.... Si è detto e ripetuto che non vi furono mai, come al presente,
tante istituzioni benefiche e un maggior numero di scontenti e di
bisognosi. È perchè la società nella sua evoluzione verso il progresso
si crea necessità che prima non conosceva? È perchè la vita civile
odierna ci pone maggiormente a contatto dei nostri simili e ne sentiamo
più i lamenti e ne vediamo più i bisogni? Fatto si è che i poveri ci
sono e restano, e che ora più del solito sentiamo l'impulso e il dovere
di soccorrerli; ora, nel desolato inverno che le miserie morali e
fisiche ingigantisce come in certi paesi polari s'ingigantisce l'aspetto
delle cose per un fenomeno di rifrazione.
Per i poveri si danza, si canta, si suona, si recita, si fanno gli
alberi di Natale e le lotterie e va benissimo, non sofisticherò: il fine
giustifica i mezzi. Ma la carità vera, cristiana, benefica per l'anima
di chi la fa quanto per l'anima di chi la riceve, è praticata da pochi,
purtroppo. Tutti sanno che la carità diretta, nascosta, da simile a
simile, esercitata con discernimento ed alacrità è nobile e buona: ci
esaltiamo tutti per un atto di filantropìa ben diretto; i libri che ci
nutrirono lo spirito nella giovinezza ne sono sàturi, imbevuti ne sono
quelli che diamo in mano ai nostri figliuoli. Dunque in teoria tutti
d'accordo, ma in pratica? Noi daremo un soldo a un vagabondo per
levarcelo di torno sulla via; ma quante volte, assidendoci al desco
famigliare innanzi alla minestra fumante, ne leviamo una ciotola per la
vecchierella da cui ci separa un muro, che fa rammollire per i suoi
denti malfermi il tozzo di pane nell'acqua e intirizzisce sotto lo
scialle sdruscito? Noi insegniamo ai bambini di cospargere di briciole
il davanzale nevoso della finestra per i passeri vaganti, ma non li
conduciamo che assai raramente nelle case del povero per sollevarlo.
Sarebbe così bello, invece, e così proficuo che ogni mamma dedicasse
un'ora la settimana a qualche visita di carità fatta coi suoi figliuoli!
Che li avvezzasse a veder da vicino miserie che neppur sospettano, e
senza troppa paura della loro tristezza! I piccoli cuori, puri ancora e
impressionabili, si stringerebbero, sì, le tenere menti aperte
istintivamente alla giustizia avrebbero forse un senso di ribellione
contro le leggi supreme ed incomprensibili; ma dalla pietà e dallo
sdegno non germinerebbe uno zelo di compensare, di riparare che
porterebbe il suo frutto nelle età mature?
Se avessi autorità, vorrei raccomandare a tutte le mamme che vigilano
con intelletto amoroso sullo sviluppo morale delle creature di cui sono
la guida e l'esempio primo -- vorrei raccomandare di fare del sentimento
della carità una delle basi dell'educazione. Ciò si può fare a qualunque
classe sociale si appartenga: poichè non è l'entità dell'elemosina che
la rende utile e santa. Se ricchi, i ragazzi abbiano un salvadenaro per
i loro piccoli mendicanti protetti, e le bimbe imparino a confezionare
gli abitini, a far calze per loro, e il passaggio nelle squallide
soffitte lasci largamente dolci e doni, come quello delle buone fate
possenti. Se in condizione modesta, fare in modo che i bambini si
privino qualche volta d'un giocattolo, d'un indumento per darlo al
povero; fare che lo dia da sè, a costo del sacrifizio, combattendo
inesorabilmente con ingegnosa cautela ogni possibile spunto di egoismo o
d'indifferenza, due cattivi germi non infrequenti di cui vediamo
purtroppo fra gli uomini lo sviluppo rovinoso. «Quando un bambino fa
l'elemosina, dice il gran bardo dei fanciulli, il De Amicis, è come se
dalla sua mano cadesse insieme un obolo e un fiore». È infatti una così
suggestiva gentilezza, una visione così pura, così spirante tenerezza e
bontà, che invita a inginocchiarsi per pregare....