È la stagione delle lunghe serate. Non ne diciamo troppo male. Gli
affetti e le dolcezze del focolare si avvivano come le stanze
all'accendersi dei lumi dopo il livido svanire dell'ultima luce. Gli
ambienti sono più tepidi, gli spiriti più gai. La solitudine stessa
nelle sere d'inverno, si riveste d'un colore d'austerità feconda che la
rende meno triste. Non è come in certi tramonti di primavera o
d'autunno, in cui l'anima indocile ai legami della volontà migra in alto
insieme alle nubi di rosa e di viola per tornare più mesta, più
solitaria più infelice. Nelle veglie invernali ci si accomoda
nell'angolo più simpatico del salottino, e là, protette dalla penombra
raccolta del gran paralume, si scrive. Sia all'amico venerando, alla
sorella giovinetta, al figliuolo collegiale, al fratello, alla madre, ma
le nostre lettere devono portare una forza, un sorriso, un esempio, un
pensiero, una fede... Qualchevolta è un libretto che esce dalle
misteriose profondità della scrivania -- un libretto come questo, dove
si notano da anni le impressioni, i pensieri, i libri letti, i versi
preferiti, i progressi morali e intellettuali dei figliuoletti che
sbocciano al nostro alito amoroso... È un'utile abitudine; insegna a
pensare, ad analizzare, a determinare; poi è una pallida conservazione
della vita passata che non svapora del tutto, chiusa così in essenza fra
le pagine. Ma per far ciò fruttuosamente, occorre sopratutto la
sincerità; una sincerità acuta, spietata, che disgombri affatto la
coscienza dalle nebulose fra cui si vizia e si falsa. Bisogna avere il
coraggio delle contraddizioni, dell'opinione intima, che è quasi sempre
la più timida, della rigidezza per le fantasticherie e i languori;
bisogna pervenire allo sdoppiamento completo di sè; foggiarsi e
alimentare in noi un piccolo giudice giusto ma supremamente severo.
Allora il libriccino diventa una specie di controllo morale, e solo
allora un consigliere efficace.
Io aspetto con delizia le sere di solitudine per dare l'ultima mano alla
novella, all'articolo, per trionfare d'una pagina ribelle, per
incominciare un lungo e più arduo lavoro. Alla sera i bambini dormono, i
parenti, gli amici, i servi non interrompono -- si sa che nulla reclama
il nostro intervento, si sa di potersi abbandonare con pieno diritto e
dedizione totale all'opera faticosa e gentile. E nel gran silenzio che
si addensa intorno, balenano copiose le idee, e scendono in raggi
fecondi nell'espressione agile ed efficace. Si scrive, si scrive, si
sogna senza dormire, si vive con persone che non si conoscono, che non
esistono, ma che si agitano e soffrono e vivono e parlano animati da
noi, figli del nostro dolore, quasi sempre. Poi ad un tratto uno
scricchiolio, un suono, una voce ci scuotono, si guarda l'oriuolo e
sfugge un'esclamazione di meraviglia. Già terminata la sera? E ci
troviamo nel cervello un capriccio di meno e qualche idea di più.