Cosimo Giorgieri-Contri: _Poesie_.
[Questo articolo fu scritto quindici anni or sono, quando il
Giorgieri Contri, che ora ha un posto sicuro tra i nostri
migliori poeti contemporanei, era ancora alle sue prime armi.
L'autrice di questo scritto ha la compiacenza d'essere stata fra
i primi a rilevare la delicata e originale personalità artistica
di lui. (N. d. A.)]
Una prosa, una poesia che colpisce senza la suggestione di un nome che
la illumini della luce già conquistata da tutta una produzione felice
antecedente, è un gentile trionfo spirituale per l'autore e per il
lettore. Il convenzionalismo e l'indifferenza che adunano intorno
all'opera artistica una ghiaccia ben più spessa e dolorosa di quella
dell'Inferno Dantesco, non possono essere infranti che da un ingegno
eccezionalmente saturo di vitalità. Questo specialmente per l'Italia, in
cui il nome è tutto; in cui, ahimè, troppe volte la delicatezza svapora
fra la maggioranza sgarbata e vistosa. Il Giorgieri-Contri è un giovine,
quasi sconosciuto finora, che non ha pubblicato, ch'io mi sappia,
nessuna raccolta di versi, che sta ora attendendo al suo primo romanzo;
una personalità artistica ancora in bocciuolo; il momento più eloquente
o più vago per l'arte, pel fiore. È un raccoglimento soave tra mistico e
ardente, un po' melanconico anche, come tutti gli stadi di bellezza e di
fragilità che non possono durare, che sono come le carità benigne del
vecchio Destino.
Le poesie del Giorgieri-Contri, migranti come fogliuzze su per i
giornali, non possono passare inosservate ai raffinati della vita
intellettuale. Una dolcezza tenera, insinuante, semplice, aristocratica,
come quella che spira in certi delicati versi di Bourget, di Verlaine,
scorrente nella più pura e melodiosa forma italiana: una velatura
tranquilla e squisita che sbiadisce, allontana e spiritualizza
l'immagine come nel sogno, un'eleganza artistica e rara che non
sminuisce mai, però, la freschezza della sensazione, dell'immagine, del
sentimento. E da questo felice equilibrio l'effondersi di una
suggestione di fantasia e di verità, ma buona, ma refrigerante; come una
melodia facile e gentile che pur ci ricordi un'ora lontana e divina e
tumultuosa in cui riassumemmo tutta la nostra parte di felicità.
Cosimo Giorgieri-Contri intitola «Autunni Antichi» un breve cielo di
rime, e la doppia melanconia dell'autunno e del passato impallidisce
dolentemente le visioni leggiadre. Quei suoi due amanti del secolo della
cipria e dei madrigali -- la bianca favorita -- il re -- la pensosa
signora vestita di viola -- si delineano diafani e vissuti come certe
evocazioni di Pierre Loti, l'insuperato mietitore d'asfodeli che guarda
nell'ideale come in una lente magica che gli ricompone l'inafferrabile,
e gli avvicina dalle profonde lontananze secolari, persone, voci, cose
nella loro evidenza originaria.
Ricordo il primo sonetto: «Galante Autunno».
Gli amanti sono: un giovine signore
con spada e parrucchina incipriata,
e una piccola dama dilicata,
in broccatello azzurro a passiflore.
Siedon sopra una gran pietra, baciata
da un sol d'ottobre tepido, che muore,
e la terra, dintorno, è da un dolore
di morte foglie tutta addolorata.
Che si dicono? Forse un madrigale
un po' tenero e un po' lambiccatello
L'autunno muore e il giorno: ella lo sente.
Cade ancor qualche foglia amaramente,
e nel pallido vespro autunnale
che tinte smorte ha il vecchio broccatello!
***
Segue «_La caccia_», nel quale la sfilata dei cavalieri nell'ombra
d'autunno e quel rosso orizzonte in cui il re si affisa sognando, mentre
il vento gli passa lamentoso alle spalle come un presentimento, danno
una visione e un pensiero tenace. Poi il _Labirinto_, di così fine
metafora; -- la _Favorita_ che l'autore ci fa rivivere così
delicatamente in quel suo solo ricordarne accanto a una vasca il passo
leggiero e il «pallore ducale» della mano; -- un'idea di amore e di
fugacità così sommessamente espressa al mormorio d'un filo d'acqua di
Villa Borghese; -- indi la _Pensosa_, la pensosa dama vestita di viola
che mi sembra la dama della _Sensitiva_ di Shelley: «che pareva aver
pietà dell'erba che i suoi piedi piegavano» e quelle foglie che, tornata
al castello, la Pensosa si troverà sullo strascico «omaggio del parco
autunnale alle veste viola» dànno al suo poeta un'immagine gentilissima:
e penserà che pure Ella è passata sola
nella vita, e null'altro le riman del passaggio
che qualche foglia morta che l'autunno ha corrosa.
Chiude il breve ciclo l'epitaffio scritto sulla tomba di un cane --
versi coloriti di un lieve _humor_ epigrammatico che rivelano un lato
nuovo di questa eletta personalità.
Io m'auguro, e credo che molti -- non per le mie parole ma per il
ricordo dei versi incantevoli -- si augureranno, di trovar presto il
nome del giovane poeta in fronte a un nitido volume. Oh copertine
levigate, dai raggi d'oro, copertine auree e fiorite, ospitereste
finalmente qualchecosa degno di voi!
Edoardo Bellamy.
_Nell'anno 2000_.
Ecco un libro fortunato. L'Apocalittico sogno d'una nuova età dell'oro è
stato di buon augurio al giovine autore americano. A Boston, dove il
volume uscì col suo titolo originario: «_Looking Backward_», se ne
fecero 335 edizioni; ed in Italia, nella succinta veste latina che gli
ha adattato il signor P. Mazzoni, comparisce già per la quinta volta. È
un tantino troppo, mi pare, per un libro che non meritando il nome di
romanzo, nè essendo un serio studio sociale -- titoli a cui aspira --
conviene relegare nella sezione delle curiosità. Maravigliosa gente
questi Americani! Mi sembrano titani fanciulli che si balocchino col
sole e colla luna. Edoardo Bellamy si è baloccato coi secoli. Il
protagonista del suo racconto, un tal Giuliano West, per rimedio contro
un'insonnia ostinata, si faceva addormentare ogni sera da un
ipnotizzatore nella sua camera da letto sotterranea, foderata di cemento
idraulico e coperta di lastre di macigno: il servo che solo sapeva il
segreto, lo destava ogni mattina. Ma un incendio nella notte distrugge
la casa, il servo perisce nelle fiamme, il medico ipnotizzatore era
andato all'altro capo del mondo proprio la sera prima, e Giuliano
continua a dormire nel suo sotterraneo, finchè un figlio del XX secolo,
per certi scavi, non gli rompe l'alto sonno nella testa. Suppongo che la
tromba della Resurrezione gli avrebbe cagionato meno stupore della voce
del dottor Leete che lo avvertiva garbatamente: -- Siamo nell'anno 2000,
signore».
Naturalmente Giuliano West crede ad uno scherzo; è impossibile che abbia
tanto dormito, lui che pativa d'insonnia! Ma deve pur rendersi
all'evidenza: ha proprio schiacciato un sonnellino di un secolo! e
mentre gli altri osservano curiosamente quell'uomo vestito all'antica
fra quelle suppellettili che fanno rivivere ai loro occhi un'era di
barbarie, Giuliano si guarda allo specchio... e si trova giovine,
vigoroso e sveglio più di prima. Ecco se non altro un conforto
inaspettato. Ma quel povero naufrago di un altro secolo si trova pure
assai solo, e non può impedirsi di pensare con rammarico alla
generazione sparita fra cui erano le sue conoscenze e i suoi affetti, a
quel passato che avrebbe dovuto essere il suo avvenire, alla sua
fidanzata Edith. -- Edith? -- gli dice il suo ospite; -- è la mia
figliuola. -- E gli presenta una bella fanciulla fresca come un fiore.
Giuliano se ne innamora: e più tardi apprende che Edith Leete non è
altro che la pronipote di Edith Bartlett, la sua antica fidanzata, la
quale dopo averlo pianto morto per quattordici anni aveva fatto un
matrimonio di riflessione. Sulle prime Giuliano le serba un po' di
rancore per questa conclusione, poi pensa che se la prima Edith non si
fosse consolata, l'Edith nuova non esisterebbe, e si consola anche lui.
Questa è tutta la parte romantica che, scritta con maggior spigliatezza,
arguzia e colore, potrebbe riuscire, sebben tenue, amenissima. La parte
sociale del racconto è una magnifica assurdità, abbagliante e
ingannevole come la scienza dei romanzi di Giulio Verne coi quali questo
di Bellamy ha un'aria di famiglia. Nell'anno duemila non vi saranno più
poveri, nè oziosi, nè malfattori, nè nemici, nè avari, nè tiranni, nè
potenti. Una grande armata industriale, in cui tutti indistintamente
dovranno servire per il loro paese fra il ventunesimo e il
quarantacinquesimo anno, livellerà tutte le classi e darà a tutte
l'agiatezza, il lavoro, la felicità operosa, una serena tranquillità.
Dopo i quarantacinque anni ognuno sarà libero di dedicarsi all'arte o
alle occupazioni preferite, fino alla morte, che con la fatica così
equamente distribuita e l'igiene imperante, colpirà solamente
nell'estrema vecchiezza. Non si parla di ospedali; le prigioni sono
sparite, poichè è sparito il dèmone cattivo sobillatore: la miseria --
il germe della corruzione: l'oro. Il danaro non ha più valore, è lettera
morta, non si compera e non si vende più; non vi sono più stipendi nè
patrimoni. Un libro di credito che ogni cittadino tiene dallo Stato fa
le veci del metallo e della cartamoneta; non più dunque interessi
privati, piccole industrie, case bancarie, speculatori, affaristi; ogni
proprietà, ogni commercio sono fusi in un'unica produzione nazionale
ugualmente distribuita da un Presidente che diventa un fornitore.
Ai miei occhi, agli occhi dei profani, questo immane meccanismo di
ordinamento sociale descritto minuziosamente sbalordisce, per la sua
apparenza di larga semplicità; una semplicità così elementare, così
logica, che a tutta prima fa stropicciare gli occhi ed esclamare: «Ma
dunque perchè questo non sarebbe possibile?» Poi, ahimè! appena ci si
avvicina un poco, anche gli inesperti del grande e doloroso problema,
s'accorgono del miraggio. L'edifizio è vasto e splendido, fantasioso e
severo; superbo come un arco di trionfo, pio come una cattedrale:
ingombra i cieli nel fulgore sano del sole, ma non posa sulla terra; non
ha base, non ha fondamenta; ad un soffio svanirà. E svanisce.
Svanisce poichè è inutile, se noi misera progenie d'Eva non potremo
abitarlo giammai. Ci vorrebbero degli spiriti luminosi e incorporei da
Paradiso Dantesco. Ma noi con questo po' po' di zavorra? Povero
edificio! Altro che sventramento!
Il signor Bellamy ha dimenticato assolutamente il terribile mostro delle
passioni che ognuno di noi porta appiattato alle spalle e che ci
sospinge e ci uccide. Non più oro; dunque non più delitti, non più
assassinî, non più rapine, non più suicidi ha detto lui: dunque non più
forza pubblica, non più luoghi di pena; e fratellanza e ordine perfetto.
Oh «_Amour, mysterieux amour, douce misère!_», dove ti relega il signor
Bellamy per emanciparsi così di te?... I delitti e i suicidî mossi
dall'amore non sono forse altrettanti di quelli mossi dall'avidità?
L'amore non genera forse la gelosia, l'odio, la vendetta, la ribellione,
i rimorsi? Poi, lasciando in pace l'amore, e l'egoismo, così tenace
nella natura umana? l'ira, l'invidia, l'infingardaggine e tutto quel
brulicame di cattivi instinti e di tendenze malsane che ci ribolle nel
sangue, che riusciremo a domare, a soffocare giammai? Siamo in terra,
signor Bellamy! -- Peccato! -- Lo so, ma ci siamo; e intanto le vostre
sapienti precauzioni per la felicità mi fanno venire in mente una
vecchia fiaba in cui una bambina per salvarsi dal lupo manaro turò colla
bambagia ogni spiraglio, ogni pertugio, ogni crepaccio della sua casa,
chiuse le finestre e si coricò tranquilla... dimenticando aperto
l'uscio. Cose che succedono.
E non è solamente su questa.... distrazione che si trova a ridire. Manca
l'equilibrio nel lavoro dello scrittore americano. Mentre su certi punti
s'indugia a sazietà, come nell'ordinamento industriale, su certi altri
sorvola, come nella questione religiosa, essenzialissima. Di agricoltura
non una parola; di arte non sappiamo se non che il solo giudice sarà il
pubblico il cui verdetto «per l'alto livello universale dell'educazione
odierna -- parla il dottor Leete -- acquista un valore assoluto,
preciso, che ai vostri tempi era del tutto impossibile». Quindi a tutti
lo stesso granellino di sale della sapienza o la stessa patente di
asinaggine. Il genio che si sprigiona e vola, l'intelligenza illuminata
e divinatrice, il buon gusto innato e individuale, tutto tagliato a
spazzola. Nessuno più farà musica in casa. Si potrà aver musica però a
domicilio in tutte le ore del giorno e della notte toccando un
bottoncino elettrico, press'a poco come il gas e l'acquedotto. Oh razza
anglo-sassone, ti riconosco!
Anche sull'educazione, sulle professioni, sul servizio sanitario, pochi
e non soddisfacenti ragguagli. La piaga dei domestici cicatrizzata
perchè non vi saranno domestici. Si va a mangiare al ristorante, alla
cucina dello Stato e «in caso di emergenze speciali -- spiega il solito
dottor Leete -- come il ripulimento o rinnovamento generale della casa,
possiamo sempre invocare l'assistenza dell'armata industriale. Dunque in
quel civilissimo secolo il ripulimento della casa è un'_emergenza
speciale_! E dire che quando parlano di noi del secolo decimonono ci
chiamano _barbari_. Siamo proprio noi i barbari, dottor Leete?...
Ingegnosa e verosimile l'idea del trasporto dei pacchi a domicilio per
mezzo di tubi pneumatici; e, per le giornate piovose, le gran tele
impermeabili che scendendo a terra trasformano i marciapiedi in
altrettanti corridoi asciutti e ben illuminati. Anche fa piacere il non
riscontrare in un libro d'intenti così eminentemente socialisti, nessuna
invettiva, nessuna crudezza, nessuna suggestione.
«Per altre vie, per altri porti
Verrai a piaggia non qui per passare».
significano circa le parole del dottor Leete all'indirizzo di quei
signori dalla bandiera rossa; e quell'aura di pace, quella compostezza
serena danno al racconto un simpatico carattere elevato e fine che gli
apre tutte le porte indistintamente.
Il capitolo dedicato all'eterno femminino è il migliore del volume. È un
bell'ideale di emancipazione sana, onesta, vera, a cui la donna perviene
per mezzo del lavoro. Essa pure appartiene all'armata industriale che
non lascia se non per i doveri della maternità, e può attendere come
l'uomo ad un genere d'occupazione preferito. Naturalmente sono per lei i
lavori più facili e i meno faticosi -- è la cavalleria del secolo
ventunesimo -- e la donna diventa così la vera eguale, la vera compagna,
la vera cooperatrice dell'uomo.
Inorridite, rinnegatemi, amiche che passate radiose di gemme nei balli
calpestando le trine da mille lire il metro, e che v'adagiate nella
morbidezza degli intimi salottini esauste per un viaggio alla Sterne
nelle regioni pettegole e profumate; inorridite, ma ho chiuso fra quel
capitolo un desiderio e un rammarico.... Che buona salute! che appetiti!
che soddisfazione pura e lieta! una stanchezza piena di sollievo, un
riposo pieno di dolcezza, una vita feconda e operosa. Oh l'attraente
visione! Non più tempo per le emicranie, per le nevrosi logoranti, per
le fantasticherie velenose, per i languori cattivi, per gli ozî
insidiosi. Mai più annoiarsi, mai più! Poi la gentile alterezza di
bastare a noi stesse, e l'affrancamento da ogni schiavitù: quella di
un'ipocrita galanteria che ci confina fra i gingilli fragili e inutili,
o l'altra meno umiliante ma più triste che condanna la donna a girare
intorno allo stretto circolo delle attribuzioni domestiche, con gli
occhi bendati, senza tregua, per tutta la vita; come i cavalli che una
volta facevano andar le macine dei tintori....
Ed ora un raggio anche per voi, signorine. Immaginate voi che paradiso
sarà il mondo quando verrà abbattuto quel famoso «Dio dell'or» che miete
tante speranze e inaridisce tanti cuori? che appare sempre, o quasi,
livido, inesorabile spettro fra il gioioso festino della vostra
giovinezza? Pensate un po' che ebbrezza volare all'anima gemella
sbarazzate e libere per sempre da tutte quelle brutte miserie di doti,
di notai, di patrimoni, di assegni, che offuscano lo splendore delle
vostre aluccie di farfalle! Sarà un tripudio di gioventù, di bellezza,
d'amore!
Ma, ahimè, questo è l'ultimo sogno -- un sogno d'alba! -- bisogna
destarsi e lasciare il baldo e pacifico popolo evocato da Edoardo
Bellamy. Avesse egli la potenza del mago Merlino e noi i meriti di
Bradamante per poter assistere con convinzione alla sfilata di questi
nostri discendenti futuri! Ci sarebbe proprio da consolarsi.
Maternità.
[Dall'Idea liberale, Milano, 1894.]
Vediamo di deviare un poco dall'eterna e oziosa questione. Minaccia di
diventare una cosa insopportabile. Quasi non bastassero i poeti a farci
responsabili dei loro peccati.... in rima -- i romanzieri a fotografarci
negli atteggiamenti più inverosimili -- i giornalisti che tentano tutti
i giorni di farci mandare a carte quarantanove riempiendo le colonne dei
giornali estivi di _fisciù_ alla Maria-Antonietta, di trine, di occhi di
tutti i colori, ecco gli antropologi ad annunziarci che ci fanno l'onore
di tagliarci a striscie per scoprire il meccanismo che ci fa ridere e
piangere....
Povere donne! prima la lana da filare e Vesta da servire; poi i chiostri
e i mariti di ferro, più tardi gli specchietti del Rinascimento che ci
attiravano e ci uccidevano come le allodole; indi i cavalieri serventi;
ed ora gli scienziati che ci prendono curiosamente con due dita e ci
mettono sotto il microscopio come se si trattasse d'un microbo di nuova
specie....
Signore intelligenti e di buona volontà, che leggete la _Idea liberale_,
volete che insorgiamo? volete che si bandisca una crociata contro
quest'ultima cattiva piega del secolo che dopo aver tutto decomposto o
spostato, minaccia di continuare la sua bell'opera con noi assegnandoci
per nostra definitiva dimora la casella degli uomini degenerati?...
Un momento, signore; non scappate: c'è qui chi ci salva. Fra tutti gli
articoli scritti in questi giorni per la nostra causa ve n'ha uno, nella
severa e simpatica _Gazzetta letteraria_, che dà la nota giusta in
questo frastuono d'accordature. Ha l'aria d'una trovata, eppure è una
cosa semplicissima: la storia dell'uovo di Colombo. Mi dispiace di non
conoscere l'autore, signor Augusto Lenzoni, per non potergli esprimere
direttamente la mia viva approvazione. Era una cosa così elementare!
come mai non vi hanno pensato prima? Giusto; era questo il difficile:
pensarci.
«La psiche umana -- dice il Lenzoni nel suo geniale scritto -- è così
varia, così complessa, così proteiforme, che nessuno può misurarla, nè
pesarla, nè circoscriverla in una formola assoluta. Hanno voluto fare
della donna un essere psicologicamente diverso dall'uomo, e forse le
differenze non esistono sono insignificanti».
Arrivati, dunque, dopo il lungo studio a questa trionfale conclusione,
mi pare che non ci sia altro da dire. Un altro campo però si schiude,
vasto, fiorito, troppo poco troppo male esplorato fin qui: voglio, dire
il regno della donna madre.
E qui, siano pur numerose e vivaci e impertinenti anche e minuziose le
discussioni, noi non ce ne lagneremo. Nessuna osservazione che riguardi
questa alta missione femminile può essere oziosa o pettegola o
indiscreta. Esigendo il meglio e cercando la perfezione per i figli
vostri, signori, per i continuatori del vostro nome e delle vostre
tradizioni, siete nel vostro pieno diritto, non solo, ma le donne
intellettuali, a cui facevo appello poc'anzi, solleciteranno il vostro
aiuto, il vostro consiglio, la vostra approvazione.... adagio, non di
tutti -- di quelli che se ne mostreranno degni.
Ma, ahimè! dimenticavo che proprio questi non hanno tempo da perdere per
noi, per i loro figliuoli. Preferiscono stillarsi il cervello a rifare
gli uomini già fatti, piuttosto che a crescer bene quelli che sono da
fare... Tutt'al più, passando, tra un programma elettorale e un articolo
di sociologia, ci dicono bruscamente: «Così non va, non siete atte ad
educare le generazioni dei tempi nuovi, voi non avete il capo che ai
gioielli e ai merletti, vergogna!» E non pensano neanche per ombra che
se la coscienza e la dignità della donna sono così abbassate, la colpa
in massima parte incombe su di loro.
Madre è una parola grave, una parola austera, una parola che invecchia,
che implica una rete di doveri grandi e piccini che gli uomini, egoisti
per eccellenza, sono annoiati di rispettare. Essi considerano riempite
di trascuranza, di sprezzo, di puerilità tutte le ore che la donna non
dedica a loro, anche se le impiega intorno alla culla del loro
figliuolo. Quando una donna è madre, la si abbandona alla sua creatura o
la si fa disertare.
Rarissimamente l'uomo le sacrificherà una delle sue ore di libertà
randagia -- le dirà la bellezza e la bontà e la poesia della sua
missione -- l'animerà nelle difficoltà e nei travagli della sua vita.
L'uomo apprezza la _sportwoman_, l'artista, l'ispiratrice,
l'appassionata, tutto ciò che ha foggiato lui; ma le tenere e timide
virtù, che germinano spontanee in ogni cuore di giovinetta, egli
trascura sbadatamente volontariamente finchè illanguidiscono e si
spengono. Qual innamorato, qual pretendente alla mano d'una signorina,
mostra d'interessarsi meno all'abbigliamento di lei che alle sue
ipotetiche cognizioni d'educatrice futura? Qual fidanzato, qual giovine
marito parla alla sua compagna d'un indirizzo morale e intellettuale da
dare al figliuolo che verrà? Dov'è quel giovinotto che nell'accingersi a
farsi una famiglia sua s'assicura e procura che colei ch'egli preferisce
per tutta la vita, non sia ignara della grave responsabilità che le
spetta, delle lotte a cui muove incontro? Ma nessuno! Ma nulla! Si
sposano come colombi dal desìo chiamati, con le mani piene di fiori e la
testa di romanticherie, e fuggono di qua e di là sognando un'eterna luna
di miele: e quando il figliuolo s'annunzia -- spesse volte non
desiderato -- è finita: il signore sospira pensando alla interminabile
sequela di brighe e di spese, la signora diventa nervosa vedendo il suo
vitino di vespa allargarsi e le sue eleganti _toilettes_ invecchiare
nell'armadio....
Ma poi quando il bambino c'è, vero e vivo, si trova che è una cosa più
semplice di quel che pareva; c'è la balia, poi verrà la bambinaia, poi
la istitutrice, il collegio: si può dunque continuare a fare la vita
solita senza scomodarsi troppo. Poi un bambino distrae più del cane e
del pappagallo nelle giornate piovose, finalmente lo si vestirà tanto
bene che diventerà il più bell'ornamento artistico della casa. E la
mammina comincia subito a sgridarlo se si fa una macchia, ride se si
pavoneggia, è fiera di vederlo atteggiarsi a tiranno -- continuando
presso a poco così, finchè il bambino o la bambina riescono una seconda
edizione, più meno corretta, dei loro progenitori.
Ma perchè, mentre l'igiene dell'infanzia ha fatto progressi
indiscutibili, mentre si vigila rigorosamente a che i bambini non
manchino ai loro obblighi di civiltà, mentre pare si abbia fretta
d'abbreviare e d'immalinconire l'infanzia ordinandola in una piccola
società costituita che dell'altra avrà riflesse le malignità, le
galanterie, le ingiustizie; perchè, mentre si mandano i bambini nei
piccoli balli alle gare d'eleganza, e si allevano nelle mollezze dei
tessuti e delle atmosfere, si pensa così poco alla loro piccola anima
che si schiude ricevendo indelebilmente l'impressione di tutto ciò che
la circonda e che la farà eletta o volgare? Povere piccole anime di
bimbi _fin de siècle_, vestiti da bambola, chi si ricorda di voi? chi vi
studia? chi vi analizza? chi lascia cadere in voi il grano delle alte
virtù? La governante inglese o tedesca forse? ah, no....
Purtroppo, la frivolezza e l'insufficienza della donna madre,
generalmente parlando, sono grandi; ma bisogna aggiungere però che non è
meno grande la sciocchezza dell'uomo che di queste vacuità gode tessere
una corona giovanile per ornamento del suo ideale muliebre; non è meno
grande la responsabilità sua d'una trascuranza d'indirizzo intellettuale
e morale verso quella che deve esser la madre dei suoi figliuoli, verso
i figli che in lui, più che in ogni altro, vedono l'esempio e l'autorità
-- verso la società stessa finchè s'arrogherà tutti i privilegi e tutti
i diritti, considerando la donna, non come un complemento, come un
accessorio della sua vita.
«Le premier devoir d'une femme c'est d'être belle» ha detto non so più
che grand'uomo, e questo motto di spirito profondamente immorale,
confermato e illustrato a sazietà nella vita e nell'arte dalla
maggioranza del sesso forte, ha finito per diventare la divisa delle
donne che non vogliono rinunciare ad essere amate e ammirate -- alla
loro parte di sole. Farsi belle -- ecco il compendio d'intere esistenze,
ma lo vogliono i nostri compagni, in questo inflessibili; e allora
quando una donna sia bella, proprio bella, l'uomo non ha diritto di
chiederle di più.
Non c'è che un piccolo inconveniente. La donna ridotta così allo stato
di giuocattolo dovrà necessariamente correre la sorte dei giuocattoli;
ieri sul cuore, oggi in briciole sotto i piedi. Non c'è rispetto di
donna che la salvi, nè dignità di madre che la protegga. Rispetto?
venerazione? Vecchiumi! Madre? -- oh, una dolce parola; ma non ricorda
più che una cosa antica passata di moda, sbiadita, intorno a cui con un
po' di studio e di fantasia si può ancora ricostruire scene di una
bonaria epoca passata, come alla vista d'un ritratto di famiglia o d'un
oggetto di museo.... Ma poi a poco a poco anche la evocazione non sarà
più possibile -- la verità sfumerà nella leggenda, gli uomini si
vergogneranno di dover la vita a una creatura che non sapranno più
considerare che come una curiosità della creazione; la negheranno. Opera
d'una donna Dante? Colombo? Galileo? Napoleone? Chè! si sono fatti da
loro!
Narcisi e Poeti.
[Marradi, «_Nuovi canti_» (Milano, Treves 1890).]
Spessissimo, leggendo gli ultimi versi d'un volumetto di rime elegante,
attraente, mi sorprendo a pensare ai narcisi come per un'evoluzione
naturale di pensiero -- come se una china dolcemente irresistibile
obbligasse le mie idee a scendere dai seguaci d'Apollo ai leggiadri
fiori reclinati sulla riviera tersa a contemplarsi amorosamente.
Suppongo ciò accada perchè la similitudine è press'a poco esatta e
perchè non sono rari i poeti-narcisi nel fiorito giardino d'Italia... I
toscani specialmente -- poeti o no -- s'inebriano tutti volentieri di
quella lor vena facile, scintillante, gemmata, che zampilla
inesauribile, che scorre armoniosa allietando e carezzando l'orecchio;
ma dopo, eccoli puniti della pena inflitta al re che amò troppo la
ricchezza: ogni cosa si cangia in oro al tocco della loro mano, in oro
freddo, inutile, inanimato.
Un tesoro, uno splendore; ma la vita cessa -- e di questa gelidezza
aurea rifulge il volumetto di Giovanni Marradi.
Il Marradi è senza dubbio uno dei nostri migliori poeti contemporanei. I
suoi versi hanno una delicatezza soave, una purezza di forma, una
fluidità melodiosa non comune. Molti di questi «Nuovi Canti», i più
belli, non erano ignoti agli ammiratori del suo ingegno: essi ricordano
di aver esultato scoprendoli nelle riviste o nei giornali, giudicandoli
gioielli.
Ora, rilegati tutti insieme, non sembrano più gli stessi. Perchè? Forse
è la monotonìa che li sbiadisce; forse ciò che formava l'intimo pregio
d'ognuno: una purezza radiosa e tranquilla, diffonde sul gruppo troppa
pace, la bianca pace delle altezze, la pace delle cose morte.
Alle volte, qua e là, da qualche iridescenza più vivace, da qualche
raggio saettante, da qualche luminosa Morgana si è tratti a sperare di
sentirsi riscaldati da un'ondata di sole meridiano; d'udire un'eco, un
singhiozzo, una voce, e si trepida nell'attesa del miracolo desiderato.
Invano; le iridescenze si cancellano, le saette dei raggi
illanguidiscono, il giorno tramonta nel silenzio fresco e vergine d'un
mondo novello ancora inabitato. Giovanni Marradi nel suo grandioso ed
alto panteismo non aspira che ad identificarsi coll'azzurro del suo
cielo e del suo mare, coi suoi colli boscosi, coi suoi giardini
fragranti, colle sue foreste, colle sue primavere di cui nulla turba il
perpetuo sereno, e in cui vuol cullarsi e fantasticare colla superiorità
olimpica d'un dio. Quindi è naturale che le tempeste, gli uragani, le
lotte, le tenebre del mondo dei viventi gli giungano affievolite e
sfumate come un'eco, come una nebbia, come un sogno. Ed egli canta così
senza palpiti, senza lagrime, senza dolore e senza gioia; canta librato
in alto simile all'allodola, tutto assorto nel suo gorgheggio sapiente e
melodioso.
Tra questi «Canti» mi sembrano bellissimi i sonetti primaverili
intitolati «_Matelda_»; quelli compresi sotto l'unico titolo di «_Sabato
Santo_» in cui spira una letizia lustrale; quelli del «_Calendimaggio_»
tutti odorosi delle rose fiorentine; quelli di «_Montenero_» scultorei:
trovo mestamente leggiadra la «_Ballata d'Autunno_»; creata da
un'ispirazione assai felice la «_Quercia abbattuta_». Molte bellezze
s'incontrano pure nell'«_Epistola Senese_» in cui il Medio Evo è evocato
efficacemente in un'ottava sola:
O sogni! o poesia! Sazie di stragi
prosternavansi a Dio nella pia mole
ferrate genti, cui ridean fra gli agi
corti d'amore e suoni di mandòle.
Allor surgean le cupole e i palagi,
fiorian le torri come steli al sole,
e per l'itale vie l'ossuta e cava
faccia di Dante in estasi passava.
Stupenda anche -- sopratutto perchè è forte e vibrante d'un non so che
di pietoso per l'irrequietezza umana -- l'ode «_Varcando gli
Appennini_». Altre due poesie, due sonetti, emergono pure dalla raccolta
perchè trasfigurati da un turbamento gentile che dona loro una beltà
tutta spirituale. Sono nel ciclo «_D'oltremare_». Eccone uno: