II.

E al capo mio ridea la primavera

Quando il verno sul cor impronto scese;

E s'aprìa l'alma giovinetta altera

A' lieti sogni, quando il gel la offese.

E rapida calò da l'alba a sera

La sua giornata, a la stagion scortese;

Ella non fe' lamenti, non preghiera,

E romita tra l'ombre ombra si rese,

Ed amò il verno, che la pace assente

Profonda, e al germe di fallaci fiori

Chiude la vita, inesorabilmente:

Il verno, immite a' giovanili cuori,

Ma non ingrato alla severa mente

Nel suo disprezzo di lucenti errori.

***

Ecco l'amara e copiosa fonte dell'ispirazione: il Dolore; ed ecco i

versi più spontanei di Elda Gianelli. Qui anche la chiusa è serrata e

succosa, mentre, lo dico per incidente, spesso gli ultimi versi delle

sue composizioni sono meno felici dei primi. Per esempio questo

principio di due fluenti ottave:

Come una vela candida e romita

Naviga il mio pensier per l'ampio mare

promettevano per la fine qualche cosa di più; ed anche l'altro grazioso

primo verso:

O solitaria perla del core,

Pensier...

e questi, soavissimi, dopo il titolo di «Riflessi:»

Voi siete i fiori dell'anima mia,

Anima triste, fior senza colore;

ci fanno sperare una progressione che non viene e la cui mancanza ci

lascia un po' freddi, stavo per dire tristi, come in musica la

risoluzione indefinita d'una armonia.

In compenso però la strofa corre sempre agile e alata, e, come dissi,

l'idea palpita sotto il fragile involucro gentile. Le «Ruine» contro cui

si frangono i secoli e che una latente forza, minuta, paziente continua,

può, in un secondo, avvallare; «Leggendo Byron» ne' cui canti ella cerca

con un desiderio scrutatore e con una fine intuizione tutta femminile la

poesia di ciò che tacque e l'oscuro poema d'un cuor di sposa che nessuno

penetrò; i «Grotteschi» d'un dipinto, che le danno un ribrezzo e un

fascino di mistero Eleusino; il sanguinoso episodio di vendetta ch'ella

coglie nell'«Edda» la epopea nordica -- lasciandoci l'impressione eroica

e pietosa della tronca testa imbrattata di Swankilda dai capelli d'oro;

tutto ciò non è sentimentalismo nè larva di poesia. E nel

sentimentalismo non ci cade mai; anche se rivolge lo sguardo pensoso e

il bel cuor di donna alle miserie che la circondano, e s'intenerisce al

sogno del piccolo suonatore girovago o prevede un morticino prossimo nel

bianco fanciullo che incontra in chiesa il dì dei morti:

Un gramo fanciullin da gli occhi strani,

Come smarriti, d'animuccia in bando.

ci dica il segreto di passione d'una giovine morta che par sorridere in

pace, o si ricordi d'un vespro mestissimo; sospiri allo sfogliarsi delle

rose o aneli di dileguare nell'infinito, Elda Gianelli non è sdolcinata

nè manierata, mai. Le sue rime la rivelano una forte e amorosa tempra di

donna, un'anima eletta di fanciulla. Deve essere bruna e ardente come la

Sulamite; lei stessa confida al fiume che è irrequieta come lui, che

come lui corre verso un destino ignoto; coraggiosa, fiera, celando lotte

e ferite con la pudicizia del dolore ch'è nelle anime superiori e

virili, fermentando qualchevolta in una protesta, in un slancio di

libertà ribelle, calda, onesta, schietta, temperata sempre

donnescamente.

Poichè la fervida poetessa dal nome alato è sopratutto _donna_. Essa

deve appartenere a quella fortunata categoria di signore a cui gli

uomini perdonano volentieri di adoperare la penna perchè sanno maneggiar

l'ago con la stessa maestria, la stessa facilità. Quella fanciulla bruna

che la Gianelli ci dipinge seduta ad un verone rivestito d'edera, che

agucchia con la mano leggiera e il pensiero vagabondo, in faccia al

mare, al gran mare, deve esser lei; e se Elda non fosse una cara

figliuola non avrebbe sentito così intimamente la poesia umile e vera di

quel «picciolo tinello» nelle «dolci sere» di riunione domestica; in cui

il suo pensiero ardito e indomabile e i drammi del cuore le paiono una

stonatura e una menzogna. Eppure no, è l'augellino avido di azzurro a

cui il morbido nido non basta più, e si slancia..... ma l'impressione

dolce del muschio fra cui nacque e la fragranza delle erbe che

allacciavano la sua cuna gli rimangono e lo seguono nel suo viaggio

acreo, per lungo tempo. Così la musa di questa figliuola, di questa

signorina, è profumata e vereconda, e non ci sarà bisogno di sottrarre

agli sguardi curiosi delle fanciulle i suoi volumetti di versi, come si

deve fare qualchevolta per certe liriche sebbene portino nomi di

signorine....

Forse il pensier non sente la carezza

Del pensier che si perde a sè simil,

Di un eterno sognar ne la vanezza,

Smarrito in terra spirito gentil?

Forse tutte non vengon le parole

Soavi accolte da soavi cor?

Forse i versi non han, povere fole,

Per altri pazzi un ideal valor?

Vorrei che fosser molti i pazzi di così gentile follìa; molte le anime

pure ed illuminate del raggio divino rifrangentesi nella sua, almeno

tutte voi, signorine. E allora una fresca falange di leggiadre guerriere

dalla verga fiorita metterebbe in fuga il tenebroso esercito dei

malcontenti, dei pedanti, degli scettici dell'ingegno femminile. E

flagellandoli con le verghe odorose, e soverchiandoli con un

affollamento di visi giocondi, chiedereste loro con le vostre voci

argentine, assordanti, prepotenti, spietate, cosa sarebbe la primavera

se nell'aria non fluttuassero farfalle e petali e profumi, e se accanto

ai pomposi non sbocciassero i fragili fiori?

Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica · 第 32 / 97 题