11 Gennaio

È la stagione delle lunghe serate. Non ne diciamo troppo male. Gli

affetti e le dolcezze del focolare si avvivano come le stanze

all'accendersi dei lumi dopo il livido svanire dell'ultima luce. Gli

ambienti sono più tepidi, gli spiriti più gai. La solitudine stessa

nelle sere d'inverno, si riveste d'un colore d'austerità feconda che la

rende meno triste. Non è come in certi tramonti di primavera o

d'autunno, in cui l'anima indocile ai legami della volontà migra in alto

insieme alle nubi di rosa e di viola per tornare più mesta, più

solitaria più infelice. Nelle veglie invernali ci si accomoda

nell'angolo più simpatico del salottino, e là, protette dalla penombra

raccolta del gran paralume, si scrive. Sia all'amico venerando, alla

sorella giovinetta, al figliuolo collegiale, al fratello, alla madre, ma

le nostre lettere devono portare una forza, un sorriso, un esempio, un

pensiero, una fede... Qualchevolta è un libretto che esce dalle

misteriose profondità della scrivania -- un libretto come questo, dove

si notano da anni le impressioni, i pensieri, i libri letti, i versi

preferiti, i progressi morali e intellettuali dei figliuoletti che

sbocciano al nostro alito amoroso... È un'utile abitudine; insegna a

pensare, ad analizzare, a determinare; poi è una pallida conservazione

della vita passata che non svapora del tutto, chiusa così in essenza fra

le pagine. Ma per far ciò fruttuosamente, occorre sopratutto la

sincerità; una sincerità acuta, spietata, che disgombri affatto la

coscienza dalle nebulose fra cui si vizia e si falsa. Bisogna avere il

coraggio delle contraddizioni, dell'opinione intima, che è quasi sempre

la più timida, della rigidezza per le fantasticherie e i languori;

bisogna pervenire allo sdoppiamento completo di sè; foggiarsi e

alimentare in noi un piccolo giudice giusto ma supremamente severo.

Allora il libriccino diventa una specie di controllo morale, e solo

allora un consigliere efficace.

Io aspetto con delizia le sere di solitudine per dare l'ultima mano alla

novella, all'articolo, per trionfare d'una pagina ribelle, per

incominciare un lungo e più arduo lavoro. Alla sera i bambini dormono, i

parenti, gli amici, i servi non interrompono -- si sa che nulla reclama

il nostro intervento, si sa di potersi abbandonare con pieno diritto e

dedizione totale all'opera faticosa e gentile. E nel gran silenzio che

si addensa intorno, balenano copiose le idee, e scendono in raggi

fecondi nell'espressione agile ed efficace. Si scrive, si scrive, si

sogna senza dormire, si vive con persone che non si conoscono, che non

esistono, ma che si agitano e soffrono e vivono e parlano animati da

noi, figli del nostro dolore, quasi sempre. Poi ad un tratto uno

scricchiolio, un suono, una voce ci scuotono, si guarda l'oriuolo e

sfugge un'esclamazione di meraviglia. Già terminata la sera? E ci

troviamo nel cervello un capriccio di meno e qualche idea di più.

Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica · 第 10 / 97 题