Alle dieci del mattino adunque ciascuno dei condannati aveva visto
aprirsi la porta della sua carcere ed uditosi annunziare che la domanda
di grazia per commutazione di pena era stata respinta, e che dovevano
quindi prepararsi alla morte per la mattina ventura. Furono condotti,
come si suol dire, in _confortatorio_, ciascuno in una stanza separata,
e posti in mano ai confratelli della Compagnia della Misericordia, ai
quali i miseri dovevano essere affidati fino alla loro inumazione.
Le celle in cui furono posti i condannati erano carceri come le altre,
nelle quali presso una parete s'era drizzato una specie di altare con
sopravi un crocifisso e quattro candele accese; siccome le porte di
queste celle avevano da rimanere aperte, e la custodia dei miseri, senza
intromissione di agenti della forza pubblica, era tutta lasciata ai
fratelli della Misericordia, ed anco perchè gl'infelici non potessero
attentare alla propria vita, si era fatto vestire ai condannati la così
detta _camicia di forza_, e per una catena che si univa ad un anello
piantato nel muro, catena abbastanza lunga da permetter loro di
passeggiare su e giù della cella, furono avvinti ad una gamba.
Il venire ad annunziare ad un uomo che è pieno di vita: «tu domani
morrai,» è una tremenda novella. La natura, l'istinto si ribellano
contro questa sentenza: tutte le forze della vitalità insorgono e
s'inalberano: il vuoto orrendamente nero del sepolcro spaventa le
aspirazioni della vita in pieno vigore dell'organismo; la cosa dapprima
non sembra possibile; si crede ad un giuoco feroce, ad un orribile
inganno che cesserà ad un punto, si spera follemente un miracolo che vi
salvi, si aspetta anche una catastrofe; l'io, avvezzo a far centro se
stesso all'universo, come può persuadersi che impreparato, senza
transizione, ad un tratto, abbia da venir tolto di mezzo, e quella
natura che crede fatta per lui, in mezzo alla quale vive, cui egli per
sè riempie della sua personalità, stiasi indifferente ed immota? Esso
argomenta contro l'evidenza; come una mosca dentro una chiusa invetrata,
gli pare che debba trovare ad ogni momento il passo per fuggire da
quella orribile realtà e si urta il capo vanamente contro l'impervia
necessità inesorabile. Ad un punto la certezza di questa impossibilità
lo assale, lo afferra, direi quasi, alla gola, e l'uomo sente invaso dal
sangue in tumulto il cervello indebolito. Entra allora in furore:
bestemmia, minaccia, freme, ruggisce; vorrebbe infierire contro sè,
contro tutta l'umanità, contro il mondo; si scaglia colla temerità di
Satana contro Dio. Più tardi succede la spossatezza; il parosismo della
febbre suscitatasi lascia l'abbattimento; la stessa fatica materiale
della prima esaltazione, conferisce a domare quel sussulto di nervi;
l'incessante crudele pensiero: «fra poche ore morrò» è un potente
interno corrosivo che consuma l'energia e le forze. Nell'inoltrarsi
della notte cresce questa prostrazione: è quello il tempo che i preti
accorti sanno più propizio a rendere efficaci le loro esortazioni
religiose. Respinta d'ordinario nelle prime ore in cui il condannato è
in _confortatorio_, nella notte la parola religiosa è accolta con
tolleranza dapprima, poi il più spesso, con fervore. Visto inutile ogni
lusinga nelle cose umane, il morituro si getta disperatamente nelle
braccia della religione e cerca in essa quella forza che sente da ogni
altra parte mancargli. Verso il mattino, di regola generale, una certa
pace, e per parecchi una vera e positiva pace, è entrata nell'anima del
condannato, e il misero s'addormenta di un sonno quasi sempre calmo e
tranquillo.
Le impressioni provate, o per dir meglio manifestate dai nostri tre
personaggi all'annunzio fatale furono diverse. _Stracciaferro_ colla sua
aria sempre più stupidita parve non aver nemmeno compreso; guardò col
suo occhio semispento le persone che lo attorniavano; e siccome il
secondino lo aveva fatto levare dritto in piedi per ascoltare quella
terribile comunicazione, si dispose a sdraiarsi di nuovo sul suo
giaciglio. Ne lo impedirono dicendogli che bisognava cambiar di cella ed
entrare nel _confortatorio_. Si lasciò passivamente indossare la
_camicia di forza_, trascinare alla stanza destinatagli, e guardò con
una certa curiosità da scemo il carceriere che gli attaccava alla gamba
la catena di ferro. I due fratelli della Misericordia che stavano a
fargli compagnia (e due dovevano rimanere sempre di guardia intorno a
ciascuno dei condannati) vollero cominciare a dirgli qualche parola di
conforto; ma egli li guardò con aria così ferocemente imbestialita,
ch'essi pensarono essere miglior consiglio per allora non toccare quel
tasto. Ch'egli però capisse la sua condizione diede prova poco stante
facendo la seguente domanda:
— In _confortatorio_ si dà al condannato tutto quello che desidera, non
è vero?
— È una pia usanza della nostra compagnia della _Misericordia_, gli fu
risposto, di cercar di soddisfare ai desiderii di quegl'infelici, per
quanto lo consentono le nostre facoltà; e se voi desiderate qualche
cosa....
— Ebbene sì; proruppe quell'omaccione in cui fino all'ultimo avevano da
predominare gl'istinti materiali: desidero fare una buona corpacciata.
Voglio provare il gusto dei ricchi, mangiare come un signore, almeno
l'ultimo giorno della mia vita... Mi si dia una pernice... e tutto
quello che vi ha di più fino e costoso... e buon vino, barbera
suggellato, e una caraffa di _cognac_.
_Graffigna_, d'ordinario così calmo, così cauto e prudente, perdette la
padronanza di sè, e salì subitamente in un furore senza misura all'udire
il brutto annunzio. Si dovette ricorrere alla forza per contenerlo; due
uomini robusti furono necessari a vestirgli la _camicia di forza_, e
bestemmiante, urlante, gli occhi piccoli fuori della testa, la schiuma
alla bocca, bisognò trasportarlo a braccia nella cella a lui assegnata.
Seguitò per un poco a strepitare, maledire, imprecare, minacciare,
contorcersi, agitarsi: ma poi abbattuto, non domo, si accovacciò presso
il muro dov'era infisso il capo della sua catena e stette rotando
intorno occhi spauriti e insieme feroci, che lo facevano rassomigliare
in vero ad una volpe presa al laccio che s'aspetta da un momento
all'altro il colpo mortale.
Il _medichino_, egli, com'è facile aspettarsi, aveva mostrato un più
nobile e più fiero contegno.
Udito che quello era l'ultimo giorno della sua vita, Gian-Luigi s'era
vezzosamente inchinato come per ringraziare chi glie ne aveva data la
novella, come per salutare la morte che vedesse comparirgli sulla soglia
della sua carcere. Nessun altro segno d'emozione fu da notarsi in lui,
fuorchè un lievissimo tremar delle ciglia; non impallidì il suo viso,
non diede il menomo sussulto pur uno de' suoi membri: sorrise. Quando
seppe che gli bisognava calzare la _camicia di forza_ ed essere
incatenato per il nodello ad una gamba, domandò se questo non poteva
essergli risparmiato; rispostogli che no assolutamente, mandò un
sospiro, e vi si acconciò senz'altra osservazione. Messo nella cella a
lui destinata, guardò con empia ironia l'altare preparatovi, il
crocifisso e l'inginocchiatoio postovi dinanzi; girò intorno alle pareti
per quanto gli concedeva la lunghezza della catena, e lesse con
apparente interessamento parecchie iscrizioni che vi erano
scombiccherate su. Ad un punto vi era una filza di nomi accompagnati da
qualche parola di preghiera e di rimpianto: erano i nomi di coloro che
da più anni erano passati in quel confortatorio per andarne a morire:
ciascuno vi aveva scritto il suo nome, la sua età, la data della sua
dimora nel luogo funesto ed un'invocazione alla pietà ed alla
compassione di chi leggesse. Il _medichino_ si volse ad uno dei fratelli
della Misericordia che stavano guardandolo con un interesse di curiosità
che ben gli valevano la sua trista rinomanza e gli strani casi della sua
vita:
— Avrebbe Lei un toccalapis da imprestarmi?
Il confratello della Misericordia s'affrettò a soddisfare alla sua
richiesta. Gian-Luigi scrisse poche parole e si allontanò: i due suoi
assistenti si accostarono a leggere avidamente. L'ultima di quelle
lamentanze diceva: «Ah! come crudele morire a trent'anni, sano e robusto
da viverne ancora altri cinquanta!» Il _medichino_ aveva scritto con
mano ferma al di sotto di tutti que' rimpianti: «Imbecilli tutti! si
muore e si tace!»
I due fratelli della Misericordia si guardarono in volto stupiti, non
comprendendo il significato di quella disperata rassegnazione.
— Ella non ha voluto fare come gli altri e metterci il suo nome: disse
il più audace de' due.
Il _medichino_, pure in quella estrema condizione in cui si trovava,
aveva conservato tanta apparenza di superiorità che il buon popolano
sotto la cappa della confraternita non osava trattarlo altrimenti che
col Lei.
— A me non piace fare come gli altri: rispose superbamente il
condannato. Il mio nome!... Perchè metterci costì su quella ignominiosa
parete, vicino a que' nomi infami anche il mio? Per farmi ricordare? Ho
più caro essere obliato. E chi lo leggerebbe? Qualche altro miserabile
che passerà angosciato per quest'anticamera del patibolo.
Si piantò innanzi alla parete dov'erano scritti que' nomi e li lesse
forte con accento d'una sprezzosa ironia.
— Ne ricordo alcuni di questi buoni arnesi. Costui che ha scritto la
massima la più affettuosa e più tenera del Vangelo, cui certo gli aveva
allor allora soffiata nell'orecchio il confessore, aveva ucciso una
vecchia a colpi di sasso per pigliarle quaranta franchi; quest'altro
ammazzò suo padre, perchè non voleva dargli dieci lire da pagare una
meretrice.... E tutti costoro si sono purgati con una buona confessione,
s'illustrarono con un pentimento esemplare, sono partiti dal mondo «puri
e disposti a salire alle stelle» ed ora godono nelle beatitudini del
paradiso il premio delle loro buone azioni.
I due della Compagnia della Misericordia, senza capire tutta l'empietà
dell'ironia che era nelle parole del condannato, pure se ne sentivano
ghiacciare il sangue; lo guardavano quasi esterrefatti, e non sapevano
trovare parola.
Il _medichino_ riprese dopo un poco:
— Loro ne hanno assistito qualcheduno di questa brava gente nelle sue
ultime ore?
— Signor sì: rispose quello de' due che aveva lo scilinguagnolo più
sciolto. Feci quest'opera di carità per tre di codestoro; e li
accompagnai, sostenendoli, proprio sino ai piedi.....
Si trattenne dal dire l'ultima parola.
— Della forca: suggerì il condannato con un sorriso pieno d'innocenza.
— Sì, signore.
— Bravo! È uno zelante Lei!
— Eh eh! fece il confratello insaccando modestamente il capo fra le
spalle.
— Ne la felicito. Che professione è la sua?
— Sono barbiere.
— E la trascura la sua bottega per passar qui la giornata nella
compagnia poco gradevole di uomini che stanno per dar calci all'aria. Ci
prova dunque una soddisfazione?
— Quella di fare un'opera buona.
— E ne spera compenso?
— Da Quel di lassù.
— Benone! La sarà chiamata a far la barba nel regno dei cieli.
E voltò le spalle ai due confratelli, a cui quello scherno ispirò più
terrore che risentimento. Passeggiò per un poco su e giù, poi andò a
sedersi sul gradino dell'inginocchiatoio. I due assistenti si dissero
che loro debito era quello di confortare il condannato, e che per
confortarlo bisognava parlargli; si consultarono quindi a bassa voce fra
di loro, si fecero reciprocamente coraggio, s'avvicinarono al paziente
uno dall'una parte, l'altro dall'altra, e cominciarono colla maggior
convinzione del mondo a snocciolare la filza delle consolazioni e degli
ammonimenti volgari che erano del caso. Gian-Luigi sollevò il capo e
guardò stupito questo poi quello, come avrebbe guardato due automi di
Vaucanson, così perfezionati da favellare; poi ad un punto li
interruppe.
— Signori, la loro eloquenza a duetto senz'accompagnamento è tale da
disgradare quella del Segneri, dello Scarpa, di tutti i predicatori
gesuiti e del professore Paravia; ne faccio loro i miei complimenti, ma
io non amo l'eloquenza — fuor quella dei fatti — detesto i sermonanti e
gli avvocati; e il susurro delle loro parole mi riesce molesto come il
ronzio di due tafani. Li prego di credere che ho abbastanza fantasia per
immaginarmi tutte le belle cose che trovano da dirmi, e di lasciarmi
quindi tranquillo. Ho piacere di meditare: è l'ultimo giorno che mi
servo di questo strano stromento che è il cervello, e mi piace, come si
suol dire, darmene una satolla. Le loro buone intenzioni che apprezzo,
tradotte in discorsi, non riescono che a disturbarmi.
I confratelli s'allontanarono da lui mortificati, e lasciandolo immerso
ne' suoi pensieri, non gli rivolsero più la parola.
Erano passate parecchie ore, quando il condannato, uscito dalla sua
meditazione, s'accorse che i due soci della pietosa confraternita stavan
sull'uscio della cella discorrendo vivamente, a bassa voce, con
qualcheduno.
— Che cosa c'è? domandò egli uscendo per la prima volta dalla sua apatia
e lasciando apparire una certa inquietudine.
I confratelli si volsero verso di lui a rispondergli. Il tempo di
guardia dei due primi era trascorso, ed altri due si erano a quelli
sostituiti, senza che il condannato pur se ne avvedesse. Uno di questi
nuovi assistenti rispose adunque:
— È un buon religioso, il bravo Padre Bonaventura de' frati gesuiti che
vorrebbe parlarle.
Gian-Luigi corrugò leggermente le sopracciglia.
— A me? domandò egli con accento d'uomo che non capisce il perchè d'una
cosa: Padre Bonaventura? E che può egli aver da dirmi?
Il frate non lasciò rispondere da altri: cominciò per allungare il collo
e mostrare il suo cappellone da gesuita e la sua faccia pienotta nel
vano della porta, poi si fece innanzi e introdusse la sua grassa persona
vestita di cotta nera.
— Caro mio figliuolo: disse con voce d'un'affettata dolcezza, che riuscì
al paziente oltremodo antipatica: ti dispiace ch'io venga a fare un poco
di conversazione con te?
Era una delle specialità di quel gesuita il confortare i condannati a
morte, ed aveva fama di saper toccare il cuore ai più riottosi e
convertire i più ricalcitranti. Si narrava di scellerati dal cuore
induritissimo, che, avendo resistito alle esortazioni dei più eloquenti
confessori, avevano poi finito per cedere alla insinuantesi, melliflua
voce del gesuita. I casi più serii ed i birboni più matricolati erano
riservati a lui; era questo uno dei suoi vanti eziandio, e soleva
accorrere come divisione invincibile di riserva nella battaglia contro
il demonio, per istrappare dagli artigli di quest'ultimo l'anima
scellerata che si stava per lanciare nell'eternità. Il contegno del
_medichino_ coi due primi confratelli della Misericordia aveva già
provato chiaro come quest'infelice appartenesse alla schiera dei
pervicaci, e s'era pensato senz'attender altro, di far venire subito
all'assalto le poderose forze dialettiche e teologiche dell'eloquenza
del gesuita.
Questi poi era da se stesso offertosi sollecitamente ed andato incontro
all'ufficio, perchè una gran curiosità gli era nata in corpo di veder
chiaro in certi misteri cui frequentando assiduamente la casa Baldissero
aveva colla sua solita accortezza notato in quella famiglia da alcuni
giorni, misteri nei quali aveva subodorato aver parte il famoso
_medichino_, condannato a morire. Come abbiam visto aveva egli appreso
dalla confessione del moribondo Nariccia che il creduto Maurilio non era
altrimenti il figliuolo della marchesina Aurora, ma che questi era da
trovarsi in altro individuo possessore della metà di quella certa
lettera di cui egli s'era reso padrone e che per suo mezzo era passata
nelle mani del marchese. A lui non si era detto nulla più intorno a
quell'affare: ma col suo acume il gesuita non tardò a concepire il
sospetto che quel vero figliuolo fosse stato trovato, e da certi sguardi
scambiati, da certi pallori e silenzi impacciosi subitamente avvenuti
fra i componenti della famiglia Baldissero, quando nel loro salotto il
discorso cadeva, come in que' giorni era troppo facile succedesse, sul
così detto _medichino_, il frate era venuto ad argomentare che quel tale
smarrito fanciullo potesse benissimo esser costui. Sdegnato che a lui
non se ne fosse fatta la confidenza, e pensando che in qualche modo
nell'avvenire la scoperta di questo segreto di famiglia aggiunto a
quegli altri ch'egli conosceva già, avrebbe forse potuto giovargli,
Padre Bonaventura decise impiegare tutta la sua arte nell'apprendere il
vero, ed avvisò che metodo buonissimo da ciò fosse il sentire il
condannato a morte nell'ultima sua confessione. Ed ecco perchè con tanto
maggior zelo si affrettava a venir disputare quell'anima al demonio.
Ma al pari della voce falsamente amorevole, fu antipatica al condannato
la figura ancora più falsa di quel frate. Il sorriso piacentiere di
quelle labbra carnose da ghiottone gli dispiacque estremamente: quel
sentirsi a dar del tu (usanza che il gesuita aveva con tutti i suoi
penitenti) fece inalberare l'orgoglio permaloso di Gian-Luigi. Questi si
levò in piedi, guardò il gesuita dalla cera ipocritamente umile, come un
principe avrebbe guardato un pezzente, e rispose con superbo piglio:
— Che cosa vuoi _tu_ ch'io me ne faccia della tua conversazione?
Padre Bonaventura, offeso, arrossì alquanto nelle sue guancie paffute, e
nello sforzo di voler dominare la sua bizza, fece una smorfia che pareva
di chi inghiottisca qualche amara medicina.
— Oh oh! disse fra sè: che tono.... Ma gli è tutto l'orgoglio dei
Baldissero.... Cospetto! E' rassomiglia di molto alla marchesa
Aurora.... Non ci è più dubbio: questo è il figliuolo di Valpetrosa.
— Mio caro, riprese di poi con un forzato sorriso: chi sa che la mia
conversazione non possa esservi utile più che non crediate. E se
d'altronde, a voi non interessa, fate conto che la vostra interessi me,
e concedetemi un momento di colloquio per farmi piacere.
Gian-Luigi sorrise più superbo che mai; e passando ancor egli a dargli
del voi, rispose:
— Sia come volete. Inoltratevi; sedete... o state in piedi, come vi
piace meglio; e dite quello che vi pare.
Padre Bonaventura s'introdusse col suo solito sorriso e il suo passo
discreto che non faceva rumore, sedette, si levò il cappellone e se lo
pose sulle ginocchia, vi pose su le mani incrociate e guardò col suo
occhio esaminatore il condannato; il quale, dopo averlo fissato un poco
con aria di non dissimulato disprezzo, si era dato a passeggiare in su e
in giù per quanto gli permettesse la sua catena.
Il frate non tardò a farsi certo che le sue usate sdolcinerie gesuitiche
e le carezzevoli forme per cui soleva insinuarsi nell'animo altrui, non
avrebbero approdato con questo cotale; ed avvisò che a scuotere quella
superba avversione onde il giovane lo aveva accolto, a farne oscillar
l'anima fiera, e poter trovare un giunto, se pur vi era, di quella
corazza di incredulità e d'orgoglio cui vestiva quella robusta volontà,
occorreva percuotere un gran colpo. Stette un buon quarto d'ora senza
parlare, seguitando sempre collo sguardo de' suoi furbi occhi
penetrativi l'andare e le mosse del condannato: voleva eccitarne
alquanto con quel silenzio la curiosità; il giovane non avrebbe di certo
potuto a meno di pensare: «che mai ha in animo di dirmi costui? come se
la vuol prendere per convertirmi? e perchè non parla?» voleva suscitarne
coll'attesa l'impazienza e così provocarne di meglio l'attenzione. Di
fatti il _medichino_, che andando e venendo gettava sempre uno sguardo
sul gesuita e ne vedeva le pupille fisse su di lui con espressione di
pietà, di cordoglio, di rammarico, finì per impazientirsi di quella
taciturnità e di quelle guardate.
— Ebbene, diss'egli piantandosi innanzi al frate, la è questa la
conversazione che volete fare?
— Sapete pure, rispose Padre Bonaventura, che quando si hanno le tante
cose da dire, gli è appunto allora che non si trovano le parole. Stavo
pensando.
— Quando siete venuto qui, disse Gian-Luigi con fine ironia, dovevate
già aver pensato. Alle corte, voi siete venuto per salvare l'anima mia.
(Fece un satanico sogghigno nel dir ciò). Non è egli vero?
Il gesuita alzò gli occhi al soffitto in una mossa da estatico, come si
dipingono i santi che si adorano sugli altari.
— Ho pregato vivamente, rispos'egli con voce che pareva piagnolosa, ho
pregato la Madonna del Carmine mia santa patrona, perchè mi rendesse
degno di questa grazia.
— Or bene, continuava il condannato colla medesima empia ironia, se la
vostra Madonna vuol farvi questa grazia, deve già avervi ispirato i
mezzi di pervenire al vostro santo fine, gli argomenti da convincere la
mia incredulità (perchè io sono un incredulo, signor mio), l'eloquenza
da penetrarmi in cuore. Parlate adunque sollecito e saremo più presto
liberi tuttedue, voi dell'obbligo del vostro mestiere, io....
Si arrestò, perchè la sua natìa gentilezza gli fece sentire in quella
tutta la brutale grossolanità della espressione che stava per usare.
— Della mia compagnia: soggiunse il gesuita terminando la frase, con
accento di mite umiltà e faccia di rassegnata tolleranza. Ditelo pure.
Oh! non crediate d'offendermi. Me, come uomo, voi potete ferire come e
peggio che vi piaccia; non mi lamenterò, vi benedirò anzi. Vorrei esser
fatto segno non solo della vostra ironia, del vostro scherno e del
vostro disprezzo, ma dei più fieri insulti eziandio e dei mali
trattamenti. Ricordate ch'io son servo e ministro di Colui che venne in
terra per tutto soffrire dagli uomini in beneficio degli uomini, di
Colui che disse: «se vi percotono la guancia destra, e voi porgete la
sinistra.»
Queste parole pronunciate con un tono dolciato ed untuoso che sapeva
d'ipocrita lontano le mille miglia, irritarono vieppiù il paziente: una
matta voglia glie ne venne di percuotere una di quelle guancie paffute
del frate, per porlo tosto in condizione d'applicare la massima del
Vangelo; si tolse di là per resistere alla tentazione, e prese di nuovo
a passeggiare.
Padre Bonaventura, che s'accorse dell'effetto delle sue parole,
continuava:
— Vedo tutta l'irritazione dell'animo vostro, e la capisco. La è
naturale, è necessaria, e vorrei benissimo che la potesse avere uno
sfogo, sicuro che di poi la cederebbe per lasciarvi luogo a penetrare
alla parola di Dio. Deh! (e levò più che mai gli occhi al soffitto)
potess'io essere occasione e vittima anche di questo sfogo: io vi direi
come Temistocle: «batti ed ascolta»; ma per carità, per l'amore di voi
medesimo, per l'anima vostra, rispettate quello che v'ha di più
rispettabile e di più venerando: la nostra santa religione....
Il _medichino_ lo interruppe con impazienza:
— Voi, quantunque gesuita, mancate di quell'arte rettorica che mostrate
a vostro uso alle generazioni crescenti. Mi scongiurate a nome di cose
che non hanno, che non possono avere su di me nessuna efficacia. La
carità? Come volete che ci creda un uomo che gli altri uomini mandano a
morire? L'amore di me medesimo? Fra dodici ore non esisterò più. L'anima
mia? Non credo a questa invenzione dei pusilli che i furbi di tutte le
epoche col nome di sacerdoti, hanno sfruttata per tenere a sè soggetto
il genere umano. Noi siamo un organismo come quello dei bruti, più
perfetto, e che quindi è arrivato al fenomeno del pensiero: distrutto
quest'organismo, tutto è distrutto. La vostra anima l'ho cercata collo
scalpello dell'anatomico, e non l'ho trovata; ho trovato bensì la
materia e le leggi necessarie che la reggono da cui tutto mi viene
spiegato senza bisogno d'altra ipotesi. Come volete voi ch'io rispetti
la religione? La vostra, al par di tutte le altre, non è che un insigne
inganno a cui si pigliano i semplici: l'uomo, stupito egli medesimo
d'avere una ragione, vi ha rinunciato per credere alle assurdità dei
dogmi.
Padre Bonaventura tolse dalla coppa del suo cappello le sue mani bianche
e grassotte, e le levò in alto inorridite. Allora pensò che non
bisognava più indugiare a dar quel certo gran colpo che aveva meditato.
— Sapete una cosa, signor incredulo? diss'egli con maggior forza
nell'accento: io son quello che assistè fino alla morte l'agonia del
povero Nariccia, e ne udì l'ultima confessione.
La botta fu veramente efficace; le guancie già pallide del condannato
impallidirono ancora; un tremito, tosto frenato, gli agitò le membra;
negli occhi corse come uno sgomento; ma il vigoroso atleta si riebbe
tosto; i muscoli della faccia si fermarono in una espressione di feroce
impudenza, lo sguardo sfavillò d'una luce infernale.
— Ebbene? domandò egli freddamente. Che cosa ne volete inferire da ciò?
— Che in questo dovreste riconoscere la mano di quel Dio che negate,
l'opera di quella Provvidenza cui bestemmiate.
Gian-Luigi crollò le spalle.
— Non ci vedo che il fatto naturalissimo di un caso volgare. È vostro
mestiere udire confessioni ed assistere moribondi.
Il gesuita piantò in faccia al condannato i suoi occhi fissi, acuti,
penetrativi.
— Gli è da lungo tempo che io conosceva messer Nariccia: diss'egli
lentamente: fin dal tempo ch'egli era ragioniere del fu marchese di
Baldissero, padre dell'attuale.
Il lieve movimento con cui si rivelarono l'interesse e la sorpresa di
Gian-Luigi, non isfuggì allo sguardo attento del frate.
— Io sapeva già molto di lui e della sua vita: continuò questi con la
medesima lentezza: ma non sapevo _tutto_..... Di un uomo qual era quel
povero Nariccia (Dio gli voglia usare misericordia!) è impossibile saper
mai tutti i segreti; ma in faccia al sepolcro, al momento di comparire
innanzi al giudice eterno, anche le anime più nere e più false sentono
la pressione della verità e provano il bisogno di riconoscere la
giustizia divina.
Quercia protestò con un sorriso.
— Eh! esclamò egli. Ho conosciuto anch'io e per bene quello sciagurato.
Era un impostore.....
— Innanzi alla morte ed alla paura della dannazione eterna non vi hanno
più ipocrisie. Quell'uomo disse tutta la verità, così che io potei
riparare ad un grave errore in cui per sua colpa stava per cadere
un'illustre famiglia, adottando come suo membro un estraneo che non le
apparteneva.
Il _medichino_ non pensò neppure a dissimulare la sua meraviglia.
— Ah! siete voi che avete appreso al marchese la verità?... Voi dunque
sapete tutto?
— Vi ho già detto che così era.
Padre Bonaventura non ebbe più dubbio nessuno sull'essere del giovane.
S'e' non fosse stato lo smarrito fanciullo, come avrebb'egli avuto
cognizione di codeste cose?
— Or bene: disse dopo una brevissima pausa il condannato: per qual
motivo venite voi a ricordarmi codesto? Poichè siete così appuntino
informato a tal riguardo, saprete pure che tutto ciò gli è, dev'essere
come se non fosse stato mai, che quindi non se ne ha pur da discorrere.
— Vengo a ricordarvelo, disse il frate, appunto perchè nella sequela di
questi avvenimenti riconosciate qualche cosa di più che l'opera del
caso, la mano di quell'Essere supremo che tutto muove.
Volse uno sguardo verso i due confratelli della Misericordia, che fino
dal principio del colloquio si erano ritratti il più lontano che si
potesse, ed abbassò tuttavia la voce perchè neppure il suono di una
parola giungesse sino a loro.
— Quel bambino cui Nariccia derubò dell'aver suo e volle smarrito fu
quello che venne ad assassinarlo, spogliarlo e trarlo a morte...
Questa vicenda di casi era veramente così speciale che già n'era stato
colpito, meditandovi sopra, l'assassino medesimo; nel rimettergliela ora
innanzi la mente, fra' Bonaventura, che aveva di botto determinato
giovarsi di quella circostanza per influire sull'animo del giovane,
ridestò in costui tutta l'emozione, tutto il turbamento che già
pensandovi da solo, egli ne aveva provato. Fece vivamente un atto colla
mano come per dirgli, per imporgli tacesse, ed allontanatosi da lui,
stette un istante immobile, muto, colla faccia nascosta nelle palme
delle mani. Ma fu breve l'istante della sua commozione; la fiera natura
non tardò a riagire in lui: rialzò la faccia in cui brillava da
agghiacciare il sangue a chi lo mirasse in tutta la sua potenza malefica
un sogghigno mefistofelico e disse con acre ironia:
— Io non sono dunque stato, a vostro senno, che lo stromento della
Provvidenza, per punire la colpa di quell'....
Trattenne l'epiteto oltraggioso che stava per uscire dalle sue labbra a
carico di quell'individuo da lui ucciso.
— Di quell'uomo: soggiunse ripigliando. Non c'è dunque imputabilità in
me. E che s'immischia la giustizia umana a voler sindacare gli atti e
gli stromenti di quella divina?... Se la voleva concedersi gusto di fare
un processo, non è a me che lo doveva rivolgere, ma a Domineddio.
— Sì, rispose il gesuita, voi foste stromento della Provvidenza, come lo
siamo tutti quanti siamo, effettuando ognuno il disegno di Dio; ma ciò
non toglie che ciascuno debba portare la risponsabilità dei suoi atti.
— Signore, interruppe Gian-Luigi, queste le sono teorie filosofiche da
spacciarsi ai babbei che adottano lo stupido assioma: _credo quia
absurdum_. Se io nei miei fatti sono l'agente d'una volontà superiore
che mi domina, non posso io essere accagionato di quel che faccio; non
ho più la libertà del mio arbitrio, e senza questa libertà come aver
merito o colpa?
Stimo troppo fastidioso pei miei lettori il riferir qui le ragioni
addotte dal gesuita a difendere le grandi teorie dell'esistenza di Dio e
dell'anima umana immortale, non che la guisa con cui esprime questi
principii ne' suoi dogmi, nel suo culto e nella sua disciplina (tutte
cose che si tengono) la religione cattolica. La sostanza fondamentale di
tutti quegli argomenti era quella medesima che abbiamo visto nelle
parole di Don Venanzio, allorchè ebbe luogo tra lui e Maurilio la
discussione religiosa che fu riferita per sommi capi; con questa
differenza però, che dalla parte del parroco di villaggio v'era maggior
bonarietà e vi si sentiva più profonda convinzione e più sincerità di
buona fede; in Padre Bonaventura erano invece maggior quantità di
arzigogoli d'argomentazione scolastica da teologia di seminario, ed
abbondosi quegli ornamenti (che nel discorso dell'umil prete mancavano
affatto) dell'eloquenza gesuitica carezzevole, untuosa e sdolcinata.
Gian-Luigi oppose con acerbo disdegno tutte le difficoltà che suole
affacciare il materialismo alle idee spiritualiste da Lucrezio in poi,
rincalzate dall'aiuto potente che gli vennero a dare le scoperte della
scienza moderna; ma il gesuita non solo condannava, sì ancora negava la
scienza, non si contentava di cercare ai progressi positivi della
medesima un'interpretazione che si potesse accordare coi principii da
lui sostenuti, ma que' progressi contestava addirittura coll'ignoranza
superba di chi nei quattro _cujus_ della sua teologia vede racchiuso
tutto lo scibile umano, e pretendeva disfare ogni argomento avversario,
scombussolare la dialettica delle deduzioni oppostegli colla
indiscutibile autorità della rivelazione. Que' due individui
rappresentavano due estremi opposti dell'umana ragione uscita dalla
strada normale della sua vera capacità; il gesuita era di quelli che la
volevan trarre all'eccesso dell'abdicazione, Gian-Luigi apparteneva allo
stuolo temerario di coloro che per troppo orgoglio della medesima, per
volerla fare troppo assoluta sovrana sono costretti a degradarla sino
alla compiuta dipendenza di lei dalla materia. Era impossibile che
s'intendessero.
— Oh sentite: disse ad un punto il giovane impazientito: mi è avviso che
voi sciupate il vostro tempo, e che a me, quel poco che mi rimane, non
me lo lasciate così piacevolmente occupare come si potrebbe. Io non
credo a nulla, nè a Dio, nè a diavolo, nè alla mia anima, nè alla
vostra, e non credo neppure al vostro zelo, nè alla vostra buona fede.
Quello che voi volete si è conseguire il vanto di aver ottenuta la
meravigliosa conversione del famoso scellerato di cui parla tutta la
città. Bene, facciamo un patto. Tutto a questo mondo è finzione; ed ogni
uomo sostiene una parte mostrandosi diverso da quello che è: io non ho
fatto altro nella mia vita che rappresentare la commedia, posso bene
terminarla acconciandomi ad un'ultima finzione in un ultimo episodio.
Gli uomini che tutti non vogliono altro che ingannare altrui, non
meritano altro che di essere ingannati. Lasciatemi tranquillo ed io farò
da convertito, e domattina mi adatterò a tutte le scioccherie che voi
vorrete. Il mondo sarà edificato, e la brava ignoranza del volgo
popolerà il paradiso d'un beato di più.
Il gesuita non rispose; pareva che pensasse ad altro; quando verso
l'uscio fu udito uno scalpiccio ed un bisbiglio; i due personaggi di
questa scena rivolsero a quella parte un'occhiata e videro due persone
che volevano entrare, ed a cui i fratelli della _misericordia_
impedivano il passo, dicendo:
— Pel momento non si può; sta col confessore.
Padre Bonaventura vide una di quelle persone vestita de' panni neri del
prete, e parlò ad alta voce, tanto da essere udito anche da chi stava
sulla porta:
— Diletto figliuolo, oh come benedico Iddio di aver data alle mie povere
parole tanta forza da avervi tocco il cuore, sgombrata la nebbia dalla
mente, e fattavi scorgere la luce sublime della nostra santa
religione!...
Gian-Luigi represse una risatina, scambiò col frate uno sguardo profondo
in cui quelle due anime si penetrarono, e disse sottovoce:
— Ad impostore, impostore e mezzo.... Il patto è dunque accettato.
— Volete ch'io dica qualche cosa al marchese di Baldissero?
— Ditegli che ho tenuto parola....
Ma in quella il condannato riconobbe quali erano le persone cui i
confratelli della _misericordia_ impedivano dall'entrare, e si slanciò
vivamente verso di essi.
— Lasciate, lasciate passare.... Madre mia! Mio buon Don Venanzio,
venite, venite.
Entrarono la vecchia contadina ed il vecchio parroco del villaggio. Il
gesuita, dritto in piedi, si trasse un poco da un canto, e rimase lì ad
osservare.
Margherita non pronunziò parola: il suo non fu che un gemito: si gettò
al collo del giovane e scoppiò in pianto dirotto, quantunque a vederne
le ciglia rosse, le occhiaie infossate, le pupille spente si sarebbe
detto che quella donna aveva già pianto tante lagrime da esaurirne la
fonte.
Il condannato la guardava e l'accarezzava con aria di profonda e tenera
compassione.
— Via, via: diss'egli poi con voce commossa: fa cuore, povera donna!...
Dovresti tu piangermi così? Dovresti tu ancora amarmi cotanto?..... No
certo. Io sono stato per te il più sconoscente dei figliuoli: mi avresti
dovuto cancellare dalla tua memoria e dal tuo cuore. Gli è dunque che tu
sei organicamente costituita per amare, come la pianta per fiorire e
l'ape per raccogliere miele.
La povera vecchia non capiva nulla, non dava retta a nulla, non faceva
che piangere e stringere a sè il giovane, come se temesse venissero
allora a strapparglielo dalle braccia, ed essa lo volesse difendere
contro tutti e contro tutto.
— Oh quanto ora mi duole, soggiunse Gian-Luigi, di non averti rimeritata
come avrei dovuto.
Don Venanzio, che aveva udito entrando le parole di frà Bonaventura ed
aveva sentito allietarsi il cuore nella credenza della conversione
religiosa del giovane, prese le ultime parole di costui come
un'espressione parziale di quel pentimento che la nuova fede
riacquistata aveva suscitato nell'anima del reo, e si confermò nella
lusinghiera opinione da lui concepita del ravvedimento di Gian-Luigi e
della sua acquiescenza alle verità della fede.
— Giovanni: disse il buon vecchio commosso; riconoscere i proprii falli
è il primo atto di chi si pente e sta per purgarne l'anima sua. Quella
medesima ingratitudine che ora confessi verso la donna che ti fu
amorosissima madre di adozione, l'hai avuta verso la Provvidenza che ti
fu larga di tanti doni.....
— E sopratutto d'una così bella sorte: soggiunse amaramente Gian-Luigi.
— Ella volle colla medesima porre al cimento l'anima tua: riprese
vivamente il parroco, a cui le parole del giovane tornarono di botto il
timore che la conversione di lui non fosse così certa come s'era
lusingato. Ma il _medichino_, che non bramava ricadere in quei discorsi,
si affrettò ad esclamare con tono d'ipocrisia che la sua abitudine di
fingere faceva naturalissimo:
— Lo so, lo so; e benedico appunto quella buona Provvidenza, che
traverso tanto succedersi di vicende mi ha menato a questo punto. La si
rallegri anco Lei, caro Don Venanzio, che ha la bontà d'interessarsi
alla salvezza della miserabile anima mia: io ho aperto gli occhi alla
luce della verità, ed ecco il benemerito che colla sua dialettica, colla
sua eloquenza veramente ispirata da lassù, ha eseguito su di me questa
operazione di cataratta morale.
Accennava ciò dicendo a Padre Bonaventura, il quale nell'angolo dove
s'era ritirato e stava ad osservare ogni cosa, prendeva una mossa tutto
modesta, avvolgendo in un'ostentata umiltà di cristiano e di frate il
merito e il vanto dell'allegata sua vittoria sull'errore. Nelle parole
del condannato c'era una finissima beffa, e nell'accento una velata
ironia, cui ben sentì lo spirito arguto del gesuita, ma di cui non
s'accorse menomamente la bonaria semplicità e la buona fede della
candida anima di Don Venanzio.
Questi si rivolse adunque verso il frate, e con vera espansione di
affetto ammirativo, quasi di riconoscenza, gli disse:
— Permetta che anch'io, il più umile dei servi del Signor nostro che è
ne' cieli, la ringrazi e la benedica per questa sua così bella e felice
opera di carità. Io veniva qui piegando sotto il grave carico che
credevo Dio mi avesse imposto: quello di condurre alla verità
quest'anima miseramente traviata, e sentendo impari al còmpito le deboli
mie forze. Ecco che pietoso Padre di lassù ha suscitato a tempo Lei per
ottenere questa difficile vittoria, ch'io avrei forse invano cercata.
Sia lodato e benedetto il Nome dell'Altissimo, e lasci ch'io nell'opera
sua, reverendo, riconosca ed adori la clemenza e l'onnipotenza divina.
Tese una mano al frate, il quale pose in essa la punta delle sue dita.
— Sì: disse poi Padre Bonaventura con maggiori le mostre della sua
ipocrita umiltà, torcendo il collo, serrando le labbra, alzando di
traverso gli occhi al soffitto: io non sono che un misero stromento di
cui piacque servirsi al Signore. Io non riconosco altro merito in me, ed
innalzo al trono del Creatore i più fervidi rendimenti di grazie.
Il _medichino_ ebbe di nuovo sulle labbra il più perfido sogghigno
mefistofelico: ma per fortuna Don Venanzio non lo vide.
— Ella ha forse già udito in confessione questo infelice? domandò il
parroco al gesuita.
— Sì: rispose quest'ultimo scambiando uno sguardo d'intelligenza col
condannato: e domani prima dell'alba tornerò per recargli il santo
viatico ed accompagnarlo fino all'ultimo passo tremendo.
A questo ricordo dell'orribile fatto che attendeva Gian-Luigi, Don
Venanzio ebbe un brivido in tutta la persona, Margherita mandò un
gemito, il condannato solo stette impassibile, ma un sospetto gli
attraversò la mente.
— Che costui sia mandato dal marchese per custodire sulle mie labbra il
suggello affinchè non ne sfugga il segreto della mia nascita? Pensò
egli, e un vivo interno dispetto diede uno speciale bagliore allo
sguardo con cui ricevette l'addio affettatamente affettuoso con cui lo
salutava il gesuita; il quale saputo ciò che lo interessava, si sentiva
ora disagiato a star lì fra l'ironia diabolica del condannato, e
l'angelica buona fede del parroco del villaggio.
— Questo taumaturgo convertitore: disse il _medichino_, senza più
dissimulare la sua malvagia beffa, quando il frate fu partito: è dunque
molto famigliare del marchese di Baldissero?
— Sì: rispose il buon prete che non capì la ragione di questa domanda:
aveva già molta attinenza con quella famiglia fin dal tempo del fu
marchese padre dell'attuale.
— Gli è perciò che questi volle affidata a lui sì nobile missione.....
Lei, Don Venanzio, è troppo buono e troppo onesto perchè l'accettasse e
fosse capace di compirla.
Il parroco allargò tanto d'occhi.
— Che missione? domandò egli: quella di convertirti?... Ah! gli è lungo
tempo che pregavo il Signore me ne rendesse degno e mi accordasse la
forza e l'abilità di sostenerla....
— No: disse bruscamente Gian-Luigi: si tratta d'una missione meno nobile
a cui la sua delicatezza avrebbe disdegnato, caro Don Venanzio; il
marchese non si fida della mia parola e mi ha mandato intorno
quell'ipocrita d'un frate a sorvegliarmi, perchè io non racconti a
nessuno il segreto dell'esser mio.
— Che di' tu mai? esclamò il parroco in una meraviglia che pareva quasi
spavento. Il marchese, sappilo, è incapace di un simile tratto, e quel
santo religioso non si assumerebbe mai una tal parte.
— Quel santo religioso! interruppe con un ghigno il condannato a cui
scappò la pazienza. Quel birbo d'un gesuita, mio caro Don Venanzio, è il
più matricolato impostore che sia stato mai sotto la cappa del cielo.
E raccontò in breve con parola vivace e risentiti colori ciò che
poc'anzi era intravvenuto fra lui e il frate.
A Don Venanzio, cui questa cosa tornava incredibile, parve di fare un
brutto sogno.
— È impossibile! andava egli esclamando, le mani levate in alto
nell'espressione dell'orrore da lui provato a siffatta rivelazione: non
può un ministro di Dio scendere sì basso, tradire così il suo dovere,
mentire nella più sacra cosa ch'egli abbia!
E poichè Gian-Luigi ebbe confermato con solenne asseveranza il suo dire,
il vecchio sacerdote, dolorosamente sbigottito, uscì a domandare:
— Ma dunque non è punto vera la tua conversione? Non è punto vero il tuo
pentimento?
— Conversione! Pentimento! disse il condannato con amarissima ironia. Mi
lasci esser sincero, Don Venanzio: è nel mio carattere, e mi è debito in
queste ore supreme il dire audacemente la verità. S'io fossi riuscito
nell'opera che avevo intrapresa — opera assai più vasta e terribile di
quanto il pubblico crede e i giudici hanno appurato; — mi sarei io
pentito? avrei avuto rammarico dei mezzi adoperati? No certo! Ho comune
con quella setta di cui veste la tonaca ed ha i pensieri ed usa gli
accorgimenti quell'ipocrita che è testè uscito di qua, ho comune coi
gesuiti, dico, il principio che qualunque sieno i mezzi, poco importa,
purchè si arrivi alla meta... Mezzi buoni e mezzi cattivi... Ma nulla è
di assoluto per l'uomo, e il male non è che un particolar modo di vedere
e di sentire secondo le epoche, l'educazione, le diverse qualità di
razza, di temperamento, d'intelligenza. Quando la maggior parte degli
uomini si accorda a dir male una cosa, ha il diritto colla forza che dà
il numero di imporre la sua credenza altrui. Sia: tutto è dominio della
forza quaggiù e finchè un'altra forza non la vince, governi il mondo
morale quell'opinione e punisca i violatori della sua ortodossia: ma il
vinto, il punito, ha pur diritto nel suo foro interiore di protestare,
di serbare la sua credenza, di pensare come vuole. Me colpisca pure la
dominante prepotenza sociale, ma la non può farmi da me rinnegare me
stesso, condannare il mio fatto, smentire la mia individualità. Io non
mi converto e non mi pento.
Don Venanzio levò al cielo le palme con mossa d'uomo inorridito.
— Oh sofismi orgogliosi dell'errore! esclamò egli. Ma sventurato che tu
sei!... Ciò che è male non ti accusa e denunzia la tua stessa coscienza?
— Che cos'è che chiamano coscienza gli uomini? Per molti — per quasi
tutti — è un'intima, inconscia viltà; è il residuo di vane credenze e
paure istillate nell'animo umano dalla presente educazione infantile e
delle quali, tanta è l'impronta, rimane pur sempre in ognuno, checchè si
faccia, un ricordo. La coscienza del cristiano è diversa da quella del
musulmano, questa da quella del buddista, e diversa da tutte è quella
del selvaggio che non ha punto, od appena se un adombramento d'idee
religiose. È dunque la nostra coscienza l'arbitro per ciascuno del bene
o del male? E se la mia coscienza mi lascia tranquillo, egli è segno
quindi che non è male quel ch'io ho fatto?
— Perchè tu l'hai pervertita dall'influsso delle inique passioni, dai
sofismi del tuo intelletto, ribelle al suo Creatore.
— E perchè le passioni non sarebbero esse una scorta verso il vero fine
dell'esser nostro?
— Lo sono, quando contenute nei limiti dal timor di Dio e dall'amor del
prossimo.... L'idea del bene non è una chimera, perchè trovasi in tutto
il genere umano, a qualunque grado di coltura sia giunto. Anche il
selvaggio che tu citavi poc'anzi, ha in fondo in fondo alle poche sue
idee una nozione confusa, incerta, ma pure essenziale, del bene e del
male. A seconda che l'uomo progredisce, quest'idea si fa più netta, più
complessa insieme e più giusta; finchè la nostra santa religione ce ne
dà la più compiuta e perfetta, perchè l'ultima espressione del vero,
perchè rivelata da Dio.
— E chi non ci crede è dannato! esclamò con diabolico sogghigno il
_medichino_.
Margherita non aveva parlato più, non s'era nemmeno mossa più sino
allora; la teneva fra le sue una mano del giovane, e cogli occhi umidi
lo stava contemplando, mentre il suo povero vecchio capo tremolava sul
suo collo magro e in giù chinato dal peso degli anni. Ella non capiva
molto le cose che dicevansi fra il parroco e il suo figliuolo
d'adozione: la sua mente era troppo oppressa perchè potesse afferrare
quelle idee, che in realtà eccedevano eziandio l'arrivo della sua
intelligenza, e l'unico pensiero immanente, incessante che la possedeva
era quello della morte incombente sul capo del suo caro. Ma a quella
esclamazione di Gian-Luigi un raggio le penetrò di botto nel cervello
abbuiato, e le fece scorgere la sostanza dei discorsi cui non aveva
capito. Si trattava della salvezza del suo Giannino, e di una salvezza
ben più importante di quella della vita, della salute eterna. L'idea che
il dilettissimo giovane avrebbe potuto essere colpito da
un'irrimediabile eternità di pene la colse allora per la prima volta, e
spaventò a dismisura la sua cieca e fervente fede di cattolica.
— No, dannato: gridò ella con indicibile sbigottimento: no, Giannino, tu
non hai da essere dannato! Non voglio saperti nel fuoco dell'inferno....
Pazienza io!... Darò piuttosto la mia anima al demonio, in cambio della
tua.... Ho già meritato la collera di Dio con un falso giuramento per
giovarti: Don Venanzio mi disse che il Signore, mercè un buon
pentimento, mi avrebbe perdonata.... Perdonerà anche te, figliuol mio: è
così buono e clemente il Signore!... Domandane al nostro parroco: dà
retta a quel che ti dice: pentiti e Dio ti accoglierà, anche te, nel suo
regno.... Pentiti, te ne prego, pentiti per amor mio, se non vuoi farmi
dannata anche me.... Io già nel paradiso non ci vo' stare, se non vieni
anche tu.... Vuoi tu farmi precipitar nell'inferno?
E stringeva le mani del giovane, e pregava oltre che colle parole, collo
sguardo, e singhiozzando, agitava più che mai nel suo tremolìo della
vecchiaia il povero capo canuto.
Il condannato le fece una carezza.
— Sta tranquilla, povera donna! Nel mondo di là, non avrai niun
dispiacere da me per questa — nè per altra cagione, te ne assicuro io. E
tu ed io, non dubitare, saremo tutti salvi ad un modo.
Poi si rivolse al prete.
— Una buona confessione adunque, l'assoluzione datami da un uomo mio
pari scancellano agli occhi di Dio ogni colpa e mi farebbe degno della
beatitudine eterna. E così quello che fu uno scellerato tutta la sua
vita — Nariccia per esempio — con dieci minuti di pentimento, quando
sente la vita sfuggirgli, e con qualche cerimonia, ricompra tutto il suo
passato, compensa tutto il male che ha fatto e va dritto a prender posto
in mezzo ai santi, mentre l'uomo che per tutta la vita fu saggio ed
onesto, anche secondo quei dettami di morale di cui la maggioranza
dell'umanità ha idea, se muore negando fede, oppur serbando un dubbio
soltanto a qualcheduna di quelle assurdità che il sacerdozio vuole
imporre alla sua ragione come dommi indiscutibili, si trova eternamente
dannato.
— Questo chi lo può assicurare? disse il parroco tanto mite d'indole e
d'anima sì generosamente pietosa che sentiva non dover metter limiti
alla clemenza di Dio. Quel di lassù vede meglio di noi lo stato
dell'anima che si presenta al suo giudizio e sa adattare ai meriti di
essa la sorte che le conviene. Infinita inoltre è la sua bontà.....
— Ah non dica: interruppe il _medichino_ uscendo da quella ironica
freddezza con cui aveva parlato sino allora, e dando al suo accento una
vivacità che toccava all'indegnazione: infinita bontà la sua, mentre è
articolo di fede la eternità delle pene! È una crudele contraddizione.
Come! Per gli errori di una vita che è un soffio, che è un nulla al
cospetto del tempo senza fine, la mia anima immortale sarà perduta
eternamente, senza più rimedio, senza possibilità nessuna di
riabilitarsi; il destino della mia immortalità sarà deciso dal breve
esperimento d'un attimo ed irrevocabilmente. Dopo un passaggio nella
volgare esistenza terrena, le anime piomberanno nell'inerzia eterna,
queste — le poche — felici sempre, quelle — le moltissime — sempre
tormentate? Un istante d'operosità senza causa in mezzo al nulla da una
parte, all'ozio infinito dall'altra. E sopra i dannati a cui si
rinnovano sempre più crudeli i dolori, Dio immutabile e compiacentesi,
autore del male. E questa è per loro la suprema bontà?
Il buon parroco, a questo punto, tacque un poco, non senza qualche
imbarazzo. Era questo un argomento che agiva di molto, non tanto sulla
capacità del suo intelletto, quanto sulla bontà del suo cuore.
— Vogliamo noi, misere, deboli, insipientissime creature che siamo,
comprendere, giudicare, misurare alle povere idee che possiamo aver noi
l'Ente supremo, infinito, assoluto, il Creatore di tutto, e le sue
qualità, e, mi perdoni l'Altissimo, i suoi doveri?
Troppo lungo e fastidioso sarebbe riferir tutte le parole che intorno a
questo argomento si scambiarono tra il prete e il perverso spirito
impenitente dell'assassino, in mezzo a' quali frappose le sue
lamentazioni anche la povera Margherita. Ma nè le ragioni e le
esortazioni del sacerdote, nè le preghiere della vecchia contadina
valsero a smuovere pur di un punto la pertinace incredulità di
Gian-Luigi, quando, verso sera, un altro personaggio entrò nella cella
che serviva di _confortatorio_ al _medichino_: Maurilio.
Era un moribondo che camminava: le sue membra tremavano, e il passo
vacillava come quello di un ebbro. Era la forza della volontà, avreste
detto anzi che era una potenza superiore, estrinseca all'individuo, che
reggeva quel corpo sfibrato, che conteneva e faceva funzionare
quell'organismo. Aveva dei movimenti automatici, ora bruschi, ora
incerti come se determinati da molle e da suste di un meccanismo
guastatosi. Recava seco nel color delle guancie, nella macilenza del
viso qualche cosa di sepolcrale, quasi avreste detto un odore di fossa;
il dito della morte era chiaramente impresso su quella fronte che pareva
diventata più ampia, su cui parevano drizzarsi più irti e stecchiti i
neri capelli. Eppure dal fondo di quelle occhiaie più infossate,
raggiava una luce d'intelligenza che era maggiore di quanta possa
brillare in occhio umano; e sulla grossolana volgarità di quelle
sembianze plebee era sparsa come una fosforescenza, quasi pareva
distesavi intorno un'aureola.
Chi lo aveva avvisato di ciò che succedeva, e che quello era l'ultimo
giorno dei condannati? Non una voce umana di certo. Tutti gli amici che
lo visitavano avevano cura grandissima di non parlargliene, credendo con
ciò aggravare e la passione dell'animo suo, e quindi il suo male; ned
egli aveva interrogato nessuno: ma ad un punto, dopo circa mezz'ora
d'uno di quei sopori in cui cadeva di quando in quando, Maurilio s'era
ridesto con una scossa e senza dire pure una parola, disceso
stentatamente dal letto, aveva cominciato a vestirsi. A chi ne lo volle
impedire e gli fece presente la sua debolezza che non lo avrebbe
lasciato reggersi in piedi, il danno maggiore cui questo sforzo avrebbe
recato alla sua salute, egli aveva risposto con una fermezza che in lui
non era molto abituale:
— Debbo far così — e lo voglio. Ho un gran dovere da compiere. Lo
spirito mio protettore mi vi spinge e mi guida e mi sorregge. Esso mi
darà la forza. Lasciatemi andare.
Nulla valse a rimuoverlo dalla sua volontà, e il marchese, che dovette
acconsentirvi ancor egli, ottenutagli quella licenza, ch'ei desiderava,
di visitare i condannati a morte, lo faceva condurre in carrozza fino
alla porta della carcere. Per primo domandò vedere _Stracciaferro_.
L'assassino, riempitosi a spavento di cibo e di bevanda, erasi
addormentato e russava fragorosamente in una impostatura, con tutte le
apparenze d'un uomo briaco morto.
Maurilio si fermò innanzi a lui a contemplarlo, ed una indicibile
amarezza gli occupò con forza maggiore di prima l'animo addolorato. Che
cosa c'era ancora d'umano, d'intelligente in quella massa di carne
abbandonata soltanto agli istinti brutali, alle leggi della materia? Che
faceva lo spirito immortale dentro quell'organismo degradato? E quello
era suo padre! La fiamma di vita che ardeva in lui s'era accesa a quel
focolare; da quel sangue era stato originato il germe ond'egli era
prodotto, era carne di quella carne il corpo che ospitava la sua
intelligenza, il suo pensiero. Se l'opera educativa di Don Venanzio non
avesse cominciato dapprima a far entrare qualche po' di luce superiore
nelle tenebre del suo cervello; se la fortuna non gli avesse messo a
disposizione i libri del signor Defasi dove il suo spirito s'era
affinato, afforzato, innalzato, avrebb'egli resistito alle infami
seduzioni del carcere in cui l'avevano fatto precipitare, alle
scellerate lusinghe di _Graffigna_, ai più scellerati consigli della
miseria? Figlio di quell'assassino, sarebbe diventato come suo padre:
ecco quello che la società avrebbe avuto di lui, se il destino alla
tutela di lei soltanto l'avesse affidato.
Uno dei fratelli della _misericordia_ che assistevano il condannato, non
sapendo quali attinenze corressero fra questo giovane e l'assassino,
attribuì a sola curiosità lo sguardo cui Maurilio fissava
sull'addormentato prigioniero, e gli disse:
— Questa è proprio una bestiaccia senza lume di ragione: non ha fatto
che mangiare a quattro ganascie, ingoiar vino e grugnire: non si è stati
capaci nessuno di fargli pronunziare due parole che avessero senso.
Maurilio volse verso colui che gli aveva parlato la sua faccia di
cadavere, e rispose mestamente:
— Egli è mio padre.
Il fratello della _misericordia_ fu tanto confuso e mortificato che non
seppe aggiunger sillaba: mandò un'esclamazione, e ritraendosi quasi
nella sua gran cappa bianca, come se tutto volesse nascondervisi al par
della lumaca nella sua conchiglia, si ridusse nell'angolo il più lontano
che potè.
Maurilio contemplò ancora un istante suo padre addormentato. Su quella
faccia ebriosa, color del mattone troppo cotto, non un'espressione, non
un movimento che accennasse soltanto ad una morale sensibilità
qualunque: i lineamenti fattisi vieppiù grossolani, che parevan gonfi,
che si sarebbero potuti dire turgidi di vino, avevano una placidità
stupida da animale bovino che sta ruminando: un respiro grave e
romoroso, ma tranquillo e regolare, dinotava in quel quasi mostruoso
ammasso di carne una straordinaria potenza di vita organica, materiale.
Il nostro giovane guardava quella faccia, ascoltava quel respiro con
cuore palpitante, con una ansia angosciosa: ardeva dal desiderio, e
raccapricciava per paura d'interrogare quella sfinge imbestialita e di
sentirla rispondere; di cercare in mezzo a quella corruzione, a
quell'orrore, a quell'ignobile lezzo l'anima d'un padre. Allungò la mano
per iscuoterlo ad una spalla, ma se ne trattenne.
— Perchè svegliarlo? si disse. Egli ora è tranquillo e non ha un
pensiero che lo crucci: gode già tutti i benefizi della morte senza i
dolori dell'agonia. Ch'io aspetti che la natura medesima o la necessità
lo richiami al sentimento della sua condizione.
Abbandonò quella cella e domandò di essere introdotto presso Gian-Luigi.