_Elda Gianelli_: _Incontro_
[Trieste, (Balestra, 1890).]
Un sagace critico, il Brunetière, nel suo volume sul romanzo
naturalista, parla degli scrittori giunti al romanzo per diverso
cammino, ognuno dei quali ha le vesti impregnate di un aroma
caratteristico che s'insinua e rimane nella grande officina. «... Il y
en a d'autres qui sont venus au roman par la poésie: ceux-ci, leurs
descriptions les trahissent, et si consciencieusement qu'ils
s'appliquent à la peinture de l'exacte réalité, je ne sais quoi de
délicat et de charmant ou de douloureux et d'ému perce toujours, qui les
fait reconnaître poêtes.»
Subito si riconoscono. Come i nobili decaduti portano nella folla una
nota personale di gracilità fine e sofferente che fa qualche volta una
pietosa stonatura: così nella prosa i poeti portano qualche cosa di
esotico, di gentile, di insolito, spesso di leggiadramente inesperto che
parla del loro paradiso, perduto.
Qualche volta è una frase concentrata, tagliente che abbaglia come un
baleno e significa più che dieci pagine; -- qualche volta è un'immagine
aerea colorita, caduta là come una farfalla in un agguato: -- talvolta è
un tempestare di parole nuove, ardite che turbano e appagano, o un
zampillo luminoso che si sprigiona e sale, o la trama tutta del lavoro
che riluce aurea.
I migliori nella prosa non sono per solito i migliori nella lirica. I
poeti maggiori, quelli che hanno raggiunto la perfezione nella difficile
arte del sintetizzare, sono raramente in prosa limpidi, semplici,
ordinati, fini. Se hanno l'efficacia quasi sempre e la forza, hanno
anche quasi sempre il nervosismo o la brutalità. Gli altri invece, i
poeti un po' dilavati, all'acqua di rose come li chiamano -- in prosa
sono magici. Hanno la delicatezza, l'armonia, l'eleganza, il senso
estetico: in una parola non sono mai tanto altamente poeti come quando
scrivono senza le rime.
È forse per questa ragione che i francesi moderni ci sono superiori
nella prosa, come noi siamo ad essi maggiori nella poesia.
In questa specie di legge del taglione v'ha però una scappatoia, uno
scampo. Ed è per quegli spiriti felicemente equilibrati che non sono
intrisi ma intinti di poesia; che sotto l'involucro iridescente e
prezioso hanno una mente pratica e nutrita d'osservazioni sottili e
profonde. Sono quasi sempre spiriti forti e buoni, cui l'intima e
continua nozione della vita ritempra, non corrompe; e se talvolta par
abbuiarli di scetticismo, il velo non è mai così denso nè così
irrimediabilmente calato da non sperare che una volta o l'altra, a un
dolce raggio di sole, possa rialzarsi su un viso già fidente e già pieno
di sogni.
Hanno la forza e la grazia, sono, come lo Shelley si riprometteva di
essere, «dolci ed arditi.» La tempra e la vaghezza della loro lirica fa
sempre perdonar loro qualche possibile mancanza di forma di originalità;
e la somma sincerità d'osservazione che assurge per mezzo della verità
alla più delicata poesia, compensa la loro prosa della scarsezza
dell'elemento fantastico che qualche volta s'incontra in loro.
La colonia artistica femminile, o per la sua superiorità di senso
pratico sull'altra, o per la sua inferiorità di cognizioni scolastiche
-- deficienza spesso provvidenziale -- può vantare forse più della
maschile di codesti campioni vincitori. Oggi ne abbiamo un esempio dei
più efficaci in una donna gentile e valorosa, un'italiana di Trieste:
Elda Gianelli. Dei suoi meriti di poetessa, dei fulgori incantati che
raggiano dalle sue raccolte di versi, ebbi l'onore di parlare, e a suo
tempo persone competenti assai più di me li encomiarono. Ora mi è assai
caro di rintracciare in un nuovo volumetto di prose questo tipo muliebre
di scrittrice, ardente e severo.
Sono racconti e bozzetti aggruppati, secondo il poco simpatico uso
presente, sotto il titolo del primo racconto e del più lungo, che
viceversa non è poi quasi mai il più pregevole, qui come altrove.
«Incontro», questo nome schietto e disinvolto che fa immaginare una
cortese figura femminile che ci viene innanzi amichevolmente, è quello
della novella che inaugura il volume. Date le premesse dell'azione,
l'ambiente, i caratteri delineati con sicurezza e il numero dei
personaggi, credo che questo racconto, qua e là un po' sbiadito o
affrettato, guadagnerebbe a rifondersi in un romanzo per equilibrarsi e
affermarsi, precisamente come certe ricche nature adolescenti hanno
bisogno per esplicarsi con ordine, dello sviluppo completo. Un romanzo
che incominciasse con la scena che dà principio al racconto
incomincierebbe assai bene. Quel vecchio conte, incollerito contro i
reumatismi e la vecchiaia, non è una delle solite figure di padre nobile
da commedia: è la vera vecchiaia del libertino, del despota,
dell'egoista, arida e amara vecchiezza, più triste ancora di quella
della sua vittima: la moglie inebetita dagli spasimi morali procuratile
da lui.
Il solo fatto di quei due individui, di quelle due anime così lontane e
così barbaramente avvinte dalle leggi umane e naturali, dal matrimonio e
dall'infermità, che vivono, cioè respirano sotto lo stesso tetto, nella
stessa gran sala, accanto al medesimo vecchio camino, è di un'alta
potenza drammatica, di un'eloquenza indicibile. La Gianelli ha portato
il suo sassolino all'edificio pericolante ancora del divorzio, forse
inconsciamente: ma è una conclusione che si può dedurre, che si deduce
dalla logica implacabile dei fatti e... basta.
Un'altra figura ben delineata e viva è quella di Marcella Sanvillari
nello stesso _Incontro_; la figlia dignitosa ed onesta, quasi austera,
della madre sgualdrina, antica amante e cattivo genio del conte.
L'incontro è quello di Marcella con Massimo: i figli innocenti. A
Massimo dapprima fa orrore il progetto di sposare la figlia della ganza
di suo padre che gli renderebbe in dote la sostanza ignominiosamente
sottratta alla sua casa impoverita; ma poi, quando conosce la fanciulla,
non più giovane nè bella, ma fatta forte e degna dal dolore, se ne
innamora nel senso più alto e più nobile della parola, rinunzia alla
dote e si sposano, poveri.
Come ho detto, tranne la prima scena efficacissima e l'incontro di
Massimo con Marcella dipinto con delicata maestria e rara chiaroveggenza
femminile, questo racconto non lo direi una perfezione. Si legge tutto,
però, avidamente.
Se lo spazio non incalzasse, indugierei con diletto su gli altri
scritti, ognuno dei quali ha più di un pregio o di analisi o di
osservazione o di forma, ma non posso raccoglierli tutti in uno spazio
così ristretto: li sgualcirei. Così scelgo: _Padron Paolo_, _Settembre_,
_La giornata di Andrea_.
Non si può quasi rilevare l'azione del primo, tanto è semplice. La
figlia di padron Paolo, un agiato campagnuolo, ha troppo amato un
famiglio; e padron Paolo li discaccia entrambi, li manda in una bicocca
isolata e malsana alla miseria, verosimilmente alla morte. La penna
della Gianelli, già sintetica e vigorosa come poche penne femminili, ha
qui raggiunto il massimo della sintesi, della vigoria. Ho letto poche
cose così pietose, così tristi, della tristezza ineffabile dello
sfrondamento assoluto, eterno. Paolina non ha più un'illusione per il
suo amore che le grava solamente come un'espiazione nel momento in cui
ne avrebbe bisogno come di una fortezza e di una difesa. Ella subisce il
suo destino con la passività delle anime rozze, ma ne risente tutta la
desolazione. Vorrei potere trascrivere la pagina in cui è dipinto il
piccolo e dolente convoglio all'atto della partenza; un carretto carico
di misere masserizie, e su quelle, all'uscire di chiesa dove s'erano
uniti in matrimonio, da una parte la sposa dall'altra lo sposo «_che
volgeva il dorso, la testa giù, il collo seppellito nelle spalle,
nell'attitudine di un vecchietto immiserito_» già quasi estranei l'uno
all'altra, al sole levante, nella solitudine fredda ancora, dinanzi alla
pianura che «_si apriva come un deserto_.» Una pagina per sobrietà, per
colorito, per naturalezza non indegna dei nostri ultimi immortali del
Grossi o del Manzoni.
_La giornata di Andrea_ è più importante come svolgimento; è un vero
racconto, ben proporzionato, questo, fortemente concepito ma un po'
nebulosamente tradotto. Mi pare che la Gianelli abbia inteso di
dipingere la giornata della caduta, della fine di un ingegno, ma le
intenzioni dell'autrice attraverso il cervello bizzarro e guasto del
protagonista restano un poco nell'ombra. Pure, appunto per il suo
carattere eminentemente oggettivo che dà molto rilievo alla figura di
Andrea e molta verità alle altre, che accenna con garbo un gracile
episodio d'amore, _La giornata di Andrea_ rimane un quadro dipinto alla
brava, un quadro d'impressioni vive ed ardite.
Ma la più bella pagina del libro, secondo il mio gusto e il mio parere,
è _Settembre_. C'è tutto; delicatezza, poesia, acutezza, pensiero. Mi
pare Bourget, l'inarrivabile. È un'idealità raggiunta, un'illusione
fermata con uno spillo d'oro. Qui bisogna proprio rileggere e tacere...
«Lasciatemi sbizzarrire, diceva lo spirito del poeta, lasciatemi
piangere la melanconia sottile delle cose belle che passano, quella
profonda delle cose tristi che arrivano.
«.... Vedete il settembre, il bel settembre dal verde intatto, dagli
alberi onusti, dal cielo di cobalto e il sol d'oro che non brucia più,
dai tramonti magnifici, dalla luna stupefacente, a cui il detto popolare
vuole che sette lune si inchinino. È la bellezza il settembre, la
bellezza perfetta nella sua maturità sfolgorante, il trionfo della vita,
il compimento delle promesse di un anno intero.
«Lo salutano ricchi e poveri, giovani e vecchi. Egli è buono con tutti.
Aprile promette, settembre ottiene. Le rondini si accingono alla
partenza, i fidanzati al viaggio di nozze. Le une e gli altri ritardano
ancora qualche poco. Il sole arriva caldo ancora alle note grondaie;
settembre, il bel settembre dei nostri climi non ha fretta. È come una
dolce sosta nel tempo.»
Qualcuno ha tacciato Elda Gianelli di cercare lo strano, il bizzarro.
Veramente per muovere con fondamento questa accusa nell'atmosfera in cui
oggi ci si agita e si scrive è necessario, mi sembra, di riscontrare
anomalie tali da impensierire seriamente sullo stato mentale
dell'autore. Non si richiede niente di meno in quest'anno letterario
mille ottocento novantadue... Oppure dobbiamo credere che il diapason
dell'originalità stramba si sia spostato al punto da esser caduto al
luogo della verità che si trova troppo verosimile per esser vera?...
La Gianelli osserva e raccoglie nella vita anche troppo, anche a costo
di apparir di quando in quando umile e pedestre. La sua arte è
equilibrata, determinata, sincera, onesta. Ella non ama le raffinatezze
morbose, le voluttuose descrizioni, le cincischiature, il dettaglio.
Ella non ama neanche la vaporosità di cui qualche volta i genietti alati
della poesia paiono avvolgerla a tradimento, e di quel nimbo la sua
geniale figura si illeggiadrisce come un giovane viso di un velo. Ma se
ne libera presto, poichè ella non vuole pigliar abbaglio sul proprio
cammino e tiene a guidare con mano sicura e sapiente la propria fantasia
nelle vie stellate, infinite. La moralità, il patetico, il soave, il
bello, scaturiscono nelle sue creazioni dall'esposizione limpida e
semplice dei sentimenti, dei fatti, come i fiori delle acque. Ella
parrebbe estranea all'opera sua se un sottile profumo non rivelasse la
sua presenza vigile e invisibile; l'alito della creazione.
Dolce fatica quando Amore spira! più che dolce quando per una condizione
morale ribelle o dolorosa o insolita, viene cercata come un sollievo
all'abbondanza del cuore! L'ispirazione fluisce come il canto dalla gola
dell'usignolo, la mente tutta vibrante per la presenza del Dio dà
scintille e bagliori poc'anzi sconosciuti, si tracciano parole
meccanicamente, tutti assorti nella voce che detta dentro che non è la
nostra ma che si identifica così deliziosamente con noi. Mi pare (sono
illusa o indovina?) mi pare che _Incontro_ sia stato scritto appunto
così, nella fluttuazione nova d'una nova vita, scritto senza pena,
lagrimando o sorridendo, ma dolcemente, tanto vi scorre fresca
l'ispirazione, idealizzata ancora da un non so che di tenero, di
sommesso, di appassionato, di avvolgente... Un libro scritto in tono
minore; un libro scritto, direbbe il D'Annunzio, con la Grazia...