Ma io, di notte, quando la campana
rintocca i quarti delle vigili ore,
e il grido delle scolte s'allontana
di sui prossimi spaldi e lento muore,
penso che in faccia a noi, dentro un'arcana
mole, v'han genti in quel sinistro orrore
sepolte nel silenzio. E d'una strana
pietà mi piange e mi trabocca il cuore.
Io penso agli angiporti ignoti al sole
da cui scova la fame un volgo affranto
popolator de la terribil mole,
E vien dagli angiporti umidi un canto
che nella notte palpita e si duole,
e sembra della trista isola il pianto.
Questo spirito insolito di sentimento e di vita nuova dimostri l'ideale
di perfezione a cui potrebbe assurgere la lirica dal Marradi purchè
palpitasse di qualche tumulto, purchè la bellezza marmorea e fredda si
solcasse delle lagrime della passione. Per ora non sono che emozioni
fuggevoli, dopo le quali egli affonda di nuovo nel suo giaciglio di
fiori e ricomincia a fantasticare. Ora pensa a un'isola per conto
proprio all'isola dei beati:
laggiù dov'io vorrei, lunge da tutti,
bere a limpidi sorsi il refrigerio
delle maree, posando dalla vita,
mentre scorresse cullata dai flutti,
senza un rimpianto, senza un desiderio
la mia beatitudine infinita.
Ma io non gli auguro di trovarla, poichè il _nirvâna_ non è la vita; io,
se osassi, augurerei invece alla sua splendida Musa solitaria che sogna
fra il rezzo nel bel castello incantato, il principe amoroso della
leggenda che allontanando le fronde la destasse con un bacio.
Alberto Cantoni.
UN RE UMORISTA
[Firenze; Barbèra, 1890.]
Diciamolo, via: ci vuol un po' di coraggio a questi lumi di luna!... Non
parlo, beninteso, del re, ma dell'autore, che ha scritto quelle tre
parole in fronte al suo volume prima di mandarlo per il mondo. Corrono
tempi così permalosi, è così accanita la rabbia di questo scorcio di
secolo, come ebbe a chiamarla argutamente il Bonghi, che non mi
meraviglierei punto se un dì o l'altro saltasse fuori qualche nuova cima
d'ingegno con la scoperta peregrina che quel libro è una satira e
l'autore un politicone della tempra più sottile. E allora, povero
signore! avrebbe un bell'arrabbattarsi con le opere e con le parole per
dimostrare il contrario; potrebbe magari morire per il trionfo della sua
fede, non gli farebbero neanche la grazia di cinque minuti per
ascoltarlo, ubriacati dall'ardore di procurargli a modo loro
l'immortalità.
Ma Alberto Cantoni, avvezzo com'è ad anatomizzare i suoi polli prima di
mangiarseli, dopo il titolo stuzzicante si trincera in un prologo
poetico e forte come una rocca medioevale. Le memorie dell'incognito re
gli sono promesse in un vagone di ferrovia cosmopolita e gli arrivano
poi per la posta dall'Inghilterra ben suggellate e scritte in francese
(perchè non in _volapùk_, la lingua universale?).
E lungo le memorie, divise in cinque fascicoli, non un raggio, non un
filo, non la più piccola velleità d'una qualunque bandiera. Se
l'intenzione della satira ci fosse, il Cantoni non avrebbe messo, mi
pare, tanta cura per infiltrarci nella mente quasi a nostra insaputa la
tranquilla persuasione che ciò non sia.
Un umorismo fine si diffonde per tutto il libro, a volte arguto, a volte
un po' dilavato, di buona lega sempre.
Leggendolo di seguito, me ne rimase l'impressione d'una di quelle polle
d'acqua leggermente ferrugginosa sgorgante di continuo con un gorgoglio
di dolcezza brontolona. Il sapore non piace a tutti, nè sempre; ma
quando il palato ci si abitua, si prova un certo piacere ad affrontarlo.
«_Un re umorista_» non è un romanzo nè un libro nato da un pensiero
profondo; egli appartiene a una categoria assai scarsa in Italia, ma che
non per questo ha la sua ragione di essere come altrove, specialmente
poi se i mezzi adoperati sono sapienti, come ad esempio, qui, la
snellezza dello stile di una prodigalità veramente toscana. Anzi
qualchevolta se ne abusa, e allora l'agilità diventa acrobatismo, il
quale, se da un certo punto di vista può costringere all'ammirazione,
cessa in pari tempo d'esser arte vera.
Anche di quello spirito incisivo, motteggiatore, ch'è una delle
attrattive del libro, il Cantoni si compiace troppo, di quando in quando
a danno dell'efficacia, della finezza e delle linee generali del lavoro.
Talora si stempera in tutta la vanità delle Storielle di Camillo Boito,
tal'altra si condensa invece nell'essenza saporosa dei Paradossi di
Nordau. Nè intendo con questo di sminuire la sua personalità di
scrittore che si delinea spiccata come poche -- -tanto spiccata da
impedirgli perfino di modificarla, quando entrano in ballo altri
personaggi che a rigor di legge non sarebbe troppo verosimile trovare
tutti, e sempre, in vena di far dell'umorismo come il protagonista o
come lui. Per esempio, quella cortigiana d'ordine molto inferiore, che
il re per un caso fortuito rapisce di notte dalla via, si esprime come
la regina e come il presidente del consiglio: i due interlocutori che
parlano di più. E dallo spunto dei discorsi di quelli che parlano di
meno, si capisce che, se la loro loquacità fosse maggiore,
manifesterebbero il loro pensiero allo stesso modo, che è quello del re.
Ciò dà al volume una tinta di monotonia e un'intonazione di leggerezza
che logorano la trama già lieve della narrazione.
Vero è che essendo memorie scritte da una persona sola, questa avrebbe
potuto colorire del suo stile i discorsi che ripeteva; ma è verosimile
che li infiorasse anche dei suoi sinonimi, dei suoi paragoni, dei suoi
tratti di spirito?
Scoglio rude, questo del soggettivismo; contro il quale è così facile
urtare specialmente nel dialogo -- dramma o romanzo che sia -- scoglio
che pochissimi evitano, perchè mentre quasi tutti si occupano a donare
ad ognuna delle proprie creature intellettuali una fisonomia propria,
un'individualità, un tipo insomma, pochissimi si curano di darle anche
una sfumatura di linguaggio proprio e distinto, come ognuno di noi ha
nella vita a complemento e ad affermazione di sè. In questo i francesi
possono esserci maestri. Quante larve di Zola, di Daudet, del Flaubert,
del povero Maupassant ci sono rimaste vive e nette nella memoria non
tanto per quello che fanno per quello che pensano, quanto per un loro
modo speciale di esprimersi: o un laconismo, o una parola insistente, o
un giro di frasi, o un'esclamazione, o un vizio di pronuncia, che li
rappresenta a noi autonomi e fuori affatto della lente dello scrittore!
Qui in Italia, invece, sia per la difficoltà grande della lingua che si
piega a stento ai capricci della nostra fantasia, o perchè l'idioma
regionale non è ancor fuso in un disinvolto parlar italiano, nello
scoglio danno anche i sommi -- non eccettuato il D'Annunzio, il grande
incantatore; e Matilde Serao, la fiamma viva.
Ma il «Re» mi aspetta, ed è proprio una cosa nuova far aspettare un re.
Bando dunque alle minuzie, tanto più che l'intento principale di Alberto
Cantoni non fu di fare un romanzo, ma di guardare il mondo da un punto
di vista diverso dal comune e con un paio di lenti lievemente
affumicate. Molte cellule racchiudenti il germe dei grandi problemi
della morale e della vita si susseguono sotto i suoi occhi: molte, non
tutte; ed anche su queste indugia la lente più per afferrarne l'ironia e
la vanità che per analizzarle o colmarle del suo pensiero. Raramente
questo re espone un concetto suo, ben definito, e qui somiglio
quell'amabile brontolone a certuni che non sanno che crollare il capo e
sindacare e sofisticare colle mani alla cintola e col cervello soffuso
di vaporosità inutili quanto leggiadre.
Condotta con arte delicata è la progressione di quel leggero pessimismo
che forma il fondo dell'_humor_ in generale e di queste regie memorie in
particolare: appena trasparente dapprima, si addensa
coll'ammonticchiarsi degli anni, degli avvenimenti, al ringagliardire
del vento che spazza via i pètali della fiorita di rose, su cui
camminano tutti a vent'anni -- giovani re, e giovani popolani.
Fra i capitoli, il cui titolo è spesso d'un'originalità di dubbio gusto,
ammiro quello dedicato al ballo «Flamenco» nel quale la vigoria è assai
armoniosamente commista alla cesellatura e alla sobrietà. Fresche e
malinconicamente vere, le pagine in cui passa una graziosa figurina di
attrice che la lunga abitudine dell'artificio ha reso incapace di
esprimere con naturalezza un sentimento sentito; -- simpatica la scena,
che già accennai, fra re e cortigiana, scena fuggevole d'una fantasia di
ballata o di sogno; -- drammatico, malgrado lo spumeggiare dello spirito
che ne attenua la tragicità, l'episodio dell'attentato alla vita del re,
arrischiato dalla bianca mano di Katie, la lettrice russa che quel capo
ameno di sovrano si limita per il momento a legare per i polsi a uno
stipo col fazzoletto, come un'Angelica.... vestita! È una pennellata
carina, d'indole schiettamente francese, meno le conseguenze che possono
essere, ahimè, di tutti i paesi... Il re è rimasto incolume, ma un
sospetto postumo, abbastanza avvalorato, che Katie abbia tentato il
colpo meno per ragioni politiche che per ragioni amorose, gli conficca
nell'anima uno dei soliti dardi contro cui non v'ha scudo nè difesa; e
la bellissima dagli occhi azzurri e dalla voce melodiosa è vendicata,
almeno per qualche tempo, più raffinatamente che non lo avesse potuto
fare con la piccola pallina di piombo mirata al cuore.
Nel capitolo delle «Esposizioni» v'hanno osservazioni e definizioni
sottili, fra cui questa che meriterebbe di essere stampata in fronte al
volumetto non comune:
«L'umorismo è l'arte di far sorridere melanconicamente le persone
intelligenti».
«.... Anche l'umore è una gran forza» -- scrive più innanzi a pagina 210
-- «appena che sia ben diretta, e può talvolta arrivare dove non arriva
la logica nel campo del pensiero, nè la esperienza nel campo dei fatti.
-- In ogni modo, camicia di Nesso o nimbo leggiero che esso sia, non
diventerà mai tale cosa da potersi levare e mettere come un abito di
cerimonia e non importa nulla se guasterà talvolta le cose buone che non
sono molte, perchè più sovente darà mano a sopportare le cattive che non
sono poche».
Del resto l'osservazione minuta, esatta, non priva d'una certa arguzia,
s'incontra sovente in queste memorie regali che hanno il pregio massimo
di essere quelle d'un uomo sincero dotato del triste privilegio di
conoscere e di analizzare sopratutto sè stesso spietatamente. Questo re
psicologo ci dice il perchè di molte contraddizioni, di certe intime
lotte che fanno sorridere gli uomini d'azione e che travagliano i
delicati: le gesta dell'anima, ignorate, misteriose spesso per gli eroi
medesimi costretti a pugnare nel laberinto contro un Minotauro
invisibile.... Benvenuto dunque il serico filo che questo principe ci
affida sorridendo!
Com'è vera nella sua complicazione l'analisi di quella «irritazione
morale»: «.... si rivelava con dei rapidi passaggi dalla più febbrile
allegria alla più depressa mestizia, con delle interruzioni di
abbattimento e come di nausea dell'uno stato e dell'altro. A
quest'ultima condizione ed anche alla tristezza, per quanto profonda, mi
sapeva talvolta rassegnare, ma non mai, appena che ci pensassi un po',
alla troppa giocondità, perchè forse più morbosa degli altri stati, e
perchè, quanto più essa dava segno di sè medesima, ed altrettanto io era
sicuro di piombare più a fondo nell'estremo opposto».
Ed anche questa, acuta ed essenzialmente umana: «........ gli spasimi
del dolor fisico, e non importa quali, possono avere benigna influenza
sopra lo spirito, allo stesso modo come le angoscie del cuore possono
avvalorarvi a sostenere le torture del corpo. Nient'altro. _Dolor
acerrimus farmacus_».
È invecchiato il giovine re, che si compensava alla notte della rigida
etichetta del giorno, galoppando sul suo cavallo alla ventura, proprio
come un ardente principe delle novelline di fate. È invecchiato,
immalinconito, ha la gotta, ed esagera i suoi scrupoli sino a
tralasciare di scrivere le sue memorie, che gli pare debbano scemare
l'ultima energia che vuol serbare al suo popolo.
«Povera umanità!» termina sospirando. «Ma più poveri di tutti coloro i
quali si stillano continuamente il cervello per determinare, ciascuno
alla sua maniera, le origini, i procedimenti e gli effetti del male in
terra, senza tentare di reciderlo, almeno dentro di essi, e senza porre
mente che se non ci fosse stato il male, via, siamo giusti, nemmeno si
avrebbe mai saputo che cosa fosse il bene. Come siamo ridicoli e
lagrimevoli insieme!»
Ecco, non c'è bisogno d'esser re per arrivare a questa conclusione.
Tutti, grandi e piccoli, maestri e discepoli, purchè portino in sè il
germe dell'analisi -- dello splendido fior velenoso -- sono sicuri di
rimanerne vittima pei primi. È una delle nostre grandi miserie questa
voluttà insaziabile della vivisezione, che ci fa rialzare dissanguati,
vacui, nauseati e sopratutto tristi della terribile tristezza
dell'impotenza e della vanità. Almeno il male giovi, almeno le vittime
ammonticchiate sugli altari servano a propiziare l'arte, la gran Dea....
Speriamo.
Ora ci dia un romanzo il Cantoni: un romanzo oggettivo. Sarà un romanzo
psicologico, fine, elegante; questa, più che una speranza, è una fede.