Dopo un'assenza un po' prolungata riapro il mio diario che potrei
chiamare il libro delle sfumature. Malinconiche sfumature quelle d'oggi.
Le sfumature del grigio, del marrone, del bianco; dei colori della
penitenza e delle fredde purezze solitarie. Mi pare che nell'inverno le
tinte gaie dormano il giorno e vivano la notte come la gioconda e lieve
falange dei silfi e delle fate, come tutte le cose ridenti che non si sa
più dove siano. La notte trionfano, folleggiano nei ritrovi, nei teatri,
nei balli, nei conviti; fra pareti rabescate ed ornate, sotto un sole di
gas o d'elettricità, fra il profumo delle essenze, nel prorompere d'una
vita fittizia e artificiale che brucia e non riscalda. Il giorno si
rinchiudono, non si sa dove, negli armadi, negli spogliatoi, nei cofani,
negli angoli, per ricomparire coi primi lumi.
Richiusi, segregati, abbandonati, i vividi colori dormono e sognano.
Sognano la primavera così lontana, così inverosimile, colle sue fresche
tinte di rosa e di viola, col lume del suo tepido sole fecondo,
coll'alito intriso di vivo profumo. Sognano l'estate così morta,
l'estate col suo azzurreggiare di marine, le pompe de' suoi papaveri fra
il grano biondo, la frescura dei verdi colli, la ferocia del suo sole
meridiano. E anche l'autunno di ricordo recente sognano: l'autunno,
divinamente stanco e mesto delle troppe cose vedute, delle grandi opere
compite, ancora un poco ridente, ma già raccolto, già pio, già presago
dell'imminente sonno eterno... Refrigeranti sogni di ricordi che
conservano ai colori la loro freschezza nativa.