Se la sala dell'udienza nella Corte d'appello (che allora aveva in
Piemonte nome di Senato) fosse zeppa di spettatori, lascio pensare ai
lettori che sanno quale morbosa curiosità sia nelle cittadinanze pei
processi criminali di siffatta specie. Quella banda di malfattori aveva
per tanto tempo incusso timore alla città intiera; la frequenza e la
gravità dei delitti commessi erano tali da far rabbrividire; la
circostanza straordinaria che il capo di quella orrenda sêtta fosse un
giovane elegante, accolto con favore nelle migliori società, accresceva
l'interesse della cosa. Dal giorno dell'arresto dei malandrini poteva
dirsi che nei crocchi cittadineschi, in tutti i convegni, nelle
conversazioni delle famiglie, non erasi parlato d'altro più fuor che di
ciò; in quel tempo di calma e di servitù, non essendoci concorso di
novità politiche a far diversione. Tutti volevano vedere le faccie
orribili di quegli assassini; e principalmente quella del loro capo, che
dicevasi, e molti di veduta conoscevano, non essere niente affatto
orribile, ma anzi bellissima. Le donne sopratutto avevano questo curioso
desiderio, il quale, in quelle creature così facilmente eccessive,
spingevasi per alcune fino all'ardore della passione. I biglietti di
ingresso alle tribune riservate erano quindi stati ricercatissimi; e
quel primo giorno in cui cominciavano i dibattimenti molti e molti
banchi erano occupati da rappresentanti del sesso gentile di tutte le
età, venute in grande eleganza d'acconciatura a cercare poco gentili
emozioni in quel dramma di sangue di processo criminale. Fra queste
spiccava, ned ella cercava pure nascondersi, la Zoe, la quale nel tempo
di attesa, prima che entrassero gli accusati a prendere il loro posto,
era il punto di mira di tutti gli sguardi e l'argomento di tutti i
discorsi. Era essa giunta delle prime — in una tribuna riservata
s'intende — epperò s'era impadronita del miglior posto che si potesse
avere di faccia e più vicino che era possibile all'ordine dei banchi
preparati pei prigionieri. Le prime signore che erano giunte dopo di
lei, avevano schivato il contatto e la vicinanza della cortigiana,
prendendo posto più in là che potessero dalla sontuosa di lei veste di
seta; ma quelle che erano sopravvenute più tardi non avevano avuto il
coraggio di andarsene piuttosto che occupare i posti che rimanevano a
fianco della cortigiana, e vi si erano sedute, ostentando però di tener
le spalle volte alla loro vicina, e di non lasciar posare mai su di lei
gli occhi che pure la sbirciavano di soppiatto con viva curiosità. La
_Leggera_, in una mossa quasi abbandonata, pareva non accorgersi di
nulla, e la sua attenzione era tutta fissa sui seggioloni dove sarebbe
venuta a sedere la Corte, sui banchi destinati ai rei. Nello
scompartimento lasciato al pubblico volgare senza privilegio di polizza
d'ingresso, fin dal primo momento in cui s'erano aperte le porte della
sala, si agitava una massa variegata di popolo cencioso, che ora ronzava
come uno sciame di tafani, ora muggiva come un maroso di burrasca, ora
rompeva in esclamazioni d'impazienza, in bestemmie contro chi urtava di
dietro per ispingersi nella sala, in motti sconci, impertinenti, tenuta
in freno dai cappelli a becchi, dalle faccie burbere e dalle baionette
dei carabinieri.
Stante il gran numero degl'inquisiti, per questi, come ho già detto,
erasi preparato un ordine di banchi, un dietro l'altro, che venivano
salendo sino alla parete della sala, in ciascuno dei quali potevano
stare quattro individui. Innanzi a questi banchi era uno spazio in mezzo
della sala, dove un tavolo a cui sedeva il segretario coi suoi aiuti; e
di là una delle pubbliche tribune, quella in cui c'erano più donne, e in
prima fila la Zoe: dal primo banco dei rei a quello della tribuna
correvano appena sei passi. In quello spazio centrale, precisamente di
prospetto alla gran tavola de' giudici, erano i banchi dei testimoni,
che si trovavano alla sinistra di quelli degli accusati. Dietro di
questi banchi dei testimoni era il locale destinato al pubblico plebeo.
Fra i banchi degli accusati e la tavola della Corte, che s'elevava sopra
un tavolato a cui si ascendeva per due gradini, stavano i difensori: di
faccia, dalla parte opposta, i rappresentanti del Pubblico Ministero.
Questa disposizione de' luoghi occorre tenere a mente per comprendere
poi l'orrenda tragica scena con cui si chiusero in quella sala i
dibattimenti di tal memorabile processo.
Si discorreva vivamente in tutte le tribune; il maroso del pubblico
straccione muggiva più che mai: ad un tratto si fece un gran silenzio e
gli occhi di tutti si volsero ad un punto: entravano i prigionieri, a
due a due, in mezzo a due file di carabinieri armati. Primi venivano
_Stracciaferro_ e _Graffigna_, poi Pelone, Marcaccio e la turba dei
satelliti minori; fra questi v'era una faccia onesta, disfatta dal
turbamento e dalla vergogna: quella del povero Andrea. Il suo arresto
dovevasi a Marcaccio; il quale, parte per le minaccie, parte per le
promesse di pena minore, s'era lasciato indurre a confessare qualche
cosa della verità e non aveva taciuto della fabbricazione delle chiavi
per mano del suo amico il ferraio senza lavoro. Di poi, pentitosi delle
sue rivelazioni, le aveva contraddette, aveva voluto ritrattare, s'era
posto di nuovo al niego più fermamente che mai; ma un secondo arresto di
Andrea era stato deciso ed eseguito, e il vedovo di Paolina, alle
fattegliene interrogazioni aveva risposto tutta la verità. Oh! Dio era
stato pietoso di togliere anche colla morte la onesta moglie di
quell'infelice allo spettacolo di tanta vergogna!
Mancava ancora il principale: il famoso _medichino_. Come se anche in
codesto si volesse riconoscere la superiorità di lui, il capo non era
stato condotto a mazzo cogli altri, ma gli si concedeva la distinzione
d'una entrata speciale in scena.
Il silenzio fattosi all'entrare dei prigionieri non durò gran fatto.
Tosto dopo cominciarono i discorsi, le osservazioni, i commenti, le
interpretazioni, gli indovinari intorno a quelle faccie risolute, la
maggior parte malvagie, feroci, fra cui dominavano la robusta,
imbestialita figura di _Stracciaferro_, l'allampanata, alta persona di
Pelone e la diabolica faccia sottile di _Graffigna_. Un movimento di
curiosità destarono due donne che in coda a tutti gli altri imputati
vennero in mezzo a' carabinieri ancor esse e furono fatte allogarsi nei
banchi de' rei. Erano Maddalena e la povera vecchia Margherita. Quella
conservava la sua aria sicura e petulante: appena dentro il salone aveva
mandato in giro i suoi occhi ardimentosi, e, vista di subito la Zoe,
aveva con essa scambiato un fuggevole ma significante ammicco. La misera
Margherita invece era tanto confusa e tremante che appena se poteva
reggersi e trascinarsi. Sotto l'abbronzato della sua pelle rugosa v'era
un pallore che sembrava di morte: i suoi poveri vecchi occhi erano rossi
dal pianto; già magrissima prima, il suo soggiorno in carcere e la pena
morale l'avevano ridotta a non aver più che la sua pelle color d'alluda
sulle ossa.
Nel primo banco furono posti _Stracciaferro_, _Graffigna_ e Marcaccio;
quest'ultimo era al capo del banco verso quello dei testimoni. Un posto
fu lasciato vacante, il primo dalla parte dove sedevano gli avvocati,
serbato di certo pel _medichino_. Nel banco di dietro erano le due
donne. In mezzo agli altri accusati Andrea, che pareva lo spettro
dell'uomo d'un tempo, aveva posto i gomiti sulle ginocchia e s'era
nascosto il volto nelle mani.
Il susurro cessò di nuovo, quando in mezzo a due carabinieri comparve il
fiero e leggiadro aspetto del sedicente Gian-Luigi Quercia. Era egli un
po' pallido, ma calmo e tranquillo. Dalla soglia gittò egli pure uno
sguardo su tutte quelle faccie intente verso di lui che lo divoravano
cogli occhi e schiuse le labbra ad un superbo, ironico sorriso; vide la
Zoe e non fe' cenno nessuno, ma nel guardarla le sue pupille nere
brillarono fugacemente d'una fiamma viva. La cortigiana sorrise in un
certo modo ed occhieggiò essa pure con una speciale significazione che
Gian-Luigi comprese.
— Sono qua, voleva essa dire, lavoro tuttavia per salvarti, ogni
speranza non è ancora perduta.
Egli s'avanzò con passo tranquillo, senza braveria, fino al suo posto,
fece un piccol cenno di saluto e d'incoraggiamento cogli occhi a
Maddalena, il cui volto alla vista di lui s'era tutto illuminato, e tese
una mano alla sua vecchia nutrice chiamandola affettuosamente per nome.
Margherita appena aveva visto entrare il suo diletto figliuolo, aveva
mandato un'esclamazione soffocata ed era stata assalita da un tremito
universale. Sarebbe corsa incontro a lui a gettarglisi nelle braccia, se
avesse osato e se glie ne fossero bastate le forze. Lo guardava, lo
guardava e gli occhi le si empivan di lagrime, e tremava sempre più.
Quando egli le fu dinanzi e le tese la mano, ella ruppe in singhiozzi, e
presa quella destra la baciò con trasporto.
— Oh mio Giannino!... oh mio Giannino! balbettò fra i singulti.
— Coraggio, madre! le disse amorevolmente Gian-Luigi.
Sentirsi dare questo nome di madre dal suo caro era sempre per la
poveretta una gioia ineffabile. In tal punto ciò pose il colmo alla sua
commozione.
— Ah! se questi signori lo permettessero, disse ella accennando i
carabinieri, e se tu non te ne vergognassi, vorrei pure abbracciarti.
Quercia le regalò il più amorevole de' suoi gentili sorrisi; poi si
curvò su di lei, le prese il capo fra le mani e le stampò un bacio sulla
fronte; essa, la povera vecchia, gittò le sue magre braccia al collo del
giovane e lo baciò replicatamente, piangendo. Questa scena destò
un'universale commozione.
E questa non era ancora dileguata del tutto, quando un'altra circostanza
avvenne che suscitò una impressione di ben diverso genere. In mezzo a
due carabinieri anche lui, fu introdotto e condotto a sedere al banco
dei testimoni un vecchio, piccolo, curvo, d'aspetto miserabile e sporco,
di andatura esitante ed obliqua; era il complice propalatore, al quale
(secondo l'uso di que' tempi) in premio delle sue rivelazioni era stata
concessa l'impunità: Jacob Arom il rigattiere.
Entrò egli cogli occhi bassi, timoroso ed incerto; solo un istante
sollevò le ciglia e saettò una guardata viperina al posto dov'era il
_medichino_. Questi s'era seduto tranquillamente, senza fare la menoma
attenzione agli altri coaccusati che si trovavano su quei medesimi
banchi, precisamente come se non esistessero, nè questi avevano mostrato
di badare a lui in alcuna maniera, fuori di _Graffigna_ che essendo più
vicino al posto dove aveva da sedere il _medichino_, s'era, quasi per
omaggio di rispetto, tirato più in là per lasciargliene maggior luogo;
per il che Quercia, in mezzo agl'imputati, stava, come per una nuova
distinzione, con una certa distanza isolato dagli altri, a cui non fu
mai ch'egli volgesse una parola, un cenno, uno sguardo soltanto.
Al passargli di _Macobaro_ dinanzi, Gian-Luigi, senz'affettazione, ma
con evidentissima espressione di profondo disprezzo e di schifo, volse
il capo dall'altra parte per non vederlo; ma saettarono il vecchio
rigattiere di sguardi micidialissimi gli altri imputati, e
principalmente _Graffigna_, il quale fece colla mano un cenno pieno di
minaccia. Anche nel pubblico, e specialmente in quella parte dove
entrava chi volesse, si levò un susurro che poteva dirsi di
riprovazione. _Macobaro_ si confuse ancora di più, e parve rannicchiarsi
all'estremità di quel banco dove egli fu condotto; ma poco stante ogni
rumore cessò, perchè gli uscieri imposero silenzio, ed entrarono a
prender seggio i magistrati.
Io non istarò ad annoiare i lettori coll'esposizione di tutto il
dibattimento del processo, delle requisitorie del fisco, e delle difese
degli avvocati. Sono cose oramai che si conoscono da tutti; e i fatti
che importano al nostro racconto e che vennero in quel dibattito
appurati, si videro man mano avvenire. Solo dirò che la quantità dei
testimoni, il numero degl'incidenti, la rilevanza delle quistioni
sollevate e dibattute fra il fisco e la difesa, fecero prolungare il
processo oltre le quindici sedute; che le due prime furono tutte spese
nella lettura del lunghissimo atto d'accusa, in cui erano consegnati
tutti i risultamenti ottenuti dalle propalazioni di Arom, dalle
rivelazioni poi disconfessate di Marcaccio, dalle ingenue confessioni di
Andrea, dalle indagini della Polizia; che tutte le volte fu grandissimo
il numero degli spettatori e fra questi delle donne, prima sempre la
Zoe; che fra i testimoni comparvero di nostra conoscenza Barnaba,
Bancone, Fra Bonaventura e Giacomo Benda. La giustizia, che non ha
pietà, aveva citato anche la povera Maria: e farla comparire alla
vergogna di tal pubblicità sarebbe stato un'ucciderla addirittura, la
infelice ragazza; ma Virginia avevale risparmiato questa prova mercè
l'autorevole intervento dello zio il marchese. Anche quest'ultimo era
stato sentito per ciò che era accaduto al letto di Nariccia; ma non si
era all'autorevolissimo personaggio dato il carico ed il disturbo d'una
comparsa in pubblico.
Solamente di quel processo riferirò l'interrogatorio del _medichino_, e
la tragedia che seguì la lettura della sentenza.
Il _medichino_, come il più importante degli accusati, fu fatto levare
in piedi pel primo, e il Presidente cominciò ad interrogarlo così:
— Il vostro nome?
Un gran silenzio s'era fatto nella sala, non si sentiva una mosca a
volare, e tutti gli sguardi erano intenti sulla bella figura del giovane
inquisito: questi con quel suo contegno di sicurezza, con quell'aria di
superiorità piena di degnazione che gli erano abituali, rispose colla
sua voce limpida e chiara tre parole che suonarono, in quel silenzio
come un accordo musicale:
— Non ho nome.
— Voi foste registrato nei libri dell'Ospizio con quello di Giovanni
Venturino, e con esso dato ad allevare alla donna Margherita Coppa; ora
vi facevate chiamare in società Luigi Quercia.
L'accusato guardò fiso il Presidente, come per dire: «non ci ho nulla da
contestare:» e si tacque.
— Perchè vi siete voi fabbricato un nuovo nome?
— Perchè così mi piacque.
— Credevate voi avere il diritto di cambiarvi nome ed attribuirvi
qualità a vostro capriccio?
— Lo credo sicuro. Gli uomini s'erano arrogato quello di stamparmi col
nome che mi avevano imposto una nota di vergogna per tutta la vita: io
me ne volli liberare. Il nome di Luigi era quello del mio benefattore,
medico al villaggio dove fui allevato, e lo presi in memoria di lui:
quello di Quercia lo scelsi come impresa del mio avvenire, come
programma di resistenza della mia volontà, ai colpi del destino nella
lotta della vita.
— Riconoscete voi dunque che avete affermato il falso alla famiglia
Benda, quando vi siete vantato d'una origine misteriosa, di segreta
parentela con famiglie di riguardo, e che sono falsi i documenti che
presentaste in sostegno delle vostre parole e che abbiamo qui dinanzi?
L'accusato levò la fronte e guardò intorno con dignitosa fierezza.
— Che io abbia detto il falso, la misera logica degli argomenti umani
sembra provarlo, che poi sia così realmente è un'altra cosa.
Il suo aspetto era cotanto nobile che nell'uditorio non vi fu forse una
persona in quel momento che non gli attribuisse quelle illustri,
misteriose origini, ond'egli s'era vantato.
— E la sua età? domandò dopo un istante il Presidente, passando senza
accorgersene a trattarlo col Lei.
— So di avere venticinque anni; ma non ho documento nessuno di fede di
nascita.
— Perchè si spacciava Ella per medico?
— Per omaggio eziandio al mio protettore che fu tale e desiderò ch'io
pure lo divenissi: perchè ho studiato la scienza della medicina, e senza
aver ottenuto diplomi di laurea credo saperne più di tanti che
acquistarono dall'Università il diritto di ammazzare il loro prossimo
impunemente.
Un'ilarità generale scoppiò nell'uditorio, e i giudici medesimi
sorrisero.
Il Presidente riprese dopo un poco:
— Ella conosceva da molto tempo il signor Nariccia?
L'accusato non rispose subito: tutti gli occhi erano con più intentività
che mai fissi sul volto di lui, il quale non ebbe pure il menomo cenno
d'una anche lievissima emozione.
— Mi permetta, signor Presidente, alcune parole ancora intorno al mio
nome ed all'esser mio, disse l'inquisito: e il Magistrato avendo fatto
un cenno di consenso, egli continuò. La povera donna che mi fu nutrice
trovasi accusata di falsa testimonianza per avere dato di me quelle
informazioni che ho ammesso poc'anzi trovarsi false innanzi alle
apparenze de' fatti. Dichiaro solennemente che la misera vecchia non può
essere tenuta imputabile di ciò. Ella mi ama d'un amore maggiore di
quello d'una madre; ella per me farebbe qualunque cosa; qualsiasi
maggior sacrifizio le domandassi, la vi si acconcerebbe; la sua volontà
è una molle cera in mano della mia. Ora io le avevo imposto, se
interrogata sul mio conto, di rispondere quel ch'ella disse. Coll'anima
padroneggiata dal tanto affetto, colla mente indebolita dalla vecchiaia
e dai patimenti d'una vita di miseria, ignara affatto delle cose del
mondo e delle leggi, come ritenerla in colpa di questo suo fatto?
Dichiaro poi altamente che nel mio tentativo d'evasione la buona
Margherita non vi ebbe parte di sorta e non n'ebbe pure sentore
nessuno...
Il Presidente lo interruppe.
— Ciò verrà più opportuno quando saremo a quel punto del processo; e
riguardo all'inquisita Margherita Coppa, il magistrato apprezzerà questa
dichiarazione ora da Lei fatta. Veniamo a noi..... e risponda alla
domanda che le ho diretta: s'Ella conoscesse da molto tempo il signor
Nariccia.
— Risponderò con un'altra dichiarazione, la quale penso non torni nuova
al Magistrato, essendo la medesima ch'io feci nell'istruttoria segreta,
dove assunsi il contegno da cui non intendo ora dipartirmi.
Nell'uditorio vi fu un movimento che indicava accresciuta ancora la
tanta attenzione con cui si ascoltavano le parole dell'imputato.
Questi pronunciò lentamente, con parola chiara e spiccata:
— Non dirò pure una parola che riguardi il processo e i tanti capi
d'accusa che si affacciano contro di me e i miei coimputati. Per
rispondere converrebbe ch'io volessi o difendere la mia innocenza e la
mia vita, o coadiuvare la giustizia nella ricerca della verità; ora io
non voglio nè l'una cosa, nè l'altra. Della mia sorte non mi curo e
l'abbandono al caso; nella ricerca del vero vo' lasciare che la
giustizia se la districhi da sè colla facilità dell'errore.
Il Presidente lo interruppe con tono di rampogna, riprendendo, nel
parlargli, il voi.
— Questa è una nuova colpa. Avete il dovere di rischiarare nelle sue
indagini la giustizia.
— Cotal dovere io non me lo sento per nulla.
— Lo avete pei vostri complici.....
— Non ammetto d'aver complici.
— Vuol dire che negate.
— Nè nego, nè affermo: mi taccio.
Il Presidente gli fece una severa ammonizione che l'inquisito ascoltò
freddamente.
— Signore, diss'egli poi, quando il Magistrato ebbe finito, le sue
parole non mi faranno uscire dalla determinazione che ho presa. Se
fossimo ancora ai beati tempi della tortura, non varrebbero a farmi
parlare neanche i più fieri tormenti.
Non ci fu verso a smuoverne il fatto proposito; _Stracciaferro_ e
_Graffigna_ ne imitarono l'esempio; gli altri si confusero nelle loro
risposte; Pelone riprese per suo conto quelle confessioni che Marcaccio
aveva ritrattate; Maddalena pose una strana audacia a compromettersi pel
_medichino_; Andrea, come già aveva fatto nell'istruttoria segreta,
disse tutta la verità di quanto lo riguardava. Così esplicite poi furono
le deposizioni testimoniali, così eloquenti i corpi del delitto
sequestrati che provavano un'infinita quantità di furti e di assassinii,
così precise le rivelazioni di _Macobaro_ che niuno poteva conservare il
menomo dubbio sull'esito che la sentenza avrebbe dato al processo.
Contro _Macobaro_ non avevano cessato gl'inquisiti di saettare sguardi
feroci d'odio e di minaccia. Certo le lunghe ore di seduta di quei
dibattimenti dovettero essere per quel vecchio una sequela di tormenti
indicibili; ma il pensiero della vendetta lo sosteneva, e poi messosi
una volta per quella strada, bisognava bene andarne fino al termine.
Si chiusero alla fine i dibattimenti. Il Pubblico Ministero tuonò contro
i rei e ricordando lo spavento generato nella cittadinanza da
quell'audacissima schiera d'assassini, l'empietà e la barbarie di tanti
e sì frequenti reati, invocò tutto il rigor delle leggi e chiamò la pena
di morte pel _medichino_, per _Stracciaferro_, per _Graffigna_, per
Marcaccio e per altri due accusati di cui il nome non rileva; per gli
altri inquisiti varii gradi di pena dai lavori forzati a vita fino ai
cinque anni di reclusione. Gli avvocati difensori s'industriarono se non
a purgare d'ogni taccia i loro clienti (chè la cosa era impossibile) di
mostrarne almeno minore di quel che volesse il fisco la colpabilità.
Udito tutti, il Presidente fece il riassunto di tutti i dibattimenti
avvenuti, e poi, levando la seduta, annunziò che nell'udienza del giorno
di poi sarebbe stata letta la sentenza che nell'intervallo il Magistrato
avrebbe pronunziata.
L'assemblea si sciolse con quel mormorio speciale che è indizio di
commozione delle masse: il domani una folla più fitta che mai si stipava
nella sala dell'udienza, nel vestibolo precedente, nella gradinata,
nell'atrio, fino nella strada. Un maggiore susurro regnava nella sala,
sintomo d'agitazione promossa dalla curiosità d'impazienza ansiosa
nell'aspettazione. Il rumore non cessò, anzi s'accrebbe quando furono
visti entrare gli accusati. Alcuni notarono che il _medichino_ era un
po' più pallido del solito; ma la sua fisionomia era calma e l'aspetto
sicuro come sempre. Avreste detto ch'egli veniva spettatore di cosa che
riguardava tutt'altri da lui. Gli altri delinquenti avevano tutti
l'aspetto turbato ed ansioso, eccetto _Stracciaferro_ che conservava la
solita aria ferocemente stupida e _Graffigna_ la sua maliziosa figura di
volpe. Il bettoliere Pelone era di color verde, il suo cranio
giallognolo luceva di sudore che vi spuntava a goccioline, e i suoi
occhi infossati si giravano intorno con uno sbigottimento profondo;
Andrea era abbattuto e privo di ogni vigore; Marcaccio per contro
ostentava un'animazione, una specie di gaiezza che era troppa per
apparir naturale e che si vedeva effetto della inquietudine la più viva;
egli non poteva star fermo, le mani sue brancicavano sull'assicella
superiore della barriera che aveva dinanzi a sè, volgeva atti e sguardi
e sorrisi a' suoi compagni, e il carabiniere che gli stava presso non
cessava dall'ammonirlo a tenersi tranquillo. Un osservatore avrebbe
fatto attenzione a certi sguardi che a questo carabiniere che gli era
allato gettava Marcaccio: erano sguardi che parevano misurarne la forza,
esaminarne la risoluzione e il coraggio; e ad ogni volta lo squadrasse a
quel modo, vedendo la robusta complessione e l'aspetto ardimentoso di
quel difensore della legge, Marcaccio non poteva nascondere certi segni
di contrarietà e di disappunto.
Jacob Arom, condotto anche lui ad udire la lettura della sentenza,
poichè ancor egli era fra gli inquisiti e solo aveva da esser salvo per
le fatte propalazioni, era più pallido, più confuso, più tremante che
mai e si sarebbe detto ch'egli, il quale aveva l'impunità assicurata,
era quello che più di ogni altro era occupato dallo spavento. Più feroci
che mai lo saettavano gli sguardi dei suoi complici, cui egli non osava
affrontare, tenendo gli occhi continuamente fissi al suolo; e più d'uno
tendendo verso di lui il pugno chiuso, gli faceva atti di minaccia e gli
lanciava imprecazioni e bestemmie.
Un gran silenzio si fece quando la Corte entrò e prese posto, quando il
segretario si levò in piedi e cominciò con la voce grave e monotona la
lettura della sentenza. Questa dopo le relative considerazioni per cui
venivano poste in sodo le risultanze del processo e le varie colpabilità
degli imputati, passando alla parte dispositiva, condannava, dei
personaggi del nostro dramma, tre alla pena di morte: Giovanni Venturino
sedicentesi Luigi Quercia e sopranominato il _medichino_; Michele Luponi
detto _Stracciaferro_; e Giocondo _Graffigna_. Marcaccio era condannato
alla galera in vita; Pelone a dieci anni di lavori forzati; Andrea a
dieci anni di reclusione; Maddalena a cinque anni; Margherita era
assolta.
I condannati all'estremo supplizio non fecero il menomo movimento;
Quercia solamente sorrise col suo modo superbo e slanciò uno sguardo
alla Zoe, la quale era là, innanzi a lui, al suo solito posto. Con
quello sguardo egli le diceva: «Bada che ora mi occorre un ultimo
servizio e conto su di te.» La _Leggera_ gli rispose con uno che
significava: «Non ismarrirti. Tutto può ancora rimediarsi: io non ti
mancherò, e sarai salvo.»
La vecchia Margherita a sentire quella tremenda parola di =morte= mandò
un gemito e tendendo le braccia verso il suo Giannino che le stava
dinanzi:
— Oh figliuol mio! esclamò.
Il _medichino_ le si volse mestamente sorridente e con tono di pietà e
d'autorità insieme le disse:
— Calmati; taci; non isgomentarti.
Passato il fremito della prima impressione prodotta nell'affollato
uditorio da quella sentenza di cui pure già s'aspettavano quali erano le
disposizioni, il Presidente si volse ai condannati e disse loro se
avevano qualche cosa da dire.
Il _medichino_ fece come se nulla avesse udito; ma _Stracciaferro_,
_Graffigna_ e Marcaccio si drizzarono tutti tre di scatto.
— Abbiamo da dire, gridò Marcaccio con voce stentorea, ma che un pochino
tremava, che qualcheduno l'ha da pagare..... e subito!
Ciò dicendo si slanciò sul carabiniere che aveva presso e lo afferrò
alla gola: nel medesimo tempo _Graffigna_ e _Stracciaferro_ scavalcavano
la barriera, quest'ultimo si gettava addosso al secondo carabiniere che
trovavasi all'altro capo del banco; e _Graffigna_ sgusciava, agile e
pronto com'era, verso _Macobaro_.
Successe un momento di confusione indescrivibile. L'uditorio spaventato
credette vedere tutta quella massa di malfattori precipitarsi sopra di
esso per aprirsi fra di lui un passaggio alla fuga: gli uomini si
levarono, le donne strillarono e minacciarono svenire: si fece ressa
alla porta per iscappare. I carabinieri così aggrediti, frattanto, non
potevano far uso delle armi, perchè stretti corpo a corpo dai loro
robusti avversari, e i loro compagni non potevano venire in loro aiuto,
perchè, allogati nelle corsie de' banchi, avevano il passo impedito
dalla persona medesima di chi si trattava di soccorrere, ed inoltre
avevano da tener d'occhio gli altri condannati cui temevano veder
levarsi ancor essi ed assalirli.
Ma non era tanto la libertà che volevano ottenere i tre assassini
insortisi a quel modo, quanto la vendetta contro il complice traditore.
Non ostante la sorveglianza dei carabinieri, che dovevano impedire ogni
comunicazione fra gl'inquisiti, essi, mercè sguardi, cenni, ammicchi e
qualche mezza parola, avevano ordita la congiura, ed era stato
_Graffigna_ ad immaginarla, per vendicarsi di _Macobaro_ il giorno e il
momento medesimo in cui sarebbe loro stata letta la sentenza.
_Stracciaferro_ e Marcaccio, poderosi di membra com'erano, dovevano
contenere i due carabinieri più prossimi, e _Graffigna_ lesto saltare
sul traditore e strozzarlo. Il programma fu eseguito alla lettera. In
mezzo a quel tumulto che ne nacque fu udito ad un punto un grido di
spavento indicibile, poi un rantolo: _Graffigna_ aveva preso alla gola
il vecchio rigattiere e colle sue mani nervose, piantandogli le unghie
entro la carne, lo stringeva con una forza che l'odio accresceva a più
doppi. Livida diventava la faccia del miserabile, gli occhi fattisi
pieni di sangue gli uscivano dalle orbite, le vene della fronte si
gonfiavano e parevano corde tese prossime a rompersi, un'espressione
orribile di sbigottimento, di dolore, di agonia contraeva quei
lineamenti convulsi, le mani adunche si agitavano nel vuoto, come per
domandare aiuto, come quelle del naufrago che cercano abbrancarsi a
qualche cosa. Un carabiniere potè finalmente arrivare in soccorso di
Arom e fece a trarre in là l'assassino che si abbandonava con tutto il
suo peso sopra la vittima, e non riuscendovi per quanto forti strappate
gli desse, si pose a percuoterlo sulla testa col calcio della pistola;
in quel frattempo s'udì un colpo di arma da fuoco, ed un corpo
sanguinoso fu visto strammazzare nello spazio vuoto a metà della sala.
Era Marcaccio. Il carabiniere da lui afferrato alla gola, vedendo non
poter aver ragione del suo assalitore, e già sentendosi mancare il
fiato, aveva lasciato andare la carabina di cui non poteva servirsi in
quel serra serra, e toltasi di dietro le falde della montura una delle
pistole che vi portava appese, ne aveva appoggiata la bocca alla nuca
del condannato colla direzione volta in su, ed aveva sparato; la palla,
traversato il cervello ed il cranio di Marcaccio, era andata ad
allogarsi su in un trave del soffitto. _Stracciaferro_, più forte, aveva
impedito al carabiniere su cui egli s'era gettato, di far uso delle
armi, ed avendolo steso a terra mezzo soffocato, erasi impadronito della
carabina e si levava su terribile colla baionetta inarcata contro gli
altri carabinieri, che riusciti a districarsi dagl'impacci, stavano per
lanciarsi contro di lui.
Tutto accennava ad una sanguinosa, orribil lotta. Ad un tratto suonò là
in mezzo una voce sonora, chiara, imperiosa, potente:
— Alto là!... Abbasso quell'arma, _Stracciaferro_!... Fermi tutti, per
Dio!
Era il _medichino_. Egli era rimasto sino allora tranquillamente seduto
al suo posto, guardando con una specie di meraviglia curiosa il fatto
dei suoi complici, delle cui intenzioni non era stato istruito. La
tentazione gli venne un momento di cacciarsi ancor egli in quello
sbaraglio.
— Bene! Aveva pensato. Strappiamo le armi a codestoro, e riconquistiamo
la libertà, o facciamoci uccidere.
Ma quando si levò guardando coll'occhio freddo dell'uomo che sa dominare
il pericolo, quella specie di campo di battaglia, vide due cose che gli
fecero cambiar di presente la sua determinazione. Vide le donne
spaventate in mezzo all'uditorio, e la Zoe medesima, che, nonostante
tutta la sua risolutezza, pareva prossima a svenire: questa vista, che
un tempo non l'avrebbe trattenuto di certo da nulla ch'egli avesse
deciso di fare, ora bastò a produrgli una riazione nei suoi propositi.
Sentiva l'obbligo di essere più nobile e più generoso che per l'innanzi;
ascoltava con più cedevolezza i subiti impulsi del suo sangue illustre,
di cui voleva esser degno oramai innanzi a sè medesimo.
— Morire io, si disse, e morire questi scellerati miei compagni, sta
bene; ma perchè la nostra morte avrebbe da costare quella di onesti e di
innocenti?
In quella vide altresì la faccia sconvolta del padre della povera Ester,
e gli parve che uno sguardo di quegli occhi, i quali parevano sul punto
di schizzar fuori delle orbite, si rivolgesse e posasse su di lui, pieno
di mortale rancore, di implacabile accusa e rampogna. Si sentì una
commozione che non aveva provato mai; credette vedere i lineamenti del
vecchio rigattiere, contratti dallo spasimo dell'agonia, cambiarsi in
quelli di sua figlia annegata ch'egli aveva visti irrigiditi dalla
morte. Un qualche cosa di nuovo che pareva un rimorso, che si accostava
ad un pentimento della sua condotta ne assalì l'animo. Credette suo
massimo dovere impedire che _Graffigna_ potesse consumare su quel
vecchio il suo orribil proposito di vendetta. Si gettò dunque in mezzo
la sala, gettando colla sua voce fatta per dominare il tumulto come le
volontà umane quel cenno di comando.
_Stracciaferro_, richiamato da quella voce all'ubbidienza passiva che il
suo capo aveva saputo imporgli coll'autorità morale ed anche colla
superiorità fisica del coraggio e della forza accompagnata dall'agilità,
come ci avvenne di vedere, guardò senza nemmanco stupore nessuno il suo
capo come per discernere se quello era proprio il suo comando, vide un
gesto risoluto che confermava le parole, e senz'altro lasciò cader
l'arma e s'incrociò le braccia, lasciandosi afferrare e legare dai
quattro carabinieri che gli furono addosso; Marcaccio era caduto morto;
gli altri condannati, non preavvisati, all'inatteso fatto erano rimasti
incerti e quando parvero decidersi a secondare la mossa dei tre primi,
gli agenti della pubblica forza erano già in contegno ed in numero da
tostamente opprimerli; _Graffigna_ percosso sul capo non abbandonò pur
tuttavia il collo di _Macobaro_ finchè non sentì l'ultimo rantolo uscire
da quella gola ch'ei serrava, finchè non vide spento l'ultimo raggio da
quegli occhi che venivan fuori della testa, finchè non s'accorse di
sostenere, colle sue mani omicide, un cadavere; allora lo abbandonò, e
il misero strangolato cadde strammazzoni per terra come un sacco di
cenci.
— Ora egli ha avuto il fatto suo: disse con maligno trionfo la voce
sottile dell'omiciattolo, della quale appena se ora rimaneva un filo:
ora nè anco il diavolo può più tornarlo in vita.
E barcollando sotto il dolore delle percosse ricevute sul capo, venne
tranquillamente presso il _medichino_, al cui comando pareva così
obbedire ancor egli, e là si lasciò, senza il menomo contrasto,
ammanettare.
Tutti i condannati furono legati, eccetto Gian-Luigi. Quando gli si
accostarono per mettere le manette anche a lui, quell'individuo
straordinario li guardò in un certo modo, che, senza pur dire una
parola, gli agenti della forza pubblica se ne rimasero e si contentarono
di dirgli, quasi con rispetto:
— La venga.
Il _medichino_, colla sua solita aria di superiorità imponente, prima di
muoversi volse uno sguardo verso i due caduti.
— Quegli uomini? domandò egli.
— Morti tuttedue: gli fu risposto.
Egli guardò un momento il cadavere di Jacob Arom, la cui figura,
contratta dallo spasimo di quella morte tormentosa e violenta, era
orribile a vedersi, e mandò un sospiro che pareva un rincrescimento, una
pena, un rimpianto.
— La è finita anche per lui... Mormorò: forse gli è meglio.
— Giannino! Giannino! esclamò in quella debolmente ma con infinita
passione una voce soffocata e piena di lagrime.
Il _medichino_ si volse e vide tese verso di sè le secche mani
tremolanti della povera vecchia Margherita, cui trattenevano dal
gettarsi addosso al suo diletto.
Gian-Luigi le si accostò.
— Mia buona Margherita! diss'egli: madre mia!
Ed usò in queste parole il più melodioso e dolce suono di quella sua
voce incantatrice. Poscia volgendosi ai carabinieri:
— Permettete, disse, che questa buona donna mi abbracci.
I carabinieri la lasciarono, e Margherita gettò al collo del giovane con
mossa piena di passione le sue braccia magre e stecchite.
— Oh mio figlio!... Mio povero figlio... Oh figliuol mio!
Non seppe dire altre parole; ma quanto affetto, quanto dolore, quanto
trasporto contenevansi in questi pochi accenti!
— Addio madre mia! le disse il condannato, rispondendo con alcuni suoi
ai tanti baci ond'ella copriva la fronte, le guancie, gli occhi del
giovane. Noi non ci vedremo forse più... Abbi coraggio: la vita, vedi,
non è per nessuno, e fu meno ancora per me tal cosa che si debba
rimpiangere. Sii tu benedetta ad ogni modo per le tante cure che avesti
di me, e pel tanto amore che mi porti. Anche quando sarò passato da
questa miserabile scena del mondo, tu ti ricorderai di me, ed è questo
l'unico modo con cui possa un uomo sopravvivere alla morte.
Quest'ultima parola colpì la povera donna che di tutto il resto non
pareva comprender nulla.
— La morte! la morte! esclamò ella. Questo è impossibile..... Tu non
puoi morire, tu non devi morire..... Hanno bisogno d'una vita? Prendano
la mia..... Io sono vecchia..... Ma tu che sei sì giovane, sì
robusto..... sì bello..... No, no, non è possibile..... È una cosa che
grida vendetta.
Qui i carabinieri s'intromisero.
— Or via, è tempo di finirla. Voi, buona donna, siete libera; e il
condannato ha da venire con noi.
— Calmati, Margherita: disse allora Gian-Luigi. Torna nel tuo villaggio
e consolati colla religione... tu che così puoi. La speranza è tutto ciò
che ha di più felice l'uomo; e tu vivi nella speranza che ci rivedremo
un giorno.
Accompagnò queste parole con un sorriso che indicava quanto fosse
lontana da lui una simile speranza, ma cui fortunatamente la vecchia non
comprese; poi si sciolse con dolcezza dall'abbraccio della donna e si
voltò ad un'altra che faceva per avvicinarglisi ancor essa con viva
mostra d'immenso desiderio.
— Addio anche a te, Maddalena: le disse: t'ho tratta meco nel
precipizio; ma tu mi perdoni.
— Ti amo! rispose con una specie d'entusiasmo la popolana. Ti ho giurato
tante volte che avrei data la vita per te..... Oh potessi darla mille
volte per salvarti!...
Il _medichino_ ringraziò con un amoroso sorriso e s'avviò con passo
fermo verso l'uscita. Quando fu per varcar la soglia di quella, si fermò
un istante e voltandosi indietro gettò uno sguardo sulla scena che stava
per abbandonare.
Somma era tuttavia la confusione. Gli spettatori non si partivano, ma
dritti in piedi, agitati, raccolti a gruppi tumultuanti discorrevano,
gestivano, pascevano cogli occhi desiosi la curiosità di quello
spettacolo di sangue: i giudici s'erano ritratti; intorno ai cadaveri di
Marcaccio e di _Macobaro_ si curvavano uomini dell'arte medica, chiamati
lì per lì ad esaminarli; i condannati, chi colle sembianze abbattute,
chi indifferente, chi feroce, stavano serrati in un cerchio di ferro in
mezzo alle baionette dei carabinieri, che li circondavano. Gian-Luigi
scorse collo sguardo tutto ciò, e poi fissò un momento i suoi occhi in
un punto, e le sue pupille brillarono con più viva e speciale
significazione. Guardò la Zoe, che stava china sul suo banco, intenta
tutta a lui a seguirne ogni mossa, parlandogli coll'anima traverso gli
occhi.
— Conto su di te: disse quella suprema occhiata di Gian-Luigi.
— Non dubitare: rispose la nera pupilla della cortigiana: io non ti
mancherò.
Il _medichino_ fu ricondotto in carcere; e un quarto d'ora dopo udì egli
aprirsi i catenacci della sua porta, e vide entrargli nella segreta un
uomo.
Era Barnaba.
Que' due uomini stettero un poco a fronte l'un dell'altro, guardandosi
senza parlare.
Fu il _medichino_ che ruppe di poi il silenzio.
— Siete stato di parola: diss'egli con accento in cui suonavano insieme
una specie di superiorità indifferente, d'ironia e di superbia. Sono
condannato, e voi siete venuto.
Il poliziotto rispose con voce sorda:
— Sono sempre di parola. Quando prometto a me stesso o ad altrui di
ottenere una cosa, ci arrivo, o soccombo.
Ebbe luogo di nuovo un istante di silenzio.
Que' due evidentemente si studiavano, come fanno due lottatori, prima di
venire alle mani.
— Voi dunque avete vinto, e compiutamente vinto: riprese a dire il
condannato. Su di me fu pronunziata la sentenza di morte. E voi siete
venuto qui per null'altro che per godere della dolcezza feroce del
vostro trionfo.
— Forse! disse Barnaba con un ghiacciato sorriso. E voi, desiderando
vedermi, qual è la vostra intenzione?
Gian-Luigi affondò i suoi occhi penetranti in quelli del suo
interlocutore e rispose lentamente:
— Quello di cercare un perchè.
— Quale?
— Il perchè del vostro accanimento a mio riguardo.
Barnaba continuò a sorridere di quel suo modo.
— È facilissimo a capirsi: voi siete la lepre, io sono il segugio.
— Una lepre! proruppe il _medichino_, e la sua voce vibrò: vi pare?...
Ma accettando anche l'infelicità di questo paragone, fra il lepre ed il
cane v'è antipatia di razza; e fra noi c'è comunanza di origine. D'onde
uscite voi? Di certo da quella plebe ch'io mi sdegnai di veder preda
senza rimedio alla miseria.
Il volto del poliziotto, che di solito non aveva mai espressione veruna
e sapeva nascondere ogni sensazione dell'animo sotto una maschera
immutabile d'apatia, per caso straordinario, si rimbrunì e lasciò
scorgere una traccia di amarezza come di un antico dolore.
— Sì: diss'egli: voi avete detto il vero. Io esco proprio dalla più
infima plebe, dal fango della piazza pubblica. Da chi nasco? Non lo so.
Non so nemmanco se son frutto d'un legittimo matrimonio o d'una fortuita
unione prodotta dall'amore o dal vizio. Mi ricordo vagamente d'un tempo
lontano lontano, nei miei primi anni, che vivevo con un uomo e con una
donna che si battevano fra di loro e battevano me. Erano mio padre e mia
madre?... Forse!... Conobbi il benefizio del loro amore dalle percosse e
dalla fame. Un bel giorno mi abbandonarono sopra una strada. Fui
raccattato piangente ed affamato da un saltimbanco. Orrori d'ogni fatta
videro la mia adolescenza e la mia giovinezza. Non avevo nulla di mio,
nè anco una fede di battesimo. Mi si addestrò colle percosse a far
ridere il pubblico; per molti e molti anni, non fui più che
_Pagliaccio_. Ecco la mia origine, ecco la mia vita, ecco ciò che mi
diede, ciò che fece per me questa società ch'io ora difendo, e non senza
merito mi pare.
Amarissima era, nel dir queste parole, l'ironia del suo accento e del
suo sogghigno.
Gian-Luigi stette un istante considerandolo in silenzio.
— Strano! Strano! Pensava egli frattanto. Costui, nato di miserabili,
doveva mettersi a difendere quell'ordine sociale, dal cui sovvertimento
i pari suoi non hanno che da guadagnare; mentre io doveva assalire e
minacciare quelle istituzioni che fanno la grandezza e la superiorità
del ceto da cui ho avuto origine. È un gran burlone il caso!
— E dunque, diss'egli poscia ad alta voce, siete soddisfatto della
vostra parte, e dei risultamenti dell'opera vostra? Non vi è mai venuto
in mente il pensiero che avreste fatto meglio per vostro interesse e per
la verità delle cose a prender posto nel campo nemico, e recare la
vostra attività, la vostra accortezza e il vostro coraggio a quelli che
ora combattete come avversarii? Supponete che le nostre due abilità si
fossero incontrate, poste d'accordo ed unitesi in uno scopo comune. Oh!
non vi pare che di grandi cose avremmo potuto ottenere?
Barnaba scosse il capo.
— Prendendo una falsa strada, dove volete che si arrivi se non ad un
precipizio?..... E per quella strada della ribellione sociale ho
cominciato ancor io... Anch'io fui un giorno un eslege, posto al bando
dal Codice Penale... Ed io pure pensai allora di gittarmi a capofitto
nella demoniaca baraonda dei ribelli sociali. Sapete che cosa me ne
trattenne? Fu l'odio che avevo contro il mio carnefice il saltimbanco.
Quell'uomo mi aveva non solamente torturato e guasto il corpo, ma
insudiciata, invelenita, adulterata, deturpata l'anima. Ogni fiore di
soave e dilicato affetto che vi spuntasse, egli l'ha inesorabilmente
schiacciato e calpesto. L'uomo in generale ed il povero, il plebeo in
particolare, mi apparve in lui la più trista creatura, un mostro da' più
turpi istinti, dalle più infami tendenze, una belva feroce che doveva
esser domata. L'onestà in me naturale si suscitò nell'orrore che provai
per quell'abbiezione in cui non la mia volontà, ma le circostanze mi
avevano precipitato, per quella scellerata corruzione del volgo che
s'incarnava per me nella persona di quel miserabile. Preferii passare
nella schiera dei domatori che rimanere in quella delle belve. Mi parve
che in ogni scellerato ch'io concorressi a far punire vendicassi ancora
la mia innocenza, la mia infanzia, la mia debolezza conculcate da
quell'iniquo. Non mi sfuggì nessuna delle ingiustizie dell'attuale
società: ma mi domandai spaventato che sarebbe dell'umanità, che sarebbe
del mondo, se un giorno prevalessero mai contro l'ordine stabilito le
scellerate passioni, le rozze nature e i brutali impulsi della plebe. Mi
posi per convinzione e a poco andare per diletto a quell'opera cui avevo
intrapresa dapprima per necessità. L'ardore della lotta e il
soddisfacimento del trionfo si aggiunsero a determinare viemmeglio la
mia vocazione... E chi meglio di voi rappresentò mai il genio del mal
sociale che noi siamo chiamati a combattere?
Il _medichino_ crollò il capo con sulle labbra un sorriso da incredulo.
— Gli è dunque per solo amore del vostro mestiere che voi foste così
implacabile mio cacciatore. È un bel zelo. Ed ora godete del vostro
pieno trionfo. Io sono condannato a morte; e voi siete venuto a gioire
della dolcezza di mirare in volto un uomo che avete tratto fino ai piedi
del patibolo. Non avete più nulla da desiderare nè da operare...
— No: interruppe Barnaba: l'opera mia a vostro riguardo non è ancora
finita. Io sono risponsabile della vostra persona fino all'ultimo. Ho da
consegnarvi _vivo_ alle mani del boia.
Gian-Luigi ebbe un lieve sussulto e lanciò al suo interlocutore uno
sguardo che era una saetta di fuoco; Barnaba lo sostenne immoto.
— Questo pensate che eziandio vi riuscirà; e veramente gli è ora il più
facile.
— Penso che voi tenterete ogni cosa per sottrarvi a quell'onta; ma io
veglierò....
Gian-Luigi ebbe nello sguardo un'espressione di ferocia da sbigottire
chiunque, e nella fronte gli si disegnò la ruga caratteristica del suo
furore.
— Non avete immaginato ch'io vi potrei strozzare qui stesso in questo
momento? diss'egli coi denti stretti.
Barnaba d'un balzo fu all'uscio a cui non si erano tirati i paletti, e
socchiudendolo lasciò vedere che quattro uomini stavano là appostati.
— Vedete se non ci ho pensato! diss'egli rabbattendo di nuovo l'imposta.
— Sta bene! Tutte le carte buone sono nel vostro giuoco. La società è
ben felice d'avere in voi un così previdente ed appassionato difensore.
Vi si darà una _gratificazione_.
Ciò detto il _medichino_ volse le spalle a Barnaba, come per significare
che non aveva nulla più da chiedergli nè da dirgli e che non desiderava
più nulla a lui si chiedesse o si dicesse.
Barnaba tuttavia non si partì; sembrava che alcuna cosa ancora gli
rimanesse da dire, ma fosse di un argomento cui ripugnasse
dall'abbordare.
Gian-Luigi di colpo fu preso da un'idea, che si può dire un
indovinamento. Si ricordò delle lunghe fermate di questo cotale sotto
alle finestre della casa abitata dalla Zoe, e dell'impressione che in
lui aveva creduto notare una volta al nome di quella donna. Gli si voltò
di bel nuovo ad un tratto e gli disse osservandolo bene:
— Voi dunque avete incominciato coll'abbandono dei vostri parenti, per
esser vittima d'un malvagio saltimbanco? È una strana rassomiglianza dei
vostri casi con quelli della celebre cortigiana, la Zoe.
A questo nome un lieve scotimento, un batter di ciglia manifestarono
un'interna impressione; fu mossa lievissima, ma Gian-Luigi la scorse.
— Voi la conoscete? domandò egli.
Barnaba esitò un momento.
— No: rispose poi con voce dimessa.
Stettero in silenzio per un poco ambedue, guardandosi come prima entro
gli occhi: ma questa volta Barnaba dopo alquanto chinò i suoi.
— Quella donna vi ama di molto: diss'egli quindi con una falsa
indifferenza nell'accento.
— Sì: rispose con alquanto d'enfasi il _medichino_.
— So che ha tentato di tutto per salvarvi; e la si lusinga vanamente che
la protezione del suo Principe valga a qualche cosa.
— Per giovarmi quella donna darebbe ogni cosa che possiede, e se
stessa....
Gian-Luigi s'accorse d'un nuovo sussulto di Barnaba tostamente represso.
— Ella s'è rivolta a demoni ed a santi di sicuro.... Mi stupisco che la
non sia venuta a cercare anche di voi.
L'emozione sempre validamente contenuta di Barnaba divenne tuttavia
ancora più visibile.
— No: diss'egli colla voce sorda: da me non è venuta.
— E se ci venisse?
— Ascolterei quello che la mi domanderebbe.
— E fareste?
— Ciò che mi permette il mio dovere.
— Ella desidererà certo vedermi e parlarmi....
— È impossibile.
— Forse la eloquenza di lei, se l'ascoltaste, saprebbe convincervi che
un uomo come voi può eseguire quest'impossibilità senza violare nessuno
dei suoi doveri.
Barnaba non aggiunse verbo, ed accennò ritirarsi.
— E la conclusione del nostro colloquio? gli domandò ironicamente
Gian-Luigi quando era già sulla soglia.
— Nessuna: rispose con tono di trionfo il poliziotto: oppure se vi piace
meglio, che voi siete un'altra volta sconfitto, ed io esco di qua con
una nuova vittoria. Io vi ho letto nell'anima; voi volevate penetrare
nel mio segreto, ed io parto di qua ancora un enimma per voi.
Uscì dopo queste parole.
— Un enimma! mormorò il _medichino_, guardando l'uscio che si era chiuso
dietro di Barnaba. Ne ho ben travisto il motto, ma lasciamogli credere
di no... Ah perchè Zoe ha obliato di rivolgersi a costui?..... Egli era
forse l'uomo da salvarmi.
E la _Leggera_ allora appunto pensava precisamente a riparare
quell'oblio.
Gian-Luigi aveva perfettamente indovinato il pensiero della Zoe: ella,
uscita appena dalla sala in cui aveva udito condannato a morte il suo
amante, s'era messa tosto all'opera per ottenere licenza di poter
parlare col _medichino_. Per prima cosa, come facilmente si può
indovinare, erasi recata dal Principe. Questi, a cui ella di frequente
ricordava la fattale promessa, la qual cosa cominciava ad essergli
uggiosa, l'accolse e le rispose colle mostre dell'impazienza e del
fastidio; al che la non troppo mite natura della cortigiana contrappose
lo sdegno e la minaccia. Badasse bene S. A. R. a non dimenticare il
giuramento che a lei aveva fatto, imperocchè se fosse per mancarci mai,
ella era tal donna da farne pagare al traditore, tuttochè principe, il
fio. Il Duchino sorrise, e volendosene liberare le diede tutte le
assicurazioni ch'essa volle e la congedò. Ella attese tutto il giorno e
tutta la sera il permesso di visitare il condannato, e non vedendolo
arrivare ed essendo corsa a palazzo per sollecitare, per richiamare
ancora il Principe all'esecuzione della fatta promessa, trovò che S. A.
aveva dato ordine non la si lasciasse più penetrare sino a lui.
Allora si ricordò di Barnaba, e volò alla carcere, domandando di
potergli parlare. Il sotto-ispettore la fece aspettare un quarto d'ora e
poi ordinò la s'introducesse in sua presenza.
La camera in cui la Zoe fu condotta non era illuminata che da una
lucernetta, i cui raggi erano ripercossi in giro da un coprilume.
Barnaba nascondeva la pallidezza della sua faccia nell'ombra che
stendevasi tutt'intorno a quel cerchio di luce riflesso dal cappelletto
della lampada.
— Signore, disse la cortigiana senza esitare, senza preamboli, senza
preparazione veruna, voglio vedere Luigi, e Lei può concedermi questo
favore... Non mi dica di no: lo so: e di ciò la prego, come chi crede
prega Iddio e la Madonna..... Bisogna ch'io lo veda stassera
medesima..... Ci sono mille incombenti da fare per ottenerne
regolarmente licenza... Non ho tempo..... Sono venuta da Lei..... Ella
ci ha fatto tanto male; ci faccia questo po' di bene... Le giuro ch'Ella
non sarà compromessa per nulla..... Nessuno ciò saprà mai..... si tratta
di un condannato a morte... d'un infelice che non ha più che un giorno
da vivere..... Lasci che un'amica, forse la sola che gli è rimasta,
possa recargli alcun conforto... Io glie ne sarò grata eternamente...
Nella mia debolezza di donna ho forse più influsso e potenza che altri
non creda; farò di tutto per esserle utile; qualunque cosa la mi
chiedesse io sarei pronta a fare per Lei.
La _Leggera_ pronunziò tutte queste parole colla foga della passione, e
con una certa impazienza della risposta; quando si tacque, attendendo la
decisione di quell'uomo, ella vide nell'ombra luccicare stranamente gli
occhi di lui ed udì una voce soffocata dirle con un tremore d'emozione:
— Qualunque cosa?..... Ella farebbe qualunque cosa per me?
Zoe era troppo esperta degli uomini per non comprendere tutta la
significazione di quello sguardo e di quell'accento: si trasse indietro
d'un passo, e parve sulla sua fisionomia accennarsi un sentimento
d'indignazione: ma fu un momento fugacissimo soltanto; si riaccostò a
quell'uomo, e levando verso di lui il suo fronte senza pudore,
guardandolo co' suoi occhi di cortigiana, gli disse con impudente
franchezza:
— Faccia Ella quel ch'io voglio; ed io farò quel che vuol Lei.
Barnaba si coprì colla mano gli occhi, come se quello sguardo della
donna gli fosse penoso, e stette un istante in silenzio; quando poi
abbassò la destra disse alla Zoe, schivandone la vista come se avesse
paura di guardarla:
— La sa che l'avvocato difensore è ricorso alla grazia sovrana, e il
_medichino_ avrà forse ancora due giorni di vita?
— Voglio vederlo stassera, subito: esclamò la _Leggera_.
Venne presso presso a lui, gli pose una mano sul braccio, e lo fulminò
colle fiamme più accese del suo sguardo promettitore di voluttà.
— E voglio parlargli da sola a solo: soggiunse abbassando la voce ed
assumendo un tono carezzevole come si farebbe per una confidenza
amorosa.
Un brivido corse per tutte le fibre di Barnaba. Tolse il suo braccio dal
contatto della mano di lei, e si fece in là; atterrò gli occhi e stette
immobile e muto nell'atto di una profonda meditazione.
— Quanto lo ama! pensava egli. Ebbene voglio udire una volta che accenti
ha sulle labbra d'una donna un amore come questo; vo' darmi questo
spasimo, io che non fui, che non sono, che non sarò amato mai!...
— Che cosa mi rispondete? domandò Zoe impaziente.
— Comincierò ad attenere i patti da parte mia: farò quel che volete voi,
e voi vi ricorderete la vostra promessa..... Parlerete da sola col
condannato.
Due minuti dopo, il _medichino_ veniva introdotto in quella stanza dove
la _Leggera_ era rimasta sola; ma Barnaba trovavasi appostato in un
segreto stanzino fatto a bella posta ed in modo che tutto quanto poteva
udirsi di quello che si dicesse nella camera del colloquio anche a
bassissima voce, e tutto pure poteva scorgersi di quanto vi avvenisse
per certi bucherelli con arte nascosti.
Ed ecco ciò che Barnaba vide ed udì.
Il _medichino_ entrò colla sua solita aria di superba indifferenza; ma
appena lasciato solo colla donna, questa gli si gettò al collo con
indicibile espansione d'amore, rompendo in lagrime ed altro non potendo
dire che chiamarlo per nome; e la faccia di lui espresse allora una
riconoscente e commossa tenerezza, mentre con qualche calore rispondeva
agli abbracci di lei.
— Calmati, calmati: diss'egli poi; qui conviene por tosto a profitto il
tempo che ci viene lasciato e che temo pur troppo non sarà lungo. Lo
sapevo che tu avresti compreso il mio sguardo e saresti venuta: lo
sapevo che avresti saputo superare ogni ostacolo.... Tu hai sedotto il
misterioso poliziotto....
— Venni a pregarlo, ed egli accondiscese....
— In esso avevamo uno strumento in nostro vantaggio, e non l'abbiamo
saputo adoperare...... Quell'uomo ha per te una passione tanto più
forte, quanto più è nascosta.
Barnaba nel suo ripostiglio trasalì, strinse i pugni da piantarsi le
unghie nella carne delle palme e si morse le labbra.
— Parliamo di noi, Luigi, parliamo di te.
— Sì: è quello appunto ch'io voglio.... L'hai udita la fatale
parola...... Per me la è finita... Ma ad ogni costo io non vo' salire
l'infame scala dell'infame patibolo, e tu mi ci hai da sottrarre..... Tu
sola lo puoi oramai, e confido in te sola.
— Hai ragione, ed io ti salverò: son venuta apposta per dirtelo.... No,
non credere che tu abbia da morire.... È impossibile. Piuttosto darei
fuoco alla città..... Quel Barnaba mi ama; ebbene me gli venderò a
prezzo della tua fuga.... Il Principe è un infame..... ma pure mi ha
giurato che t'avrebbe salvo..... Andrò a ricordargli il suo giuramento
in mezzo a tutta la Corte.... Andrò a gettarmi ai piedi del Re, ed esso
ti accorderà la grazia....
Il _medichino_ scuoteva tristamente il capo.
— No, diss'egli, la fuga è impossibile, la grazia non la voglio: questa
mia vita è giunta proprio al suo termine, così dev'essere, e così mi
piace che sia. Prima ancora della sentenza dei giudici io mi era
condannato da me medesimo alla morte; ma questa non ha da essere lo
spettacolo d'un volgo feroce, che accorra a bearsi, come ad una festa,
della mia ignominiosa agonia; l'ultimo mio sguardo non ha da fermarsi
sopra una fitta di faccie avidamente tese da una curiosità infame. Vo'
liberarmi da onta siffatta, e sei tu che devi recarmi questa libertà.
Pose le sue labbra sull'orecchio della Zoe, e timoroso che altri potesse
udir mai, le parlò così sommesso che a Barnaba non giunse più che un
bisbiglio confuso: le parlò a lungo, ed ella mostrò orrore, ripugnanza,
parve riluttare, scongiurare; ma all'insistenza calorosa di lui finì per
cedere.
— Ebbene, si lasciò ella sfuggire di poi a voce abbastanza alta da
essere intesa. Se non ti potrò recare la salvezza, farò quello che vuoi.
— Ricordati che di grazia non ne voglio!.... Ti attendo adunque
all'estremo momento... Tu me lo prometti sull'anima tua?
— Te lo giuro.
— Ed io ti benedirò per quell'ultimo bacio.
Zoe gettò le braccia al collo di lui, ed appoggiando il viso al petto
ruppe in pianto, e pianse a lungo disperatamente, mentr'egli con amorose
parole cercava confortarla. Non era più la vile cortigiana, era la donna
che ama. Egli chinò il volto sul capo di lei e le susurrò colla sua voce
incantevole dolcissime parole d'amore. Quella loro mutua, tenera
effusione fu interrotta ad un punto dallo scalpito d'un passo: si
voltarono e videro la scialba figura di Barnaba dritta sulla soglia.
Luigi si sciolse dall'amplesso di Zoe, e disse freddamente:
— Il nostro colloquio ha da esser finito.... Addio e coraggio: è tempo
di separarci.
— Di già? esclamò la donna addolorata; e volgendosi verso Barnaba, gli
domandò: è egli vero? Voi venite a disgiungerci?
Il poliziotto fece gravemente cenno di sì.
— Ma vi lascierete tuttavia impietosire dalle mie preghiere, e ci
concederete ancora un po' di tempo, una mezz'ora solamente, un quarto
d'ora?
Barnaba scosse la testa in segno inesorabilmente negativo.
La _Leggera_ avrebbe forse pregato ancora: ma il _medichino_ non gliel
permise.
— È superfluo insistere: diss'egli vivamente: separiamoci.... E tu, Zoe,
ricorda le mie parole!... Conto assolutamente su di te per l'ultimo
addio, per l'ultimo amplesso!
Pronunziò queste parole con ispeciale espressione, e senza volgere a
Barnaba uno sguardo, nè un cenno, camminò verso l'uscio, dove comparvero
i soliti quattro secondini.
— Sia ricondotto alla sua carcere, comandò il sott'ispettore.
Zoe e Gian-Luigi scambiarono ancora uno sguardo in cui mille cose si
contenevano, e il prigioniero scomparve nell'oscurità del corridoio, in
cui metteva l'uscio di quella stanza. S'udirono per un poco i passi di
lui e de' suoi accompagnatori suonare cupamente sotto le vôlte, poi
tutto ridivenne silenzioso come la tomba.
Barnaba e la Zoe erano di nuovo faccia a faccia e soli in quel silenzio
notturno.
Ambedue avevano ancora qualche cosa da dirsi e capivano che una maggiore
spiegazione era necessaria fra di loro, e provavano una difficoltà
grandissima a trovar le parole.
Fu Barnaba che incominciò. Venne presso alla donna e le disse con voce
sommessa, come se avesse vergogna egli stesso d'udire le sue parole:
— Io feci quel che voleste; a voi ora il mantenere la vostra promessa.
La cortigiana lo guardò con un superbo disdegno.
— Voi volete per un picciol merito un troppo ghiotto compenso.
Ad un tratto cambiò espressione di fisonomia e d'accento, prese
vivamente le mani di Barnaba, le strinse forte, ed accostando a quella
di lui la sua faccia illuminata dal più vivo riflesso d'una fiamma che
parea quella dell'amor sensuale, le sue pupille brillanti d'una luce
diabolicamente affascinante, gli susurrò con tono di violenta passione:
— Salvatemelo..... fatelo fuggire..... ed io vi darò tutte le voluttà
del paradiso... e dell'inferno...
Barnaba chiuse gli occhi per sottrarsi all'ardenza di quella vampa
seduttrice; tutto l'esser suo fu riscosso fino nell'intimo; le guancie
gl'impallidirono per la soverchia emozione. Liberò quasi con isgomento
le sue mani da quelle di lei, e se ne allontanò palpitante senza avere
per un poco fiato e forza a rispondere. Ella accennò voler muovere un
altro assalto e rinnovare la sua tentazione; ed allora egli con un gesto
le comandò si ristesse e con voce commossa, senza guardare verso la
donna, così parlò:
— Codesto è inutile mi domandiate... Non posso acconsentirvi..... e non
voglio..... E voi sarete mia pur nullameno.
Zoe fece un risoluto segno di diniego: ed egli con forza:
— Sì, sarete mia, ripetè, se pur non volete vedere salire sul patibolo
infame l'uomo che amate, se pur volete mantenere il solenne giuramento
che a lui avete fatto qui stesso testè.
Quell'uomo in dire queste parole s'era tutto trasmutato: l'incertezza,
quell'esitazione che pareva una timidità, quella specie di contegnoso
riserbo che aveva avuto sino allora, erano affatto spariti; la maschera
di umiltà, di sommessione e di apatia che soleva tenere sul volto eragli
caduta, e nei lineamenti, che direi commossi e frementi, appariva pur
finalmente la violenza della passione tanto tempo contenuta e soffocata.
La _Leggera_ fu sovraccolta, quasi sbigottita da questo cambiamento, da
questa rivelazione d'un uomo nuovo in colui, d'un uomo, quale ella non
aveva ancora mai sospettato sotto quelle fredde apparenze.
— Qual giuramento? balbettò ella, quasi non sapendo che dirsi nella sua
attonitaggine.
— Avete giurato di recargli la morte per sottrarlo alle mani del boia...
E s'io voglio che queste mani infami si prendano la vita di
quell'avvenente che voi amate, nulla lo potrà sottrarre a tal
destino..... Che voi possiate penetrare ancora presso di lui dipende in
tutto e per tutto da me.
— Voi ci avete spiati! esclamò la donna, che si sentiva dominare da
quella nuova forza che le si rivelava.
Barnaba contrasse la faccia turbata in un amarissimo sogghigno.
— Sì: rispose crudamente: è il mio mestiere..... E voi gli è da anni che
seguita cautamente il mio spionaggio... Dacchè, tornato in paese, mi
avvenne di vedervi... bella, più bella e desiderabile che mai...
brillante, famosa, corteggiata da tutti, comperata dai più ricchi.....
— Signore!
— Oh quante volte volli presentarmi a voi, e mai non n'ebbi ardimento:
quante volte volli venirvi a dire come vi amassi e vi odiassi, quanto vi
desiderassi e vi disprezzassi, e nol feci, sapendo mi avreste fatto
scacciare come un miserabile... Allora sognai meco stesso di far
giungere un momento, in cui voi avreste avuto bisogno di me, avreste
dovuto supplicarmi, dipendere dal mio volere.... E questo momento è
venuto.
Zoe guardava quell'uomo con uno stupore che toccava alla paura.
— Ma chi siete voi? domandò. Che cosa vi ha di comune fra noi? Che
pretendete da me?
— Chi son io? esclamò l'uomo. Guardatemi bene!
Diede un colpo al coprilume e lo fece cadere per terra: tutta la luce
della lampada percosse la faccia tormentata di quell'individuo, a cui
sarebbe stato impossibile assegnare un'età precisa.
— Mi riconoscete? domandò egli, avanzando il suo volto verso di lei.
— No: rispose la cortigiana, che lo guardava con occhi sbarrati e con un
segreto turbamento che non sapeva spiegare a se stessa.
Barnaba sorrise amaramente.
— È giusto... Che cos'è un uomo che per voi ha commesso un delitto, che
ha affrontato la forca per voi, che si è condannato ad un'intera vita
d'abiezione per voi?... Egli non merita pure un posticino di memoria
nella vostra anima di donna.... Non è vero, Martuccia?
All'udire questo suo antico nome, da lei medesima quasi obliato, fu un
vero spavento che assalse la cortigiana, come se vedesse innanzi a sè
sorgere uno spettro: ed era in vero lo spettro del suo lontano passato
che le compariva in quell'enimma di uomo.
— Voi conoscete quel mio nome!... Ma chi siete dunque?
— Mi domandaste che cosa vi ha di comune fra di noi? C'è un orribile
vincolo che ci lega: un delitto, il sangue d'un uomo ucciso per vendicar
voi e me...
Allora essa lo riconobbe finalmente; gettò un grido e chinandosi verso
di lui a guardarlo meglio, esclamò:
— Gran Dio! Voi siete _Pagliaccio_?
— Son quello... Sono il compagno della vostra infanzia, il compartecipe
dei vostri tormenti d'allora; il testimonio all'assassinio della vostra
innocenza.
Quella donna indurita al vizio, incallita oramai alla corruzione, al
rievocare di tal memoria si coprì colle mani la faccia.
L'antico pagliaccio continuava:
— Che cosa pretendo da voi?... Voglio della vostra beltà che fino dalla
prima giovinezza, fino dall'adolescenza ha posto nel mio sangue un
ardore insensato di desiderio... Voi non sapete, non potete pure
immaginare quanto io vi amassi fin d'allora, quanto io vi abbia sempre
amata di poi, quanto vi ami tuttora!..... Nelle taciturne meditazioni a
cui m'abbandonava durante la nostra miserabile vita nomade di
saltimbanco, quai sogni di felicità io faceva con un destino che ci
fosse comune, in cui tutte avrei impiegate le forze dell'anima mia a
procurarvi una tranquilla esistenza!... Quando lo scellerato nostro
padrone vi fece quell'empio oltraggio, l'amor mio non isminuì di forza,
ma cambiò natura: diventò men puro e forse anche più violento... Avrei
voluto dapprima che voi foste morta di dolore e di vergogna per
quell'orribile attentato... Vi avrei seguita ancor io nel mondo dei
morti, ve lo giuro..... Poi venni a desiderarvi con furore, con
frenesia.... Quante volte non pensai ricorrere ancor io alla violenza, e
poi uccidervi ed uccidere me sul vostro corpo palpitante!.... Il
pensiero dell'omicidio era entrato nell'anima mia, e mi possedeva come
uno spirito maligno: non potevo sottrarmegli.... Quel che avvenisse
spero non avrete obliato..... Quando vidi precipitare a terra morto
quell'uomo, non un rimorso, non un rincrescimento mi nacque nell'anima;
non pensai che a te! Fu allora soltanto che il tumulto della passione
che mi fremeva nell'anima ebbe un primo, solo e fuggitivo sfogo: corsi
da te, ti afferrai, ti strinsi in un amplesso fremente, ti baciai sulle
labbra. Tu non te lo rammenti più quel bacio!.... Io l'ho portato meco
come una sacra reliquia, come l'unico dolce tesoro della mia vita... Se
tu allora fosti venuta meco, com'io ti dissi, che sarebbe stato di me,
di noi? Chi lo sa? Forse ora tu non avresti l'infamia della cortigiana,
ed io quella della spia..... Ah! non ti accuso, nè mi lamento, nè
rimpiango nulla.... Se più non t'avessi rivista, sarei forse vissuto
tranquillo nella ignominia del mio mestiere..... Ma la fatalità volle
mettermi di nuovo fronte a fronte con te.
Tacque un istante, come oppresso dal peso di queste memorie: essa, la
Zoe, nella quale un'ardente curiosità, un vivo interesse s'erano desti,
afferrò il braccio di lui e dissegli con calda sollecitazione:
— Dove? dove? dove e quando mi hai tu riveduta? E nel frattempo che era
egli avvenuto di te?.... Oh dimmi tutto..... Non è vero ch'io ti abbia
obliato, povero mio Pagliaccio: tu fosti l'amico della mia infanzia, un
fratello per me, fosti l'unico amico ch'io abbia avuto nella vita....
Quante volte t'ho ricordato, sai, e desiderato rivederti, od almeno
sapere di te!
— Ebbene sì, ti dirò tutto: rispose Barnaba dopo un istante di silenzio
in cui parve occupato a domare la sua emozione e concentrare le sue
memorie. Questo mio passato l'ho tenuto chiuso finora sempre nell'anima
mia, senza lasciarne scorgere pure un segno, pure una traccia ad occhio
altrui. Ora in tua presenza, insieme colla passione, lo sento
traboccare. Ascoltami e impara a conoscermi.
«Fuggii senza saper dove.... Non recavo impresso nel mio cervello il
grido soffocato dalla morte dell'assassinato padrone, ma quello di
stupore uscito dalle tue labbra rosse quando t'afferrai ad un tratto
nell'amplesso violento: non avevo nella mente e nell'anima il ricordo
del mio delitto, ma quello del bacio ardente che ti aveva stampato sulla
bocca.... L'istinto non la ragione mi faceva nascondere la mia persona e
i miei passi ad ogni vista d'uomo. La ragione in me era compiutamente
smarrita in quel tempo: vivevo come in un delirio continuo. Mi
nascondevo il giorno, viaggiavo la notte: i miei alimenti li rubavo con
miracoli indicibili di audacia e di destrezza. Venni giù lungo il Po,
seguitandone il corso, ignaro de' luoghi, senza scopo altro che quello
di fuggire. Alla fame che mi toccava sopportare, ero già da tempo
avvezzo. Giunsi finalmente presso Ferrara, e là fui arrestato. La
polizia pontificia nelle cui mani caddi, sfinito, affamato, presso a
terminare i miei guai colla vita, mi tenne parecchi mesi in carcere
senza curarsi altro di me; un giorno il carceriere annunziò ai suoi
superiori ch'io stava per morire, e in un momento di pietosa ispirazione
di qualche direttore fui trasportato all'ospedale.
«Ad un prete che mi venne intorno per farmi pensare all'anima, dissi
tutto. Questo tale che aveva ingerenza nella Polizia vide in me una
certa tenacia di propositi, una forza di volontà, onde avrebbe potuto
vantaggiarsi il Governo papale; ne parlò al cardinale legato, e quando
la robustezza della gioventù e la mia cattiva sorte mi trassero a
risanare, venne dalla parte dell'autorità a farmi la proposta seguente:
«mi mettessi al servizio della Polizia pontificia e sarebbesi ignorato
sempre il mio passato e datomi i mezzi di vivere agiatamente; se
rifiutassi sarei cacciato di là della frontiera e consegnato, come
micidiale che ero, al Governo Sardo.»
«Non mi venne pure in mente di rifiutare: ed anzi mi parve quella una
ventura. La mia vita anteriore non era tale da darmi scrupolosità
nessuna circa i mezzi di guadagnarmi la vita. Il nostro padrone m'avea
ispirato un tal odio contro gli scellerati miserabili, che mi sorrideva
in pensiero di dar loro la caccia, parendomi che col perseguitare altri
sciagurati uguali al saltimbanco, avrei continuato ancora la mia
vendetta. Fui accanito nemico di ladri, assassini e liberali; fui
tutt'insieme spia, sgherro, agente provocatore....
Zoe fece un moto quasi di ribrezzo.
— Ah! non inorridire.... e non meravigliare se io ti dico ciò senza la
menoma vergogna.... Abbandonati a noi, coll'infanzia che avevamo
passata, che cosa si poteva diventare se non quello che siamo?... Tu una
meretrice, io.... quel che dissi.... E di me non ho vergogna, e te non
accuso. Siamo un effetto fatale delle circostanze.
«Ebbi la fortuna di rendere importanti servigi e progredii nella
intrapresa carriera. Fui chiamato a Roma a quell'uffizio centrale, e
colà sarei rimasto assai facilmente per sempre, se tu non ci fossi
venuta, se non ti avessi rivista.
«Entrai un giorno nell'anfiteatro dove avevano luogo le rappresentazioni
d'una compagnia equestre venuta dall'Alta Italia. Avevo udito parlare
come di una vera meraviglia dell'agilità, della grazia e insieme della
forza e del coraggio d'una saltatrice, fra le attrattive della quale non
era ultima e meno efficace quella d'un'originale e potente bellezza.
Tutta Roma se ne occupava: dicevano le male lingue che parecchi
monsignori facevano omaggio del loro cuore e dei loro denari a quella
figliuola d'Erodiade mandata dall'inferno per la loro perdizione. Io di
donne non mi davo punto pensiero. Era questa anzi una delle mie forze:
su di me venivano a spuntarsi le seduzioni delle Sirene, come le vere
lagrime delle oneste fanciulle. Era il tuo pensiero che mi premuniva. I
sensi e l'anima, tutto avevo assorto nella memoria dell'esser tuo;
nessuna mi aveva riprodotto, che? adombrato nemmeno dinanzi quel tipo di
cui mi rimanevi nella mente la più perfetta espressione. Entrai in
quell'anfiteatro affollatissimo di gente ansiosamente aspettante senza
il menomo stimolo di curiosità; quella sorta di spettacoli anzi mi
ripugnava; ogni qual volta trovavo di quei saltimbanchi ambulanti, de'
quali ero stato uno ancor io, me ne allontanavo con ripulsione; essi mi
ricordavano le mie sofferenze infantili e il mio delitto; se non ci
fossi stato tratto per ragion di servizio, forse nemmeno in quel circo
di Roma non ci sarei entrato mai.
«Il popolo della città eterna è ancora quello dell'antico tempo,
appassionatissimo per siffatti spettacoli. Una fitta immensa di teste
coronava a varii ordini l'arena su cui piovevano torrenti di luce, e
dove, per divertir quella plebe censita e non censita delle povere
creature si esponevano a rompersi il collo ogni momento nei più
arrischiati salti e giuochi di equilibrio sul dorso di cavalli correnti.
Ne li compensava un entusiasmo strepitante che si manifestava in
applausi clamorosissimi e senza fine. Io mi sentiva all'infuori di
quell'ardore comune che possedeva tutto quel pubblico; mi trovavo
isolato in mezzo a quella folla, ed anzi un velo di mestizia veniva a
stendersi sulla mia mente e sull'anima mia. Ad un tratto a quel
fragoroso pandemonio di voci, di grida, di battimani, di urla, successe
un profondo silenzio, un silenzio quasi religioso. Era stata condotta
nell'arena una cavalla bianca a dorso nudo, ornate le briglie di mappe e
nastri svolazzanti color di rosa.
« — È la _Leggera_, vien la _Leggera_: udii mormorare intorno a me, e
tutte le faccie si tesero verso il circo, e corse per tutta l'assemblea
un fremito di piacere, come in anticipazione di quello cui ognuno si
riprometteva.
«La tenda che pendeva alla porta per cui entravano nel circo gli artisti
fu vivamente scartata: la musica fragorosa di stromenti d'ottone intuonò
una marcia vivace, e con un salto prodigiosamente leggiero e grazioso si
slanciò e fu in mezzo all'arena una donna. Ebbi lo sbarbaglio negli
occhi, credetti sognare, mi dissi che quella forma che m'ero vista
volare dinanzi nello scintillio dei lustrini del suo abito elegante da
rappresentazione era una chimera della mia fantasia, era una visione del
cervello malato sempre fisso nel pensiero d'una persona. In quella
silfide avevo riconosciuto te, Zoe.
«Tutto il teatro era scoppiato in un tuono tale d'applausi, che
chiamarli furibondi è dir poco. Tu t'inchinavi sorridente con grazia un
po' superba, facendo cenni di ringraziamento col pome d'argento del tuo
frustino; poi d'un balzo, senz'aiuto, fosti seduta sul dorso del tuo
cavallo che s'impennava impaziente, contenuto al morso da uno scudiere,
raccogliesti nella tua piccola mano nervosa le briglie bianche, e colla
tua voce chiara, argentina, che giunse fino a me distinta ed armoniosa
in mezzo a tutto quel baccano, gridando: «hop! hop! lasciate andare» ti
slanciasti di botto al galoppo per l'arena.
«Avevo riconosciuto la tua persona, avevo riconosciuto la tua voce: eri
tu, ma come diversa, essendo pur sempre la medesima! Eri tu, ma completa
nella tua bellezza, perfetta nella potenza delle tue attrattive, cinta
di quell'aureola di splendore che conveniva all'esser tuo, superba dello
sfoggio della tua luce. Facesti due giri seduta sul dorso del cavallo,
poscia, senza che ti si vedesse pure fare il balzo, tanto fu leggero il
tuo movimento, fosti dritta in piedi sul destriero sempre al galoppo. Le
tue forme così perfettamente belle si disegnavano in modo spiccato e
preciso nella luminosa infuocata atmosfera di quell'ambiente; le tue
chiome d'oro, in cui erano frammisti fiori di color di fuoco,
svolazzavano all'aria come raggi di sole intorno al tuo capo; il seno
anelante pareva pieno di desiderii e li eccitava rabbiosamente in
altrui; le labbra rosse, i denti bianchissimi erano tutta una voluttà
nel tuo sorriso; gli occhi saettavano scintille. Ogni atto, ogni mossa
era una grazia, una bellezza artistica, un incanto. Tu affrontavi ogni
più rischioso passo e lo superavi sorridendo: parevi aver domato il
pericolo ed averlo fatto tuo schiavo. Si trepidava, si palpitava, si
gioiva acremente a vederti. Tutte quelle migliaia d'occhi maschili ti
divoravano, migliaia e migliaia d'ardori ti possedevano colla fantasia.
«Ed io?..... Tu mi turbinavi dinanzi come una visione. Il cuore mi
doleva nel petto pel battere disordinato e violento. Tutto l'esser mio
aspirava a te. Mi pareva impossibile che tu non dovessi sentire in mezzo
a tutta quella folla l'effluvio della mia volontà, il trasporto verso te
dell'anima mia... Che ti dirò di più? Uscii di là ebbro, la mente
sconvolta, pazzo..... Quante follie non immaginai!..... Presentarmi a
te, farmiti conoscere, e rapirti, tornare al mio antico mestiere ed
arruolarmi in quella compagnia ancor io... In quel troppo tumulto della
passione così vivamente ridestatasi avrei certo commesso qualche follia;
ma giusto allora per ragioni di servizio fui allontanato da Roma. Non
ebbi la temerità di disubbidire; e quando fui di ritorno la compagnia
equestre aveva abbandonata la città, e tu eri partita con essa.
«Rimasi lungo tempo sconclusionato, triste come una giornata senza sole.
Avevo bisogno di sapere almeno di te, e ti seguii accuratamente nella
tua carriera su per le novelle dei giornali. Sentii allora come una
specie di nostalgia: era il bisogno non delle aure, del sole, della
vista del mio paese, ma il bisogno di te. Sapevo che tu eri in Piemonte;
un giorno la passione fu più forte d'ogni ragionamento: fuggii e venni
di nuovo in questa terra da cui ero stato lontano tanti anni.
«La Polizia di Roma aveva già informata quella di Torino di ogni cosa
che mi riguardava. Appena qui giunto fui preso e tratto innanzi al
Commissario Tofi. Egli mi pose innanzi il medesimo dilemma che già il
prete poliziotto di Ferrara: od essere giudicato come omicida, o farmi
suo cieco stromento. Tu eri qui, mi piaceva fermar qui la mia dimora: mi
diedi al signor Tofi.
«Cercai la tua presenza, ti ammirai da lunge, ma venirti innanzi non
ardii mai. Lasciasti l'arte tua e sfavillasti nel mondo delle
cortigiane, stella errante e più splendente delle altre: non cessai di
amarti, di desiderarti, di volerti. Compresi che presentandomi a te, io
umile, povero, oscuro, disprezzato agente di polizia, mi avresti
scacciato. La fortuna mi condusse tali circostanze, e il mio
presentimento me le aveva fatte indovinare, ed io fui accorto
cooperatore alla fortuna; tali circostanze, dico, per cui tu hai da
curvarti al mio volere — e di queste circostanze intendo trarre compiuto
vantaggio in pro della mia passione.
— E sia: esclamò con una impudente franchezza la cortigiana: questa tua
passione non offende il mio amor proprio. Ma poichè questo premio che tu
cerchi l'hai desiderato cotanto e ci dài tanta importanza — e non sarò
io di certo che te ne darò torto — lascia che almanco io ci metta un
prezzo un po' meglio adeguato. Tu ora l'avresti comperato con nulla.
— Nulla: interruppe Barnaba: e il delitto che ho commesso per te? e gli
spasimi di tanti anni?...
La Zoe gli si accostò col sorriso procace del suo mestiere e lo afferrò
ad un braccio.
— Avrai compenso di tutto, gli susurrò ponendo le sue labbra presso
all'orecchio di lui, quasi da toccarlo. Ti farò lieto e felice così che
non troverai troppo pagata la tua ventura colle disgrazie del passato...
Io voglio darti più assai che non domandi. Un'ora di voluttà, una notte
di trasporti e poi abbandonarci? No. Ciò ti basterebbe a te?..... Ma se
io ti consacrassi tutta l'esistenza? Se io volessi esser tutta per te e
sempre? Non sono una venditrice di piaceri soltanto, quale tu mi credi,
sai! Ho nell'anima tesori d'amore che non ho ancora aperti a nessuno. A
nessuno, intendi! Fu il destino che volle li riserbassi per te. Credi tu
che io abbia amato alcuno a questo mondo? Eh via! Ho conosciuto troppo
gli uomini e quindi li ho disprezzati. Io non fui per loro che un
giocattolo, che uno stromento di voluttà e di vanità la più stolta, essi
non furono per me che mezzi di guadagno... Ma tu meriti ben di meglio.
Il tuo amore così vivo, conservato a dispetto di tutto; la tua costanza,
la foga della tua passione che ora ho visto traboccarti dall'anima, mi
hanno tocca. Una donna non resiste a queste prove. Tu mi hai meritata,
mi hai guadagnata e m'hai vinta... Senti: effettuiamo quei sogni che già
fin da giovinetto tu facevi sul nostro destino; partiamo noi due soli,
per andarci a nascondere lontano lontano, fuor degli occhi di tutti a
vivere beati, per amarci soltanto. Tu benedirai la sorte e questa mia
ispirazione, te ne assicuro, saprò animarti quella solitudine, e
variarti la medesimezza de' nostri diletti. Io possedo in mobili ed ori
e gemme una ricchezza; venderò tutto, avremo da vivere agiati e sicuri.
Lo sguardo, l'accento della Zoe, il contatto delle sue mani che gli
stringevano il braccio, il caldo fiato delle labbra di lei che gli
percuoteva sulle guancie spiravano nel sangue di Barnaba un febbrile
calore che gli faceva pulsare il cuore e tumultuare il cervello. Prese
la donna alle spalle, la tenne innanzi a sè, facendole piombare negli
occhi il suo sguardo più penetrativo; e con una cupa fiamma di rossore
sulla pallidezza morbosa del suo volto, le disse:
— Tu faresti ciò per me?
— Sì: rispos'ella francamente.
— Senza patti?
— Ah no.
— A qual condizione adunque?
La _Leggera_ abbassò la voce.
— Fa fuggire Luigi.
Barnaba divenne più pallido di quel che fosse prima, le sue mani si
contrassero sulle spalle della donna, come per convulsione di spasimo,
le sue pupille saettarono uno sguardo feroce. Respinse da sè la
cortigiana e con voce sorda, ma risoluta, espressione d'una volontà
irremovibile, disse seccamente:
— No.
Poi si pose a passeggiare per la stanza, le braccia incrociate, il capo
chino, sulla fronte e sul viso l'ombra d'una fiera amarezza.
Zoe stette un istante in silenzio, guardandolo attentamente. Siccome
egli in quel punto non la vedeva, la fisonomia di lei aveva deposta
quella sembianza di tenerezza che aveva ritenuta sino allora, e vi si
scorgeva invece un'impazienza, un'irritazione, quasi una rabbia. Dopo un
poco ella riprese la maschera dell'affetto, e domandò con voce la più
soave che potesse:
— Perchè?
L'uomo si fermò di presente e si riscosse come colpito inaspettatamente
da una botta. Levò la faccia e mostrò lo sguardo malvagio ed il
sogghigno d'una spietata ironia.
— Perchè? diss'egli riavvicinandosi con passo lento alla Zoe; ah! tu mi
credi dunque tanto novellino da lasciarmi ancora invischiare in queste
panie?
Mutò ad un tratto espressione di viso e d'accento, e soggiunse con
iscoppio d'odio feroce:
— Il tuo Luigi vo' che muoia infamemente sulla forca.
La _Leggera_ mandò un'esclamazione di vero spavento.
— Ti leggo nell'anima, vedi: continuava l'antico pagliaccio. Tu mi
faresti traditore al mio dovere, e poi mi pianteresti per ricongiungerti
a colui: useresti di me come di un vile strumento, che quando ha servito
si getta o s'infrange. Non mi ci lascio cogliere, disgraziata!...
Quell'uomo che tanto ti sta a cuore, sappi che è forse l'unico al mondo
ch'io odii. Ad ogni altro ti sei venduta, non l'hai amato: il vizio
aveva preso di te tutta la materia, mi figuravo che nel fondo del tuo
essere vi fosse ancora un'anima che sonnecchiasse e potesse ridestarsi
ed espandersi ad un amore completo qual era il mio: venne costui, e tu
gli desti anche l'anima. Egli ti ha posseduta tutta, ti ha corrotto
anche lo spirito. L'odio, e morrà.
Zoe volle ribellarsi a quella feroce pressione, che tentava dominarla.
— No, esclamò con forza: io lo salverò, dovessi ricorrere a qualunque
mezzo.
— Non lo salverai, perchè di mezzi non ce n'è alcuno. Il tuo Principe
non muoverà un dito.....
La cortigiana fece un gesto di minaccia, che era una promessa di
vendetta.
— Nè alcun altro — alcun altro, capisci — troverai pronto ad
aiutarti.... Avessi tu anche un milione da gettare, non riusciresti
nell'impresa, perchè son io qui a vegliare, e non è possibile nè
ingannarmi, nè farmi cambiare di proposito.
La _Leggera_ saettò Barnaba d'un'occhiata piena di collera, tanto più
feroce, quanto più impotente.
— Tu vuoi dunque ch'io ti detesti?
— Detestami, ma piegati al mio volere.
— E tu vuoi?
— Il _medichino_ salirà sul patibolo, se io non lascio penetrare presso
di lui la morte che tu hai promesso recargli.... Or bene, la notte
ultima sua, ch'egli passerà in _confortatorio_, sarà quella delle nostre
nozze; il mattino, uscendo dalle mie braccia, ti lascierò entrare, un
momento prima del carnefice, nella cella del tuo Luigi.....
Zoe respinse inorridita quell'uomo che si era piegato verso di lei per
susurrarle queste parole all'orecchia.
— Mostro! esclamò essa; e fuggì sbigottita da quella stanza.
— Pensaci! le gridò dietro Barnaba: non ci hai più che un giorno. Domani
probabilmente la domanda di grazia sarà respinta, e i condannati saranno
messi in _confortatorio_; domani sera attendo un tuo cenno.....
La donna era uscita e correva raccapricciando per gli oscuri e freddi
corridoi della carcere, e il guardiano che le doveva aprire poteva a
mala pena tenerle dietro.
Ma l'odio di Barnaba aveva calcolato giusto: nissuna possibilità di
salute era oramai pel _medichino_; invano Zoe tentò ogni via; dovette
convincersi che altro ella non poteva far più per lui che procurargli
l'invocato mezzo di sottrarsi all'infamia del supplizio. Prese tutto
l'oro che possedeva e corse da un farmacista di cui aveva da tempo
speciale conoscenza. Ebbero insieme un lungo e segreto colloquio; poi il
chimico si ridusse solo nel suo laboratorio e la donna partì; ma verso
sera questa tornò e si ridussero di nuovo a segreto abboccamento la
cortigiana e lo speziale. Quando uscì dalla bottega, la Zoe aveva la
faccia pallida, gli occhi turbati e le mani tremanti.
Il ricorso per la grazia era stato respinto: i condannati alle dieci del
mattino erano stati introdotti in _confortatorio_: la sentenza di morte
doveva essere eseguita il giorno di poi all'alba.
A sera già chiusa, Barnaba ricevette un bigliettino in cui era scritta
una sola parola: «Venite.»
Era di pugno della Zoe.