E al capo mio ridea la primavera
Quando il verno sul cor impronto scese;
E s'aprìa l'alma giovinetta altera
A' lieti sogni, quando il gel la offese.
E rapida calò da l'alba a sera
La sua giornata, a la stagion scortese;
Ella non fe' lamenti, non preghiera,
E romita tra l'ombre ombra si rese,
Ed amò il verno, che la pace assente
Profonda, e al germe di fallaci fiori
Chiude la vita, inesorabilmente:
Il verno, immite a' giovanili cuori,
Ma non ingrato alla severa mente
Nel suo disprezzo di lucenti errori.
***
Ecco l'amara e copiosa fonte dell'ispirazione: il Dolore; ed ecco i
versi più spontanei di Elda Gianelli. Qui anche la chiusa è serrata e
succosa, mentre, lo dico per incidente, spesso gli ultimi versi delle
sue composizioni sono meno felici dei primi. Per esempio questo
principio di due fluenti ottave:
Come una vela candida e romita
Naviga il mio pensier per l'ampio mare
promettevano per la fine qualche cosa di più; ed anche l'altro grazioso
primo verso:
O solitaria perla del core,
Pensier...
e questi, soavissimi, dopo il titolo di «Riflessi:»
Voi siete i fiori dell'anima mia,
Anima triste, fior senza colore;
ci fanno sperare una progressione che non viene e la cui mancanza ci
lascia un po' freddi, stavo per dire tristi, come in musica la
risoluzione indefinita d'una armonia.
In compenso però la strofa corre sempre agile e alata, e, come dissi,
l'idea palpita sotto il fragile involucro gentile. Le «Ruine» contro cui
si frangono i secoli e che una latente forza, minuta, paziente continua,
può, in un secondo, avvallare; «Leggendo Byron» ne' cui canti ella cerca
con un desiderio scrutatore e con una fine intuizione tutta femminile la
poesia di ciò che tacque e l'oscuro poema d'un cuor di sposa che nessuno
penetrò; i «Grotteschi» d'un dipinto, che le danno un ribrezzo e un
fascino di mistero Eleusino; il sanguinoso episodio di vendetta ch'ella
coglie nell'«Edda» la epopea nordica -- lasciandoci l'impressione eroica
e pietosa della tronca testa imbrattata di Swankilda dai capelli d'oro;
tutto ciò non è sentimentalismo nè larva di poesia. E nel
sentimentalismo non ci cade mai; anche se rivolge lo sguardo pensoso e
il bel cuor di donna alle miserie che la circondano, e s'intenerisce al
sogno del piccolo suonatore girovago o prevede un morticino prossimo nel
bianco fanciullo che incontra in chiesa il dì dei morti:
Un gramo fanciullin da gli occhi strani,
Come smarriti, d'animuccia in bando.
ci dica il segreto di passione d'una giovine morta che par sorridere in
pace, o si ricordi d'un vespro mestissimo; sospiri allo sfogliarsi delle
rose o aneli di dileguare nell'infinito, Elda Gianelli non è sdolcinata
nè manierata, mai. Le sue rime la rivelano una forte e amorosa tempra di
donna, un'anima eletta di fanciulla. Deve essere bruna e ardente come la
Sulamite; lei stessa confida al fiume che è irrequieta come lui, che
come lui corre verso un destino ignoto; coraggiosa, fiera, celando lotte
e ferite con la pudicizia del dolore ch'è nelle anime superiori e
virili, fermentando qualchevolta in una protesta, in un slancio di
libertà ribelle, calda, onesta, schietta, temperata sempre
donnescamente.
Poichè la fervida poetessa dal nome alato è sopratutto _donna_. Essa
deve appartenere a quella fortunata categoria di signore a cui gli
uomini perdonano volentieri di adoperare la penna perchè sanno maneggiar
l'ago con la stessa maestria, la stessa facilità. Quella fanciulla bruna
che la Gianelli ci dipinge seduta ad un verone rivestito d'edera, che
agucchia con la mano leggiera e il pensiero vagabondo, in faccia al
mare, al gran mare, deve esser lei; e se Elda non fosse una cara
figliuola non avrebbe sentito così intimamente la poesia umile e vera di
quel «picciolo tinello» nelle «dolci sere» di riunione domestica; in cui
il suo pensiero ardito e indomabile e i drammi del cuore le paiono una
stonatura e una menzogna. Eppure no, è l'augellino avido di azzurro a
cui il morbido nido non basta più, e si slancia..... ma l'impressione
dolce del muschio fra cui nacque e la fragranza delle erbe che
allacciavano la sua cuna gli rimangono e lo seguono nel suo viaggio
acreo, per lungo tempo. Così la musa di questa figliuola, di questa
signorina, è profumata e vereconda, e non ci sarà bisogno di sottrarre
agli sguardi curiosi delle fanciulle i suoi volumetti di versi, come si
deve fare qualchevolta per certe liriche sebbene portino nomi di
signorine....
Forse il pensier non sente la carezza
Del pensier che si perde a sè simil,
Di un eterno sognar ne la vanezza,
Smarrito in terra spirito gentil?
Forse tutte non vengon le parole
Soavi accolte da soavi cor?
Forse i versi non han, povere fole,
Per altri pazzi un ideal valor?
Vorrei che fosser molti i pazzi di così gentile follìa; molte le anime
pure ed illuminate del raggio divino rifrangentesi nella sua, almeno
tutte voi, signorine. E allora una fresca falange di leggiadre guerriere
dalla verga fiorita metterebbe in fuga il tenebroso esercito dei
malcontenti, dei pedanti, degli scettici dell'ingegno femminile. E
flagellandoli con le verghe odorose, e soverchiandoli con un
affollamento di visi giocondi, chiedereste loro con le vostre voci
argentine, assordanti, prepotenti, spietate, cosa sarebbe la primavera
se nell'aria non fluttuassero farfalle e petali e profumi, e se accanto
ai pomposi non sbocciassero i fragili fiori?