II.

(_Ettore Sanfelice_: _Gru migranti_).

Ho chiuso un volumetto di versi, non dei soliti. Del resto c'era da

prevederlo. Ettore Sanfelice non è un ignoto nell'animosa schiera dei

giovani bardi di questo scorcio di secolo. Di lui abbiamo, oltre varii

scritti minori, due raccolte di Rime edite dallo Zanichelli, qualche

scena lirica di soggetto biblico, e un dramma poetico: «Concordio», nel

quale la vigorìa del concetto è rivestita radiosamente di versi sciolti

d'una bellezza e d'un'efficacia non comune. Egli ha salpato con la sua

navicella carica di tesori ed ora veleggia forte delle sue dovizie alla

conquista dei paesi della gloria[3].

[3] Questo scritto apparve la prima volta nel «_Bios_» di Napoli

(Ottobre 1891). Il Sanfelice ha pubblicato ancora: _Il Guercino_ --

_Ercole_ -- discorsi (Bologna, Azzoguidi 1991). -- _I Cenci_, trag.

di P. B. Shelley -- Traduzione (Verona, Tedeschi 1862). --

_Prometeo liberato_, dramma di P. B. Shelley -- Traduzione (L.

Roux, Torino-Roma 1894). -- _Adorazione_, Poema, (Parma, Ferrari e

Pellegrini 1894). -- _Dalla Neve alla Rosa_ (Velletri, Pio Stacca

1895). -- _Thomas_, dramma (Parma, Ferreri e Pellegrini 1895) ed

altro ancora. Il Sanfelice, purtroppo, va spegnendosi per una

implacabile infermità che lo ha tolto completamente alla conoscenza

della vita e alla sua arte. N. d. A.

Frattanto lancia un primo stuolo di «Gru migranti», fantasia di titolo

così elegante che fa subito bene pronosticare. Poichè s'ha un bel

chiamarla raffinatezza morbosa o decadenza bizantina, questa nostra

delicatezza tutta moderna d'orecchio e di gusti che spia nella parola il

colore e l'armonia, che ne spreme l'intima essenza e ne ricerca il

simbolo occulto: sia perfezione o corruzione, se ne disperino pure i

grammatici, il gusto c'è, e ci si lima per appagarlo, tanto che resterà

come una delle caratteristiche della nostra letteratura contemporanea.

Il titolo quindi deve riassumere oggi non solo l'indole ma l'anima del

lavoro, e tutto ciò che d'inafferrabile e di vago resta sempre nella

mente dell'autore intorno all'opera compiuta -- qualchecosa che non era

possibile tradurre e che egli vede diffondersi e accerchiare la

creazione sua, fatta realtà, come quei vapori luminosi che qualchevolta

fanno una sfumatura intorno alla luna. Raramente quando il titolo è di

cattivo gusto l'opera è perfetta: in un punto o nell'altro rivelerà la

goffaggine del padre che non seppe vegliare al suo battesimo. «_Il verso

è tutto_» proclama il D'Annunzio; -- e il titolo non è poco -- osservo

io. La presunzione, la modestia, la scimunitaggine, la fantasia,

l'austerità la raffinatezza raggiano dal frontespizio, sono la firma

morale dell'autore. Almeno così mi pare che sia.

Le «Gru Migranti» del Sanfelice si svolgono in lunga teoria, poderose e

altere come aquilette regali, su un orizzonte a pause di nembi e di

sole, nella solitudine d'una via del cielo troppo eccelsa per essere

ingombra. «.... _Come i gru van cantando lor lai_» egli effonde la piena

delle rime in una ricchezza di metro e di concetto che non si

riscontrano frequentemente fra i nostri giovani autori. E neppure si

trovano molti che conoscano come lui l'arte difficile del condensare --

qualità che in prosa può esser solamente simpatica, ma che in poesia io

ritengo indispensabile. Peccato che di questa sua forza egli vada tanto

altero da abusarne un pochino a scapito qualchevolta della chiarezza e

dell'eleganza; -- ma in tempi d'anemia come questi si può ben perdonare

un'esuberanza di salute, specialmente se il più delle volte

c'incontriamo in versi come questi:

Scendono i morti e salgono le spiche,

recano quelli un'eco nel mister,

e forse queste, pane alle fatiche,

fremono della terra un pio pensier.

Io conosco qualche poema in cui si è tirato in ballo gli elementi e

qualche cosa di più, che non riesce a dare il senso arcano e profondo

della palingenesi come queste quattro righe nutrite d'una così gentile

maestà. Di questi componimentini, coloriti e tenui come fiori, che

raccolgono essenza vera di poesia, è costellato il volumetto denso e

sottile. Il Sanfelice li chiama semplicemente «Sensi lirici» o «Note

liriche» e sono un'innovazione riuscitissima, intorno alla quale amerei

indugiare a lungo con una compiacenza tutta femminile come fra ninnoli

fragili e costosi. Ma «la via lunga il piede _mi_ sospinge»; poi il

giovine autore, tutto volto a più serii ideali, mi richiama con un

rammarico che par rimprovero alle creazioni maggiori che nel suo

volumetto sono poi le più numerose.

Anche nella compilazione del libro c'è un po' di affastellamento --

bisogna convenirne. I versi originali s'alternano senz'ordine con le

traduzioni, e un leggiadrissimo monologo in versi martelliani confuso

così nel pelago minaccia di naufragare. Si direbbe che il Sanfelice col

suo tesoro di rime d'oro puro, riunite con una noncuranza da gran

signore, voglia gettar una sfida alla gran caterva della mediocrità che

dilata la moneta spicciola sul candore degli elzeviri. Pure, per una

seconda edizione, mi permetterei di consigliarlo a lasciar circolare un

po' più d'aria nel suo volume, anche sacrificando qualche pagina, per

esempio quelle dedicate a tutta la Bellezza, trentatrè strofe d'una

filosofia che starebbe meglio in prosa. Ma ora intanto esaminiamo il

libro com'è.

Il Sanfelice, poichè non è un poeta volgare, s'accosta al sonetto con

una specie di reverenza e lo sceglie per gli sfoghi dell'anima e per i

soggetti preferiti -- proprio come si ricorrerebbe a una persona eletta

e antica per confidarle i nostri affanni e i nostri sogni. «Cassiodoro»,

«Anacreonte», «Saffo», «Arturo e Morgana», «Ginevra», «In Excelsis» sono

a parer mio fra i belli i bellissimi. La prima quartina dell'«Ora» è

superba:

Ecco l'ora ch'io sento turbinare

i chiusi canti sospiranti il volo;

nella lirica febbre ardemi un duolo

titanico: è il mio cuor simile al mare.

Ma segue una cruda immagine, che sebbene efficace, è di un verismo che

offende. E questo si riscontra varie volte nella poesia del Sanfelice.

Mentre si cammina nell'azzurro fra le stelle o fra i laberinti odorosi

d'un giardino incantato, una parola, una similitudine, un verso, pungono

e fanno arrossire. E questo è strano in un poeta che sa raggiungere le

alte cime dell'idealità e regnarvi anche a costo di avvolgersi di nubi.

Si direbbe che sdegna di reggersi a mezz'aria. Ma poi quell'altezza di

quando in quando gli dà le vertigini, l'aria troppo fina s'infiamma e lo

arde, allora scende a precipizio e ci sveglia sulla terra rudemente, non

senza una punta di monelleria.

Il sonetto «Cassiodoro» è però fra gli altri un quadretto storico

d'un'aristocratica e severa classicità:

Nel cortile del chiostro è somma pace;

odi sol la fontana; un frate accanto,

cui fluisce canizie e il cuor non tace,

fisa nell'acqua il memore occhio santo.

È Cassiodoro, la latina face

tra le gotiche nebbie e 'l nostro pianto;

il libro di Boezio in man gli giace,

vedovo a lui di suo placido incanto.

Ed ecco uscir due lieti fraticelli:

-- Altri volumi ritrovammo, o padre,

che sepolti giacean, fiori di Roma.

-- Serbateli! Alleluja! È vivo in quelli

il nome e la virtù della gran madre

pei dì futuri. -- E fier mosse la chioma.

Non sono molti i giovani che si trovino nella mente, come il Sanfelice,

una solida coltura capace di alimentare sostanziosamente la vena poetica

del loro ingegno, di colorirla delle tinte più fosche e più ridenti

della storia e della favola, di profumarla di tutta l'intima essenza

d'un concetto afferrato con sicurezza sintetica e profonda. La sua

tavolozza è lussureggiante di tinte sfumate illimitatamente da una

fantasia sbrigliata e gentile. Dei, ninfe, mostri, maghi, fate,

castellane, paggi, genii secolari, larve romantiche -- visioni di

bellezza, d'arte, di paesi ideali -- sfilano nella melodia del verso,

fra le garze d'oro del simbolo, nella luce velata e dolce delle età

passate. Vorrei poter dare un'idea dei versi sciolti robusti e armoniosi

che compongono la «Favola» e «La poesia Georgica» -- due frammenti che

sembrano di un marmo di Prassitele; dare un'idea della grandiosità

sobria ed efficace che informa «Saturno» e «Il fiume selvaggio», della

gemmata eleganza d'una «Sestina nuziale», della fantasia che azzurreggia

nella «Visione di Franz Liszt» e nella «Nascita del Minotauro»,

dell'appassionata mestizia d'alcuni sonetti, del lirismo dolce e

melanconico delle «Elegie d'ottobre», del ritmo carezzevole del «Valtzer

mortale», delle iridescenze che rivestono d'un fulgore di rosa e di

viola i tre brevi componimenti: «Sirene» -- «Perle» -- «Lagrime», e

pennelleggiano variamente pensieri, accenti, visioni in pochi versi

senza titolo riuniti in gruppi come fiori; ma non mi è possibile perchè

dovrei trascrivere mezzo libro. Pure non so rifiutarmi il piacere di

ridire ancora qualche verso:

La vecchietta filando, e sorridendo

come può solo la senil dolcezza,

mi narrava le fiabe, e ridicea

pur col tremulo labbro le canzoni

del suo bel tempo. La vecchietta avea

nome di santa; nonna ella non era,

anzi nè dato avea bacio di sposa.

Con piacere io l'udia; socchiusi i cigli,

m'imaginavo estraneo a questa vita,

come se l'eco d'un ignoto mondo

cogliessi in qualche regno del Silenzio.

Ma la voce si fe' fioca narrando,

il fuso stette, e grato sonno vinse

la dolce Parca piena di leggende.

Ecco che qui riluce una qualità simpatica del Sanfelice: quella di

sentire sinceramente la poesia delle vecchie cose, persino delle più

umili. Così, quantunque adori l'antichità classica con tutto il suo

corteggio di miti e di forme, pure si sofferma volentieri dinanzi a

qualche episodio romantico o ingenuo purchè abbia l'aroma della vetustà.

Certi soggetti in mano sua pigliano l'aspetto di quei gioielli fragili e

preziosi di vecchio stile, un po' barocco anche, che ricordano le nonne

semplici e serene agghindate a festa. Nè l'erudizione e la fantasia

inaridiscono il sentimento che serpeggia dappertutto in lagrime e

sorrisi, e irrompe sovente in qualche canto d'amore indomito e

tempestoso che non di rado termina in uno sconfortante abbandono. Le

traduzioni dal vecchio inglese, poi, sono pregevolissime; specialmente

quella dei difficili sonetti dello Shakespeare fatta con una fedeltà

elegante quanto rara. C'è da augurarsi presto quella in prosa delle

opere dello Shelley che il Sanfelice ci promette.

Ma sopratutto auguriamoci un secondo stuolo di Gru che, come queste, ci

portino nelle loro piume un riflesso della dolce plaga dell'arte e dei

sogni.

Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica · 第 33 / 97 题