CAPITOLO XXVII.

Pensatevi qual rimanesse il marchese di Baldissero quando Maurilio gli

ebbe rivelato che il possessore dell'altra metà di quella lettera che

Nariccia aveva stracciato per servirsi a dare un contrassegno di

riconoscimento dell'abbandonato figliuolo della contessina Aurora, era

il giovane conosciuto in Torino sotto il nome di dottor Quercia; che

quindi quest'esso era il fanciullo smarrito che le circostanze avevano

fatto supporre un istante fosse egli stesso, Maurilio.

Il marchese ben sapeva ciò che ignorava l'infermo, tenuto segregato dal

mondo fino allora, mercè il delirio, cioè l'arresto degli assassini

della _cocca_ e di Quercia come capo dei medesimi. Sperò che un errore

eziandio fosse quello che facesse credere e dire al malato sì fatale

novella; ricorse ad autorevoli informazioni sul conto del giovane

arrestato e ne riportò la certezza della verità delle cose dettegli da

Maurilio, ed ebbe tra mano anzi quello squarcio di carta che combaciava

compiutamente col mezzo foglio trovato presso Nariccia e ne costituiva

la lettera integrale: squarcio che insieme con tutte le altre carte era

stato sequestrato presso Gian-Luigi.

In una perplessità straordinaria d'animo e di mente, il marchese non

sapeva a che partito appigliarsi, e l'idea glie n'era venuta di aprirsi

con Don Venanzio e consultare le ispirazioni di quell'anima santa di

vecchio prete, quando egli medesimo, il buon parroco, fece domandare a

S. E. il favore di un colloquio.

Egli era entrato nel palazzo già da un quarto d'ora ed era stato nella

stanza del giovane infermo dove un vivace discorso aveva avuto luogo fra

loro soli. Quella mattina la sua bella fisionomia piena di candore e di

benevolenza era turbata da una pena, da una dolorosa mostra di

contrarietà. La cagione si era ch'egli era stato testimonio d'un triste

fatto che molto lo aveva amareggiato: ed ecco quale.

Già sappiamo come la povera Margherita, la vecchia nutrice di Gian-Luigi

che lo amava più della pupilla degli occhi suoi, udito al villaggio

l'arresto del suo diletto, e saputo che il parroco ne veniva in città

chiamatovi dalla circostanza del male violento ond'era stato assalito

Maurilio, aveva voluto ad ogni modo venirne alla capitale ancor essa, e

qui la si era citata a comparire innanzi al giudice istruttore come

testimonio e subirne gl'interrogatorii.

Questi parevano una gran cosa alla povera vecchia campagnuola, e

presentandosi innanzi alla faccia burbera del giudice, la tremava tutta.

Avrebbe tremato in ogni modo ed in ogni occasione; ma tremava tanto più

ora che trattavasi della sorte del suo caro, e che a quest'esso poco

tempo prima aveva dato promessa di fare quello che non aveva mai fatto

in vita sua, quello che non avrebbe creduto mai di pur pensare di fare:

dire il falso. Le varie circostanze della favola fattale imparare da

Gian-Luigi le si ingarbugliavano nella testa con indicibile confusione;

e fu assai peggio, quando il giudice le ebbe fatto prestare il solenne

giuramento di dire la verità. La s'imbrogliò talmente, parlò con tanto

tremore, la si lasciò tirare in tante contraddizioni che il giudice

inquirente concepì su di lei i maggiori sospetti. Pure per quella prima

volta essa la passò liscia ed uscì da quella stanza di tribunale più

morta che viva, ma sciolta.

Ma frattanto avvenne che di tutte le informazioni prese d'altra parte

sul conto dell'infanzia di Gian-Luigi nessuna concordasse con quelle

della vecchia, la quale tutti asserivano essere andata a prendere

all'ospizio il bambino senz'altro amminicolo. Ben poteva la donna aver

tenute celate a tutti quelle circostanze che ora rivelava al tribunale

intorno all'origine del fanciullo, ma era poco credibile che codesto

avesse taciuto eziandio al suo parroco e confessore Don Venanzio, e

questi aveva affermato saper nulla di nulla del romanzo raccontato dalla

vecchia, ed anzi, interrogato se lo credesse possibile, aveva

ingenuamente confessato di no, e che egli aveva la persuasione che il

medico del villaggio non aveva mai avuto attinenza di sorta col bambino

dell'ospizio, finchè vistolo intelligente e piacevole, quando

grandicello, avevalo preso a ben volere e proteggere, che una fiaba

credeva pure la novella della vistosa somma che il medico avrebbe

ricevuto dall'incognita famiglia e passata a Gian-Luigi, il quale aveva

avuto sì nell'eredità del medico un lascito ch'egli si era affrettato a

consumare.

Aggiungasi che la Margherita, struggendosi dal desiderio di vedere il

suo figliuolo, chiesto inutilmente di poterlo visitare, s'aggirava

presso che tutto il giorno nei dintorni della carcere dove lo sapeva

rinchiuso, guardando attentamente ogni finestra, ogni sbarra, ogni buco,

ogni mattone della muraglia di quel cupo edificio, quasi sperando la

faccia di lui le avesse da comparire ad ogni momento o qua o colà, o

dovess'ella vedere una via di passaggio da giungere sino a lui, provando

se non altro una certa dolcezza a guardare il luogo dov'egli si trovava,

ad essergli così il più vicino che le fosse possibile. Ora Barnaba, che

di persona e per mezzo di agenti fidati vigilava con tanta cura intorno

al prigioniero, ebbe presto contezza di tali diportamenti di questa

vecchia, e dell'esser suo, e quando avvenne il tentativo di fuga da lui

mandato a vuoto, egli la denunziò al Tribunale come complice. Il giudice

istruttore determinò assicurarsi di lei, confonderla come per ispergiura

mercè un confronto con Don Venanzio, e procedere contro di lei per falsa

testimonianza e per complicità nel tentativo d'evasione del _medichino_.

E così avvenne che la mattina dopo la sventata fuga, mentre Don Venanzio

riceveva invito di recarsi fra un'ora al Tribunale, la vecchia, senza

tanti complimenti, era mandata a prendere e condurre in sala di custodia

da due _arcieri_.

Il confronto con Don Venanzio fu per la misera donna il peggior tormento

che avesse ancora provato mai. Mentire, e mentire innanzi al suo

parroco!... Il suo aspetto, la sua voce, il contegno dicevano ch'ella si

faceva uno sforzo a sostenere le menzogne precedentemente fatte. Se

Gian-Luigi avesse potuto avere comunicazione con lei, ben le avrebbe

risparmiato questa colpa e questo supplizio che a lui diventavano

inutili. Egli s'era preparato quel mezzo di difesa soltanto contro i

sospetti che cominciavano a sorgere sulle fonti ond'egli si procacciava

denaro, e per illudere la famiglia Benda che avesse cercato informazioni

fin nel villaggio dov'egli era stato allevato; ma ora in faccia

all'evidenza delle prove dei suoi delitti, ond'egli era schiacciato, a

che cosa serviva tutto questo? A un bel nulla; tanto che egli,

l'accusato, non aveva detto pur una parola di ciò, e rinchiusosi in un

assoluto silenzio, non aveva voluto rispondere pur una parola alle

mossegli interrogazioni, per quante minaccie o lusinghe glie ne venisser

fatte.

Ma la povera Margherita, che ne sapeva ella di tutto ciò? Aveva promesso

al suo Giannino di dir così. Credeva salvarlo così facendo, e lo faceva

anche colla paura, anche colla certezza di dannarsi l'anima per lo

spergiuro.

Ad un punto il buon Don Venanzio, che ebbe pietà delle angoscie di

quella infelice, disse:

— Può esser benissimo che tutto ciò ch'essa dice sia vero, ed io non ne

abbia mai saputo nulla..... Io ho sempre stimato questa donna incapace

di affermare, e tanto più con giuramento, una cosa che non sia.

— Bene! disse il giudice istruttore: avete già giurato che quello che

dite voi è la verità. Non dovete avere difficoltà di sorta a ripetere

questo giuramento adesso in presenza del vostro parroco.

La vecchia tentò schermirsene. Tremava tutta. Guardava intorno

spaventata, come per cercare un buco dove nascondersi, o meglio, come

timorosa di vedere saltar fuori Satanasso in persona ad acciuffarla.

Pronunziare un falso giuramento in faccia al suo pastore! in faccia a

quel sant'uomo!... Ma pure si trattava del suo figliuolo!... Si fece

forza: provò a stento di levar la mano per metterla sul Vangelo, ma non

ci valse: il braccio le cadde, un gemito che pareva un singhiozzo uscì

dal suo petto dove parve si rompesse qualche cosa, ed ella si lasciò

cascare in ginocchio per terra mezzo svenuta, balbettando:

— Non posso, non posso... Mio Dio! non posso.

Il giudice si drizzò con mossa solenne, e con voce e parola più solenni

ancora, fece alla meschina prostrata a terra una filippica violenta, in

cui, oltre la vendetta divina, minacciò la collera di quella umana da

tradursi in manette, carcere, processo e galera.

La infelice gemeva miseramente, la faccia contro terra, annientata,

schiacciata sotto il peso della propria colpa e sotto quello più grave

ancora del pensiero ch'ella perdeva Gian-Luigi.

Don Venanzio le si fece presso per sollevarla e confortarla di alcune

parole.

— La lasci stare: disse severamente il giudice. Questa mostra di

pentimento possa essere sincera e disporne l'animo alla rivelazione di

tutta la verità. Ella se ne vada, signor parroco; è libero: questa donna

dovrà essere trattenuta in carcere.

Il vecchio sacerdote, commosso, addoloratissimo, disse non molte parole

in difesa della disgraziata: ma le disse con tanto sentimento e calore,

ma la sua canizie, l'aria sua di solenne virtù loro davano tanta

efficacia, che il giudice ne fu tocco, e con accento molto più umano e

cortese soggiunse:

— Credo a quanto Ella mi dice, reverendo; credo che c'è più ignoranza

che malizia in questa poveretta... ed userò per lei i maggiori possibili

riguardi. Ma bisogna assolutamente ch'io la esamini ancora di meglio, e

la prego a volersi ritirare.

Don Venanzio uscì, non senza inquietudine sulla sorte della Margherita e

si pose a passeggiare nella strada innanzi alla porta del tribunale,

attendendo il risultamento dell'interrogatorio.

— Alzatevi: disse il giudice alla vecchia.

Margherita gemeva e singhiozzava sempre nella medesima postura; e, sia

che non udisse o non avesse forza da ubbidire, non si mosse.

— Fate il piacere, soggiunse il giudice, parlando al segretario che era

lì per iscrivere il verbale: alzatela voi.

Il segretario venne di mala voglia presso ella giacente, e come quegli a

cui non garbava di molto toccare e brancicare i luridi e stracciati

panni onde ella era vestita, la scosse bruscamente ad una spalla,

dicendole con voce graziosa come era l'atto:

— Or via, alzatevi, su, e non ci fate perder la pazienza.

La vecchia parve non darsene per intesa.

Allora il segretario la prese sotto le ascelle, e con quel garbo che vi

potete immaginare, la tirò su, e siccome ella vacillava sulle gambe mal

ferme, la gittò a sedere sur una seggiola che era lì presso.

In questo movimento un oggetto pesante cadde per terra, mandando un

suono metallico; il segretario lo raccolse e lo porse al giudice: era un

rotolo di napoleoni da far la somma di mille lire: quello che Gian-Luigi

aveva mandato alla povera donna per mezzo di Don Venanzio. Margherita,

da quando lo aveva ricevuto, lo aveva sempre portato con sè, come una

memoria del suo diletto: venuta ora a Torino, tanto più lo aveva seco

recato nella speranza di potere spendere quella somma in benefizio del

suo diletto.

Nel suo precipitare a terra, nell'essere scrollata dal segretario, il

rotolino le era uscito del seno ed era caduto sul pavimento.

Ma la vista di quell'oro cambiò del tutto le disposizioni d'animo del

giudice cui le parole di Don Venanzio avevano reso piuttosto benigno

alla misera vecchierella. Come spiegare il possesso di tal somma presso

quella povera donna così stracciata negli abiti e che si sapeva vivere

al villaggio elemosinando? Ella, interrogata, non tacque che quell'oro

le veniva da Gian-Luigi e fu creduto il prezzo pagatole per la sua falsa

testimonianza e per cooperare all'evasione. Margherita fu condotta alle

carceri.

Quando ciò seppe Don Venanzio pensò subito ricorrere alla valida

protezione del marchese di Baldissero, e giunto al palazzo avrebbe tosto

domandato d'essere ammesso alla presenza dell'autorevole personaggio, se

un domestico non lo avesse avvisato che Maurilio era molto impaziente di

vederlo e già aveva mandato due volte a cercare di lui.

Il parroco, prima di recarsi dal marchese, volle sapere che cosa avesse

il giovane malato che dal giorno prima soltanto era tornato in

cognizione di sè.

Maurilio quella mattina, come ogni altra dacchè giaceva infermo, era

stato visitato dai suoi amici, Romualdo, Selva e Vanardi, i quali molto

si rallegrarono trovandolo di nuovo conscio di se stesso, e colla mente

non meno vivace, pronta, potente di quello che fosse prima. Benchè il

poveretto avesse avuto questo deplorabile miglioramento di tornare alla

coscienza di sè, dei suoi dolori, delle sue sciagure, aveva però

tuttavia un ardor febbrile negli occhi, un'irrequieta agitazione nelle

membra stanche da parergliene rotte e peste, onde bene appariva che per

essere cessato il delirio, non era punto sminuito di gran cosa il male.

I suoi amici vollero rimanersi in silenzio presso di lui, e gli dissero

tacesse egli pure perchè non si stancasse ad udire e parlare; ma egli

aveva troppo desiderio di interrogare e di sapere di tal cosa, intorno a

cui tutta notte s'era aggirato con tormentosa insistenza il suo

pensiero. Voleva che gli amici suoi cercassero di Gian-Luigi, lo

conducessero al suo letto quanto più presto fosse possibile; voleva che

dalle sue labbra il suo compagno d'infanzia apprendesse la ventura che

gli capitava, ventura ch'egli aveva quasi rimorso d'avergli per un poco

momentaneamente rubato, e che si assegnava come una specie d'espiazione

di tosto comunicargli.

Quando udirono espresso da Maurilio questo desiderio di vedere il dottor

Quercia, gli amici si guardarono in viso alquanto imbarazzati, non

sapendo se convenisse dire all'infermo la verità o tacerla; ma

insistendo egli, nè conoscendo essi quali attinenze corressero fra il

loro compagno e il capo della _cocca_, non credettero ci fosse pericolo,

nè inconveniente alcuno a dirgli come stessero le cose in realtà.

Narrarono dunque sommariamente e la scoperta del segreto covo di quella

banda, che da più tempo era il terrore della città, e l'arresto di

Quercia come capo della medesima, e di tutti i principali componenti

della scellerata congrega.

Queste novelle, com'è facile immaginarsi, fecero una grandissima

impressione in Maurilio. La sua pena, il suo rammarico, il dolersene

furono tutti per Gian-Luigi; pensò che se prima fosse stato scoperto il

segreto della nascita di lui, avrebbe egli evitato quell'infelice e

vergognoso destino; pensò al cordoglio che doveva provarne il marchese,

pensò eziandio a Virginia che non avrebbe forse potuto ignorare quello

essere suo fratello. Ma poi il pensiero d'una sventura più personale e

quindi una più tormentosa ansia lo assalsero. Gli era stato detto che

fra i soci di quella banda si contavano ed erano stati presi i più noti

e tremendi malfattori; si volse a Selva e domandò se di questo novero

era un certo Michele Luponi detto _Stracciaferro_.

— Sicuro! gli fu risposto: una specie d'animalaccio bruto, forte come un

toro, crudele come una tigre. È uno dei più scellerati e dei più

terribili. Prima di poter essere preso accoppò una mezza dozzina di

guardie. La forca, quel mostro l'ha meritata non una, ma un centinaio di

volte.

Maurilio abbandonò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi. Se avesse

potuto diventar più scialba la sua faccia di color cadaverico, avrebbe

impallidito. Non disse una parola, non fece un atto, ma nei muscoli del

viso, intorno alla bocca, avvenne una lieve contrazione che era

l'effetto d'uno spasimo interno inesprimibile. Quel mostro era suo

padre! Pensò tosto di contar tutto a Don Venanzio, di cercare nelle

confidenze a quel sant'uomo un sollievo, nelle ispirazioni di

quell'anima onesta un consiglio; epperò, aspettatolo con impazienza,

quando il vecchio sacerdote fu venuto, lo accolse colla vivacità d'un

desiderio soddisfatto che pareva una speranza, che pareva quasi una

gioia, e volle tosto esser solo con lui.

Gli disse ogni cosa. Don Venanzio, esterrefatto, meravigliato,

sgomentito da questo fatale garbuglio di casi, impallidito e tremante

per emozione, levò le palme al cielo ed esclamò col fervore del

credente:

— Oh divina Provvidenza! Oh imperscrutabili vie del Signore! Riconosco

la tua mano potente, supremo Iddio! Dio della pietà, ma Dio pure della

giustizia! Dio che perdona chi si pente, ma che colpiste cogli effetti

della stessa sua opera scellerata il reo. Nariccia abbandonando il

fanciullo, creò col suo delitto un assassino, e quest'assassino fu a

dargli morte. Un orribil delitto punì un delitto infame. Curviamoci ed

adoriamo!...

— Che cosa si deve fare? domandò Maurilio palpitando.

Il vecchio prete nascose fra le mani la sua faccia turbata, e stette un

istante in silenzio.

— Pregare che Iddio ci ispiri: disse poi levando al cielo i suoi occhi

umidi di pianto. Pregare che Iddio si plachi!... La giustizia umana è

uno stromento anch'essa di quella divina... uno stromento molte volte

inefficace od anche fallace, ma conviene rispettarlo e sottoporvisi.

Dietro lei c'è la mano onnipossente del Signore dei mondi.

Gli occhi febbrili di Maurilio lampeggiarono più vivamente.

— Mio padre, io voglio vederlo: disse. Voglio conoscere quell'organismo

umano imbestialito, in fondo al quale è soffocata o sonnecchia l'anima,

soggiogata dagl'istinti della materia. Chi sa che da quello sciagurato

letargo io non la possa tuttavia destare! Chi sa che da quella rupe, io

non possa, percotendo, sprigionare ancora una scintilla! Da tanti anni

ladro ed assassino!... O cielo! o cielo!... Ed ebbe pure un'infanzia! Ed

ebbe forse desiderio e bisogno di miti affetti e impulsi generosi, ed

aspirazioni al bene!.... Li ho pur io, che sono suo figlio.... E la

sventura gli ha col dolore e coll'ira offuscata la mente; e la società

l'ha colle sue crudeli ingiustizie corrotto. Lo so ben io che sono

passato per la trafila della miseria!.... Quanti scellerati questa non

crea!.... La va a cercarli nelle schiere della plebe e di complicità

coll'ignoranza li getta in braccio al vizio, li educa con infame amore

al delitto. Miseria! Miseria... Una società che non combatte questo

umano flagello con tutti i mezzi che le si possono parare è risponsabile

essa stessa del male che nel suo seno si compie..... Che cosa ha pei

poveri questa moderna accozzaglia d'uomini che noi crediamo regolata da

leggi civili? La Chiesa da una parte che loro addita un tardo compenso

alle miserie della vita presente in una indefinita felicità quasi

impossibile ad arrivarsi in una vita avvenire, il carnefice e il codice

penale dall'altra parte che colpiscono troppo spesso alla cieca. Punire!

Va benissimo. È forse un diritto che ha la società; ma perchè non si

pensa al dovere sacrosanto che le incombe di prevenire? E noi questa la

chiamiamo civiltà?.... Verrà un tempo, ed io voglio sperarlo, in cui

questa nostra epoca sembrerà ai posteri progrediti altrettanto barbara

quanto sembra a noi quella feudale, quella del predominio della forza

bruta.

Don Venanzio vedendo l'esaltazione assalire il malato e crescere via

via, lo volle interrompere e indurre alla calma: il giovane gli si

rivolse con maggiori l'impeto ed il calore.

— E la vostra religione che fa ella in proposito? Nulla che valga, od

ascetica inculca un rinunciamento ai beni del mondo, impossibile alla

natura umana, fuori che a qualche morbosa eccezione, e che se si

propagasse, sarebbe distruttore d'ogni coltura, d'ogni progresso, d'ogni

ricchezza, val quanto dire d'ogni società; o complice, benedice ai

ricchi e li esime dai loro doveri verso i miseri; o timida,

inintelligente soccorritrice di questi ultimi, non sa trovar rimedio che

nell'antieconomica virtù dell'elemosina che umilia e fa sottomesso chi

la riceve, che si converte in fin dei conti in premio dell'ozio e in

incoraggiamento all'impostura.....

— Tranquillizzati, non ti affaticare con questi, per ora troppo gravi

pensieri, la mente: disse con pietoso accento il parroco. Più tardi

potrei teco discorrere anche di ciò, dirizzare colle deboli forze della

mia intelligenza le storte idee che tu hai in proposito, mostrarti

quanto conferirebbe al miglioramento sociale la nostra santa religione,

se fosse ben intesa ed applicata da tutti..... Ma ora non è occasione

opportuna da ciò. Sta in quiete.....

— In quiete! disse l'infelice sobbalzando in letto sotto un evidente

ripigliare della sua febbre. Com'è possibile? Mio padre è un

assassino..... E sta per essere condannato a morte..... Ha ucciso e lo

uccideranno, lui..... Sempre la legge del taglione!... Il sangue ch'egli

ha sparso ed il suo che spargeranno devono ricadere su di me... Già lo

sento... Già mi piomba addosso l'eredità del delitto e dell'infamia.

Si diede ad agitarsi nel letto con moti convulsi; il prete spaventato

corse alla porta per domandare i domestici venissero in suo soccorso a

contenere lo spasimante; ma una gentile, pietosa apparizione si mostrò

ai suoi occhi. Era Virginia che veniva ella medesima a saper novelle del

malato. Aveva appreso che questi non era suo fratello, ma la pietà del

suo cuore non consentiva ch'ella per ciò di botto cessasse

dall'interessarsi e sentì compassione per lui. L'amore medesimo, quasi

complemento delle egregie facoltà di quell'anima eletta, l'amore che la

fanciulla aveva in cuore la rendeva ancora più facile ed inchinevole ai

generosi sentimenti, alle pietose ispirazioni, al desiderio di recar

bene a chi più potesse. Le disordinate parole dal misero a lei dette

parecchi giorni prima, quando la sua infermità lo aveva assalito, ella

aveva perdonate, aveva attribuite al delirio soltanto, aveva quasi del

tutto obliate. Udito la buona novella che dalla sera innanzi Maurilio

era tornato in possesso della sua cognizione, ella veniva a

rallegrarsene, a fargliene coraggio con una sua parola, colla sua

presenza, prova irrefragabile d'un generoso interessamento. Quella

stessa mattina inoltre ella aveva compita l'opera pietosa di visitarlo,

verso un altro infermo, Francesco Benda, e riferirò fra poco i modi, e

le circostanze, e gli effetti di quella sua visita alla disgraziata

famiglia, della quale sarà questa appunto un'occasione per dire le

novelle; ed all'anima sua così squisitamente dilicata parve un dovere

quella medesima pietà che l'amore l'aveva spinta ad usare verso

Francesco, usarla eziandio verso l'infelice che dolorava sotto il

medesimo tetto da lei abitato, le sembrò che così legittimasse quasi

quella sua visita all'officina Benda, alla quale aveva dato per pretesto

soltanto il desiderio di vedere e confortare l'amica compagna

d'educandato e la novella amica, l'infelice Maria.

Quando il vecchio parroco si vide dinanzi la bella persona della nobile

donzella, giunse le mani come per pregare, in atto che gli era abituale

ogni qual volta una profonda commozione lo possedesse, ed esclamò:

— Misericordia! Ho paura che sia da capo col delirio, questo poveretto,

e che ci siamo rallegrati troppo presto.

La fanciulla entrò più ratta, come sollecitata da queste parole, e venne

risoluta presso il giacente.

All'intelligenza di Maurilio avveniva come al sole in quelle giornate di

primavera, in cui le nubi grosse e scure, ma interrotte, passeggiano pel

cielo e ad intervalli passano davanti all'astro di splendore e ne

offuscano i raggi, spandendo una mesta e cupa oscurità su tutta la

natura; e ad un tratto poi ne lasciano giunger libera alla terra la

luce, che pare ancor più viva, più brillante, più calda. Egli sentiva a

quando a quando salirgli al cervello una vera nube, come un ammasso di

vapori sanguigni, che tutta gli ottenebrava la mente; in mezzo a questi

vapori scorgeva immagini inesprimibili di cose tanto strane che erano

impossibili, forme e sembianze che non appartenevano alla creazione

terrena, e gli pareva come se dal fondo di quella tenebra uscisse una

granfia che afferrasse la sua ragione nel suo cervello e la tirasse a sè

facendola distendersi come un filo sempre più sottile, che non tenesse

più che per un picciol capo alle meningi della sua cavità cerebrale, e

l'avvolgesse, questo filo, nel labirinto di quelle forme mostruose della

notte tanto da perdercelo; poi ad un tratto, la nebbia vaporosa spariva,

il filo sfuggiva alla mano misteriosa, che si affondava nell'ombra, e

per gioco di elasticità ritornava a raggomitolarsi tutto nella sostanza

grigia del suo cervello; la intelligenza lucida, potente, maggiore che

nelle condizioni ordinarie della sua vita, brillava al di sopra della

pienamente riacquistata coscienza.

La vista della fanciulla parve fare più splendida che mai in Maurilio

questa luce d'intelletto. Vide più chiaro, più lontano e più giusto;

comprese con ambito più vasto le varie manifestazioni del vero, conobbe

meglio in sè e fuori di sè; dietro gli adombramenti delle forme discernè

la sostanza; capì la ragione e l'idea degli uomini e dei fatti; giudicò

e seppe.

Il suo volto, in cui le grossolane sembianze dell'uomo inferiore della

plebe erano pure animate dal tocco divino del Prometeo che è l'ingegno,

s'illuminò d'un barlume ineffabile, come brulla montagna del carezzevole

raggio rosato dell'aurora; nel suo pallore di cadavere, il fronte parve

divenuto fosforescente come diamante impregnato di luce solare, gli

occhi ebbero lo sguardo d'aquila del genio, le labbra il sorriso dei

beati; la sua bruttezza si trasfigurò in un'espressione di sovrumano

idealismo.

Virginia! esclamò egli con voce che aveva essa pure una nuova e

straordinaria melodia, che era un grido dell'anima, che pareva la

suprema aspirazione d'un morente: con quella voce con cui Goethe

all'agonia domandava la luce; poi chiuse gli occhi, volendo sottrarsi

alla troppa e troppo acuta dolcezza di quella visione di bellezza

divina, volendo fare che dalla retina degli occhi s'imprimesse

nell'intima compage del cervello l'immagine di quella testa angelica

dall'aureola delle chiome d'oro, tutto leggiadria, benignità e

splendore.

— Gran Dio! esclamò la donzella curvandosi sul giacente: egli è svenuto.

Maurilio bevve colle orecchie l'armonia di queste parole, rialzò le

ciglia a berne cogli occhi assetati la dolcezza dello sguardo pietoso

che cadeva su di lui, come si berrebbe una manna celeste.

— No, diss'egli: ben vorrei esser morto in quest'istante, ma è troppo

lieta fortuna perchè mi sia concessa.

Fece scorrere il suo sguardo animato da Virginia a Don Venanzio che lo

stavan mirando con interesse.

— Non temete di nulla... Sento, so che ho ancora da compire qualche cosa

su questa terra, prima d'abbandonarla... Qualche cosa di ignorato, che

non troverà eco nessuna nei rumori del mondo; ma che pure, non sarà

forse men grande delle opere famose di glorificati eroi... Far felice

alcuno, fare che risplenda a menti offuscate il vero, non è forse opera

di missione divina?... Ed io farò felice voi, o Virginia; ed io devo

scioglier dai ceppi delle passioni della materia due anime... Non morirò

dunque ancora... Mi rialzerò di qua, non dubitate, per abbandonare

questo miserabile ed odiato involucro, allora soltanto, quando avrò

compito il mio ufficio... Ah! non sarà questo la superba missione che ho

sognato un istante, quando parve il destino volermi porre in mano la

potenza... Che importa? Nessuno ha diritto di lamentarsi della sua

sorte; perchè, come saprebbe egli a quali precedenti di vite anteriori e

d'altri mondi corrisponde la sua attuale esistenza?... Se io non sarò

passato disutile affatto; se le mie sofferenze avranno portato per

frutto una sola ombra di vantaggio, un sol momento di bene ad un mio

simile, sarò pago abbastanza, sarà spiegata abbastanza anche alla corta

vista del mio scontento egoismo, la ragione di questa breve vicenda

nella mia vita immortale.

Parlava calmo, pacato, lento; ma con una vibrazione contenuta di voce

che rivelava un'energia interiore, con una certa solennità che imponeva,

quasi come un'autorevolezza. Virginia sentiva la sua compassione far

luogo ad un sentimento poco meno che di deferenza e di rispetto; Don

Venanzio insieme alla tenerezza ed all'ammirazione che gl'ispiravano i

concetti del suo pupillo, provava un sentimento di dolore, perchè

comprendeva che in quella superiorità morale ed intellettiva più

chiaramente manifestantesi, in quella profetica rassegnazione, era

l'effetto della mano della morte che già aveva tocco quell'organismo,

che lasciava penetrare a quello spirito incarnato un guizzo della luce

stessa dell'infinito.

Maurilio si rivolse al domestico, che stava appiè del letto ad aspettare

gli ordini, e gli disse con accento di dolce preghiera:

— Fatemi il piacere, tiratemi un pocolino più in su.

Il servitore lo prese sotto alle braccia e lo sollevò alquanto; in

questo movimento uno dei guanciali andò per traverso, e quando il

giacente fece per abbandonar di nuovo sovr'esso il suo capo fu la mano

di Virginia che sollecita e lieve raddrizzò il cuscino; e in quell'atto

cortese la fine, liscia, profumata pelle della mano di lei incontrò e

toccò la fronte ardente del giovane. Un lieve sussulto scosse a lui le

membra, uno sguardo d'ineffabile dolcezza, di supremo diletto ringraziò

la pietosa fanciulla.

— Don Venanzio, diss'egli poi, il marchese può aver bisogno di lei, ed

ella ha pur bisogno di parlare al marchese.

— È vero, rispose il parroco, che in quel momento si ricordò eziandio

della povera Margherita.

— Non indugi adunque di più.

Il prete si mosse per uscire, Virginia accennò volerlo seguitare.

— Un istante: disse vivacemente Maurilio e con accento di caldissima

preghiera. Vorrei dirle due parole, Virginia.

Ella si fermò senza esitazione, non esprimendo nè cogli atti, nè cogli

sguardi, nè in modo nessuno il menomo dubbio o diffidenza.

— Eccomi: disse con semplicità, tornando ad accostarsi all'infermo.

Il domestico s'era ritirato in fondo alla camera e stava colà come se

quello non fosse fatto suo. Maurilio, abbassando la voce in modo che il

suono delle parole giungesse solamente all'orecchio della donzella, così

prese a dire:

— Ella mi ha da perdonare gli atti e le parole che ora mi ricordo aver

usati con lei, l'altro dì quando primamente mi fu tolta la volontà dalla

mano della follia.

— Le ho tutto perdonato: disse dolcemente Virginia a cui quel discorso

rincresceva, e che stimava doverlo interrompere anche in vantaggio del

malato. Non se ne preoccupi dell'altro, e non parliamone più.

Ma il giovane, facendo cenno col capo lo lasciasse continuare chè tutto

aveva bisogno d'esprimere il suo pensiero, riprese dopo un poco:

— Potrei scusare il mio trascorso coll'alterazione mentale che mi

assalse; ma non voglio, perchè ho il debito e m'incombe aver il coraggio

di dirle la verità. Quello che mi sfuggì dalle labbra a quel punto,

usciva proprio fuor dell'anima mia, è il segreto della mia esistenza.

Sono anni ed anni, o Virginia, ch'io v'amo d'un amore impossibile ad

esprimersi.

Virginia fece un movimento.

— Non mi sfugga, soggiunse ratto il giacente; non m'imponga tacere. È un

uomo che deve morire fra poco quello che vi parla. Lo stampo della morte

consacra solennemente ogni affetto, e questo è santo come santa è

l'anima vostra. La confessione d'un moribondo si deve ascoltare con

animo pacato e pietoso; l'orgoglio umano, i pregiudizi terreni devono

tacere innanzi ad un amore che sta per nascondersi dietro una tomba.

Uditemi, Virginia, in nome del cielo! Sarà l'unica volta che vi avrò

fatto penetrare nell'anima mia. Avrò così aggiustata definitivamente

questa partita de' miei affetti terreni, e non ve ne parlerò più mai. Io

vi parlerò come se ad ascoltarmi qui fossero la vostra madre che voi

perdeste — e la mia, che non conobbi mai! — E forse i loro spiriti qui

sono e ci assistono. La vostra fierezza e la vostra purità non avranno

da essere turbate pur da un'ombra di corruccio.

La donzella appoggiò, come per sorreggersi, la sua destra bianca,

sottile, dalle dita affusolate sopra la spalliera d'una seggiola vicina,

e con dignitosa semplicità, con nobile fiducia, disse benignamente:

— Parlate!

E il giovane, con un fuoco che l'interna passione ispirava pure alla sua

debolezza, con un impeto di parola, che era come un residuo del suo

delirio, ma temperato dalla soavità dell'affetto, così parlò:

— Vi ho amata quando ero appena al limite dell'infanzia, sulla soglia

della turbolenta adolescenza della creta e del pensiero. Vi ho amata,

non perchè foste bella soltanto, ma perchè la vostra bellezza mi

incarnava dinanzi la più alta espressione di quell'ideale a cui,

inconsciamente ancora a quel tempo, ma pure con ardentissimo anelito già

aspirava l'anima mia. Ho amato il vero, quella parte del divino concessa

alla nostra natura nelle sue manifestazioni più pure, più splendide,

nella poesia, bellezza intellettuale, nella virtù, bellezza morale, in

voi, bellezza di forme che le altre due vestiva ed incarnava..... Non

arrossite, non vi corrucciate: vi parlo come parlerei all'angelo mio

custode; non c'è ombra di intendimento interessato in me, non voglio

commovervi nè lusingarvi; vo' dirvi quel che foste per me, quel che

siete, quel che potete essere nel mondo... Era naturale, era fatale

ch'io così vi amassi. Voi rappresentate tutto ciò che vi ha di bello e

di superiore nell'umana famiglia, circondato dallo splendore delle

distinzioni, dell'eleganza, dell'autorità e delle grandezze sociali: voi

siete il risultamento più completo e più perfetto dello stato attuale

della coltura e del progresso dell'umanità, fisico, morale,

intellettivo, estetico, economico. Il pensiero, il lavoro, i travagli

dell'uomo di tutti i secoli trascorsi hanno cospirato per crear voi e

disporvi intorno l'ambiente opportuno. Siete il frutto dell'intelligenza

applicata a tutti i rami dell'attività umana; la civiltà vi ha fatto un

piedestallo e voi raggiate sovr'esso, personificazione di quanto di

buono e di bello seppe arrivare e conseguire il secolo. Io sono la

plebe, la povera plebe che guarda da lontano il banchetto imbandito ai

ricchi, e muor di fame invidiando: banchetto non di cibi materiali

soltanto, ma di amore e di pace, di sapere e di fama, di potenza e di

virtù. La plebe che col suo lavoro e co' suoi stenti concorre all'opera

del progresso e non ne fruisce che poco o nulla, che ha, nell'oscurità

delle sue grandi masse ignorate, dato sforzi, sudori e vite per ottenere

il tesoro di agi sociali del secolo XIX, e vive tuttavia nella barbarie

di due secoli addietro; la plebe che contenuta, domata, ignorante, con

un barlume soltanto o con false idee de' suoi diritti, sta accalcata,

premuta alla base della società, ma s'agita talvolta e tiene il collo

levato verso lo splendore della luce, essa fitta nelle tenebre!... Io

son la plebe; ma soffrii più di essa, perchè fui conscio delle mie

condizioni e potei scrutare la ragione de' miei dolori. Seppi quel che

volevo e capii sempre l'impossibilità di ottenerlo. Conobbi dove era la

beatitudine e mi seppi sempre condannato a non arrivarla... Avverrà egli

un giorno che la plebe possa giungere alla conquista dell'Eden sociale?

Certo che sì, in un tardo, ma immancabile avvenire; e sarà quando il

figliuolo di nessuno — come io — coll'ingegno, col valore, col lavoro,

potrà ottenere l'amore della più bella, della più nobile donzella — come

voi — e gli usi e i pregiudizi sociali non grideranno allo scandalo, non

ne faranno alla fanciulla una vergogna.

Tacque un istante per riposarsi. Virginia disse, commossa, con quella

sua voce d'oro:

— Ah! gli usi e i pregiudizi sociali sono una tirannia a cui nessuno può

sottrarsi: e non è la volontà d'una debole fanciulla che possa rompere

queste catene di ferro.

La poveretta pensava al suo amore per Francesco, contrastato, ed ella

pur troppo temeva senza rimedio nessuno, dalla boria aristocratica della

sua famiglia.

Maurilio la indovinò, la comprese e con un mesto sorriso ripigliò a

parlare:

— La sorte volle che fra noi, così lontani — voi al fastigio, io

all'ultimo gradino della piramide sociale — si stabilisse in breve

un'attinenza di domestico affetto.... Oh la deve cessare, lo so: si

affrettò a soggiungere vedendo un lieve moto nelle fattezze della

fanciulla, al quale egli attribuì più superbo significato che non

avesse: ma frattanto, permettetemi ch'io me ne profitti per parlarvi in

vostro vantaggio.... in vantaggio d'un'altra persona che vi sta a

cuore.... per parlarvi come un fratello, quale un istante fui creduto

essere per voi.

Gli sguardi del malato erano così supplichevoli, la sua voce era

improntata d'un affetto che aveva qualche cosa di materno, per guisa che

Virginia represse la volontà d'imporgli silenzio cui le suggeriva

l'orgoglio, e credette far opera di pietà verso quel misero, cedendo

alla curiosità ond'era punta eziandio di ascoltare le parole che

Maurilio sarebbe per dirle, e col silenzio annuì che il giovane

continuasse.

— Io sono la plebe; Francesco Benda è la borghesia....

Al nome di colui ch'essa amava, le guancie di Virginia si suffusero d'un

lieve rossore e gli occhi si chinarono lentamente.

— La borghesia è plebe incivilita mercè l'agiatezza e l'educazione; è

parte di quel gran serbatoio comune del popolo, venuta su, trattasi

fuori dalla bolgia dell'ignoranza e della miseria grazie la fortuna,

l'intelligenza, l'operosità maggiore, arrivata a spartire colla classe

superiore una gran quantità dei beni sociali, se non tutti, a godere i

precipui vantaggi della civiltà. Ma tuttavia anch'essa, la borghesia,

anela ad ascendere pur sempre: lo splendore dell'idealismo sociale

incarnato nella grandezza e nell'autorità, la attrae sempre più su:

aspira ad un'uguaglianza assoluta cogli eredi delle grandezze antiche,

col capitale di educazione e di tradizioni raccolto dagli antenati....

Francesco Benda, il figliuolo degl'industriali arricchiti, ama Virginia

di Castelletto discendente d'una illustre prosapia di prodi. È la legge

del progresso: e l'effettuarsi di questo vuole che cotal maritaggio si

compia. Bisogna che l'aura, il profumo, il raggio della poesia

aristocratica si unisca alla prosa dell'attività, dell'audacia, della

scienza positiva del ceto medio. Ne verrà un miglioramento morale,

sociale, e fisico eziandio della razza umana. Plebe e nobiltà sono

troppo ancora distanti: il loro maritaggio è tuttavia mostruoso: ma fra

l'aristocrazia e il mezzo ceto, se gli è difficile sempre, non è più

impossibile. Le anime elette di questo e di quella, hanno oramai

dall'educazione e dalle condizioni economiche, ricevuto la patente

d'uguaglianza. Voi, Virginia, e Francesco rappresenterete questo fatto

colla vostra unione; le difficoltà della quale io conferirò ad

appianare. Come? Non so ancora: ma ho la coscienza che il mio concorso

aiuterà il conseguimento della vostra felicità. Fra voi, il povero

plebeo, cadendo, colmerà lo spazio che ancora vi disgiunge. La vostra

felicità sarà passata sul mio cadavere.

— Signore: interruppe qui Virginia: è un tristo augurio che voi mi fate.

Le circostanze straordinarie che avvennero tra noi vi hanno messo in

grado di parlarmi e mi hanno consigliata ad ascoltare da voi cose che

non avrei dovuto, che non avrei tollerato da nessuno, fuori da chi

avesse legittima autorità su di me. Avete voluto con soverchia audacia

penetrare nel segreto del mio cuore: volete ora disporre del mio destino

e far pesare su di me la risponsabilità di avvenimenti che spero non si

effettueranno, ma che in ogni modo non dipendono dal mio arbitrio.

Qualunque sieno i casi, quali che esser possano i miei sentimenti ed

affetti, una cosa sola potete ritener per sicura, ed è che la mia

condotta sarà ispirata sempre dalla coscienza dei miei doveri, della mia

dignità, dalla sommissione ai voleri di coloro cui debbo obbedire, ed

alle leggi della convenienza.

Maurilio rispose con un mesto sorriso:

— Non è un uomo che ora vi parla, è un'idea. Attribuite pure l'audacia

dei miei discorsi al residuo del delirio, ed ascoltatemi, pietosa come

siete, con generosa tolleranza, per compassione della mia follia; ma le

cose ch'io vi dico serbatele nella vostra memoria e richiamatevele alla

mente il dì che avrete bisogno di conformare a quei principii gli atti

della vostra vita. No, non è vero ch'io voglia addossare a voi la

responsabilità di fatti che sono un effetto necessario di quello

svolgersi del dramma umano nella esistenza particolare dei singoli

individui e nella complessiva della massa, del quale non possiamo

abbracciare le forme generali e lo scopo finale. Chiamatelo caso,

chiamatelo destino, chiamatelo piuttosto Provvidenza, noi siamo attori

che traduciamo in atto, ciascuno per la sua parte maggiore o minore, il

concetto di quell'autore. Il nostro dovere, l'importante è di

rappresentarla questa parte il meglio che ci sia possibile: l'esserne

conscii e il travagliarvisi intorno deliberatamente, è il privilegio

degli esseri eletti. Voi siete tra questi; voi siete un tipo; voi

sentite, forse ancora in confuso, la vostra missione: io, dall'orlo

della tomba, illuminata la mente da lampi di luce eterea che già mi

guizzano tra la materia che si scioglie, io vengo a definirvi colla mia

parola, a farvi concrete le forme vaghe della vostra ispirazione. Ponete

mente, voi siete la grazia, la bellezza, l'ultimo portato

dell'educazione civile, l'arte, la poesia, l'ideale; Francesco è la

ricchezza economica, il progresso materiale, la tendenza all'egoismo del

benessere, l'attività meccanica che nella lotta colle difficoltà

affacciate dalla natura sempre ribelle, anche soggiogata, dimentica

agevolmente la luce superiore, diventa sorda alla voce di doveri più

vasti che non son quelli avvertiti dalla comune, d'impulsi più sublimi

che non quelli delle pedisseque virtù delle anime volgari. Voi avete da

essere nella sua vita quella luce; voi avete da far risuonare al suo

cuore quella voce. L'uomo che avrà l'immensa felicità di possedervi deve

pagarla alla Provvidenza, deve farsene degno coll'essere un'anima

superiore. Francesco è un'anima generosa, ma debole: voi l'avete da

temperare col vostro amore alla forza delle grandi idee, alla sublimità

dei grandi sacrifizi, alla potenza delle grandi volontà. Di quel ferro

fatene acciaio. Fategli guardare in alto: sempre più su, sempre più su,

excelsior, coll'animo, coll'intelletto; ma fategli tendere la mano al

basso. Voi siete la beneficenza; siate di più ancora: siate il genio del

mondo novello; e l'uomo che ha l'amor vostro bandisca il vangelo della

nuova redenzione, lavori per l'effettuamento della nuova civiltà.

Si sollevò sui cuscini con più forza di quello che si sarebbe creduto, e

la vasta fronte parve corsa da una lieve fiamma fugace, mentre gli occhi

parevano riflettere un raggio di sole.

— Guardatevi dintorno in questa società, che si travaglia nella

gestazione dolorosa dell'avvenire. Quante cose da fare! Tutto vacilla:

la fede, l'autorità, la coscienza umana. Una casta, a nome dello

spirito, ha troppo disprezzata e maltrattata la materia: questa

s'insorge e dà la battaglia della negazione allo spirito, in nome della

libertà. Gli errori cozzano innanzi alla verità sbalordita. Gl'infimi,

dal ghiacciato fango dove giacciono oppressi levano in su la testa, si

drizzano in punta di piedi e vogliono arrampicarsi alle più tepenti aure

della ricchezza. I derelitti gettano in faccia alla civiltà del secolo

la tremenda questione; «Perchè abbiamo sofferto sinora? Perchè

soffriamo?» La risposta autoritativa delle religioni dommatiche non

basta più ad acquetarli. Un miasma di materialismo inasprisce le piaghe

sociali e manda al parosismo la febbre della miseria.... Convien

provvedere, convien provvedere.... La quistione politica non è che

vicenda di transizione. È la tendenza del predominio della borghesia; ma

l'avvenimento di questa non sarà che una sosta nella lotta sociale, dove

essa non pensi alla redenzione della plebe e non l'effettui.

Si strinse colle mani la fronte e tacque un istante; le carni gli

ardevano ed affannoso aveva il respiro. Virginia fece un atto come per

venirgli pietosamente in aiuto; ma egli lasciò cadersi le braccia e

mostrò spento nelle pupille il raggio, svanita la fosforescenza della

fronte diventata color della morte.

— Oh meschinità ed impotenza della parola! disse egli con voce sorda,

soffocata, in cui ogni vibrazione era spenta. S'io potessi tradurre in

linguaggio umano le mie idee! S'io potessi dar forma alle mie

visioni!... Mi avete voi potuto comprendere? Potrete voi completare

nella vostra intelligenza il concetto da me appena accennato?... Ah

perchè non posso trasmettere in altrui quello che s'agita dentro il mio

cervello? Perchè non son io Francesco?..... Perchè sono condannato a

morire?...

Ricascò sui guanciali e chiuse gli occhi così che parve già fatto

cadavere.

La nobile fanciulla si curvò su di lui, impietosita, palpitante; e gli

fece scendere sull'anima la rugiada di dolci parole di speranza e di

conforto. Egli sorrise mestamente a quella melodia soave.

— Addio bellezze dell'esistenza terrena; susurrò colle tremole labbra

sfiorate da un sorriso: addio poesia della mia vita!... Sì, sono

condannato a morire..... Bere sino alla feccia il calice delle amarezze,

e morire.

Il misero pensava all'ignominia di suo padre, il quale pure ei voleva

conoscere.

— Perdonatemi, Virginia, e compatitemi... E non dimenticate le mie

parole!... Forse non vi parlerò più..... Ma son lieto d'aver potuto

manifestarvi un cantuccio dell'anima mia..... E siate benedetta voi che

avete per pietà inchinato il vostro orgoglio alla pazienza di

ascoltarmi. Ora sento offuscarsi di nuovo la mia mente turbata: addio;

lasciatemi alle tenebre che m'invadono..... e siate felice!

Virginia s'allontanò pensosa, commossa, a passo lento. La rozza figura

del giovane plebeo aveva preso ai suoi occhi proporzioni mai più credute

di grandezza. Essa lo aveva indovinato; traverso le confuse parole aveva

capito il pensiero, aveva travisto la luce dell'idea. Si fermò innanzi

al ritratto di sua madre e stette assai tempo contemplandolo, assorta in

profonda riflessione. Quando si riscosse si passò le piccole mani sulla

fronte: gli occhi mandavan faville.

— Esser la luce, la coscienza, l'ideale dell'uomo che si ama! esclamò.

Essere il genio del mondo novello!... Oh! il mio Francesco sarà un

grand'uomo!

Don Venanzio vide sul volto del marchese le traccie d'una tal

desolazione e d'un tale abbattimento, che avventurandosi ad una maggiore

famigliarità di quella che mai avesse ardito usare coll'illustre

personaggio, gli si avvicinò con premura, gli prese una mano e disse con

tono di amichevole conforto:

— Coraggio, signor marchese.

— Ah! se sapesse!..... mormorò lo zio di Virginia.

— So tutto; disse affrettatamente il parroco; e narrò che veniva dalla

stanza di Maurilio, da cui aveva appreso la fatale novella, e come

quello sciagurato che da pochi dì andava per le bocche di tutti col nome

di _medichino_ egli avesse conosciuto bambino ed istrutto in compagnia

di Maurilio.

Il marchese si nascose nelle mani la faccia.

— Ah! come Iddio ha punita la mia famiglia e me stesso: disse gemendo.

Togliere ad una moglie il suo sposo, rubare ad una madre il frutto delle

sue viscere, condannare alla miseria ed alla vergogna un innocente

bambino furono orribili colpe... ma orribile pure è il castigo del

cielo!... Ed ora che fare, mio Dio! che fare?

Don Venanzio parlò col buonsenso della sua anima religiosa ed onesta.

— Bisogna rendere omaggio al vero; bisogna obbedire alla manifesta

volontà di Dio che per suoi imperscrutabili fini ha voluto appunto che

in questa occasione si scoprisse il segreto: bisogna che quello

sciagurato sappia tutto.

— Come! La pensa a quello che dice? disse il marchese levando in

sussulto la testa, vorrebbe che l'onore della famiglia fosse posto in

balìa di quel cotale?...

— La verità ha un diritto maggiore di quello dell'onor d'una casa;

quell'infelice medesimo non può ulteriormente lasciarsi nell'ignoranza

dell'esser suo. Chi le dice non sia uno de' maggiori e de' principali

castighi che gli abbia riserbato la Provvidenza pel suo traviamento,

quello di apprendere, quando caduto al fondo dell'infamia, che avrebbe

potuto essere ricco, glorioso, felice, dove avesse camminato sempre

senza inciampare nel cammino della virtù?

Il marchese curvò il capo e tacque alcun tempo, assorto in una profonda

e dolorosa meditazione.

— Forse Ella ha ragione, Don Venanzio: disse poi con accento di

scoraggiato abbandono; ma io sono in mezzo ad impulsi diversi, a

sentimenti contrarii, a doveri contraddittorii, e non so bene qual

seguire, qual condotta trascegliere. Quel miserabile può egli dirsi che

abbia ancora qualche diritto verso la mia famiglia? Non gli ha egli

persi tutti coll'infamia della sua vita?

— Ma di chi la colpa s'ei precipitò a quel modo?

— È vero, è vero.... Ma non ho io il dovere di conservare inviolato

l'onore del nome che devo trasmettere a' miei figli? Poichè tutto

s'ignorò finora, poichè tutto si può seppellire.... non ho io il diritto

di fare che si continui ad ignorare?

Il buon prete stette un momento, perplesso ancor egli: il marchese

incalzò:

— Se quell'infelice medesimo conoscesse le condizioni in cui mi trovo,

vedendo dall'una parte un inutile lustro gettato sulla sua ignominia a

dispendio del decoro d'un glorioso casato, dall'altra il silenzio e

l'oscurità continuati intorno alla sua origine, oh certo vorrebbe darmi

ragione di appigliarmi a questo secondo partito...

S'interruppe come sovraccolto da una nuova idea.

— Don Venanzio, soggiunse egli poi affrettatamente e senza guardare in

faccia il vecchio sacerdote: quel disgraziato è ben padrone della sua

sorte, in lui sta bene il diritto di rinunziare ad un nome e ad un

grado?

— Oh sì.

Il marchese tacque di nuovo un poco meditando.

— Ella mi ha detto avere stupito di trovare uno scellerato in quell'uomo

ch'Ella aveva giudicato capace dei più alti destini.

— Sì.

— Non è dunque spenta nella sua anima ogni generosità, ogni nobile

sentire?

— Non credo.

Altra pausa; poi con voce più bassa e testa più china, il marchese

soggiunse:

— Voglio andare io stesso ad apprendere la verità a quello

sventurato.... Ella mi vi accompagnerà, Don Venanzio.... Farò giudice

colui medesimo di quel che si debba.

Il parroco parlò allora della povera Margherita; il marchese promise

l'avrebbe raccomandata, e nello stesso tempo, quando avrebbe chiesto di

poter avere un colloquio senza testimoni col _medichino_, avrebbe

ottenuto facoltà a Don Venanzio di visitare la vecchia incarcerata.

All'influenza del marchese non fu difficile il conseguire per lo stesso

giorno successivo la permissione di quell'abboccamento coll'imputato

Gian-Luigi Quercia.

Ma di quella sera frattanto, una dolorosa scena aveva luogo nella

famiglia Baldissero.

Si era al finir del pranzo. Durante questo non si era quasi parlato mai:

il marchese era cupo, Virginia era triste e preoccupata, la marchesa

superbamente fastidiosa, il marchesino ancora in broncio con tutti.

Appena se poche parole erano state pronunziate in grazia a Don Venanzio

che in mezzo a quelle cere imbrunite mostrava afflitta eziandio la sua

bella fisionomia di uomo senza peccato. All'ultimo bicchierino di

Bordeaux, Ettore, come per protestare contro la comune musoneria,

sciolse il scilinguagnolo ed entrò di pieno nell'argomento che era sulle

bocche di tutti, ma che allora, per diversa cagione, suscitava

particolarmente l'interesse di Virginia, che quel giorno medesimo era

stata a vedere Maria, del marchese e di Don Venanzio, che avevano avuto

il colloquio or ora riferito; parlò del _medichino_.

— E' pare veramente, disse, che vi sieno in giuoco delle suste potenti

per sottrarlo alla sorte che si merita. Ieri sera ebbe luogo un

tentativo d'evasione che fu per un filo se non riuscì. (Contò le cose

com'erano andate). L'agente di Polizia che venne in momento tanto

opportuno ad arrestarlo, fu nominato sott'ispettore delle carceri e

specialmente incaricato della custodia di quel mariuolo: il

capoguardiano e il custode che fuggiva con lui sono ai ferri:

l'ispettore medesimo, caduto in sospetto, è per intanto sospeso

dall'impiego. È sperabile che quello sciagurato non isfugga al suo

destino: e ci ho gusto. L'infame supplizio il miserabile lo ha meritato

mille volte più d'ogni altro. Pensare che osava comparire nelle società

di garbo...

— Non nella nostra: disse con tono secco la marchesa.

— Ma pur tuttavia oggi che la società è così mêlée ci avvenne di

costeggiarlo le tantissime volte. Pensare che ci tendeva inguantata

quella mano la quale giuocava di baro, rubava ed assassinava!... Pensare

che l'ho avuto io di fronte in una quistione d'onore e che l'ho trattato

come uomo onorevole! Esso merita cento morti.

— E la sua condotta verso la povera Maria Benda? esclamò con

indignazione Virginia. Quello è uno dei peggiori suoi assassinii, se non

è il pessimo. Chi può vedere quella vittima infelice e non sentirsi

schiantar l'anima?... No, non v'è punizione di leggi terrene, non v'è

maledizione di Dio che basti per tanta scelleraggine.

Il marchese era divenuto pallido pallido e guardava con occhi sbarrati

ora la nipote, ora Don Venanzio.

— Ah! la misericordia di Dio è grande: disse questi colla sua voce mite

e commossa: e dove noi non veggiamo che ragione di maledire, il Supremo

Giudice sa le cause di compatire e di perdonare. Non anticipiamo i

giudizi del Signore!

— Lasciamo stare la giustizia di Dio: disse Ettore con quel suo fare fra

l'impazienza e la leggerezza, in cui un impertinente sussiego era appena

temperato dall'urbanità delle maniere. Quanto alla giustizia umana, se

havvi caso in cui la debba essere implacabile, è certo questo. Uno

scellerato che ruba la considerazione della gente, che non è spinto al

delitto dall'urgenza del bisogno, ma da empie passioni, che si trafora

nelle famiglie a rubarvi onore e denaro... Ma la morte è troppo poco...

Ha torto a mio avviso la nostra filantropia moderna che abolì le

tenaglie roventi e il supplizio della ruota...

Il padre di Ettore si drizzò di scatto più pallido ancora, e si levò di

tavola. Tutti ne imitarono lo esempio e lo seguirono nel vicino salotto.

Colà il marchesino che non s'accorse dell'emozione di suo padre, e che

ad ogni modo non ne avrebbe capita la ragione, continuò come se di nulla

fosse il suo discorso.

— Bisogna farli soffrire quella gente: la morte sì, ma dopo buoni

tormenti...

— Siete voi senza cuore, Ettore? esclamò il marchese con accento di

rimprovero doloroso.

— Per quella canaglia, sì: rispose col medesimo tono Ettore: e tanto più

per quel cotale. E' mi ha sempre sovranamente spiaciuto.... Se fosse

stato mio pari, gli è da tempo che avrei voluto dare anche a lui una

buona lezione.... Ma io sentiva per istinto che quello era degli uomini

che sono indegni anche del nostro odio, un vil verme che si disprezza e

si calpesta.

Il marchese fece un passo verso suo figlio con mossa così vibrata e con

aspetto così turbato che tutti gli si voltarono a guardarlo, ansiosi di

botto delle parole che stavano per uscire dalle sue labbra. Le porte del

salotto erano chiuse, e niun altro orecchio estraneo alla famiglia

poteva udire, fuor quello di Don Venanzio.

— Sapete chi è quel vil verme? disse il marchese con voce bassa, ma

tremola; sapete chi è quello scellerato, ladro, assassino, falsario, che

voi volete attenagliare ed arrotare?..... Egli è vostro cugino, Ettore,

è il figliuolo di mia sorella, è il tuo fratello, Virginia....

La plebe, parte IV · 第 36 / 44 题