CAPITOLO XXXIII.

Maurilio sta sul suo letto di morte. La ragione della vita è cessata per

lui. Ogni forza di vitalità in quegli ultimi così crudeli tormenti s'è

affatto consunta. Egli non ha dimenticato Virginia. Domandò un colloquio

al marchese, e perorò la causa dell'amore di lei. Alla forza de' suoi

argomenti, al calore della sua eloquenza aggiungeva efficacia e

solennità la sua morte che tutti vedevano vicina. Parlò della parte

dell'aristocrazia nella nuova fase della civiltà che s'annunziava:

quella che era stata sostenuta un giorno era irrimediabilmente finita:

una nuova parte doveva la nobiltà assumersi, o perire come inutile,

peggio che inutile, come inciampo. Bisognava quindi chiamasse a sè nuovi

elementi, si risanguasse coll'operosità del ceto medio, si avvicinasse

mercè l'intrammezzo della borghesia al gran serbatoio popolare. Il

marchese, già proclive a siffatte idee, subì l'influsso dei ragionamenti

e delle esortazioni del moribondo; diede la promessa, che, appena

opportune le circostanze, non avrebbe contrastato al matrimonio di

Virginia di Castelletto con Francesco Benda. Maurilio sapeva che una

promessa del marchese era una immanchevole verità nell'avvenire.

Si ricordò di _Gognino_, del povero fanciullo da lui trovato una sera,

piangente ed affamato, nel fango della strada, cui la sorte gli aveva

menato innanzi per aggruppare e sciogliere il più rilevante episodio del

dramma della sua vita, e col quale aveva comune non che il destino, ma

il sangue. Abbandonato a sè, coll'educazione ch'ei poteva ricevere dalla

sua nonna, la sorella di _Stracciaferro_, non era egli da temersi per

sicuro che quel bambino sarebbe riuscito quale era stato _Stracciaferro_

medesimo?

Maurilio lo raccomandò al marchese, il quale disse avrebbe tolto

quell'infelice dalle unghie della vecchia, infame venditrice di

_abitini_ e di rosarii, e fattolo allevare un onest'uomo.

Tutti coloro che avevano avuto attinenza con lui, che in qualche modo

gli erano stati cari o che lui avevano avuto caro, Maurilio volle ancora

vedere: anche il signor Defasi, cui volle far noto non esser egli

altrimenti il figliuolo della nobil dama, quale si era creduto un

istante, ma quello dell'assassino, morto sul patibolo, quasi a togliere

con ciò, o scemare almeno il rammarico che il buon libraio aveva

tuttavia di averlo sospettato reo d'un delitto.

Pregò Don Venanzio gli conducesse eziandio la povera Margherita. La

vecchia contadina, quando uscita dalla carcere in cui il suo diletto

Giannino aspettava l'ora della morte, era vissuta in una specie di

stupidimento che pareva insensibilità, ed era invece eccesso di spasimo,

fino al mattino vegnente, pochi minuti prima che cominciasse i suoi

rintocchi la campana dell'agonia. Allora s'era riscossa ed aveva

tormentate colle mani convulse le sue chiome canute, come persona che

risensi ad un tratto e si ricordi subitamente di cosa che prema oltre

misura. Erasi sferrata dal luogo ove si trovava, ed era corsa alla

carcere, appostatasi alla parete proprio dirimpetto alla porta e rimasta

lì cogli occhi fissi su quella soglia fatale, immobile che forza nessuna

sarebbe stata capace di trarla viva di là. Voleva vederlo ancora una

volta, gettargli ancora un saluto ed un bacio mentre passava, fare che

in mezzo ai ceffi ostili e curiosi che lo avrebbero con crudele avidità

contemplato, trovasse almeno uno sguardo amoroso, una faccia benigna, un

labbro che lo benediceva.

Quando le pesanti imposte s'aprirono, ed al dubbio lume d'un crepuscolo

invernale appena incominciato, cominciarono ad uscirne gli sgherri di

scorta, Margherita si aggrappò colle mani macilente alla parete della

casa contro cui s'appoggiava, per non cadere, tanto fu il commovimento

di tutto l'esser suo, vedendo due carri pesanti venir fuori dalla cupa

vôlta del portone e scantonar nella strada. Oh con quale ardore fisse le

sue pupille inaridite dal pianto sulle faccie di quegli sciagurati che,

le braccia legate dietro le reni, stavano seduti in mezzo ai preti su

quei carri sobbalzanti!... Ma nel primo il suo Giannino non c'era. Sarà

dunque nell'altro. Drizzò, per dirla con Dante, tutto il nerbo della sua

facoltà visiva su quel secondo carro che ad una certa distanza del primo

veniva fuori dall'oscurità del portone alla luce grigiastra del mattino;

— e neppure in esso non iscorse la bella figura del suo diletto. Stette

attonita da principio, e non seppe neppur rallegrarsi. Non le venne idea

nessuna a spiegare questo fatto. Credette non aver visto bene;

quantunque sentisse impossibile che suo figlio essendoci, gli occhi suoi

non l'avessero di presente trovato. Volle correre dietro i carri che

s'allontanavano lentamente nello scuriccio della strada, per vederli

anche una volta; ma la folla raccolta per vedere quello spettacolo ne la

impedì. Ebbe dalle ciarle di quella folla, le quali si fecero alte e

vive di subito, la conferma, ch'ella non s'era sbagliata, che aveva

veduto bene, che il suo Giannino colà non era.

— E perchè non c'è il _medichino_? diceva la gente. Oh che non aveva da

essere giustiziato anch'egli cogli altri questa mattina?

In un attimo corsero pel popolo colà raccolto le più varie novelle,

venute fuori, come sempre avviene, non si sapeva d'onde nè come: — che

il capo della _cocca_ lo si serbava per un altro giorno: — che gli era

stata fatta grazia: — che gli era fuggito; corse anche la voce della

verità: — che gli era morto: — ma questa nessuno volle crederla.

Margherita, agitata, presa da una viva speranza, si slanciò verso la

carcere a domandare di Gian-Luigi, a pregare glie lo si lasciasse

vedere; ma, com'è facile immaginarsi, fu bruscamente respinta. Ben le fu

detto anche colà che il capo della _cocca_ era morto, ma ella ciò non

credette meglio di quel che lo credesse il popolo. Ella ben lo aveva

detto, non esser possibile che _egli_ salisse il patibolo, che _egli_

così giovane e bello dovesse morire. La ragione del salvamento di lui,

ella non se la spiegava, non la cercava neppure: fosse anche

intravvenuto un miracolo visibile ad effettuare la sua speranza, ella

non si sarebbe menomamente stupita. Il fatto verificava il suo istintivo

indovinamento: ecco tutto. E siccome le più assurde dicerie correvano

per la plebe sul conto della scomparsa del _medichino_, e sulla mancanza

di lui alla orribil festa che la giustizia umana aveva preparata alla

sua crudeltà, Margherita accettava tutte per vere quelle che

conchiudevano alla salute di quel personaggio diventato di botto

misterioso e leggendario.

Anche presso l'infimo volgo erasi sparso delle relazioni che il

_medichino_ aveva con nobili e potenti famiglie; qualche cosa era

trapelato eziandio, e chi potrebbe dirne mai il come? circa la origine

di lui, che si attribuiva ad un alto e potente casato; volevasi ad ogni

costo che misteriosi ed illustri protettori lo avessero sottratto e per

nasconder meglio la cosa si facesse spargere la notizia della morte di

lui. Il popolo che, vedendolo menare al supplizio, avrebbe forse

manifestato per quello strano individuo la più viva simpatia, ora

vedendoselo mancare alla sua sanguinaria voluttà di feroci emozioni,

tumultuò di guisa che fu necessario l'accorrere dei soldati a disperdere

la riotta intorno alla carcere. Ma questa per lei felice illusione salvò

la povera Margherita dal morir disperata.

Quando fu introdotta presso il letto dove moriva Maurilio, la vecchia

contadina, senza voler parlar d'altro, si chinò all'orecchio del

giacente, e con un sorriso mezzo da scemo, gli disse piano all'orecchio:

— So che vive... Zitto!... Non si de' sapere..... Non lo dirò a nessuno,

sta certo; ma fra noi ce lo possiam dire... Andrà lontano, lontano,

neh?... Forse ci è già ito... Io non lo vedrò più sulla terra. (Si

asciugò una lagrima). Capisco che dev'esser così... e pazienza!... Tu lo

vedrai ancora, non è vero?... Digli che si ricordi di me... E poi quando

verrai al villaggio alcuna volta..... Guarirai, e ci verrai certo... mi

recherai le sue novelle... Intanto dàgli ancora un bacio per parte mia.

Baciò il moribondo colle sue labbra secche ed avvizzite.

— Ecco, io non ho più nulla da dirti: soggiunse poi con aria ed accento

vieppiù da dissensato; posso andarmene, e me ne vado al mio paese. Non

ho più nulla da far qui, in mezzo a questo rumore che mi toglie la

povera mia vecchia testa..... Vado al villaggio... Ma ch'ei non si

dimentichi la vecchia Margherita che lo ha allattato... La sua vera

madre, l'unica sua madre sono stata io.

Tornata al villaggio, il marchese provvide ad ogni suo bisogno; ma ella

non visse a lungo. Si trascinò due anni, senza quasi parlare altrui,

dalla sua misera casipola alla chiesa, e morì ancora con quella

illusione sul conto del suo Giannino; illusione cui lo stesso Don

Venanzio non ebbe coraggio di distrurre, credendola una pietà della

Provvidenza verso quell'infelice.

Maurilio era caduto in un assopimento che già pareva la morte: il medico

aveva detto che da quello non si sarebbe ridesto più, ma insensibilmente

passato nel sonno eterno. Intorno a lui stavano mesti e raccolti e lo

contemplavano con amore gli amici suoi: Giovanni Selva, Antonio Vanardi,

Romualdo, anche Mario Tiburzio, del quale il morente aveva chiesto

eziandio: il marchese si teneva dritto, nella sua mossa nobilmente

severa, da un lato del letto, e sulla sua bella fisionomia dignitosa di

vecchio, era una mestizia forse uguale a quella dei giovani amici del

morente. Maggiore d'ogni altro era il dolore che appariva sulla faccia

di Don Venanzio, il quale sedeva dall'altra parte del letto e teneva fra

le sue una delle mani abbandonate del moribondo. Gli occhi sempre così

miti e sereni del vecchio sacerdote erano pieni di lagrime, ed oltre

quelle lagrime avevano una desolazione, quale non vi era apparsa ancora

mai, in tutte le traversie che pure aveva egli passate nella vita.

Quei due giovani egli aveva amati come figli; si era tanto tempo

compiaciuto in essi, svolgendone la rara intelligenza; aveva deplorato i

traviamenti del loro pensiero, ma sperato sempre che li avrebbe un

giorno ricondotti sulla retta via segnata dalla Chiesa di cui egli era

membro e stromento, dalla religione di cui era ministro. Ora ambedue,

sul fiore dell'età, gli venivano tolti e crudelmente tanto! e lasciando

in lui tanto terrore della sorte loro futura, che appena se giungeva a

calmarlo l'immensa idea ch'egli aveva della clemenza di Dio.

Maurilio giaceva supino, gli occhi e le labbra chiusi. I suoi nerissimi

capelli, dritti e scarmigliati sul guanciale candidissimo, gli facevano

una corona che pareva di spine alla fronte vasta, dalle ossa

protuberanti, che sembrava imbiancatasi, che avreste detto lucente d'una

misteriosa fosforescenza. In quei supremi istanti i suoi lineamenti

grossolani avevano presa un'espressione di nobiltà di cui li avreste

creduti incapaci dapprima; la sua fisionomia trasformata aveva assunta

una nuova, una strana, inesplicabile, inesprimibile bellezza che non era

quella della misera forma umana, che anche uno scettico avrebbe detta

superiore alla terrena.

La predizione del medico ebbe torto. Il morente ad un punto aprì gli

occhi e girò intorno le pupille, conscio di sè e delle cose che lo

circondavano: salutò con un'occhiata di gratitudine e di compiacenza

coloro che lo attorniavano con mostre di dolce affetto e si dolevano del

suo destino; fermò più a lungo e più commosso lo sguardo sulla bella

testa canuta di Don Venanzio, che piangeva chetamente a lui vicino;

volle stringere colla sua la mano del vecchio prete, ma non n'ebbe la

forza; accennò lo sollevassero sopra i cuscini, e poichè fu soddisfatto

al suo desiderio, parlò pianamente a colui che era stato il suo primo e

vero e si può dire unico benefattore, che gli aveva fatto

intellettualmente ed anche per affetto da padre.

— Non pianga, Don Venanzio; io sto per giungere là dove un po' meglio si

vede la gloria di Dio. Non tema della salute dell'anima mia, non tema

del mio avvenire oltre tomba. Ai moribondi avviene qualche volta che si

conceda avere un sentore del mondo degli spiriti a cui stanno per

approdare. Dio mi fu largo di tanta ventura. Nel mio assopimento ed

anche ora mi stanno dinanzi le auree forme d'una sublime visione. Non

gli occhi del corpo la contemplano, ma quelli dello spirito già

apertisi, benchè tuttavia nel carcere della carne. Ella si spaventò per

me, che abbandonai le forme della fede da Lei apprese alla mia infanzia.

La si rassicuri: non è la forma, è la sostanza della fede che salva. Io

credo al buono, al bello ed a Dio. Credo ed amo! Ecco i profeti e la

legge.... Veggo nell'infinità dello spazio l'infinità dei mondi, e in

questi, traverso a questi, l'infinità delle vite degli spiriti, da

incarnazione ad incarnazione, da grado a grado; immenso elevarsi di

anime verso l'inarrivabile. Nel cammino chi s'arresta, chi travia, chi

cade: — ma niuno è perduto. Il male non ha l'autorità dell'assoluto; è

una contingenza; è l'ombra; privazione, non corpo; negazione, non

sussistenza; è il divenire del bene. La grande fraternità degli spiriti

che si sviluppano nella materia, cominciando dalle prime manifestazioni

della vita sino all'intelligenza che si accresce e si accresce vestendo

sempre meno di materia: questa grande fraternità scrive la sua storia e

la imprime per mezzo dell'eterea luce nell'infinità dello spazio che i

raggi percorsero, percorrono e percorreranno sempre, sempre, senza

principio, senza interruzione, senza fine. Questa luce, latrice delle

immagini d'ogni avvenimento cosmico, cammina, cammina nelle profondità

dello spazio: correte alla distanza che occorre e troverete

rappresentate le fasi geologiche dell'esistenza primitiva della nostra

terra. In queste pagine immortali mi lasciò un momento scorgere la

clemenza di Dio. Tosto che sarà spirito disumanato, le potrò leggere con

occhio sicuro. Tutto il passato è così sempre presente, e tutto coesiste

nell'attimo. La luce delle lontane stelle che giunge a noi dopo due mila

anni di viaggio è per noi il presente, e per loro è il tempo forse già

sepolto nell'oblio.

I presenti credevano ch'ei vaneggiasse; Don Venanzio lo pregò a non

istancarsi cotanto nella fatica di parlare che era molta e sempre

maggiore per lui, al quale il fiato ad ogni minuto diventava più

oppresso e più debole. Ma il moribondo scosse lievemente la testa,

facendo un mesto sorriso.

— Lasciatemi dire: rispose: pochi minuti soltanto mi rimangono, ed ho

desiderio di comunicarvi ancora tante cose!

Si rivolse ai giovani amici suoi, Selva, Romualdo, Vanardi e Tiburzio.

— Seguitate ad amare la patria. L'amore tanto è più nobile, quanto più

si stacca dall'individuo ed allarga la cerchia della sua azione. Chi si

sente di amare la patria, come altri ama la sua amante, è una delle

anime più generose del mondo. Cristo amò così l'umanità e fu l'essere il

più sublime e il più divino che abbia visto la terra. La patria avrà

bisogno di voi; possiate dare esempio agl'Italiani di sacrificio, non

solo della vita, ma dell'interesse, delle passioni, dei pregiudizi

personali: di questi sacrificii hanno bisogno le nazioni per risorgere e

farsi grandi: e di questi sacrificii temo gl'Italiani non troppo capaci.

Virtù ci vuole, ed amore!.... Amatevi tutti. Amate que' poveri vostri

fratelli costituiti nella perenne minor età dell'ignoranza, che formano

la plebe. Amateli ed educateli — e date alle loro famiglie il pane e la

sicurezza della vita....

Il respiro a questo punto gli mancò affatto. Fe' cenno che soffocava, e

Giovanni Selva fu lesto a sollevarlo nelle sue braccia.

— Quanto a me: soggiunse con voce che appena si poteva udire: non

obliatemi affatto... ed amatemi un pochino, anche morto.... Io ho

perdonato tutti e tutto... Domando che tutto e tutti mi perdonino.... Ho

sofferto molto, ed ho amato tanto!... E non ebbi un'ora di gioia....

L'avrò nell'avvenire... (Fece un ineffabile sorriso). Oh! se l'avrò!...

Vorrei parlare ancora... e non posso più... Sento un'onda di poesia

divina che m'invade... Se la potessi esprimere!.... Voi bacierete la mia

fronte, quando sarò cadavere..... Essa albergò un'intelligenza.... Date

quest'addio ad una miserabil forma che si distrurrà per sempre... Addio!

addio! addio!

Levò verso il cielo le sue pupille larghe, in cui correvano tratto

tratto guizzi di luce simili a quelli d'una lampada che sta per

ispegnersi, ed una inesprimibile aura di beatitudine gl'illuminò la

faccia: egli vedeva innanzi a sè lo spirito protettore della sua vita.

— Sei tu, madre mia: esclamò con immenso affetto: tu che pur da morta,

non abbandonasti il figliuol tuo nel mondo!... Tu che ora mi chiami ed

inviti!... Vengo, vengo, vengo!... Ecco la luce!... Ecco l'etere!...

Ecco l'infinito!

Gettò un grido e ricadde di tutto il suo peso sulle braccia di Selva.

Con quell'ultimo grido l'anima era fuggita da quell'infelice corpo

tormentato.

Il domani una piccola, mesta schiera accompagnava al cimitero le spoglie

di colui che fu nella vita terrena chiamato Maurilio. Quando la fossa in

cui venne calata la cassa mortuaria fu ricolma di terra, Don Venanzio

pronunziò sovr'essa le ultime preghiere, e gli amici del morto, credenti

e non credenti nelle forme cattoliche, udirono con religioso rispetto, a

capo scoperto, le solenni parole che colla voce tremolante del vecchio

sacerdote acquistavano efficacia maggiore; poi, quando con una ultima

benedizione, con un ultimo addio si staccarono da quella tomba, Mario

Tiburzio, disse ai giovani traendoli in disparte:

— Ora conviene recarci colà, ad altri, ma men tristi addii. È giunta

l'ora: venite.

Lasciarono tornar solo in città Don Venanzio, nella carrozza che il

marchese di Baldissero aveva fatta allestire per lui; ed essi, passando

traverso i campi, si recarono sulla strada che, passata la Dora sul

ponte Mosca, si dirige verso la pianura di Lombardia. Si posero alla

distanza di un centinaio di metri dall'ultima casa che si trovava al di

là del ponte; e stettero aspettando, silenziosi, mesti e raccolti,

dominati dalla solennità della scena di morte a cui avevano allora

allora assistito, da quella eziandio del convegno a cui erano venuti.

Dopo un poco, sulla strada deserta si udì il rumore di ruote correnti, e

si vide venir da Torino una carrozza in posta al trotto serrato di due

cavalli. Appena vide i giovani sulla strada, chi era dentro il legno,

diè ordine al postiglione di fermare: ed aperto l'usciòlo, ne discese un

uomo di alta statura, di nobile portamento, di faccia serena ed

intelligente, di aspetto da militare insieme e da cavaliere; era Massimo

d'Azeglio, verso cui i giovani s'affrettarono circondandolo con mostre

d'affettuosa riverenza.

— Ho voluto darvi qui l'addio: disse il valente scrittore e patriota;

per evitare ogni sospetto ed ogni sorveglianza della Polizia. Ci tenevo

a stringervi le mani, bravi giovani, ed a lasciarvi per addio e per

memoria di me alcuni consigli.... no, dirò meglio, alcune preghiere.

Credete a me: l'epoca delle congiure è passata: bisogna oggidì cospirare

al bene della patria ed al progresso dell'umanità alla chiara luce del

sole. Non si tratta d'_uccidere il tiranno_, ma di educare il popolo, ed

anco i principi, e di elevare le masse. Per questo ci vuole la

coraggiosa propaganda della pubblicità.

« — Carlo Alberto fa da senno, io ne sono persuaso; egli è con noi, è

obbligato ad essere con noi; non attraversiamogli il cammino, e

mettiamoci noi con esso lui.

Mario Tiburzio interruppe.

— Ella ha ragione, sor Massimo. Questi giorni ci ho pensato di molto a

codeste cose, e mi sono convinto che per ora miglior mezzo per giovare

all'Italia è farsi soldato di Carlo Alberto. Ho rinunciato al mio

repubblicanismo (mandò un sospiro) e domani stesso vestirò l'assisa di

soldato nell'esercito piemontese.

Massimo d'Azeglio gli strinse la mano.

— Ve ne lodo.... Spero che ci troveremo un giorno nei campi lombardi a

combattere, fianco a fianco.

— Vi ci troveremo tutti: esclamarono in coro gli altri con entusiasmo.

— Dio vi ascolti! Io ripiglio la mia giornata di messo della nuova

rivoluzione. Possa trovar io per tutta Italia anime come le vostre.

Dopo i più cordiali salutari ed augurii, d'Azeglio risalì nella carrozza

e continuò il viaggio verso Milano; i giovani stettero fermi guardando

dietro quel legno che s'allontanava, finchè non lo videro più.

Quando giunse il 1848 Mario Tiburzio non fu il solo che prendesse parte

alla guerra: si arruolarono eziandio Giovanni Selva, Romualdo e

Francesco Benda. Povera sora Teresa! Anche questo dolore le doveva

toccare: veder partire per la guerra il suo figlio dilettissimo, che

solo erale rimasto in casa. Il padre di Francesco soffrì molto ancor

egli, ma nell'attività del suo lavoro industriale a cui si diede con più

alacrità di prima, nella robustezza maggiore della sua tempra aveva gli

elementi da resistere meglio al dolore. La infelice Teresa, durante

l'assenza del figliuolo, andava a calmare l'ansietà dei suoi timori ed a

confortarsi colla preghiera, presso sua figlia, nel convento di Santa

Chiara, dove ad ogni costo Maria aveva voluto vestire il velo, e

consumare la sua giovinezza in una rassegnazione piena di speranza nella

vita futura.

Ma giorni di gioia erano pur tuttavia serbati ancora alla famiglia dei

Benda. Francesco, divenuto in breve capitano di cavalleria, decorato di

due medaglie al valor militare, otteneva finalmente nel 1850 la mano di

Virginia di Castelletto. La marchesa di Baldissero, che forse non

avrebbe consentito mai a queste nozze, era morta: il marchesino Ettore

viveva separato da suo padre, il quale, conosciutolo indegno del suo

affetto, come del grado in cui il destino l'aveva fatto nascere, l'aveva

scancellato dal suo cuore: il marchese padre si ricordava della promessa

fatta a Maurilio moribondo.

Povero marchese! Ancor egli aveva dovuto pagare altro e crudelissimo

tributo al dolore. Il secondogenito de' suoi figli, sul quale aveva

concentrato la maggior parte del suo affetto paterno, morì a Goito di

palla nemica; ed egli andando a prenderne il corpo per venirlo a

seppellire negli avelli di famiglia, condusse seco il terzo ed ultimo

dei suoi figli, perchè prendesse tostamente il luogo del morto nelle

file dell'esercito al servizio del suo Re. Il primogenito intanto si

occupava con zelo eroico di cavalli, di cani, di cortigiane e di giuoco.

Il conte e la contessa di Staffarda sparirono dall'orizzonte cittadino.

Sparì la Zoe: nella tempesta rivoluzionaria fuggì il principotto suo

mantenitore; Andrea morì in carcere; la vecchia Debora fu trovata nel

sotterraneo di _Macobaro_, morta di fame; Barnaba fu nominato nel nuovo

ordinamento della Polizia assessore di pubblica sicurezza in una città

verso la frontiera orientale; Tofi fuggì innanzi alla luce della

libertà, e corse a rimpiattarsi nel suo paesucolo, mangiando la sua

giubilazione, sempre cupo, burbero, nemico dei liberali, segretamente

ostile ai ricchi, devoto al Re.

Don Venanzio morì qual visse: da santo, e lo pianse tutta la popolazione

del villaggio. Ora la sua modesta tomba è già coperta dalle erbe ed

obliata.

Obliato del tutto non è ancora Maurilio. Alcuni di quelli che lo

conobbero vivono tuttavia, e Giovanni Selva legge di quando in quando

qualche pagina di quello scartafaccio in cui egli aveva effusa parte

dell'anima sua: e il più spesso dopo quella lettura conchiude:

— Le sono pazzie di paradossi che domani forse diventeranno realtà.

La plebe, parte IV · 第 42 / 44 题