CAPITOLO XXXII.

Il _medichino_ s'era trovato a fronte all'ipocrisia gesuitica, colla

fede sincera ma cieca e condannante la ragione; ora si trovava innanzi

una credenza che si appoggiava del pari sopra le aspirazioni più nobili

dell'anima umana e sopra le deduzioni del ragionamento, sostenuta dai

misteriosi impulsi della natura e dalle verità scoperte dalla scienza

moderna. Il grande intelletto di Maurilio, tutto questo aveva raccolto

in una sintesi potente, e creatone l'edificio monumentale d'una

grandiosa percezione dell'universo. Mai l'ingegno del figliuolo della

plebe non era stato così eccitato nella forza della sua comprensione:

mai la parola non aveva nel suo linguaggio così giusto e così vivamente

tradotto il suo pensiero. Senza indugio, senza preamboli egli aveva

affrontato il ponderoso argomento.

— Tu, non è guari, disse al condannato, sei venuto da me, per iniziarmi

a certi tuoi concetti affine di conquistare insieme questo povero mondo

terreno: io vengo da te in questi supremi istanti, per farti brillare

quella luce dell'intelletto onde tu puoi conquistare il mondo dell'idea,

del vero e dell'eterno.

Svolse senz'altro quelle sue teorie di cosmogonia del mondo invisibile,

compagno ed anima del mondo materiale, quell'indefinito e forse infinito

progresso dalla materia alla sensazione, dalla sensazione alla

intelligenza, dall'intelligenza al sapere che forse non si arriverà mai,

quel grandioso quadro dell'universo in cui la vita umana non è centro,

non è principale, non è prova unica, nè definitiva, nè ultima, sibbene

un lieve e fugace episodio, un passo, un grado, una fase di svolgimento,

come il globo che ci sostiene è nel mondo astronomico non altro che un

granello della sabbia infinita de' mondi seminati traverso lo spazio

senza limite; svolse tutte quelle idee, insomma, che lo udimmo già

adombrare nella prigione del Palazzo Madama al suo amico e compagno,

Giovanni Selva, e che qui non si ripetono per evitare accrescimento di

fastidio ai buoni lettori. Era tanto felice che poteva dirsi ispirato;

le sue idee e il modo ond'erano espresse si presentavano di tal guisa da

afferrare l'attenzione di qualunque, da vincergli la mente e scuotergli

l'animo. La sua era in quel momento una vera eloquenza, dal cui fascino

ogni intelligente doveva restar preso; parlava nello stesso tempo al

cervello ed al cuore, trascinava la parte effettiva e convinceva la

ragione dell'uomo. Le sue stesse sembianze, la sublime dignità che alla

sua faccia volgare dava l'impronta della morte, cui già vi aveva

impresso il morbo, quasi una preoccupazione del mondo superiore a cui

era chiamato, il fulgore dell'anima traverso gli occhi, la voce

cavernosa e pur vibrante con inesplicabile efficacia, tutto concorreva a

dare alla sua intraducibile eloquenza una quasi irresistibil forza. Il

sentimento della superiorità di quello spirito sopra il suo, sentimento

che Gian-Luigi aveva pur sempre avuto in fondo all'animo, senza

confessarlo a se stesso si spiccò più netto e più potente nel condannato

e represse quella empia ironia onde aveva egli accolte le precedenti

esortazioni religiose. In fra' Bonaventura era a parlargli l'interesse

di dominazione umana che s'ammanta di religione e non fa capo che ad una

superstizione che si vuole imposta allo spirito dell'uomo come freno e

impedimento; in Don Venanzio era una sublime ignoranza affermativa alla

quale ei credeva sovrastare per intelletto e per dignità l'audace

negazione del suo orgoglio; ma qui era il genio con tutto l'ardore del

suo intimo fuoco, con tutta l'azione e il prestigio della sua potenza,

con tutto il peso e l'efficacia d'una vera scienza acquistata mercè lo

studio e la meditazione. Gian-Luigi rimase sovraccolto, fu come

sbalordito; gli parve che qualche cosa più che una ragione umana gli

parlasse; ebbe primamente sentore d'una intelligenza superiore a quella

onde si vantaggia l'uomo in questa vita. Quando Maurilio si tacque

affranto dallo sforzo fatto pel lungo parlare, tornato nella sua

primiera debolezza, anzi accresciutasi, accasciato come se la forza

interiore che lo aveva sostenuto sino allora si fosse esaurita, o da lui

dipartitasi, Gian-Luigi stette un istante immoto, in silenzio, gli occhi

volti alla terra, pallido, le ciglia aggrottate, le guancie contratte

dalla forza con cui l'intentività della sua meditazione gli faceva

serrar le mascelle.

— Ebbene? diss'egli poi levando con moto brusco il capo, stringendo

forte al petto le sue braccia incrociate, e saettando sul suo compagno

d'infanzia uno sguardo in cui c'era un raggio quale forse non vi era mai

brillalo per l'innanzi: che cosa conchiuderne a mio riguardo? che devo

fare? che deve esser di me?

Maurilio così rispose:

— L'esistenza del nostro spirito immortale è un avvicendamento di vita

organica quando unito colla densa materia, e di condizione immateriale,

quando traverso la morte del corpo passa ad uno stadio di essere appena

forse se cinto di fluidi imponderabili. Ogni vita organica ha da essere

un travaglio in cui lo spirto si affina, ogni morte un salire nella

scala del progresso indefinito. Chi manca alla sua missione, chi

tradisce il suo debito rifarà forse e con più travagli il cammino. Nel

periodo di esistenza oltre umana a cui stai presso, tu avrai da far

provvista di forza morale per ricominciare forse con ancora più

difficili condizioni la prova. Questa forza alla tua intelligenza già

avanzata nel suo svolgimento te l'ha da concedere la luce della scienza

dell'infinito a cui durante questo stadio che stai per finire, hai

chiuso ostinatamente gli occhi. Sarà quello un lavorìo di

perfezionamento a cui dovrai la capacità di riconoscere ed amare la

virtù nella vita terrena avvenire; quel lavorìo cominciato fin d'ora sul

limite di questa esistenza, e ne avrai tanto di guadagno nell'anima tua.

Riconosci la legge suprema dell'universo; confessa l'intelligenza ultima

verso cui camminano vacillando ed inciampando le deboli nostre; e credi

in Dio.

Che fu? Qual raggio di fiamma divina come saetta penetrò nell'intimo di

quel petto, squarciandolo? Il condannato era seduto, immobil sempre; a

quelle ultime parole si riscosse come crollato da una mano potente, una

ondata di rossore gli corse alle guancie ed un calore inesplicabile,

subitaneo, invadendolo tutto, gli fece spuntare a goccioline sulla

fronte il sudore; mandò un grido che pareva di dolore come uomo

trafitto; sorse in piedi come per rispondere ad un subito appello a cui

non si resiste.

— Dio! Dio! esclamò egli, cacciandosi le mani entro i capelli come un

pazzo. L'infinito, l'assoluto, il vero, la realtà! Mistero, mistero che

ho odiato, perchè non ti ho potuto stringere coll'audacia del mio

pensiero, possedere coll'ansia desiosa dell'anima mia!.... Parlami nella

mia debolezza, parlami nella mia impotenza, parlami nella morte....

Rivelami questa sostanza che non so capire nelle manifestazioni delle

sue parvenze. Se il velo della carne mi offusca l'intelletto, mi fa

ostacolo ai raggi del vero, sono lieto che tu me lo strappi. — Voglio

contemplar la luce, dovessi consumare a quella fiamma il mio spirito, e

distrurlo.... Dio! Dio! ti sento, e vo' comprenderti.

Ricadde come spossato. Maurilio rispettò col silenzio la stanchezza di

quella crisi. Dopo un poco Gian-Luigi tese una mano al suo compagno

d'infanzia, e disse modestamente:

— Credo alle tue parole, e ti ringrazio.

Stettero un pezzo seduti vicino, tenendosi per mano, discorrendo sotto

voce soavemente. Quando la notte era già di molto inoltrata, Maurilio

s'alzò per recarsi presso suo padre.

Gian-Luigi lo abbracciò strettamente.

— Non ci rivedremo dunque più: diss'egli con una emozione contenuta, ma

quale non aveva forse avuta ancora per l'addietro: forse mai più!

— Con questo corpo, rispose Maurilio, sotto questa forma, di certo

no.... La forma?... Chi può immaginare quella che vestiremo nelle

esistenze avvenire; qual sia quella che corrisponde allo spirito nostro?

Ma quanto a trovarci ancora nel mondo illimitato degli spiriti e nella

infinitezza del tempo, ciò avverrà, lo spero, ne sono anzi sicuro, e

forse fra non molto. (Sorrise mestamente, soggiungendo:) Picchio ancor

io alla porta del sepolcro, e tu mi precederai di poco nel regno dei

morti. Sta pur certo, che vi ci riconosceremo, e forse ci riconosceremo

avvinti l'uno all'altro dalle memorie di chi sa quali vite anteriori in

questo od in altri mondi; memorie che si ridesteranno al nostro spirito

ora offuscato, al cadergli intorno della carne che gli fa velo.

— Tal sia di noi! esclamò Gian-Luigi, abbracciando un'altra volta

Maurilio. Perchè mi sono io disgiunto da te nella vita? Le tue parole mi

avrebbero salvo. In questi momenti che l'approssimarsi della morte fa

solenni, vedo con più chiaro sguardo in me stesso; una gran qualità è

mancata al complesso delle mie forze: quella dell'amore. Sento ora tutta

la pochezza e l'impotenza dell'egoismo.... Sì; nel mio intimo c'è una

energia che non si può consumare colla morte di questo corpo; bisogna

che ci sieno altre vite in cui impiegarla e svolgerla, farla servire a

qualche cosa, in cui riparare agli errori della presente. Avrò in esse

la facoltà che qui mi è mancata; lo voglio, ed alla possa

dell'intelletto, congiungerò l'intelletto d'amore. Ora vanne; addio! Ed

a rivederci nell'eternità!

Si separarono con occhi asciutti e con un sorriso pieno di speranza sul

labbro; Maurilio entrò nella cella in cui russava ancora

_Stracciaferro_.

L'alba fatale non era lontana che di poche ore; ed un sacerdote che era

accorso a confortare il condannato, volendo approfittare di quel po' di

tempo che ancora rimaneva, svegliava il misero su cui così imminente

incombeva la vendetta sociale. _Stracciaferro_ girava intorno

stupidamente il suo sguardo avvinazzato, e per prima cosa diceva:

— Da bere..... Quell'acquarzente era buonissima.... To' la caraffa è

finita..... La era troppo piccolina..... Me se ne porti un'altra.

Il sacerdote incominciava le sue esortazioni religiose; ma l'assassino,

guardatolo alquanto di quella guisa con cui un lupo preso in trappola

deve guardare il cacciatore che lo viene a spacciare, lo interruppe con

mal piglio.

— Che storia la mi viene a contare Lei? La sappia che a me non piace

quella musica, e che non intendo di quell'orecchia..... Invece di tante

fanfaluche, se la è un brav'uomo, mi faccia dar da bere.... Non mi

occorre altro.

Avendo quell'altro voluto insistere, il condannato entrava in una specie

di furor bestiale.

— Da bere, da bere: gridava egli strepitando. Voglio dell'acquavita.....

Me se ne dia.... Ci ho diritto..... La voglio, dico.

E con un'orrenda bestemmia, poichè aveva afferrata la caraffa, che già

era vuota, la scaraventò con tanto impeto sul pavimento, a dispetto

della _camicia di forza_ onde aveva impacciati i movimenti, che la mandò

in mille frantumi. Il prete si allontanò da lui spaventato: i due

fratelli della _misericordia_ si accostarono per tentar di capacitare

quel forsennato; ma egli strepitava sempre più forte. Ad un punto il

prete, che s'era avvicinato e stava recitando esorcismi in presenza del

parosismo di quel miserabile, sentì un respiro affannoso dietro le sue

spalle ed una voce, che gli disse:

— Mi lascino solo con quest'uomo, li prego.... Me gli è Dio che mi manda

in questo momento presso di lui.

L'aspetto di Maurilio aveva tale imponenza d'autorità che tutti si

ritrassero senza domandargliene altra spiegazione. Egli si avvicinò al

condannato che urlava tuttavia, gridando colla schiuma alla bocca:

— Da bere! da bere!

Gli pose tutte due le mani sulle spalle e si chinò verso di lui,

facendogli piombare addosso uno sguardo da domatore.

— Tacete ed ascoltatemi: gli disse con un accento di comando insieme e

di esortazione.

_Stracciaferro_ lo guardò un istante, stupito, quasi non comprendendo

tanta audacia, nè sapendo immaginarsi ciò che quello sconosciuto gli

volesse; poi una fiamma selvaggia si accese in que' suoi occhi

intorbidati, ed egli parve raccoglier le forze per iscuotere da sè

quell'importuno, come fa il toro de' cani da presa che gli si attaccano

alle tozze membra coi denti nelle così dette _corse_ in Ispagna. Ma

prima che avesse tempo a compir l'atto, il giovane si era chinato

vieppiù verso la faccia bestiale e gli aveva detto con forza:

— Michele Luponi: io son vostro figlio.

La fiamma si spense nelle pupille del condannato, che diventarono

attonite. Stette un poco immobile, evidentemente senza aver compreso il

senso delle parole, ma pur tuttavia colpitone, forse dall'accento con

cui erano state pronunciate.

— Sono vostro figlio: ripetè il giovane: e vengo a voi guidato dallo

spirito di mia madre.

Il miserabile crollò le spalle ed ebbe una ferina occhiata che

annunziava prossimo uno scoppio d'ira.

— Figlio! disse. Che figlio d'Egitto?... Io non ho figli... Non mi

rompere le tasche... Voglio da bere.

— Ricordatevi una notte tremenda a Milano..... la notte dei morti...

Sono ventiquattro anni... Una povera madre vegliava sulla culla del suo

bambino... Due uomini entrarono e fecero a strapparle il nato delle sue

viscere... Ella volle difenderlo, e s'afferrò colla forza disperata

d'una madre che non ha soccorso ad uno dei rapitori: e quell'uomo per

liberarsene le piantò un coltello nel seno.

Gli occhi di _Stracciaferro_ sbarrati avevano presa l'espressione del

più alto spavento.

— Che sapete voi?... Che volete voi?... gridava egli: e pareva che

l'ebbrezza, sotto l'azione del commovimento destato da quel ricordo,

sparisse dal suo ottuso cervello.

— Quell'omicida eravate voi, e il bambino era vostro figlio.

— No, no, non è vero: urlò il condannato cui le chiome arruffate si

drizzarono in capo. Chi ha parlato mai di ciò? Nel processo non se n'è

trattato... Nessuno lo sa, nessuno l'ha da sapere. È forse _Graffigna_

che mi ha tradito?... Io lo ammazzerò come egli ha ammazzato

_Macobaro_... Sono già condannato a morte: che cosa mi si vuole di

più?... Lasciatemi stare; lasciatemi stare; ch'io passi almeno in pace

questi pochi momenti che mi rimangono. Datemi da bere, che il diavolo vi

porti!...

Le nebbie dell'ebrietà tornavano ad invadere quella già mezzo estinta

intelligenza; egli era ricaduto nel suo imbestiamento peggio di prima.

— Da bere! da bere! ripeteva coll'accento, collo sguardo, colla mossa

d'uno scemo.

Maurilio lo scosse con una emozione che pareva di rabbia.

— Ma quel bambino che avete rubato, cui la povera madre ha difeso

inutilmente a prezzo del suo sangue, quel bambino che avete venduto ed

era vostro figlio — quel bambino sono io. — Io sono vostro figlio e

vengo in queste vostre ore d'agonia a recarvi il mio perdono, il perdono

di mia madre.

E il miserabile ormai dissensato del tutto:

— Figlio: balbettava con lingua grossa: non ho figli, io..... Non mi si

venga a seccare..... Vo' da bere..... In _confortatorio_ ci si deve dar

tutto quello che domandiamo..... Io domando dell'acquavita..... Od

almeno mi si lasci dormire... Ho un sonno che non posso tener gli occhi

aperti... Ho una sete che mi divora la gola... Ah! se non avessi le

braccia in queste maniche d'inferno, vorrei ben io mettervi alla ragione

tutti.

— Io non v'abbandonerò, padre mio: disse con mestizia, ma con

risoluzione Maurilio: è mia madre che mi ha mandato presso di voi; lo

sento, lo so; non vi abbandonerò più fino all'ultimo fatale momento...

Questo momento si appressa: e come ci siete voi preparato?... Dite,

dite: non vi ricordate voi che qualcuno vi parlasse un giorno della vita

futura, e di Dio?..... Di certo nella vostra infanzia ve ne ha parlato

vostra madre, perchè voi non foste tolto all'amor suo... Oh richiamatevi

alla memoria quegli anni. La madre vi ha fatto inginocchiare, stringer

le mani e pronunziar parole che avevano una misteriosa virtù di

confortarvi... Ricordatevi! Ricordatevi!... Quel qualche cosa che allora

si rasserenava, si calmava, si consolava in voi, non era questo corpo

che il cibo satolla ed il liquore assonna; quegli intimi, ineffabili

diletti toccavano ben altra parte di voi che quella cui solletica il

vizio... V'è alcun che in voi diverso da quelle membra dallo stravizzo

intorpidite: questo che fu assopito in voi dalla sciagurata vita

materiale, ma non è estinto, perchè non può estinguersi, perchè è

immortale. Cercatelo in voi con uno sforzo di volontà e ce lo troverete,

e potrete ridestarlo. È immortale, vi dico, è quello che chiamiamo

l'anima; e che la distruzione del corpo non distrugge. Voi dovete

morire... perchè lo sapete bene che dovete morire, non è vero?... non

dimenticatelo... Dovete morire tra poco: ma dovete morire voi, uomo qual

siete adesso, voi Michele Luponi, voi _Stracciaferro_; ma quella parte

intima di voi non morrà... quella parte che si commoveva alle dolci

parole materne, alle preghiere infantili,..... quella parte vivrà

ancora, vivrà sempre, vivrà secondo la sorte di cui si è fatta degna.

Parlò a lungo in cosiffatta maniera; parlò della virtù del pentimento;

parlò del riscatto possibile di ogni colpa coll'espiazione e colla

volontà; cercò tutte le fibre del cuore umano per farne vibrar una in

quello del condannato; si commosse fino alle lagrime, fino a quel

trasporto onde pare che un'anima effonda il più intimo di sè nell'anima

d'un altro; aspettò con quell'intensità di desiderio che è tanta da

farci credere impossibile venga delusa, che un cenno, un cenno solo si

manifestasse del ridestarsi dello spirito in quella massa di carne

caduta al di sotto dell'umanità.

_Stracciaferro_ aveva appoggiato un braccio all'inginocchiatoio presso

cui stava seduto e sul braccio aveva reclinata la testa; poteva la sua

mossa esser creduta quella d'un uomo cui le cose udite fanno

profondamente meditare. Maurilio si chinò palpitante su di lui. Il

miserabile, al suono delle parole di suo figlio, cui non aveva

riconosciuto, cui non avrebbe riconosciuto, s'era riaddormentato. Anche

questo massimo dolore era riserbato a Maurilio: percuotere su quel masso

e non poterne sprigionare pur una scintilla della divina fiaccola;

cercare in quella corrotta macerie d'uomo l'anima e non trovarla; e

quello era suo padre! Provò uno spasimo così acuto che minore certo

giudicò dover essere quello della morte; strinse le mani con atto

convulso, torcendosi le dita da rompersele, e levò verso il cielo gli

occhi ardenti di febbre con uno sguardo disperato che pareva un'accusa.

— Madre mia! Madre mia! Esclamò egli come un'invocazione, come un

rimprovero, come uno sfogo.

— Da bere! ripetè l'ebbro, facendo un movimento per cui ebbe a destarsi.

Maurilio voleva parlare ancora; ma erano tornati nella cella e stavano

sulla soglia i fratelli della _misericordia_, il sacerdote ed un uomo

dalla faccia pallida e mesta che teneva in mano una corda a nodo

scorsoio.

Maurilio sentì agghiacciarsi il sangue. Il condannato vide que' nuovi

personaggi e si riscosse; fermò la sua attenzione su quell'uomo pallido,

dalla faccia mesta, che teneva la corda in mano, e conobbe chi fosse ed

a quale scopo venuto, perchè lo saettò di uno sguardo che pareva quello

d'un infelice che tutto è invaso dal veleno della rabbia canina, e si

drizzò di scatto, come per fuggire, o per opporre resistenza al fero

atto che veniva a compiere presso di lui quel ministro della umana

giustizia.

Il primo di quegli uomini che giungesse accosto al condannato fu il

sacerdote.

— Coraggio! gli disse. Il momento fatale si appressa. Nulla più di bene

o d'aiuto avete da sperare nella terra: rivolgetevi a Quel di lassù che

accoglie ogni sincero pentimento, che perdona a qualunque peccatore a

Lui di cuore si raccomandi.

_Stracciaferro_ guardò il prete che gli parlava, mandò un grugnito

soffocato, e dall'espressione di ferocia la sua faccia e il suo sguardo

passarono a quella d'una stupidità bestiale che non capisce. Il fugace

baleno d'intelligenza, che era corso nella sua mente ottusa, erasi già

dileguato, ed egli ricaduto nella tenebra. L'uomo dalla corda gli si era

accostato e dicevagli con voce sommessa e priva affatto d'ogni sonorità:

— Perdonatemi, fratello mio, se io vengo a compiere questo doloroso

uffizio presso di voi; ma il mio dovere me lo comanda.

Ed alzò le mani e le braccia per fargli passare dal capo intorno al

collo il laccio fatale.

Maurilio a quella vista mandò un gemito e fece un passo innanzi, senza

sapere pur egli che si volesse fare.

— Lasciateci: gli disse il sacerdote arrestandolo: ora non tocca più che

a me lo star presso a quell'infelice a compire il debito del mio

ministero.

Maurilio si nascose la faccia tra le palme delle mani, e fu preso da un

tremito universale. Il condannato aveva tentato levar le mani per

allontanare da sè la corda che gli si alzava sul capo; ma la _camicia di

forza_ gli aveva impedito tal mossa; allora, come affranto di colpo,

s'era lasciato ricader seduto colà dove stava dapprima, e non aveva

mostro più che una completa apatia. Suo figlio, sollevando dalle mani il

viso, lo vide colla ignominiosa corda pendente dal collo, il corpo

accasciato in uno svigorito abbandono, e vicino a lui il prete che gli

susurrava parole cui il misero non pareva udire nemmanco. Non resse a

quella vista: uscì barcollando di quella cella, e sorreggendosi alla

fredda parete umidiccia, venne lungo quei cupi corridoi in cui densa era

la tenebra entro la quale appena parevan macchie rossigne i fumosi

lucignoli di rade lanterne che stavano per ispegnersi. Aveva egli

tracannato sino alla feccia del suo calice; aveva tutta consumata la sì

gran parte dei dolori assegnati all'anima sua nella vita terrena; aveva

il cuore infranto; sentiva esser compita la sua infelice giornata:

camminava come il gladiatore antico che aveva ricevuto il colpo mortale

e andava cercarsi un angolo nella sanguinosa arena, in cui sdraiarsi e

morire.

Ad un tratto udì a pochi passi innanzi a sè un accorrer di gente, un

susurro di persone, un agitato scambiarsi di domande, di risposte e

d'interiezioni; vide un venire, un aggrupparsi, un muoversi irrequieto

di lumi. Era giunto presso la cella in cui era stato posto a passare le

ventiquattr'ore d'agonia il _medichino_. Maurilio non ebbe bisogno di

chiedere che fosse avvenuto: le parole che udiva incrociarsi nel

capannello raccoltosi sulla soglia di quella cella ebbero pure la forza

di penetrare sino alla sua mente, richiamarne l'attenzione ed

apprenderle la causa di quella emozione: il _medichino_ era caduto a un

tratto come colpito da un fulmine; la subita, misteriosa morte lo aveva

salvato dal patibolo.

Il figliuolo di _Stracciaferro_ si spinse innanzi entro la carcere che

era divenuta la camera mortuaria del suo compagno d'infanzia, e

contemplò tremando lo spettacolo che gli si offerse alla vista.

Gian-Luigi giaceva lungo e disteso per terra, le braccia larghe, le mani

mollemente ripiegate, la testa un po' tirata all'indietro e quindi la

faccia volta verso il soffitto: nei suoi lineamenti v'era una placidità,

a cui però faceva contrasto la ruga caratteristica della fronte che era

disegnata nettamente nella pallidezza d'avorio, ma che andava via via

spianandosi, come se a poco a poco scancellata dalla mano della morte.

Era forse la traccia dell'ultima lotta di quell'organismo contro la

volontà, e forse meglio, di quell'anima contro l'idea; dell'ultimo cozzo

dei pensieri, in mezzo a cui quello spirito inquieto e superbo, si era

violentemente sottratto ai dubbi della vita per fuggire l'ignominia, per

precipitarsi avidamente nel mistero della tomba, ansioso di trovarci il

motto dell'enimma.

Maurilio stette mirandolo alquanto. Ad ogni momento cresceva la calma

nelle sembianze del cadavere: e con questa calma veniva fuori agli occhi

del giovane che lo contemplava una rassomiglianza di quei lineamenti con

altri che gli erano impressi da lungo tempo nell'animo: il dolce viso

leggiadro di Virginia. S'inginocchiò presso di lui, e depose un bacio su

quella fronte che già era diventata ghiaccia.

— Addio per sempre, corpo che hai chiuso quella misera anima combattuta;

ritorna i tuoi elementi al gran serbatoio della natura, e possa fin la

memoria distrursi della tua vita. Tu spirito, che ora te ne sei sciolto,

possa arrivare nella nuova esistenza immateriale a tanto progresso da

essere poi, in altra prova terrena, oltre che un intelligente, un

onesto.

Quanto più s'avvicinava l'alba e tanto più cresceva nel _medichino_

l'agitazione ch'egli aveva dapprima dissimulata, ma cui ora non poteva

nascondere più. Se la Zoe mancasse all'assunto impegno e fosse in

qualunque modo impedita di recargli, come aveva promesso, la morte! Gli

toccherebbe percorrere le strade della città sull'infame carro,

coll'infame accompagnatura, in mezzo all'infame curiosità del volgo; gli

toccherebbe salire gl'infami scalini del patibolo e pendere dal legno

infame, ignominioso spettacolo ad una vil turba che ne prenderebbe

codardo diletto. Questo pensiero tanto lo tormentava da toglierlo quasi

di senno, sentiva sfuggirgli il dominio che aveva conservato sino allora

su sè stesso; la volontà pareva sul punto di cedere travolta dall'impeto

della passione e dell'istinto. Guardava intorno a sè con occhio

smarrito, come per cercare un mezzo di morte, poichè quello invocato e

sperato non gli giungeva; aveva già entro sè maledetta e sacrata al

demone della vendetta la cortigiana da cui si credeva ora abbandonato.

Quando udì all'orologio d'una chiesa vicina suonare le cinque ore, ogni

speranza fuggì da lui: digrignò i denti, si morse le mani, e guatò

intorno con tanta ferocia che i fratelli della _misericordia_ se ne

allontanarono impauriti. Due ore appena lo separavano dal supplizio;

anche presentandosi tuttavia la Zoe, egli temeva che non le sarebbe più

stato concesso giungere sino a lui. Ma allora appunto ch'egli si

riteneva perduto, la salvezza arrivava. Un uomo dalla faccia scialba,

con una strana espressione di stanchezza nelle sembianze, che parevano

d'infermo, si presentò, accompagnato da una donna velata, alla porta del

_confortatorio_ e disse con accento di comando:

— Lasciate penetrare questa signora presso il condannato.

Si ubbidì al sotto-ispettore delle carceri; e quella donna entrò dove

stava il moribondo. Questi udì il fruscio delle vesti e sollevò il capo;

benchè velata la riconobbe; sorse di scatto con un'esclamazione di gioia

e le mosse vivamente all'incontro.

— Sei tu, Zoe? Sei tu pur finalmente?

La cortigiana levò il velo dalla faccia.

— Sono io! rispose con voce cupa, sorda, stentata.

Ah! quanto era ella diversa dalla _Leggiera_ che vedemmo lieta e procace

nel palchetto del teatro! Come l'aveva cambiata quella notte trascorsa,

stendendo sulla sua bellezza il pallore dell'angoscia, incavandovi le

rughe della vergogna! Il _medichino_ medesimo ne fu sovraccolto.

— Che hai tu? le chiese prendendola per le mani che strinse forte fra le

sue.

— Ho comperato il diritto di venirti a recare la morte; rispose

sommessamente la Zoe: e l'ho pagato molto caro.

Gian-Luigi non domandò pure spiegazione di queste parole.

— Tu hai dunque teco la mia libertà? disse con vivace èmpito di gioia.

— Sì: rispose essa tremando tutta ed atterrando quasi impaurita gli

sguardi.

— Quale io te la chiesi?

— Sì: ripetè la donna.

— Che tu sii dunque benedetta! L'ultimo favore e l'ultima gioia mi

verranno da te..... Solleva la fronte, Zoe, e guardami bene entro gli

occhi.

Ella tremava sempre più forte e le sue pupille non potevano staccarsi

dal suolo.

— No, no: disse; non son degna di guardarti.

Ma egli, stringendo nuovamente quelle mani che teneva ancora fra le sue:

— Noi siam degni l'un dell'altra, oh va!... E tu almanco avrai amato!...

Mi vai innanzi per ciò..... Guardami, Zoe, perchè tu possa leggere ne'

miei occhi la mia riconoscenza, perchè ti possa stampare un'ultima volta

nella mente le mie sembianze. Fu una vita scellerata la mia, di cui devo

desiderare si disperda presso tutti ogni memoria; ma è una strana

passione dell'uomo che, a dispetto di tutto, lo attacca a questa

miserabile esistenza terrena. Mi è di una folle dolcezza, anche in

questi momenti, il pensiero che, morto, vivrà ancora nell'anima tua lo

sparito esser mio, mercè il ricordo. Guardami adunque!... Presso te sola

vo' riviver così; da tutti gli altri non domando che oblìo: presso te

sola!... Per quanto tempo?...

— Sempre, sempre, per tutta la vita: esclamò la Zoe che affondava i suoi

negli occhi di lui, e gli pendeva palpitante dal labbro.

Gian-Luigi sorrise mestamente.

— Non ti domando l'impossibile: riprese a dire. Finchè nuove impressioni

abbastanza forti e vaste per occupar tutto il tuo animo non me ne

avranno scacciato. Non voglio che tu faccia il menomo sforzo per

ritenere la mia immagine quando accenni a dileguarsi. Obliato dai

viventi in questo mondo, chi sa che non abbia anch'io allora

tutte dimenticate le cose terrene!... E ciò avvenisse pure

sollecitamente!..... Zoe, noi abbiamo sbagliato la vita..... Auguro

anche a te di morir presto, prima che la vecchiaia t'abbia raggiunta,

prima che anche quel piccolo carbone acceso d'amore che ti rimane

nell'anima si sia spento... Ora addio!... Bisogna che io m'apra le porte

del sepolcro... Sento un palpito in me che rivela le riluttanze della

natura; ma la mia volontà è impaziente; l'anima anela di slanciarsi

nell'incognito mare. Prendi fra le tue labbra la morte, e porgimela nel

tuo ultimo bacio. Questo sacro bacio mortale cancellerà l'onta dei baci

menzogneri e brutali che abbiamo dato, che ci siamo scambiati.

Zoe si torse le mani con disperazione.

— No, no; disse: darti io la morte, non posso... Vederti cadere innanzi

a me!...

— Non mi vedrai. Aspetterò a rompere l'involto in cui è rinchiuso il

veleno quando tu sarai partita di qui.

Uno di quegli impeti di generoso affetto, a cui sono aperte le

impressionabili anime delle donne, anche le men nobili, assalse allora

la cortigiana.

— Piuttosto, esclamò ella, moriamo insieme: rompi la fragil crosta,

mentre le nostre labbra si toccano, e beviamo tuttedue la morte.

— No, Zoe: perchè vuoi tu accrescere il mio delitto? Lasciami morir

solo.

Un'ombra nera comparve in mezzo ai fratelli della _misericordia_ che

s'erano ritirati presso la porta: era fra' Bonaventura che, secondo i

presi accordi, veniva per essere compagno in quelle ultime ore al

condannato.

— Il tempo preme: soggiunse Gian-Luigi che vide il gesuita, e gli fece

colla mano cenno di aspettare un momento: coraggio, Zoe.

Questa si recò la mano alla bocca e vi pose una pillola grossa come una

piccola nocciuola. Gian-Luigi afferrò la donna con un impeto che pareva

di passione; la strinse al petto con abbraccio furibondo; ne cercò

avidamente colle sue le labbra e le tenne suggellate in un bacio lungo,

tenace. Nel silenzio di quella stanza e di quell'ora, si sentiva il

palpito del cuore della Zoe; tanto era forte. Quando il _medichino_ la

sciolse dal suo amplesso, ella indietrò per alcuni passi vacillando,

come se stesse per cadere: la pillola mortale dalla sua bocca era

passata in quella di Gian-Luigi.

Successe un istante di silenzio.

— Addio! addio! gridò poi il _medichino_. Ora va... Tutto è finito.

Padre Bonaventura s'avanzava colla sua faccia ipocritamente dolcereccia.

La _Leggera_ parve voler parlare, ma la voce non uscì dalle sue labbra

allividite, due lagrime le colavano giù delle guancie; agitò le mani,

poi si premette il cuore, un penoso singhiozzo eruppe dalla sua gola, ed

abbassato il velo, uscì vacillando. Gian-Luigi l'accompagnò con un

ineffabile sguardo di compassione.

— Figliuol mio: disse il gesuita al condannato: in questa notte che

oramai è trascorsa, Dio ha egli parlato al vostro cuore?

Gian-Luigi guardò il frate con una occhiata fissa, da cui era sbandita

ogni espressione della primitiva ironia.

— Sì: diss'egli seriamente: e di quella sua parola me ne odo ancora

entro l'anima l'eco che risuona.

Fra' Bonaventura credette opportuno il momento di spacciare un'edizione

delle sue solite esortazioni che teneva in pronto per queste

circostanze: Gian-Luigi pareva ascoltarlo, ma in realtà non faceva al

sermonante ned alle sue parole la menoma attenzione. Egli ravvolgeva

nella sua bocca la mortifera pallottolina; era di gomma con entrovi una

goccia di acido prussico; e intanto pensava:

— Appena morto io, se il mio spirito non muore, come mi sono indotto a

credere, in quale condizione si troverà? Con quali attinenze ancora con

questo mondo, colla materia, colla luce, collo spazio, col tempo?... Sì,

questo è uno spaventevole abisso. Questa è tale curiosità che pure

sgomenta... Esito forse?... Ho io forse paura?... No.... Perchè dunque

mi trattengo innanzi a quell'attimo che deve tutto decidere, che deve

lanciarmi nell'eternità?

Guardò la faccia grassa e rubiconda del gesuita, il quale, gli occhi a

mezzo socchiusi, dipanava con una certa voluttà i periodi della sua

eloquenza da predicatore.

— Appena costui interrompa la sua onda di parole per prender fiato,

disse a se stesso sorridendo, morderò in questo chicco di morte.

Il sermonante non tardò a fare una piccola pausa necessaria ai suoi

polmoni; e Gian-Luigi si tenne parola. S'udì un lieve rumore: quello

della crosta di gomma rotta dai denti; e di botto la vita cessò come per

incanto in quel corpo giovane, robusto, nella più ricca e piena

espansione della sua vitalità. Non diede un grido, nè un gemito, nè

nulla: cadde improvviso quant'era lungo; nè la menoma convulsione gli

agitò le membra, gli contrasse i lineamenti. Padre Bonaventura, stupito,

spaventato, si chinò sopra un cadavere.

— Ah! questa è l'opera del marchese: pensò egli, e da buon gesuita stimò

opportuno consiglio tacere ed allontanarsi senz'altro.

La Zoe presso all'uscir della carcere vide appoggiato alla parete un

uomo che pareva un'ombra; suo primo impulso fu passar ratta senza

badargli; ma poi ravvisatasi gli si avvicinò. Stettero tuttedue l'uno

innanzi all'altra, senza parlarsi, senza guardarsi, tremando. Fu la

donna finalmente che ruppe il silenzio.

— Quello che tu hai fatto è infame; quello che mi hai obbligato a fare è

infame. Questa infamia che per altri sarebbe cagione di odio e

innalzerebbe fra loro una insuperabil barriera, noi invece accomuna. Ora

ci siamo ritrovati e ci apparteniamo; tu hai da essere strumento per le

mie passioni, come io fui per la tua. Ti servirò ancora, ma tu mi

servirai... La mia passione ora è una vendetta... Mi aiuterai a

compirla[4].

[4] Vedrassi in un altro romanzo in cui ricompariranno parecchi

dei personaggi di questo, qual fosse questa vendetta, e come

coll'aiuto di Barnaba la Zoe l'ottenesse.

Barnaba non rispose parola; ma promise con uno sguardo. La cortigiana

partì. Lungo le strade che ella percorse trovò già frequenti i gruppi

de' curiosi che s'affrettavano prima di giorno a recarsi sul luogo dove

avevano da essere giustiziati i rei. Senza sapere di avere questo voto

scellerato comune con Nerone, la cortigiana desiderò poter tenere in una

testa sola tutte le teste di quella folla crudele per ischiaffeggiarla e

sputarle sul viso. Giunse sino in Piazza Castello che quasi non sapeva

quale strada avesse percorsa e perchè fosse colà venuta. In fondo si

drizzava in una massa scura l'imponente Palazzo reale. Zoe tutta la sua

ira, tutto il suo odio, tutta la ferocia del suo dolore concentrò in un

punto e volse ad una persona sola. Tese la destra stretta a pugno verso

il Palazzo reale e disse coi denti serrati:

— Principe! Principe! Tu me la pagherai!

Sino al luogo in cui ella si trovava, pel queto aere della notte cui non

rompeva ancora il menomo raggio dell'alba, venivano i lenti e gravi

rintocchi della campana che suonava l'agonia degl'infelici che stavano

per morire per mano del boia.

La plebe, parte IV · 第 41 / 44 题