concludendo che la vaporiera
. . . . . . ridestrutto nel torace il sole
Il suo monarca rapida trascina.
Inoltre il Checcucci dimostra una certa predilezione per le
similitudini... come chiamarle? sociologiche?... tendenza allarmante in
un poeta; e canta le sponde _colonizzate_ dai baci del sole, i pianeti
in _sodalizio_ di pietà, la _nazionalità_ dei mondi, le _teorie_,
ruggenti entro i vulcani (teorie persuasive!) la fratellanza
dell'universo, i raggi _delinquenti_ e i lampeggi _degradati_,
l'_assemblea_ torrida, l'atomo che non _presenzierà_ più «dei cieli al
gran lavoro» l'_umanesimo_ dei cieli, il genio _collettivo_ ecc.; poi da
sociologo diventa impresario e sogna
I drammi dell'amore
Rappresentar nella platea dei cieli
Maestro il tempo e metodo il dolore
avvertendoci però del suo temperamento un po'...... nervoso, poichè
l'energia che rattiene gli atomi componente il suo corpo gli
.... apre in solchi elettrici le vene
E in batterie magnetiche il costato.
Ancora, nel canto: Forza e Materia, ci ammanisce versi come i seguenti:
Tanto chi ozia, quanto chi lavora
Per vie segrete fatalmente crea.
Tramonta il sol, ma dura l'afa ancora,
Muore la testa ma riman l'idea,
In tutta questa universal famiglia
Non siamo che congiunti
Dal tempo per l'abisso spatriati,
Dispersi in cielo a grumoli di punti
Economicamente utilizzati.
Ecco: che questo sia linguaggio da buon padre di famiglia è
indiscutibile; ma da poeta poi... avrei i miei dubbi e non pochi. Dubbi
che si fanno giganti udendolo riprendere più avanti sullo stesso tono
che
Nel gran tesoro della creazione
Ogni tormento tuo sarà quotato:
E perchè il bello e il buono
Possan compire la loro evoluzione
Fa d'uopo al ciel che venga utilizzato
Ogni tuo pianto ed ogni tuo perdono.
E in un altro punto, chiamandoci con un sonoro «Quà, quà» che fa venir
voglia di cedere il passo agli anatrotti, fra le tante belle cose che ci
promette, trovo anche questa:
Annunzio ai proletari
La carità dei codici venturi
Sfamati, a domicilio, dagli armenti
E annunzio ai nascituri
Come parlar coi fuochi ai firmamenti.
È uno sgomento, Dio buono! E vado domandandomi con melanconico rammarico
come mai un verseggiatore che ha saputo pennelleggiare così finamente e
così grandiosamente certe alate visioni, sia poi caduto in queste
goffaggini che mutano le iri variopinte in un abito da Arlecchino e
farebbero diventar monella una suora di carità. -- Perchè
quell'insistenza sul verbo _mugliare_, insistenza che ci trasporta
troppo spesso vicino alle... cascine? -- Perchè quella predilezione per
un'immagine già sfruttata completamente dal De Amicis in un verso solo
della sua migliore poesia «_Come vorrei morire_» nell'ultimo splendido
verso:
«Col sole in fronte ed una palla in core»
dopo il quale, tutti questi del signor Checcucci: «Col fuoco ai fianchi
e con la luce in testa», «Col genio in testa ed il coraggio in cuore»,
«Con la porpora ai labbri e il riso agli occhi», «Coi cori a rango e coi
vessilli in testa», ecc. non sono che parodìe? Peccato! Forse se il
poeta della Vita si contentava di cantarci i miti e le leggende e i
simboli degli elementi, dei regni della natura, dei paesi del sole,
invece di farci della cosmogonìa, della cosmologia e dell'archeologia da
trattato scientifico, l'Italia esulterebbe oggi per una originale e
artistica creazione di più. Così come è, i bei versi vigorosi, iridati e
fluenti cingono un'aureola al loro cantore: ma temo forte che i vapori
terrestri, stagnanti, finiranno per offuscarne la luminosità. In alto
dunque, e voli: abbracci un po' meno e idealizzi un po' più e
perdoneremo volentieri all'angelica farfalla di non essere un elefante.
Dal grandioso che sbalordisce, al grottesco che attira il frizzo, il
passo è così breve!
Per colpa di un Poema.
Credevo proprio di non parlarne più. Ma poichè un'amabile quanto valente
scrittrice ha voluto ricordarmi, a proposito di Cammillo Checcucci e
della sua _Vita_, mi sento tentata di aggiungere una parola in coda
all'argomento.
Qualche mese addietro, appena letto il volume, dissi ad alta voce le mie
impressioni nella _Battaglia Bizantina_, e le intitolai così: «_Poeta o
Scienziato?_» La risposta mi veniva da sè; me la dava l'eco dell'ultima
parola. Ora la signorina Gianelli, invertendo appunto forse per ragione
d'eco la domanda, mi grida: -- Poeta, poeta, poeta. -- Vediamo un po'.
Ricordo che mentre m'accingevo con gioia a far la conoscenza di questo
nuovo astro, che per il fervore dell'entusiasmo di molti pareva
destinato a impallidire il sole, mi venne fra le mani un periodico
fiorentino che fra un coro di lodi riportava un brano del poema. Era una
parte del canto alla _Terra_. Ebbene, mi ci accostai con una specie di
reverenza, come ogni volta che so di stare per essere iniziata al culto
d'una nuova manifestazione del bello; lo lessi, lo rilessi, con
un'attenzione quasi religiosa ma ahimè, dopo non mi trovai nel cuore e
nella mente che l'interrogazione fatale: -- Sta tutto qui? -- E questa
interrogazione, allora forse un tantino imprudente, mi assediò anche
terminato il libro che chiusi triste per la delusione. Al solito. Fuori
di qualche ispirazione felice, specialmente nei primi canti, io non
trovai, confesso, che aridità, che monotonia, che goffaggine, che...
presunzione. Delle immagini leggiadre, degli squarci lirici efficaci,
degli accenti delicati, dissi tutto il bene che potevo; sul resto risi.
Un poeta a cui è balenato il concetto colossale di un poema sulla
_Vita_, che ha domandato la sua ispirazione agli elementi, alle forze, a
Dio, doveva darci qualche cosa di più, doveva dirci qualche cosa di
nuovo, doveva farci entrare nel mondo riflesso dalla sua fantasia e non
trascinarci in una faticosa spedizione geologica, facendoci inciampare
nei ciottoli ad ogni momento. Non ho dimenticato ancora certi
_marsupiali_, certe _capillarità di sensazioni_, certi _sbilanci_ e
certi _incagliamenti_.
«Il poeta», dice uno degli ingegni più chiari e più penetranti d'Italia,
il Nencioni, «il vero poeta, non è un sognatore ma un veggente,» ed io
gli faccio eco con intima convinzione. Un veggente, sì; egli deve aver
lo sguardo più acuto di noi e l'orizzonte più vasto; egli deve fissare e
discernere ciò che non è che una fluttuazione iridata e luminosa ai
nostri occhi; egli deve sviscerar l'anima delle cose e intenderne il
linguaggio arcano: intuirne il simbolo, e senza enumerarci le sfere
celesti farci sentire con una parola tutta l'immensità dell'infinito,
evocarci con un'immagine tutto un mondo di larve e di splendori;
richiamarci, con un metro o con un'intonazione, le visioni delle età
passate; farci respirare, insomma, l'aria dei secoli e illuminarci di
tutte le luci e avvolgerci di tutti i colori. Oh, non chiediamo al poeta
il perchè delle cose; l'analisi svela e distrugge; la poesia deve
afferrare complessivamente gli aspetti, i sentimenti, per farsene
un'anima e rivestirla poi di tutti gli splendori dell'idealità. E sempre
dall'alto, qualunque soggetto ci svolga, storia leggenda, ci canti le
sinfonie della natura o le battaglie del cuore.
L'estensione non fa l'altezza, la vastità di un concetto non fa l'opera
d'arte. In nessun'epoca, credo, si fece tanto spreco di grandiosità come
nel seicento; parole, monumenti, pitture, vita, tutto doveva essere
grande, magnifico. E quanto orpello invece! quanto presuntuoso
barocchismo! Che abbondanza opprimente di materia, che assenza
malinconica di classica sobrietà!
Mancava l'essenza, quell'essenza che ho cercato invano fra i quindici
canti che compongono il poema della _Vita_; quell'essenza che deve
scorrere sotto la trama d'un'opera d'arte come una linfa vivificatrice,
che dà freschezza, e intensità, e vigorìa, e tumulti fecondi. Che
m'importa se sono quattro versi invece che quattrocento quelli che mi
dànno la divinazione dell'infinito o che mi fanno piangere sulle lotte
degli umani? La corda ha vibrato, l'emozione artistica o del sentimento
c'è; basta. Io preferisco un piccolo bronzo di Jerace alla torre Eiffel
che ha sbalordito mezzo mondo. Questione di gusti.
E voi stessa, signorina, che difendete l'autore della _Vita_, non potete
trattenervi dal convenire che accanto alle bellezze che io pure
riconosco, v'è nel poema «l'ampollosità che affanna e la minuzia
pedantesca che agghiaccia. A profondità filosofiche, dite, seguono
declamazioni, in cui il pensiero diluisce; agli slanci più arditi, ai
più vigorosi colori, alle grazie più schiette dell'arte, sono spesso
vicini subentrano lunghi periodi intralciati, che accusano la
preoccupazione ed hanno quasi l'aria di bisticci scientifici.» Ebbene, a
me pare che ce ne sia abbastanza per distruggere il poeta. Come volete
che la poesia alata, eterea, inafferabile e luminosa, e ingannatrice
come il regno della fata Morgana, non dilegui all'apparire della
scienza, che ci avverte di tutte le menzogne, che ci mette in guardia
contro tutti gli incanti, che ci sveglia da tutti i sogni?
Un poema scientifico per me è una contraddizione, un paradosso. Si
reggerà se la scienza si personifica in larve fantasiose come nel
_Faust_ di Goethe, in spiriti smaglianti come nel capolavoro dantesco,
(lasciando dormire i genii) se si diffonde nel panteismo, come nei versi
puri e freddi del Marradi, oppure se diverrà favola come in una delicata
creazione di Alfredo Baccelli. Ma un poema cosmogonico e solitario come
quello del Checcucci, in cui non si sente che la sua voce come quella di
Dio, durante i sei giorni della Creazione, non può che trascinarci sotto
il suo peso soffocando in sè ogni melodioso accento di passione,
frenando ogni volo, spegnendo bagliori, ottenebrando l'immensità. Poi,
che ne dite voi, signorina, voi l'autrice elegante di tanti versi
armoniosi, fra cui non dimentico certi «_Fiori d'Arancio_»
fragrantissimi: che ne dite di certe trascuraggini di forma che
accuserebbero la fretta, se non si sapesse anche troppo che la _Vita_
costò sei anni di lavoro al suo poeta? di certe ripetizioni,
stucchevoli, d'immagini e di vocaboli? di certe parole così barbare,
così barbare che fanno accapponar la pelle come lo stridere d'una lama
sul vetro?
Cuore e fede, cara signorina, possono fare un galantuomo, ma non bastano
per formare un poeta. Del resto che importa? meglio per lui e per noi. I
galantuomini sono così rari! e dei poeti ce ne sono tanti...
Aspettando un Alessandro.
. . . . . un Alessandro, sì, o meglio forse nel caso nostro
un'Alessandrina, che col suo bravo paio di forbici (arma più umile, ma
qualche volta più spiccia della spada) venisse a tagliare il nodo
Checcucciano intorno al quale da troppo tempo la signorina Gianelli ed
io stanchiamo le mani delicate.
Se al silenzio non si potesse dare che un'unica interpretazione, starei
zitta e addio; ma si ha un bel indorare il silenzio; tacerà sempre chi
non sa più cosa dire. Veramente gran che di nuovo da dire non l'ho più
neppur io; feci le mie considerazioni e ridissi le mie impressioni come
la signorina Gianelli fece e ridisse le sue. Ora vorrei solamente
domandarle il permesso di stenderle non la mano, ma tutte e due le
braccia, per ringraziarla del troppo bene che disse di me e della
simpatia di cui mi onora; vorrei dirle il desiderio di vederla qui in
una poltroncina, accanto alla mia, nella beata solitudine del mio
salottino di studio, per continuare la nostra polemica in tutta intimità
e difendermi dall'accusa d'incoerenza, che con un garbo tutto femminile
mi fa più intuire che leggere fra le sue righe cortesi.
No, cara signorina Elda, non ho mutato opinione, l'ho solamente
accentuata e forse per quel cattivo vezzo d'ostinarsi vieppiù nel
proprio parere, magari di esagerarlo, quando insorge qualcuno che vuol
dimostrarci il contrario. Parlando subito di quel libro, fresca di
lettura e trovandomi contro al gusto dei più, non osai, confesso, di
impancarmi a dir crudo e netto il mio parere, come lo spifferavo al
piccolo crocchio dei miei amici, ma vi gettai su un velo di dubbio,
abbastanza trasparente, mi parve per farlo conoscere a chi lo voleva
intendere.
Ora che non temo più l'immaturità delle mie impressioni, ora che la
falange partigiana dell'astro novello non s'è accresciuta, non solo, ma
si sfronda di molte illusioni; ora con voi, signorina, e in un giornale
di signore, mi attento a togliere quel velo e a confidarvi all'orecchio
che l'autore della mastodontica _Vita_, secondo il mio umilissimo modo
di vedere, non è niente affatto poeta, che qualche _emanazione di poesia
fresca e gentile_ e il _corruscare di gemme e i fili d'oro_ e tante
belle cose che scovai esultante fra i fossili della _Vita_, e anche _i
bei versi vigorosi iridati fluenti_, di cui feci perfino al signor
Checcucci un'aureola (badate; scrissi _i bei versi_ per distinguerli
da... quegli altri del poema), tutta questa fragilità in sboccio,
insomma, -- _il fummo del ruscel di sopra aduggia_ -- e, come io temevo,
ora un po' di lontano, stempera tutto in una tinta greve e monotona di
cielo piovorno.
Non dallo scienziato scorgevo io sprigionarsi il poeta, ma ascoltavo con
malinconica curiosità lo scienziato delirare, poichè, persuadetevi,
signorina, anche agli scienziati è permesso di aver il delirio
qualchevolta, e fantasticavo monellescamente (non lo dimenticate!) su un
incubo punitore cagionato dal rimorso di aver abbandonata una
professione per un'altra. E se dissi che il Checcucci, prendendo il suo
soggetto da un diverso lato e con diversi intenti, sarebbe forse
riuscito a donare all'Italia una artistica creazione, non lo dissi
perchè avessi riconosciuto in lui, come voi dite, la stoffa del poeta,
ma per misurare la distanza che lo separava da un supposto poeta vero.
Se l'autore della _Vita_, prese il suo soggetto da quel lato, gli è
segno che lo ha _sentito_ così. Se la _Vita_ non fosse la _Vita_,
Checcucci non sarebbe più Checcucci. E perdonatemi il bisticcio.
Ancora: perchè, signorina, non volete ricordare accanto alla mia
ammirazione per le bellezze che mi vanto di aver spigolato nel vostro
prediletto poema, le impertinenze che mi scivolarono dalla penna? Perchè
non ricordarvi del mio sconforto per quelle nubi che salivano, salivano,
togliendomi ogni illusione d'azzurro? non ricordarvi delle mie nervose
impazienze crescenti fino a risolversi in una risata irriverente? perchè
non ricordarvi che lo collocavo, più volentieri fra i buoni padri di
famiglia che fra i poeti, udendo parlare di _grumoli di punti
economicamente utilizzati_: -- dite, perchè?
«È uno sgomento, Dio buono, (finivo guardandomi intorno fra le rovine),
e vado domandandomi con melanconico rammarico come mai un
_verseggiatore_ che ha saputo pennelleggiare così finamente e così
grandiosamente certe alate visioni, sia poi caduto in queste goffaggini
che mutano le iridi variopinte in un abito da Arlecchino...
«.... In alto dunque, e voli; abbracci un po' meno e idealizzi un po'
più, e perdoneremo volentieri all'angelica farfalla di non essere un
elefante. Dal grandioso che sbalordisce al grottesco che attira il
frizzo, il passo è così breve!
Così finivo la mia succinta recensione nella _Battaglia Bizantina_, e
così ripeto ora e non vorrei ripeterlo solamente a voi, signorina, ma a
coloro che credono che pur di far dello spirito si rida scioccamente di
tutto. Qualche volta si ride per non piangere, e ci sarebbe proprio da
piangere se si pensasse un poco alle nostre condizioni letterarie
d'Italia, e come dal vecchio seicento e dalla giovine America s'annida
in modo allarmante fra noi la mania del concettoso, dello stracarico,
dell'enorme, dell'immane. Tutti si fermano a guardare l'orso che balla,
pochi a meditare sulla variopinta meraviglia di un insettuzzo che vola!
Oh, no, gentile Elda, credete, credete a me, non è un mito il poeta
quale tentai di dipingerlo, nè dovrebbe essere un taumaturgo; basterebbe
che fosse un poeta e non un verseggiatore, basterebbe che appunto si
trovasse a disagio in un secolo come il nostro che voi chiamate a
ragione positivo, scettico, investigatore; basterebbe che non sapesse il
peso specifico del sole, ma che si prostrasse ad adorarlo. Potrei fare
la scommessa che un vero poeta (e grazie a Dio, sebbene scarsi, ne
conosco ancora), un vero poeta non scriverà mai una sola delle parole
dotte che il Checcucci mi ha insegnato. La scienza, questa spietata
carità, ci darà faticando dei versi, dall'ignoranza popolare fluirà
essenza vera di poesia. Omero non sapeva come fosse fatto il mondo, e
Dante ha detto degli strafalcioni astronomici. Non lo dimentichiamo.
Sfumature.
_(dal diario di Maria)_