Cento, Settembre 1895

_Jolanda_.

Per un sasso in colombaia.

_Ad Alberto Sormani_[1]

[1] Autore d'un articolo provocante: «Contro le donne che scrivono».

(Vita Moderna, Milano, Gennaio 1892). N. d. A.

Un caso dei più fortuiti mi mette sott'occhi un giornale che non

conoscevo e il nome di uno scrittore che ammiravo, il quale ha la

pazienza di occuparsi di noi. Di noi, ahimè.... perchè anch'io ho la

disgrazia di avviarmi con la reproba schiera verso la via della

perdizione. Io sono una donna che scrive! e che legge anche! e, quel che

è peggio, che medita su quello che ha letto, quando c'è di che meditare,

come in quell'articolo che era il vostro signor Sormani, nella _Vita

moderna_, uno scritto fiero, forte, adamantino.

Gettate il guanto con un'insolenza così bella e così nuova che

m'invoglia a raccattarlo, deplorando però, credetelo, di non

contrapporre al vostro che il mio nome, un nebuloso nome. Meritavate di

più; ma, pazienza: forse l'avversaria degna verrà.

Premetto dunque che io odio sinceramente, accanitamente i Ganimedi, i

Narcisi e tutti gli Arcadi passati, presenti e futuri; che i madrigali

non mi hanno mai fatto nè caldo nè freddo.... se mai, più freddo che

caldo; e che quindi le qualità belle e vere che esaltate nel vostro

sesso non avrebbero ammiratrice più fervente di me; ma..... bisogna

proprio essere uomini per non accorgersi della differenza immensa,

spaventosa, lagrimevole che passa fra l'archetipo-uomo perdentesi oramai

nelle brume dell'ignoto, e i suoi milioni d'esemplari sempre più

degeneri, sempre più trascurati, sempre più capricciosamente modificati.

Mi fate venire in mente, vedete, certi vecchi codici del trecento, nei

quali, a furia d'essere copiati e ricopiati sulle copie, non ci si

raccapezza più. Figuratevi: erano centinaia e centinaia di copisti

press'a poco nell'ordine di un albero genealogico, e mentre un ramo si

ricordava troppo del dialetto paesano, un altro ramo rinfronzoliva per

migliorare, finchè arrivati a un passo duro postillavano tutti: _Graecum

est, non potest legi_.

E per noi questo non sarebbe neanche il peggior male. Il peggior male è

quello di conoscer la lingua, perchè allora si è obbligati ad accorgersi

degli strafalcioni. E più vi scalmanate a descriverci l'uomo quale

dovrebbe essere, più ci disgustate dell'uomo quale è.

Come!? L'uomo è più forte, più intelligente, più ardito, più prepotente,

meno istintivo e più sensibile, -- dite; e tengo a lasciarvi la piena

responsabilità di questa corona di aggettivi: poi dobbiamo assistere

tutti i giorni nelle gran scene dell'ambizione e dell'amore a

vigliaccherie incredibili, a transazioni ignominiose, a cretinerie

classiche, a pusillanimità senza scusa? Dov'è l'uomo forte delle vostre

scritture in quella pallida falange di larve maschili che certe donne

succhiano come le uova gettandone il guscio per le povere mogli future?

Dov'è l'uomo intelligente in quella moltitudine di rari ingegni,

ciascuno dei quali ha inventato una scuola o risolto un problema senza

però aver tempo nè previdenza per scioglier quello d'una vita dignitosa

e serena coltivando il cuore e lo spirito della donna sua? Dov'è l'uomo

meno istintivo e più sensibile fra quegli apostoli dell'umanitarismo che

colgono un fiore più o meno rusticano sapendo che lo getteranno quando

cadranno i pètali e resterà il frutto? -- E indugiando un momento sul

capitolo dell'intelligenza, che è quello che m'interessa di più,

l'intuizione, questa qualità oramai ammessa quasi come esclusiva della

donna, il buon senso pratico, che ci si concede pure in preminenza, o

non sono manifestazioni d'un intelletto che ha uno sviluppo diverso, ma

non inferiore a quello dell'uomo? E, badate, qui bisogna ch'io citi un

gran nome anche a costo di farvi inorridire: è Spencer che lo dice. La

donna, al dire dello Spencer, non intende meno dell'uomo, ma comprende

in altro modo: l'uno studia, l'altra indovina; questi rammenta, quella

profetizza. E non è poco mi pare.

Dirò di più: quando la donna vuole (e lo vuole poco, per fortuna!) o

riesce a liberarsi dagli innumerevoli viluppi che le fanno un ginepraio

della via dell'arte dove voi potete incamminarvi tranquillamente con il

sigaro in bocca, non solo vi uguaglia, ma vi sorpassa, giacchè acquista

la vostra larghezza di mente senza perdere la sua finezza divinatrice

che voi ottenete sempre poco e a stento, e artificiosamente. Vorrei che

fosse possibile dare ad un giovinetto e ad una fanciulla un'educazione

ed un'istruzione identica con la medesima libertà di vita, e vi assicuro

che a vent'anni la giovinetta si sarebbe lasciato indietro il suo

coetaneo. La donna ha dalla sua, per riuscire, una pazienza, una

astuzia, una tenacità, un raccoglimento, un'elasticità di fibra che voi

non avete. Per questo anche s'invecchia prima. La nostra vita è più

intensa e più completa, come quella degli abitanti del mezzogiorno, che

pagano con un precoce sfiorire il precoce rigoglio d'ogni loro facoltà.

Voi avete cento modi di spendere le forze che la donna serba

tranquillamente per il trionfo de' suoi ideali. In voi la materia bruta

prevale, e raramente siete capaci di vincere una sola delle rudi

battaglie che la donna doma in silenzio, sorridendo. I vostri affetti,

se sono veri, arrivano fino al Dio Termine del campo sconfinato

dell'egoismo; se lo sorpassano, sono sensazioni, non più sentimenti. Non

avete neanche di spontaneo il sentimento della paternità, che in voi non

è che un'abitudine.

Passiamo al capitolo della bellezza. Voi uomini non fate che invocarla,

in prosa e in versi, nella vita e nel sogno. Non sarebbe questa, per

avventura, una divina nostalgia della natura che tenta completarsi, come

in noi è quella della forza, accennata così argutamente da voi? Che

volete! risalendo al prototipo della specie, non mi riesce proprio di

immaginare, fra la novella frescura d'un mondo appena schiuso, Adamo più

bello di Eva. Avrò torto, forse, e lascio al Mantegazza e a voi la

difficile soluzione di questo problema d'estetica. Del resto, la

maternità e la moda deformano presto la donna, le passioni la solcano,

la fatica l'avvizzisce. Ma trovo pure qui, nel vostro paragone

animalesco, una ragione che avvalora le mie precedenti: se il maschio è

il più bello in tutta la creazione, la femmina è la più intelligente ed

emerge nella scala dei bruti, là dove esiste la parità dell'educazione.

Io adoro il Fogazzaro perchè è idealista e perchè la sua arte ha

sfumature delicatissime d'ombra. Quel posto «alto e glorioso» ch'egli e

voi ci offrite, noi lo occuperemmo con gioia credetelo, e la nostalgia

che ne sentiamo non è meno forte dell'altra, tanto che un'infinità di

donne si ostina e si logora per conquistarlo, accorgendosi sempre troppo

tardi del miraggio. Se nella vita ci fossero dei Daniele Cortis, ci

sarebbero anche delle Elene, ve lo assicuro. Ma dove sono, ditelo,

queste creature privilegiate, ben degne di assorbire tutti i tesori di

abnegazione profonda e di affetto intelligente, di cui può disporre

un'eletta natura muliebre? Credete voi, per esempio, che i fanatici

indiani si lascierebbero pestare così allegramente, se l'elefante che li

calpesta non fosse un dio?

L'arte (ci siamo!) l'arte può affinare, corrompere, e non sempre elevare

l'anima. Ma, badiamo, è una legge uguale e severa per tutti. Una donna

non eleva il suo livello morale scrivendo un bozzetto o un romanzo, come

l'uomo non lo eleva pubblicando una dozzina di Elzeviri. Perchè

scriviamo? E voi, perchè scrivete? Per migliorarvi? no. Per dire delle

cose grandi? ma allora perchè ne dite tante delle futili? Per insegnare?

Ebbene anche noi! e la letteratura dei bambini non è mai stata così

bella e così buona come ora che è quasi tutta nelle nostre mani.

Una donna che scrive, in questo anno di grazia 1892 non è più lo

spauracchio di nessuno. Oramai si è scoperto che la donna che scrive sa

anche lavorare, mentre le donne che lavorano solamente, non sanno

scrivere. Ma qui l'argomento si fa vasto come un mare. Voi ci volete a

vostra immagine e somiglianza, avete la bontà di occuparvi del nostro

miglioramento intellettuale e sociale, vi degnate di farci muovere con

più o meno garbo nei vostri romanzi in cui si trovano persino donne

ideali che conversano in latino.... (vedi _Val di Olivi_ del Barrili)

poi se una di noi, poveretta, un bel giorno trovandosi con tre idee in

testa preferisce sedersi alla scrivania e metterle giù nella pace onesta

della sua casa invece di oziare passeggiando o di far della maldicenza

nei _five o'clock thea_, le gridate la croce addosso e la mandate a far

la calza che qualche ora innanzi le toglieste di mano per farla

assistere ad una conferenza dedicata a lei magari sull'origine dei

Comuni e delle Monarchie.... Che... originali siete voi!

La penna è galeotta, dite. E la musica no? Eppure nessuno pensa a

rimproverar la musica alle signore. Credete voi che se Francesca non

avesse saputo leggere, Paolo non l'avrebbe baciata sulla bocca tutto

tremante? O che si sarebbero salvati entrambi dalle ire di Lanciotto se

invece di leggere avessero per esempio suonato il mandolino? -- Anzi,

guardate, io credo che la letteratura sia per la donna la meno

pericolosa di tutte le arti. La fantasia vi si sbizzarisce e si appaga;

la mente è obbligata a letture serie che la ritemprano, a un lavorio

d'indagine che ne acuisce il senso intuitivo a giovamento

dell'educazione dei figli e della pace domestica.

Ricercando le cause ascose nelle pagine di psicologia, ella si rende

ragione di molte sensazioni che le apparivano ingrandite dalla nebbia

del mistero, mette a posto molte fantasticherie umiliandole, trionfa di

molte debolezze: qualchevolta, guardate, si salva perchè non hanno più

effetto su di lei, che ha rimestato nel crogiuolo, gli artifizi della

seduzione.

Pensate un po' ai giovani e alle ragazze che vanno insieme

all'Università e ditemi se è frequente il caso di un amoreggiamento, di

uno scandalo, se piuttosto la dolce fatica intellettuale durata in

comune non crea fra i due sessi una fratellanza, la sola destinata a

degenerare in amicizia vera. Molti esempi così d'un affetto

disinteressato, profondo, potrei citarvi fra uomini e donne che

scrivono, in tutti i secoli.

L'arte è un conforto, voi lo sapete da tanto tempo, or bene non lo

negate a noi questo conforto, questa tormentosa gioia. Vi sono tante

donne, non belle, non più giovani, a cui fu negato, non solo l'amore, ma

anche la dolcezza della famiglia e della maternità, poichè le loro

qualità erano tutte intime e umili e voi uomini non vi curaste di

rilevarle: -- dunque se queste zitellone, invece d'inacidire rodendo sè

e gli altri, invece d'immalinconire a far le cenerentole o le monachine,

diventassero Vestali del bello e cercassero di colmare il vuoto delle

loro esistenze vivendo una vita ideale fuori del tempo; se tentassero di

sopire le loro tristezze suggendo l'oblio dalla divina fonte incantata

-- in nome di chi vi arroghereste il diritto di condannarle? di dar loro

l'ostracismo? perchè sono donne che scrivono?..... Ma scrivano, in nome

di Dio! Della carta e dell'inchiostro ce n'è per tutti; e se non faranno

capolavori, se non ne verrà che un libro atto a raddolcire le veglie di

un malato o le angoscie d'una reclusione, non avranno fatto un'opera

inutile. Via, è meglio che scrivano le donne che gli studenti di Liceo!

Vorrei proprio sapere se è solamente la penna che vi ispira orrore fra

le bianche dita femminili, o se la vostra contrarietà si estende a tutte

le arti coltivate da loro. Poichè ve ne sono che stonano di più. La

pittura per esempio: una donna che va alla scuola del nudo... che ve ne

pare? E le scultrici che si impiastricciano le mani delicate? E le

violiniste? E le donne che suonano il flauto.... Che ribrezzo, non è

vero? E la drammatica? Credete voi che una scena d'amore in azione non

sia più dannosa alla nostra natura che una scena d'amore scritta? Bando

all'arte dunque per noi, e tutte a farsi monache. O santo cielo...! ma

che avesse ragione Gemma Ferruggia, quando vi diceva placidamente....

codino?

Io non lo credo, però. Non lo suppongo nemmeno. Siete troppo

intelligente, troppo fervido, troppo ardito. Un codino autentico ci

avrebbe detto forse le cose che ci avete detto voi, ma ce le avrebbe

dette male, mentre voi ce le regalate elegantemente. Poi mi fate degli

scarti! Altro che codinismo!

Gemma Ferruggia vi osserva dolcemente, sapientemente, che la donna

ricorre all'arte per salvarsi dalla passione. Voi le rispondete che

parla come S. Paolo e come Tolstoî; voi le dite che non trovate

perniciosa la passione, l'amore, nella vita d'una donna, anzi che per

voi è l'ideale della vita femminile, e che ce l'avete con l'opera

artistica perchè sottrae all'opera naturale degli affetti. A me pare che

parliate, voi, un poco come.... un Mussulmano. Amore libero? Quand même?

ma e tutta la vostra morale?

Anch'io conosco delle donne oneste che non scrivono, ma ne conosco

ancora più di quelle altre che... non hanno tempo di scrivere. E posso

anche assicurarvi che i Don Giovanni preferiscono cercarle nei salotti,

anzichè nelle biblioteche. Volete che vi confidi qual'è il vero Galeotto

nella vita d'una donna? _È l'ozio dello spirito_. Una donna che non sa

cosa pensare, pensa a far dei malestri, come i bambini. L'arte corrompe,

vi ho detto; ma ora vi dico che l'ozio corrompe ancora di più.

In quanto al pudore femminile, a cui fate appello a proposito della

stampa, via c'è un po' di sensibilità morbosa in tutto questo. Il pudore

del pensiero! dell'osservazione! nei lavori d'indole (come avete notato)

esclusivamente idealista di cui si compone la produzione letteraria

femminile! Quanto credete che ci perda il pudore in una pagina, per

esempio, di critica letteraria? Io preferisco di leggere in un giornale

un sonetto della mia sorellina che canta agli astri il suo amore,

piuttosto che di vederle certi libri sul tavolino. Il pudore ci

patirebbe di più. E se proprio volete esserne i custodi gelosi, se

proprio desiderate che la donna non perda un atomo del suo profumo di

mammola, ebbene, allora perchè non cominciate a bandire una crociata

contro le scollature?

Ah uomini, uomini! Vi piacciono i veli e il pudore delle turche, a

voi!...

E vi confesso un orribile sospetto: mi pare d'aver capito che

l'ammirazione di cui ci onorate scema in ragione dell'aumento del nostro

peso cerebrale. Come sarà?

Ma io sono alla fine, e mi accorgo di avervi detto, più meno

garbatamente, un sacco di vituperi. Per fortuna che siete un uomo

giovane e forte e che posso risparmiarmi di dirvi _pardon_, anche se vi

ho camminato un poco sui piedi. Che volete? Il vostro articolo mi ha

messo addosso cento diavolini, e vi assicuro che se non fossi una donna

che scrive, avrei cominciato oggi a scrivere per aver il piacere di

potervi rispondere. Io non sono una virago, tutt'altro; ma sono una

donnina che ha più coraggio di quello che pare. Poi mi chiamo Jolanda, e

gli scacchi matti non mi spaventano troppo. Anzi, qualche volta, me li

lascio dare apposta.

Un libro che giunge a proposito.

[E. Zola: La Débacle.]

È un romanzo. Un volume tutto pieno di sangue e di fuoco, lanciato come

un fulmine da un piccolo Giove fra la pensosa trepidazione della lunga

vigilia di un migliore avvenire. È un libro sulla guerra scritto da

Emilio Zola, il solo fra gli scrittori moderni, credo, che potesse

adoperare l'ardente materia senza sminuirla, senza accrescerla di

qualche elemento soggettivo, senza scottarsi le dita. La gente che legge

non avrebbe più il diritto di lagnarsi per un anno almeno, poichè un

lavoro così poderoso, così imparziale, d'un interesse così unanime basta

a determinare il valore artistico d'un periodo non breve di tempo.

Quaranta o cinquanta anni fa, prescindendo dalle condizioni sociali e

politiche d'Italia, un libro simile avrebbe menato chiasso; chi sa per

quanti mesi si sarebbe commentato e discusso, ci sarebbero stati

partigiani bollenti e avversarii ostinati; ma quell'ingenuo tempo è

passato: ora nel mondo intellettuale si sbriciola con un feroce sorriso

o, se l'opera s'impone, ci si abitua subito alla sua superiorità.

L'ammirazione muore, ahimè, l'ammirazione che ingentiliva e metteva le

ali alle giovinezze. Nulla colpisce più.

Pure la _Débacle_ deve scuotere; è impossibile che non scuota. Mentre si

parla della necessità del disarmo ed echeggiano ancora le voci che nei

congressi domandano la pace, mentre ancora per l'aria vola come un

fragrante fior di gelsomino un volumetto scritto per la buona causa da

un'aristocratica mano femminile, e sottovoce ne implorano il trionfo

milioni di cuori, e un vecchio Slavo sogna, con la pace, di rinnovare il

mondo, ecco un brusco e involontario cambiamento di sistema, ecco la

malattia curata omeopaticamente, ecco lo Zola a dimostrarci che la

guerra è non solo necessaria ma salutare, ma provvidenziale, come un

rimedio energico contro la putredine delle nazioni. Mi par di ricordare

che il libro dovesse intitolarsi «_La Saignée_» -- titolo che ai

simbolisti sarebbe piaciuto di più e che avrebbe forse meglio

sintetizzato lo spirito, non voglio dire l'intento, del volume.

_Débacle_, «lo scioglimento -- lo sgombero -- la catastrofe» è meno

brutale, meno... Zoliano. Del resto è con compiacenza che qui noto come

il Maestro accenni a sbrattare la sua arte che resta così di un sincero

e sano naturalismo ben degna di esser madre di un'arte nuova ideale. In

seicentotrentasei pagine fitte non ve n'ha una che obblighi la signora

che legge a velarsi la faccia; e, come osserva acutamente il Depanis nel

suo sagace articolo della _Gazzetta Letteraria_, questa volta non

bisogna attribuire la straordinaria tiratura delle copie a una ragione

di pornografia.

No; la ragione, grazie a Dio, è affatto spirituale. Nessuno più ignora

che il romanzo dello Zola è tramato sulla guerra franco-prussiana; si

può dire anzi che romanzo non c'è: sono episodi, macchiette, figure che

aiutano a ricostruire dilettevolmente e sommariamente la storia di

quella disgraziata campagna, permettendoci di penetrare con una rara

verosimiglianza nell'ambiente dell'atroce dramma, direi nei cuori. I

vecchi ricordano, i giovani respirano l'aria di un passato che evapora

già nell'epopea, nella leggenda: tutti poi in quest'ora, in cui gli

spiriti bellicosi sono anestetizzati, vogliono osservare riflessa

l'immagine dello spaventoso fantasma già lontano.

L'immagine è orribile infatti. Ora, a mente fredda, pare impossibile di

averlo potuto sopportare tanto tempo; pare impossibile che si avesse a

tollerarlo ancora fra noi. È ancora e sempre la selvaggia moralità

dell'opera zoliana, che par derivata dalle teorie di un certo filosofo

vero o immaginario di cui parla in qualche luogo il Bourget, un filosofo

che consigliava agli ammalati di qualche amorazzo dei sensi la cura

d'un'osservazione all'ospedale delle infermità più schifose che

affliggono il corpo umano. È il rudimentale rimedio degli antichi, che

disgustavano dall'ubriachezza con l'esposizione dello schiavo ebro.

Forse questo libro che mette la guerra come una condizione imposta dalla

natura nell'eterna lotta d'ogni giorno; che la dice necessaria

all'esistenza stessa delle nazioni; che la chiama la forza mantenuta e

rinnovellata dall'azione, la vita rinascente sempre giovine dalla morte;

questo libro popolato di larve e scritto da un romanziere è destinato

alla gloria di essere un condottiero ideale della gran crociata bandita

contro la guerra in nome della civiltà.

Non ci sarebbe troppo da stupirne. Alla foglia di rosa il vanto di far

traboccare la coppa. Ognuno sa l'efficacia che ebbero nei nostri moti di

libertà nazionale gli inni del Mameli e le poesie del Berchet. I tempi

sono mutati e le abitudini. Ora lo Zola col suo epico poema in prosa

potrebbe essere senza saperlo, magari senza volerlo, il bardo della

pace.

Poichè è impossibile di scorrere quelle pagine con indifferenza. Zola ha

visitato e studiato palmo per palmo il teatro della guerra: l'illusione

della realtà è quindi perfetta. Si vive negli orrori, nelle ambascie,

nei carnai, nell'abbrutimento della specie umana e questo dà sopratutto

la tristezza infinita dei mali che gli uomini potrebbero e non vogliono

evitare; dà l'avvilimento d'una degradazione cercata, la vergogna d'un

affratellamento con le razze primitive e bestiali per cui pensiero è una

parola vana. È un'angoscia inesprimibile che opprime riflettendo che

solamente vent'anni ci separano da quelle barbarie, da quel flagello i

cui episodi sono degni di far riscontro alle scene del Terrore... È una

lettura che spossa quasi materialmente per il continuo fremito d'orrore

e di pietà che sospende la vita; per il coraggio vero di cui bisogna

disporre per vincere la ripugnanza e la tentazione di chiudere il libro

e scappar via, via nel verde, nella serenità, accanto a qualche

bell'opera feconda e pacifica per dimenticare... Certi episodi non si

possono leggere due volte: quello del bambino febbricitante e assetato

che rimane arso nell'incendio di gioia; quello del prussiano scannato su

una tavola come una bestia da macello, episodio feroce in cui par che lo

Zola stesso voglia infine concedere uno sfogo a una punta inevitabile di

rancore costantemente e ammirabilmente domo dalla perfetta imparzialità.

Tutta l'immoralità della guerra può essere sintetizzata, in questa scena

nella quale una donna può assistere col suo figliuoletto, passivamente,

al supplizio di colui che l'ha resa madre, quasi anzi provocarlo, perchè

è un nemico dei suoi, e profittare della loro reciproca posizione per

vendicarsi orribilmente d'un amore, non d'uno sfregio.

Poi l'amico che uccide l'amico all'impazzata, mentre ambedue combattono

divisi da un'idea; e la donnina leggera che si concede al vincitore; e

le masse condotte alla strage quasi inconscie; e le speculazioni

indegne; e le rassegnazioni stupide; e i sacrifici inutili; e tutta la

immensa miseria, infine, della guerra che rimesta e mette a galla il

limo del l'umanità.

Dei vari pregi di colorito, di andamento, di forma sarebbe lungo, e per

me arduo, il parlare. Poi oramai lo Zola non si discute più: a qualunque

scuola si appartenga, qualunque concetto artistico si difenda, allo Zola

ci si inchina. La sua opera resterà forse sola a rappresentare la

letteratura romantica francese di questo scorcio di secolo, e sarà un

monumento grandioso dalla cima fiorita di emblematiche guglie rilucenti

e leggiere. Ah, non gli si faccia carico di affinarsi nel simbolo! Il

simbolo è un prezioso elemento d'arte per i pensatori profondi! Mi pare

che l'opera zoliana spogliandosene, si spoglierebbe d'un'irradiazione

luminosa, si rimpicciolirebbe in tanti piccoli circoli viziosi e

terreni, mentre così assurge alla dignità efficace e grandiosa d'una

teoria universale.

Non c'è bisogno d'esser molto acuti nel pensiero e gagliardi nella

immaginazione per intendere la poesia suggestiva di certe vignette, dirò

così, ornamentali. La vecchia incognita, lacera e scapigliata come una

furia, che dalla soglia della sua capanna urla «_vili!_» ai soldati che

hanno l'ordine di retrocedere, indicando loro il Reno tedesco, mentre la

sua scarna persona pare giganteggiare in quell'atto; il tranquillo

lavoratore che durante una sanguinosa giornata di battaglia continua

imperturbabile a spingere innanzi il suo aratro giacchè «non sarebbe

perchè si combatteva che le messi cesserebbero di crescere e gli uomini

di vivere»: la gloriosa spada del capitano vinto, spezzata con una forza

atletica dalla gracile mano d'una madre dolorosa; l'aiuola di

margherite, nell'ambulanza, arrossata senza posa di acqua insanguinata

fino a diventare un piaccicchiccio nauseabondo; e tanti e tanti che io

sciupo citando sommariamente così.

Ancora una parola, però: un'esclamazione ammirativa per il racconto

della fatale battaglia di Sèdan, racconto elaborato con sommo magistero;

per la figura dell'imperatore che s'intravede a intervalli, così

oggettivamente; per la descrizione del grande incendio di Parigi

titanicamente grandiosa. Si finisce per avere le vertigini di

quell'eterna porpora di sangue e di fuoco, di quella distruzione pazza,

diabolica, vorticosa, orgiasticamente macabra; e la mente eccitata par

travolgersi nel delirio del povero Maurizio, il soldato ferito, morente,

che inneggia alla distruzione, all'ecatombe, come a una salutare

disinfezione, come a una pasqua di vita...

Ebbene, no; gli Dei sono sazi di respirare sangue e fuoco, e non è con

un sacrifizio umano che si schiuderà agli uomini la feconda e pacifica

landa sognata da Faust. L'amore deve estinguere, siccome invocava il De

Amicis in una vecchia e nobile poesia, questo «fiume dai vortici

cruenti», questo «mare di lagrime infinite». Ma però si innalzi, secondo

il desiderio del poeta, un grande monumento di gloria a tutti i morti

delle guerre umane, e la paura di ridiventar barbari o romantici non ci

faccia -- per pietà -- rinnegare o sminuire il bello e santo eroismo

italiano dove fu.

Impressioni di un sogno.

[_Neera_: _Nel Sogno_. -- Milano, Chiesa e Guindani 1893.]

Un sogno in cui non sia che terra e cielo: il cielo cristallino, uguale,

soffuso d'un calmo e un po' freddo sorriso verso la terra; le vette

estreme rivolte come braccia adoranti e aspettanti verso il cielo: tutto

il pallore e il silenzio e i terrori e la grandiosità selvaggia delle

altezze, come in qualche vasta e gentile concezione di Shakespeare. Ecco

la scena. E in questo sfondo primordiale un asceta, umile, ardente, pio,

che benedice i suoi fratelli invisibili con la rugiada e gli aromi

fluttuanti dei rododendri in fiore, e due fanciulle, due purezze

assolute, ma l'una come l'acqua, l'altra come la fiamma. Intorno ad essi

tutta la vita organica, vegetativa; in essi tutta l'elevazione spontanea

del pensiero nella contemplazione mistica dei fenomeni naturali: la

rispondenza immediata, come un riflesso, fra le più belle cose create e

i sentimenti più casti, tendenti tutti verso l'infinito, tutti nati

dallo stesso principio di adorazione. Il visibile e l'invisibile, gli

aspetti e le visioni, la realtà e il simbolo insieme fusi ai confini del

mondo.

L'autrice di questa concezione un po' insolita, una donna d'attività e

d'ingegno, si domanda se l'essere umano, sbocciato e allevato così al

riparo di tutte le brutture, nell'ignoranza completa del male, possa

affrancarsene; ma dal fondo della storia, dall'ideale e leggendario

paradiso terrestre che forse le attraversò la mente mentre ella sognava

questo sogno verginale, tutto accenna mestamente di no; tutto dice che

il male, l'antico avversario, è annidato come un germe mortale in noi,

non fuori di noi; che è in nostro potere di arrestarne il progresso, ma

non di strapparne la radice; che l'ignorarlo non sarebbe un aumento di

difesa, ma un aumento di debolezza, e la inevitabile, brusca rivelazione

porterebbe la morte.

Le Marie, le due gemelle, affidate quasi nasciture dalla madre derelitta

all'asceta che impose loro lo stesso nome, il nome grave e soave ad un

tempo, crescono come due asfodeli in quella solitaria sfera di sogno. Ma

nell'una, l'ho detto, era la purezza dell'acqua lustrale, nell'altra la

purezza struggitrice del fuoco. I canti e l'opera dei minatori, a piè

della montagna, che sbigottiscono l'una, rivelano all'altra la vita ed

essa si slancia, vi si perde, mentre la sorella muore per la sola

divinazione della verità.

L'autrice, che si chiama Neera, ha circonfuso l'austero e delicato

lavoro di una semplice leggiadrìa di stile che forma un insieme

armonioso con l'idea. Ma non tutti, temo, l'hanno compresa. La

maggioranza ha aperto il libro credendo di imbattersi in un romanzo dei

soliti, un romanzo analitico sentimentale, come quelli a cui la penna

industre della scrittrice lombarda ci ha abituati; poi non trovando

case, nè ville, nè salotti, nè signore, nè sfumature psicologiche,

nessun vestigio di civiltà, insomma, i più restano disorientati,

scontenti, come dinanzi a una mistificazione. Invece questa opera di

Neera è un'originale e aristocratica opera d'arte, la più originale e la

più aristocratica ch'ella abbia scritto fin qui. Poichè il valore d'una

creazione non risiede nella mole e nemmeno nell'importanza del lavoro,

ma nell'equilibrio, nella completa fusione del pensiero con la parola,

nel raggiungimento di quel qualunque ideale vagheggiato. Una volta

lessi, non mi ricordo più dove, ma certo in un libro bello e buono,

questa gran verità che dovrebbe apparire come il famoso _Mane Tekel

Fares_ sulla prima pagina d'ogni libro che s'imprende a giudicare: Non

bisogna domandarsi _perchè_ l'autore ha voluto far così invece che in

altro modo: ma esaminare _come_ è riuscito: non giudicare l'opera dal

punto di vista della nostra simpatia o antipatia per quel tal soggetto o

per quel tale ambiente, ma giudicarla nella luce in cui si rivelò

all'autore: vedere se ha o no raggiunto il suo fine. Le parole, come si

vede, sono mie, ma non importa; la massima che mi colpì è questa. L'arte

deve essere libera, la critica d'un oggettivismo assoluto.

Però io penso pure che il pubblico, i lettori, hanno i loro diritti. Il

diritto, cioè, di trovare qualche mano dipinta che indichi la vera via

quando ci si trova fuori dalle strade maestre. Ora le prefazioni non

fanno più paura a nessuno, le prefazioni non si saltano più, si leggono,

si gustano e... anche qualche volta, fanno risparmiare di leggere il

libro. Sul serio: quando si abbia la fortuna d'avere un'idea un po'

insolita, un po' originale, e la fortuna ancora più grande di saperla

esporre con garbo e con ingegno in pochi tratti da maestro, bisogna

avere anche la compiacenza di indicarne un po' la topografia, di fare

qualche onore di casa. _Noblesse oblige_, non c'è rimedio.

Neera potrebbe dirmi che non ha scritto per tutti, che le basta di

essere intesa e apprezzata da coloro pei quali il titolo è un appoggio

bastevole, ma non importa: doveva dire anche questo. Allora il volumetto

elegante e severo sarebbe stato assunto in una sfera superiore, nella

sua vera. Ad ogni modo, chi ha fine intelletto d'arte ha l'obbligo di

ammirarlo e d'intenderlo come una musica classica religiosa, come una

pagina di Bach o di Palestrina. Le ardue difficoltà dell'ambiente

insolito, dell'esposizione di sentimenti primordiali, del rimanere

nell'idealità senza smarrirsi nel misticismo, nella semplicità e nella

purezza senza cadere nella rigidità, sono state affrontate e vinte dalla

valente scrittrice con molta bravura. Ella deve aver letto a lungo i

Vangeli, deve aver gustato la rozzezza sublime di quella letteratura

primitiva che significava le cose più alte, più belle, più grandi che

siano nella natura umana. Deve averne intesa la poesia silvestre,

l'efficacia, la vera religiosità, poichè nelle umili e ispirate e

ardenti aspirazioni dell'asceta passa un soffio biblico, veramente; e

nella selvatica e mite adolescenza delle fanciulle ritroviamo il

riflesso di qualcuna delle vergini dolci e ardenti che ridono come fiori

fra le mèssi in quell'antica opulenza patriarcale. Qualchecosa di

semplice, di solenne, di poetico è filtrato nello stile e nell'idea;

qualchecosa di profondamente sincero: sia ispirazione, sia fede.

Ecco, per dare un saggio del bellissimo libro la scena più leggiadra e

più ideale, quella della morte di Maria dopo la sparizione della

sorella:

«Era il tramonto; le ombre invadevano la cameretta, ed ella non aveva

voluto che si accendesse il lume. Davanti alla piccola finestra la neve

scendeva lenta.

«-- Padre, recitami le litanie della Vergine.

«Egli incominciò.

«Nella luce crepuscolare, con quell'uomo inginocchiato per terra, con

quella fanciulla che moriva, la bellissima fra le preghiere acquistava

un fascino soprannaturale. Ad ogni versetto Maria rispondeva col

semplice movimento delle labbra, calma ed assorta in una visione

interna. Come al prete mancava la voce per lo strazio, ella gli pose la

mano sulla spalla, quasi a confortarlo, ed egli continuò. Giunto alle

parole _Virgo fidelis_, un singhiozzo gli spezzò la voce.

«Oh! era ben lei la vergine fedele, la vergine martire del proprio

ideale, l'ermellino che non sopravvive alla macchia! _Virgo fidelis_,

riprese due o tre volte nell'esaltamento del proprio dolore; nè altro

aggiunse, ed ella non lo richiese.

«L'ombra diveniva sempre più nera. Egli fece un movimento per accendere

il lume, ma la mano posata sulla sua spalla lo trattenne, e, mentre

cercava di distinguere al buio il dolce viso, Maria disse:

«-- Quanta luce!»

----

La morte di questa fanciulla immacolata come un giglio, il suo

seppellimento sulla più alta vetta, nella neve candida che velava la

terra e riempiva lo spazio, hanno un carattere simbolico in cui lo

spirito si diletta e si raccoglie. Lo svolgimento graduato delle

emozioni e dell'amore nell'altra Maria, è pure reso a tratti delicati e

sicuri, da artista. D'un'elevatezza d'apostolo e di martire sono tutte

le aspirazioni e i pensieri dell'eremita rivolti a Dio.

----

«.... che cosa egli aveva fatto? Aveva creduto di poter compiere da solo

quello a cui non riuscirono milioni di martiri e di eroi, quello che Dio

non permette ancora. Aveva creduto di allontanare ogni male dalle sue

pecorelle, tenendole lontane dal mondo, quasi Egli non fosse laggiù come

Difensore e dappertutto come Punitore».

Così l'atto d'umiliazione lo quetava, e come un eroico neofita dei primi

tempi, questo martire spirituale finisce per benedire la mano che lo

flagella, per trovare nel suo dolore, come i veri eletti, il sublime

marchio dei privilegiati, un elemento di perfezione:

----

«-- Colpitemi ancora, ancora, mio Dio, e fate che il mio cuore arda

d'amore per Voi, poichè non nell'appagamento sta la perfezione, bensì in

un crescendo di ardore. -- »

----

E il sogno cessa a questo triste e sublime matutino...

Poeta o Scienziato?

Mentre quasi tutti i giornali letterari fanno a gara per innalzare in

un'apoteosi sfolgorante Camillo Checcucci e il suo poema della Vita, il

_Fanfulla della Domenica_ ci fa una risatina su e gli volta le spalle.

Anche elevando la risatina e l'atto all'ufficio salutare dello schiavo

antico dietro il carro del conquistatore, dispiace di non vederne

ammessa la discussione da uno dei giornali più simpatici d'Italia. Oh,

bel paese, dalle facili ebbrezze e dai facili disdegni! bel paese in cui

ogni giorno spicca il volo e... si tuffa un Icaro, sei pur adorabile coi

tuoi novi entusiasmi di nazione ardente e giovinetta! Intanto la

novellina di Cornelio Lapide e l'esempio dell'Alfieri che qualcuno tirò

in ballo per questo poeta emergente dalle ombre, mi sembrano abusi d'un

effetto di gran cassa in una marcia, sia pure trionfale. E innanzi tutto

è proprio _vero_ poeta il Checcucci? poeta nell'anima, nella fantasia,

nelle sensazioni, nelle divinazioni? o piuttosto la poesia non è in lui

che la fodera del geologo, dell'ignologo, dell'areologo, del

naturalista?... Egli sale, è vero, a vertiginose altezze, e si immerge

nei bagliori di atmosfere luminose; ma vi sale in pallone: non coll'ala

libera e poderosa; ed assai spesso mentre l'anima e lo sguardo saturi di

quei splendori provano la voluttà del dissolversi nell'infinito, una

cordicella che si strappa, un sacchettino di zavorra che cade, una

valvola che sibili ci ricordano che viaggiamo sull'aria per via di

combinazioni fisiche e non sul mantello di Mefistofele o sull'aquila di

Giove. Fa tristezza ed ira cadere così da un bello squarcio di lirismo

in una frase giuridica o in una fredda formula tecnica di chimica e

d'astronomia; e al moltiplicarsi degli esempi, incalzanti verso il fine,

si arriva a far un atto d'impazienza e concludere che la _Vita_ del

signor Checcucci è un delirio scientifico, uno di quei deliri splendidi

e tremendi che il Lombroso potrebbe additarci come affermazione di

qualche sua teoria: -- o, -- più fantasiosamente, balena l'idea di un

incubo punitore cagionato da un rimorso: per esempio il rimorso d'aver

abbandonato una professione per un'altra, ambedue poi cozzanti e

soverchiantesi nel sogno.

Citare è difficile per la copiosità della vena poetica, abbondanza

inevitabile forse per un poema cui «poser mano e cielo e terra».

Un'immagine delicatissima; Shelleyana -- un po' troppo Shelleyana anzi

-- è questa nel Canto del Regno Vegetale:

E tu m'affida, o gracil sensitiva,

Chi vesta in te sensibile persona,

Chi teco tremi nelle tue paure;

E se del viver mio tu pur sei viva

Vieni e allevia alle mie le tue sventure.

e quest'altra ardita e assai bella, nello stesso canto parlando ai

fiori:

Ma quando il triste inverno e gli uragani

Vi sfrondano gli steli,

E quali aperte mani

Volan le foglie a scongiurare i cieli,

Allor mi vince una pietà profonda

Come d'un volgo preso da terrore,

E qual piovesse vittima ogni fronda,

Conforme ai rami mi si schianta il cuore.

E alla terra parla così:

. . . . genuflesso sulle tue rugiade

Vedrò che gioie alle muscose rocce

E che conforti infonda all'arse biade

La fresca carità di quelle gocce;

Verrò le notti ad arrestar per l'ombre

Gli odorosi messaggi

Spinti alla luna dalle tue vallee

E a spiar l'amor suo calar sui raggi

E l'amor tuo salir dalle maree.

Emanazione di poesia fresca e gentile: come questa al Fuoco è davvero

una vampa scoppiettante, striata, gagliarda:

Eccola; scocca e vola

Miracolosa, indomita e possente

L'elettrica scintilla

Che scatta al mondo la vittoria e leva

Dall'agitata argilla

Le fiamme dei metalli e gli occhi d'Eva.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Dai fatui fuochi all'albe nebulose

Balza, lampeggia e crea,

E ardendo cuori e cose

Nei soli è luce e nelle teste idea.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ed io l'invoco con la testa ignuda

Questa tremenda dia

Che brucia a baci e a spasimi si dona;

Penetri stimma nella carne mia,

Paga se solca d'un suo raggio santo

La croce del dolor da dove io canto.

Dal mare dipinge più efficacemente i tumulti che le immensità:

E quanto più sollevi le procelle

Ad insultar gli scogli;

Tanto maggior la tua tristezza pare,

E fra loro accenandoti le stelle,

Ti chiameranno l'astro dei cordogli.

Ma va' per l'universo a dar l'allarme

Col tuo tetro fragore

Come in tempesta stormo di campana.

E sia quel verbo ansante di dolore

L'eco fedel d'ogni sciagura umana.

Cantando l'aria, accenna ad intuirne fantasticamente, e ne rende

qualchevolta magicamente, le fluttuazioni frementi di vita e piene di

mistero:

Spiriti esulta il regno tuo, vanenti

Divinità camminan le tue sfere;

Son limpide città d'ombre viventi

Queste sul capo mio tacite sere?

Non forse ospiti in seno

L'anime che migran dai petti umani

Ferme sull'ali a scongiurar l'oblio

Dai consueti mani,

Sospese in te fra il camposanto e Dio?

E quando sui sopiti

Sfiorano i sogni ed erran le visioni,

È forse allor che quei poveri estinti

Tentan parlare ai vivi...

E così dopo i quattro elementi il Checcucci ci canta i tre regni della

natura, poi l'Uomo, il Sole, l'Atomo, l'Etere, la Materia, la Forza, e

Dio; e quasi tutti i canti hanno un corruscare multicolore di gemme e si

svolgono in fili d'oro. Ma, purtroppo, quasi in ogni canto c'imbattiamo

anche in versi di questo genere (parla all'Universo):

E come tu combaci ed utilizzi

A governar gli empiri

Senza sbilanci e senza incagliamenti,

o come questi, che fanno agghiacciare il sangue:

Chi sa da dove è emerso

Per capillarità di sensazioni

Questo respiro....

oppure:

Han le carezze dell'amor gli artigli

E la maternità dai marsupiali

Insegna al mondo a palpitar sui figli;

od anche, parlando all'uomo:

A tutte le convalli e tutti i mari

Rapisti i sali, i fosfori, e gl'incensi

_E son tuoi tributarî_

Tutti i vissuti a ingentilirti i sensi.

E intanto quei «tributari» richiamano alla mente le tasse e l'esattore

con una lucidità spaventosa. L'uomo è proprio il più maltrattato dal

signor Checcucci. Un po' più giù lo consiglia a tracciar sulla creta:

L'itinerario delle tue sventure;

gli dice di costringere i cieli

Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica · 第 7 / 97 题