei tempi andati, che dà alla figura

del Maestro un ultimo tocco sapiente.

«.... non dimenticherò mai la _buona e cara immagine paterna_ di Aurelio

Saffi. Parlando con lui il suo cuore v'aiutava a salire sino al suo

intelletto.»

Viene quindi la balda falange dei giovani seguaci che depongono semplici

e riverenti tributi: Livio Quartaroli, Giuseppe Ronchi, Giuseppe Brini,

Camillo Ugolini, Roberto Ascoli con una «memoria» così colorita luminosa

e leggiadra da farne ingelosire il suo volumetto di Rime; ultimo Ettore

Sanfelice la cui eletta lettera può servire per sintesi di quanto ho

osservato fin qui. Eccola:

_A Giorgina Saffi._

«La data 30 giugno 1858, ecco, mi schiude una visione di patetico

insieme e di eroico, che mi empie il cuore, come se udissi parte di

quella grande armonia che i filosofi antichi dicevano effondere

nell'etere gli astri girando.

«Prima vi dispose amore, poi l'eternità, e i brevi anni vissuti commisti

entrano immortali nella città ideale, a cui fu opera d'_Aurelio_

sollevare gli animi.

«Resta il forte suggello nei figli, l'adorato nume del padre s'allarga

dalla famiglia a genio della patria, a elemento sostanziale d'ogni

rinnovamento umano. E d'onde muove tutto ciò? Dall'amore.

«Con questo nome Signora, che raccoglie famiglia, patria, umanità, un

alunno del vostro _Aurelio_ osa oggi toccare la soglia del vostro

sacrario per respirarvi la presenza dell'Apostolo e della sua dolce

compagna.»

E voi Signorine a cui le mie parole sono rivolte, per quel nome che

tutto raccoglie, fate che dalla freschezza dei vostri cuori sbocci per

Giorgina Saffi una schietta espressione di cordoglio. Anch'ella ha

salpato come voi ricca di speranze e di sogni; anche voi tornerete in

porto un giorno malinconicamente così; alcuna forse designata dal

destino a essere come lei irraggiata dalla luce di qualche vivido astro

futuro, e a identificarne, lui spento, gli affetti, le memorie, gli

ideali. Ecco perchè ve n'ho parlato....

Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica · 第 38 / 97 题