5 Dicembre

... Ho letto in questi giorni un libro non nuovo, assai vecchio anzi;

ma, senza far torto a nessuno, quante volte ci si pente d'aver aperto un

libro vecchio a preferenza d'uno nuovo? un libro ch'io chiamerei

volentieri _di stagione_. È il _Voyage autour de ma chambre_ di Saverio

de Maistre e lo dico _di stagione_, perchè insegna a viaggiare in modo

molto comodo ed opportuno per l'inverno, viaggiare senza muoversi dal

canto del fuoco; e, come Dante nel pelago buio, discendere negli oscuri

recessi dell'anima, e risalire come lui di stella in stella nei campi

luminosi del sogno. Viaggiare intorno alla propria camera, sostando

sugli oggetti noti e cari, vuol dire viver fuori del tempo, nel passato

e nell'avvenire, sfilar ad una ad una le ore vissute come i chicchi di

un rosario, chiudendo con un'invocazione pia e ansiosa che par

preghiera, contar ad una ad una le giornate del futuro come i bocciuoli

di un virgulto accarezzato e protetto. Il letto, che è il santuario

della vita e della morte, il rifugio del dolore; lo specchio il

consigliere fedele e schietto che accoglie lagrime e sorrisi, freschezze

e rughe, veli bianchi e veli neri; e il tavolino da lavoro a cui ci

assidemmo nelle trepide vigilie e negli squallidi indomani; e la piccola

scrivania complice e responsabile, e la poltroncina insidiosa per la

nostra attività, di dove udimmo una voce, una parola che non

dimenticheremo più.

Poi i quadretti, le fotografie, i gingilli, ognuno dei quali ha una

storia, un episodio, un ricordo, cristallizzazioni tenui e gentili di

goccie che caddero nel gran mare dell'eternità. Se ogni donna

raccontasse la storia della sua camera, racconterebbe quella della sua

vita. Nessuna lo vorrebbe forse, ma qualcuna, chi sà? la racconta come

me a sè stessa e pensa col Mantegazza che il piacere della proprietà,

per quanto esigua, è uno dei più dolci piaceri. Una signorina,

intelligente quanto simpatica, mi ha detto un giorno: -- Io non amo una

cosa quando è bella, l'amo quando è mia.

..... una sera di Dicembre

Ho incominciato questo libriccino inneggiando, quasi, alla solitudine

delle serate invernali; ora, all'ultima pagina ne provo un improvviso

sgomento.... È il tempo dell'intimità, della vita buona della famiglia.

Non c'è scapolo, per quanto sventato, che non abbia sognato in una

rigida sera nevosa un angolo di caminetto e una personcina sottile; non

c'è vecchio celibe, per quanto impenitente, che non abbia pensato un

attimo, udendo battere la pioggia contro i vetri, a un sorriso di bimbo

e a una mano di donna più accurata di quella della fedele governante.

Oh, sogni e pensieri brevi, s'intende, che non tornano più in primavera,

che in primavera si disfarebbero anzi, se un momento galeotto avesse

permesso che si desse loro la tessitura della realtà. D'accordo. Ma

anche per il sogno d'un attimo e per il pensiero d'un istante s'accresce

la gloria radiosa del focolare; gloria che è un poco quella di noi

donne, poichè ne siamo le vestali e le regine.

Tutte le donne che vogliono essere e rimanere squisitamente tali,

dovrebbero amare l'inverno; e non perchè la vita mondana che riprende

con maggior impulso permette loro di mostrarsi più belle, ma perchè la

vita della casa nella sua maggior fragranza permette loro di mostrarsi

più buone. Lo _sport_, i viaggi, l'alpinismo, il ciclismo, tutti i

pretesti di vagabondaggio estivo non ci rubano più gli uomini; molti

affari anche, molte professioni, danno qualche tregua l'inverno; le

forti mani, leggermente incallite nei violenti esercizi fisici e stanche

di regger la penna, si riposano volentieri a far l'arcolaio a una

matassa di lana, o a riordinare le gradazioni delle matassine seriche, o

a prendere e posare il porta-aghi, le forbici, gli innumerevoli ninnoli

che ingombrano gli astucci e le cestelline da lavoro. Sono le ore in cui

i teneri e vigili cuori femminili irraggiano e riscaldano; le ore in cui

tutte le donne devono diventare un po' mamme: collo sposo, col fratello,

coll'amico. Quanti preziosi consigli, quante refrigeranti parole, quante

efficaci esortazioni, quanto luminoso seme d'idee può cadere dolce e

lento da un labbro femminile sul cuore del suo compagno, mentre le

piccole mani s'industriano, creatrici o riparatrici, e le leggiadre

teste sono chine sul lavoro e gli occhi belli non guardano e non

turbano! Chi può dire le opere magnanime, i capolavori, le decisioni

coraggiose e riabilitatrici di cui hanno gettato il primo filo queste

Aracni pie dell'intelletto d'Amore? _Cherchez la femme_, la donna, sì,

cercate la donna, ma non solo in fondo agli intrighi volgari; cercatela

in fondo a tutte le opere belle, a tutte le opere grandi, a tutte le

opere buone: un sorriso o una lagrima di donna sono nella base d'ogni

ideale opera umana, come nelle fondamenta degli antichi edifizii i

frammenti di marmi preziosi e le monete d'oro......

Giosuè Carducci: -- Cadore.

[Pubblicato la prima volta nella «Cordelia» giornale per le giovinette,

anno XI.]

È il terzo anno che mentre il settembre tramonta nella sua placidità

cristallina, e precisamente in una giornata che ha l'aureola d'oro di un

anniversario glorioso, il più grande dei viventi poeti italiani ci

regala un fior dell'Alpe come un'ideale medaglia di commemorazione. A

Giosuè Carducci, che pare aver soltanto la nobile ambizione d'udirsi

chiamare il poeta civile d'Italia, inchiniamoci oggi in atto di

ringraziamento: noi signore, che rappresentiamo la gentilezza presente:

voi, signorine, che con miglior fortuna forse, continuerete a

rappresentarla nel futuro.

Piemonte, La bicocca di San Giacomo, Cadore -- possono essere tre canti

d'una non lontana epopea destinata a eternare nelle plaghe dell'arte ciò

che nel torbido mondo degli uomini potrebbe essere dimenticato.

Nessuno più degno del Carducci di questa alta missione.

Egli non tramanderà alle genti nuove le ricchezze eroiche del nostro

passato vestite puerilmente all'ultima moda, ma drappeggiate

classicamente in tutta la purezza di un'arte che non morirà, perchè in

lei palpitano elementi della bellezza immortale. L'ode è scritta nel

metro inventato dal più antico dei poeti lirici eolii -- il metro

prediletto dal Carducci che amò dirsi l'ultimo de' loro figli; con un

intermezzo in archilochio-eroico efficacissimo. La ideò, pare, nella

piazza di Pieve di Cadore la cui fotografia si vede unita all'opuscolo.

Come gli antichi nelle loro creazioni si compiacevano di avvicinare la

forza alla bellezza, così il Carducci canta riuniti un artista e un

martire: il Tiziano, che rese illustre il paesetto in cui nacque; Pietro

Calvi, che lo rese glorioso. Il monumento dell'uno grandeggia; il

profilo dell'altro si disegna in un medaglione, modestamente, fra un

ricordo marmoreo dedicato ai Cadorini caduti nel 1848 per l'indipendenza

Italiana. Ma ambedue sono ugualmente grandi per la patria; ambedue

ugualmente degni di esser celebrati dal poeta.

È bellissima questa fusione dei raggi luminosi delle due anime: quella

del genio e quella dell'eroe. «Sei grande» dice il poeta al genio:

«Sei grande. Eterno co 'l sole l'iride

de' tuoi colori consola gli uomini,

sorride natura a l'idea

giovin perpetua ne le tue

forme. Al baleno di quei fantasimi

roseo passante su 'l torvo secolo

passava il tumulto del ferro,

ne l'alto guardavano le genti;

e quei che Roma corse e l'Italia,

struggitor freddo, fiammingo cesare[2]

sè stesso obliava, i pennelli

chino a raccogliere dal tuo piede.

[2] Carlo V.

E dopo aver richiesto dello spirito magno l'austero silente chiostro de'

Frari e i monti paterni e il cielo azzurro che ride e bacia la candida

statua, continua:

Sei grande. E pure là da quel povero

marmo più forte mi chiama e i cantici

antichi mi chiede quel baldo

riso di giovine disfidante.

Che è che sfidi, divino giovane?

la pugna, il fato, l'irrompente impeto

dei mille contr'uno disfidi,

anima eroica: Pietro Calvi.

Poi con forza ed emozione crescenti -- poichè pare che l'eroe tocchi più

dell'artista il cuore e l'estro del bardo -- egli scongiura che finchè

il Piave scorra ingombro dei ruderi delle selve che diedero pini al

vecchio S. Marco, e finchè il sole occiduo colori i monti delle

Marmarole, sì che

rifulgan, palagio di sogni,

eliso di spiriti e di fate,

Suoni soave, suoni terribile,

ne i desideri da le memorie,

o Calvi, il tuo nome; e balzando

pallidi i giovini cerchin l'arme.

***

O gentili e trionfali figure del nostro Risorgimento, come siamo liete

noi donne e fanciulle, noi giovani, di rintracciarvi rilucenti fra i

versi magnifici, come i guerrieri eletti nel dantesco dolce aere

luminoso! E pare davvero un personaggio dantesco questo giovane capitano

«biondo, diritto immobile,»

che nel sole di maggio sventola fieramente contro al nemico il segnale

della guerra, la guerra dell'affrancamento, l'unica guerra santa.

Afferran l'armi e a festa i giovani tizïaneschi

scendon cantando Italia;

stanno le donne a' neri veroni di legno, fioriti

di geranio e garofani.

Udite: Un suon lontano discende, approssima, sale,

corre, cresce, propagasi;

un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che infuria

insistente, terribile.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Che è? chiede il nemico venendone all'abboccamento,

e pur con gli occhi interroga.

Le campane del popol d'Italia sono: a la morte

vostra o a la nostra suonano.

Ahi, Pietro Calvi, al piano te poi fra sett'anni la morte

da le fosse di Mantova

rapirà. Tu venisti cercandola come la sposa

celatamente un esule.

Quale già d'Austria l'armi, tal d'Austria la forca or ti guarda

sereno ed impassibile,

grato a l'ostil giudicio che milite il manda a la sacra

legïon de gli spiriti.

Non mai più nobil alma, non mai sprigionando lanciasti

a l'avvenir d'Italia

Belfiore, oscura fossa d'austriache forche, fulgente

Belfiore, ara di martiri.

Dopo le rapide ed efficaci impressioni di quei giovani belli e arditi

che corrono alla morte cantando il nome della loro terra, di quelle

donne ai balconi, di quel rintocco insistente, crescente, diffuso delle

campane, di quell'intrepido martire nella valle dal poetico nome --

impressioni date magistralmente; il cantore in un ultimo impeto

patriottico impreca a chi dimenticasse quel martire, a chi negasse la

patria:

e a chi la patria nega, nel cervello, nel sangue

sozza una forma brulichi

di suicidio.....

la tortura morale più orribile, la tortura dei vili....

Nella terza parte il Carducci, «lasciando dietro a sè mar si crudele,»

torna alle serene bellezze del Cadore nel metro alcaico, in una pittura

di paesaggio stupenda:

..... Lento nel pallido

candor de la giovine luna

stendesi il murmure de gli abeti

da te, carezza lunga sú 'l magico

sonno de l'acque. Di biondi parvoli

fioriscono a te le contrade,

e da le pendenti rupi il fieno

falcian cantando le fiere vergini

attorte in nere bende la fulvida

chioma; sfavillan di lampi

cèruli rapidi gli occhi: mentre

il carrettiere per le precipiti

vie tre cavalli regge ad un carico

di pino da lungi odorante

. . . . . . . . . . . . . . .

Ma poi sul finire gli sfugge di nuovo uno de' suoi gridi titanici: un

grido di Prometeo:

Io vo rapirti, Cadore, l'anima

di Pietro Calvi; per la penisola

io voglio su l'ali del canto

aralda mandarla.

Per ora è questa -- dice il poeta -- non quella del Vecellio che

richiede l'Italia. Quando l'Italia sarà tutta forte, tutta vittoriosa

anche nello spirito dei suoi figliuoli, allora chiederemo a Tiziano che

ne dipinga il trionfo nel più bello e nel più memorabile dei suoi

monumenti: nel Campidoglio.

Spirito eroico e gentile evocato da un sommo, fa che non sia remoto quel

tempo! fa che i giovani d'Italia non ti sentano vanamente passare!

Il conte zio.

[Scritto per una specie d'inchiesta aperta dal _Fanfulla della Domenica_

su una pretesa contradizione riscontrata nel carattere del «Conte zio»

dei Promessi Sposi. N. d. A.]

L'invito è cortese, la questione attraente e tentatrice; ma, consapevole

della mia pochezza, scendo in lizza timidamente, nascondendomi il più

che è possibile all'ombra di quel gran nome, che i vecchi adorano e che

tutti i giovani -- manzoniani o no -- dovrebbero inchinare reverenti.

Intanto rileggendo attentamente quel bellissimo capitolo decimonono dei

_Promessi Sposi_, in cui le qualità più simpatiche dell'autore rifulgono

di viva luce, si è tratti subito ad ammirare la magistrale sapienza del

Manzoni nel dialogo, tanto per la fine ed ingegnosa condotta alla

conclusione, come per la naturalezza inimitabile. Quelle esitazioni,

quelle frasi lasciate a mezzo, e non solamente in bocca al Conte Zio,

per cui sono una caratteristica, ma pur anche in bocca del padre

provinciale, è arte finissima per indurre il lettore a credersi

veramente spettatore invisibile dei due interlocutori, che parlano con

le esitazioni vere di chi cerca la parola esatta o l'immagine

appropriata nel discorso.

Ed ora entrando in materia, per esporre coraggiosamente il mio parere,

soggiungo che non mi pare di riscontrar contradizione alcuna fra le

linee generali del carattere del Conte Zio e il suo modo di trattare la

faccenda col molto reverendo padre: giacchè se il Conte ci viene

raffigurato dall'autore come un barattolo di farmacia vuoto di dentro,

sappiamo pure che aveva su certe parole arabe per mantenere il credito

alla bottega; e il credito non l'avrebbe mantenuto, se invece di usare

di quelle «spalmature di vernice che la politica a più mani aveva messe

sopra il suo viso,» fosse entrato impazientito a piè pari

nell'argomento, narrando brutalmente al religioso la storiella

scandalosa di fra Cristoforo: tanto più che da certe reticenze del padre

provinciale, da certi tentativi di difesa, egli ha dovuto intendere

facilmente che non era quello il bandolo, e che la stima in cui si

teneva o a torto o a ragione fra Cristoforo, avrebbe forse reso

inefficace quell'accusa troppo grave facendo gridare alla calunnia.

Quindi bisognava che il magnifico signore s'attenesse al verosimile per

non urtar troppo il molto reverendo padre, tanto più che fra i due

(parla il Manzoni) «passava un'antica conoscenza; s'erano veduti di

rado, ma ogni volta con gran dimostrazioni d'amicizia e con proferte

sperticate di servigi:» un'amicizia insomma piena di riguardi e di

cerimonie.

L'offesa recata a fra Cristoforo con quell'accusa era un'offesa

all'abito che portava l'amico molto reverendo, il quale stava appunto

cantando di quell'abito la gloria e i miracoli. Così la confidenza di un

semplice urto fra il padre Cristoforo e don Rodrigo, condite con le

solite reticenze di quel «parlare ambiguo, quel tacere significativo,

quello spingere d'occhi che esprimeva non posso parlare,» era proprio

quello che ci voleva in quel momento per conseguire il suo intento senza

metterlo nell'imbarazzo di parlar chiaro -- cosa, che con quel suo

metodo doveva riuscirgli abbastanza difficile. Insomma, fece nè più nè

meno del solito, e questo mi pare che vada d'accordo con le linee

generali: la mancanza di coltura, di dottrina, d'ingegno, la sua

sufficienza boriosa con cui si convinceva certo che se un individuo

qualunque dava noia alla sua casa, quell'individuo era bell'e spacciato

-- si scacciava come una mosca importuna -- motivo di sfratto che doveva

solleticare la sua vanità più del racconto esplicito dell'intrigo di fra

Cristoforo.

Inoltre, essendosi Attilio scaltramente indugiato sulla necessità di

garantire l'onore del casato dalle ironie di quel frate che «trova

maggior gusto a farla vedere a Rodrigo, appunto perchè questi ha un

protettore naturale di tanta autorità come Vossignoria (il Conte Zio) e

che egli se ne ride dei grandi e dei politici, e che il cordone di San

Francesco tien legate anche le spade...», la boria spagnolesca del Conte

Zio dovè sentirsi punta tanto sul vivo da queste parole ardimentose

riferitegli, da fargli mettere subito in seconda riga la storiella

scandalosa, salvo poi a servirsene come ausiliario, se il padre avesse

negato o promesso vagamente ciò ch'egli chiedeva.

Ed ora mi parrebbe che si possa continuare a giudicare il Conte Zio per

quello che è sempre stato -- uno cioè che ha solamente la verniciatura

del grand'uomo -- per il barattolo vuoto, per lo spaccone che crede di

acquistar credito -- e lo acquista in quel pubblico! -- raccontando

d'essersi sentito domandare, in presenza di mezza la Corte, come gli

piacesse Madrid: di aver visto da un posto distinto le caccie del toro,

e di essersi udito dire dal conte duca, a quattr'occhi, nel vano di una

finestra, che il duomo di Milano era il tempio più grande che fosse nei

dominii del re. L'omissione di un accenno a Lucia nel dialogo col

provinciale non è avvedutezza, ma imbarazzo complimentoso, boria e un

pizzico di quella diplomazia che l'autore gli dona, e che non si può a

meno di concedergli in una posizione come la sua, che poco o tanto della

diplomazia ne doveva insegnare.

Questioni femminili.

_A Neera_.

È con tutta la deferenza ch'io oso dirigervi la parola, signora,

maestra. La vostra voce dolce e ferma è la sola voce di donna in Italia

che ci ripeta con gentile ritornello qualche cosa che sta un po' più in

su dell'arte di ornare un abito o di addobbare un salotto, ma che non

cessa forse di esser arte: arte spirituale. Io sento il desiderio,

intanto, di ringraziarvene vivamente per conto mio; e perchè no? anche a

nome delle tante che vi innalzano in silenzio la loro riconoscenza -- le

quali poi forse, dopo, ringrazieranno me.

Ed ora che vi è noto il mio animo, continuo con più coraggio. Vorrei

esporvi qualche riflessione che sono andata facendo fra me mentre

leggevo il vostro ultimo articolo, _Il lavoro della donna_, con molta

attenzione, come leggo ogni scritto firmato da voi.

Signora, voi parlaste di felicità; voi intendete di guidarci

animosamente col vostro magico filo di seta attraverso al laberinto

fosco e intricato della vita, fino alla terra promessa, dove non

piangeremo più. Oh, ditemi, sarà possibile? Io che vi seguo con energia,

con impazienza quasi, quando mi parlate di conforti, di lotte, di

altezze, ora, alla rilucente parola vana m'assale tutta la stanchezza

del cammino. No, gentile, non ci parlate di felicità: in casa o fuori,

nella cattedra o nella poltrona accanto al fuoco, noi non la troveremo

mai, lo sappiamo: è la voce dei secoli che ce lo dice: è l'eco della

vostra voce di ieri che ci incitava severamente al martirio. Non

c'illudiamo, dunque, è meglio; poi la ricerca ostinata affannosa della

felicità è un egoismo supremo. Lasciamolo agli uomini. Mettiamo un'altra

parola invece, una parola pia, umile, buona; diciamo: _consolazione_.

Si tratta quindi di consolarci con un'elevazione morale delle

ingiustizie, dei travagli, delle pene che piovono sul debole capo della

donna -- non so perchè -- in maggior quantità. E se questa consolazione,

per le circostanze, o per l'indole, o per l'educazione, qualche donna

può trovarla vera ed efficace fra le miserie di un ospedale o fra le

luminosità del regno dell'arte, perchè l'uomo, il suo compagno, dovrà

dire a costei che non sarà mai una fuggitiva ma sempre una diseredata:

vattene, qui non c'è posto per te!? -- Per rimetterla ad ogni costo

nello stretto circolo delle attribuzioni domestiche? Ma se il suo

focolare è freddo? E questa anima grande e severa avida di ritemprarsi

alle fonti della scienza, credete che potrà raccogliervisi e rassegnarsi

a spegnersi anch'essa inutile e infeconda? A vantaggio di che?

Mi fanno ridere quelli che parlano di concorrenza. Come se non fosse

molto più comodo e più facile per la donna di rimanersene nella sua casa

a far qualche lavoruccio, leggere qualche romanzo, a strimpellare

qualche melodia; come se la via che ci guida a un ideale qualunque,

appena fuori della soglia domestica non fosse, per noi, infinitamente

più ardua e più ingombra che per gli uomini!

Spero che avrete notato ch'io non ho parlato di toga, nè di cattedra,

cose ch'io credo incompatibili con la natura femminile, almeno nelle

razze latine. Io non ho perorato che per l'arte -- tutta l'arte -- e una

sola scienza dove sono convinta che la donna può esplicare mirabilmente

tutte le buone doti del suo sesso: la medicina. Del resto, biasimandola

o encomiandola, lasciatele libero, pienamente, il campo d'azione: fate

che non sia relegata accanto alle culle dei bimbi o alle poltrone dei

vecchi, ma che vi rimanga lei per elezione, per scelta, e ci resterà, io

sono sicura che ci resterà, finchè i vecchi e i bambini avranno bisogno

di lei. E se non ci resterà, io preferisco saperla misericordiosamente

china su un altro bambino malato, piuttosto che su di una tazza di thè

in un salotto pieno di galanteria; io preferisco vederla strappata al

focolare dall'arte o dalla scienza, piuttosto che dagli aridi ascetismi

del monastero... Voi siete intelligente, non vi scandalizzerete, lo so.

Poi, ditemi, signora: credete che la donna ci perderebbe assai a

_mascolinizzarsi_ (come voi dite) un poco? Trovate voi che la donna del

secolo decimonono sia arrivata a un punto tale di sprezzatura, di

praticità, di aridezza, di pedanteria, da dover dirle: arrestati o la

donna non ci sarà più!? Io veramente non me ne accorgo, e finchè una

maggioranza femminile mi dà a meditare sulla causa dell'attività e della

stanchezza delle loro giornate, e finchè veggo le mamme inculcare ai

futuri legislatori, agli artisti futuri l'arte difficile del vestirsi

elegantemente, mi pare che a quegli estremi siamo ancora lontani, e

sopratutto mi pare per il bene delle generazioni future che un po' più

di serietà, di tempra nella donna, non sarebbe proprio male.

Che volete, signora; io ho a questo proposito idee tutte mie, false

forse, ma ho delle idee, ciò che è sempre meglio che non ne avere: io

credo che una franca, geniale, semplice scambievolezza di rapporti

morali fra un sesso e l'altro, senza misticismi e senza sensualità,

quella simpatica e sana amicizia che si ordisce solo quando le anime

sono rivolte a un faticoso intento comune, non farebbe perdere nè alla

donna la sua delicatezza, nè all'uomo la sua forza. Sono elementi

naturali in essi e la natura si lascia mitigare, mai fuorviare. L'uomo

imparerà a stimarci e ad apprezzarci di più; la donna diventerà più

forte e meno civetta: e se anche a lei resterà un po' meno di tempo per

amare, gliene resterà anche di meno per... pentirsi a tornare da capo.

Via, gentilissima, non ci facciamo illusioni: siccome non siamo santi e

siccome io spero che non lo diventiamo del tutto, una collaborazione

spirituale come voi e molti eletti la sognano non si può ottenere per

ora che mediante un tale esaltamento e a casi tanto isolati che avrà

tutta l'aria di una mostruosità. Non bisogna forzarla, bisogna

prepararla. La donna, ieri schiava, non può diventar regina oggi senza

esser prima la compagna vera, intelligente, operosa; senza saper prima

di che sono fatte certe lotte e certe vittorie. Quando l'uomo cesserà di

dirle: -- Taci, tu non te ne intendi, -- solo allora ella potrà

animarlo, ispirarlo, consolarlo, efficacemente, durevolmente. Noi

conosciamo poco e male gli uomini, credete; e gli uomini conoscono

malissimo noi. In ogni modo una dedizione cieca, assoluta, quasi

suggestionata, sia anche della donna superiore, per l'uomo superiore, io

non la ammetto; perchè quella donna non sarà mai compensata, nè intesa,

nè adorata abbastanza; perchè l'uomo superiore se vedrà un bel visino

malinconico (che magari non sarà che la maschera di una testa vuota),

quell'uomo ci farà su una creazione così splendida e così inverosimile,

che l'amica intellettuale e meno favorita dalla fortuna non avrà di

meglio a fare che volatilizzarsi e sparire.

Io, mia signora, confesso, non ho la vostra bella fede che nessun

sacrifizio di donna sia stato perduto, nessuna lagrima dispersa; io

penso prosaicamente che molte margherite furono gettate... a chi sapete,

e, per consolarmi, che la maggior parte dei nomi di donna che si leggono

nelle opere d'arte d'un uomo non furono degni della lor parte di gloria.

Pure, quando trovo nelle letterature nordiche che ora pare gettino una

fredda ombra anche sulla vita -- quando trovo un modello di donna eletta

compiere freddamente, calcolatamente, un adulterio nel morboso delirio

di fabbricare in quell'ora l'uomo ideale, e ritornarsene poi nella sua

casa, fra i suoi figliuoli a viverci _come prima_ aspettando che le

nasca il Messia -- io mi sento fortemente tentata di preferire a questo

mostro intellettuale _les jolis zéros_ della fresca e ignorante amante

di Rivarol il quale non le chiedeva che d'aver dello spirito come... una

rosa!

Pleiade nuova.

Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica · 第 25 / 97 题