CAPITOLO XXII.

Per l'arresto dei malfattori della _cocca_, tre squadre poliziesche

eransi partite ad un tempo dal Palazzo Madama, la prima capitanata da

Barnaba si era diretta alla casa Benda dove sapevasi doversi cogliere

alla posta il capo della banda, e già abbiam visto quello che a questa

squadra era intravvenuto; la seconda erasi recata all'abitazione

ordinaria del cosidetto _medichino_ sotto la guida di un altro agente

che godeva ancor egli la speciale confidenza del signor Commissario, e

colà aveva arrestato i servi del sedicente dottor Quercia ed in una

minutissima perquisizione sequestrato tutte le carte che vi ci aveva

trovate, cui l'agente doveva consegnare nelle mani medesime del signor

Tofi: quest'ultimo poi, a capo della terza squadra, più numerosa delle

altre e rinforzata dall'aiuto di una mezza dozzina di carabinieri, s'era

assegnato il compito di penetrare nel covo sotterraneo e misterioso di

quella tremenda associazione di assassini. Giunta a poca distanza dalla

strada in cui s'apriva la taverna di Pelone, questa schiera si divise in

due, e chetamente le due frazioni s'avviarono, l'una verso la bettola,

l'altra verso la bottega di Baciccia.

Il bravo Pelone, che già da qualche giorno aveva inquietudini e di

molte, restò di stucco al vedere aprirsi l'uscio a vetri della bottega e

in mezzo al fumo denso delle pipe, delle vivande, dei lumi a olio,

presentarsi la faccia del Commissario, faccia che ispirava apprensione a

tutti e che in quel punto alla coscienza sporca di mastro Pelone fu

spaventosa come la testa della Medusa nei poeti classici. Ad accrescere

spavento questa faccia tremenda era incorniciata in un fondo di ceffi

arcigni di guardie poliziesche e di cappelli a becchi di carabinieri. Al

fondo dello stanzone, dal suo banco a cui sedeva secondo il solito, il

tavernaio, facendo una splendida eccezione alla ordinaria lentezza di

moti del suo lungo corpo dinoccolato, sorse di scatto sulle sue zattere

di piedi, assalito da un parosismo maligno della sua tosse profonda e

dal fondo delle occhiaie incavate girando attorno uno sguardo sgomento:

— Il Commissario in persona! si disse egli in fretta in fretta con un

ansioso monologo mentale. Caspita! Gli è dunque qualche cattura

importante che qui si vuol fare.

Ma lo sguardo che aveva mandato in giro gli aveva fatto conoscere che

presenti nell'osteria a quel momento, non c'era che una minutaglia di

birbanti, pesciolini senz'importanza, per cui non occorreva tanta forza

di reti nè tanta abilità di pescatore: e ciò lo spaventò ancora più.

— Ahi, ahi! Pelone, continuò egli nel suo monologo; codesto mi ha l'aria

molto brutta per te; tutto ciò temo voglia avviarsi molto male.

Qualcheduno avrà commesso delle imprudenze; già lo sapevo che sono una

manica d'imbecilli; lo dovevo prevedere ed avrei fatto bene a contar

tutto al Commissario. Ora temo d'essere nella ragna pur troppo, che il

diavolo li porti tutti quanti, e me con essi.

L'alto rumore che facevasi nella bettola, e vociare nel giuoco della

morra, e sbraitare di canzonaccie, e parole concitate che erano grida e

sghignazzamenti e imprecazioni e bestemmie, all'entrare della forza

pubblica, era cessato tutto ad un tratto, come per incanto. Tutte le

faccie s'erano rivolte alla porta, tutte le bocche erano rimaste

spalancate e gli occhi fissi nell'espressione d'una paurosa sorpresa,

nel cuore di tutti s'era messa l'ansia, perchè fra tutti quegli

avventori non ce n'era forse uno cui quella vista non dovesse dare a

riflettere ai casi suoi.

La Maddalena, che trovavasi nella cucina al pian di sotto, stupita

grandemente pel subito succedere senza transizione di quell'alto

silenzio al baccano di prima, venne su a vedere che mai fosse capitato,

e mostrò la sua faccia impertinente e rubiconda al di sopra della

botola.

— Figliuola di mala femmina, sgualdrina, sfacciata che Dio ti dia bene!

le disse mozzicando le parole fra le sue gengive il bettoliere che s'era

levato premurosamente di dietro il banco per muover all'incontro del

Commissario. Ecco qui la sbirraglia: siamo tutti perduti, che Satanasso

ti abbranchi!

Maddalena per prima cosa pensò alla più diletta persona, alla sola

diletta che avesse al mondo, al _medichino_, cui quel pericolo poteva

minacciare; guardò alla porta e veggendo entrare cinque o sei sgherri e

con essi tre carabinieri, ed una riserva di poliziotti rimanere ancora

al di fuori sulla strada, capì con molto dispetto che il fuggire di là

era impossibile. Suo proposito era correre in cerca di Luigi e tanto

aggirarsi finchè l'avesse trovato per avvisarlo di quel che avveniva

nella bettola, di guisa ch'egli potesse provvedere ai casi suoi.

Qualunque altro non avrebbe più avuta speranza nessuna di riuscire in

questo intento; ma la Maddalena era tenace nelle sue volontà, era

audacissima, accorta, ed era donna; si disse che un'occasione di

sgattaiolarsela sarebbe nata ed ella avrebbe saputo approfittarne, ed

anche l'avrebbe saputa far nascere, e salita del tutto fuor della

botola, si venne accostando lentamente al gruppo degli agenti della

forza pubblica, come spinta soltanto da una curiosità naturale, ma

affatto disinteressata.

Chi s'accostò non lentamente ma con zelante premura al sor Commissario

fu mastro Pelone, il quale, trattosi fuori di dietro il banco, levatosi

dal cranio lucido di avorio giallo la berrettaccia unta e bisunta,

veniva all'incontro del signor Tofi, lungo la corsìa in mezzo ai due

ordini di tavole, facendo passi da gigante colle sue lunghe gambaccie

stecchite e trinciando inchini da toccare colla punta del suo naso da

uccello di rapina le rotelle piatte de' suoi ginocchi.

— Oh signor Commissario, illustrissimo signor Commissario! gridava egli

colla sua voce rauca, punteggiata dagli sbruffi della tosse: in che cosa

posso servirla, signor Commissario? Mi metto a sua disposizione, signor

Commissario.... Fatevi in là voi altri: si diede a gridare a parecchi

degli avventori che ingombravano il passaggio, e li urtava nella schiena

per farneli ritrarre: toglietevi di qua, mascalzoni, fate largo, date

luogo al signor Commissario.

Questi dall'alto del suo cravattone guardò con occhio severo l'oste

tutto confuso, che credette, a quell'occhiata, sentir aprirsi il terreno

sotto i piedi, e non rispose pure una parola; poi volto al brigadiere

dei carabinieri ed a quello delle guardie di polizia, disse:

— Nessuno esca di qua sino a nuovo ordine. Prendete nome, cognome e

condizioni di tutti e quelli che sono in nota sieno ammanettati

senz'altro.

Carabinieri ed _arcieri_ si posero tosto all'opera. Della maggior parte

di quegl'individui non avevano pure da domandare il nome; chè erano

antiche loro conoscenze e non nuovi inquilini della carcere. Tutti

protestavano che gli era uno sbaglio, che erano innocenti come neonati,

ma le proteste non indugiavano d'un punto il ratto procedere degli

agenti della forza pubblica.

— Voi, Pelone, disse il signor Tofi con quel suo brusco accento, che

gelava il sangue nelle vene a chiunque: venite meco di là in quello

stanzino.

Il Commissario fe' cenno al brigadiere dei carabinieri, a quello degli

sgherri e passò primo; Pelone entrò dopo di lui abbrancato ad un braccio

dal caporale _arciere_, e le sue lunghe gambe gli si piegavano sotto:

l'uscio a vetri colle tendine rosse fu chiuso dietro di loro.

— Pelone; cominciò il signor Tofi con quel tono che toglieva ogni

volontà di resistenza; apriteci subito l'uscio segreto che c'è in quella

impiallacciatura di legno, pel quale si comunica col sotterraneo

ricovero della _cocca_.

L'oste sentì un brivido come mai l'uguale corrergli per tutte le vene e

gli venne un nodo alla gola che, secondo si espresse egli medesimo di

poi, gli parve una carezza della corda di mastro Impicca.

— Signor Commissario, balbettò egli, verde in viso e oscillando come

briaco sulle sue pertiche di gambe, non so..... non capisco..... in

parola di Pelone.....

Si ricordò che quel passaggio, per fortuna, ultimamente era stato

murato, che quindi non lo si sarebbe rinvenuto, e povero di consiglio

com'era in quel momento, preso alla sprovveduta, si figurò che il

miglior mezzo era di negare risolutamente.

— Non so che cosa Vossignoria voglia dire..... che il diavolo mi porti.

Tofi lo guardò con aria feroce, e senz'aggiunger verbo andò a quel punto

dove Barnaba gli aveva detto esistere il passaggio; toccò nel luogo

dove, per le rivelazioni di Arom, sapevasi esistere la molla, ma nulla

si mosse.

— Aprite, sarà meglio per voi: disse il Commissario furibondo a Pelone.

— La mi scusi, signor Commissario, ma per la salute dell'anima mia, per

la Madonna delle grazie e quella della Consolata, pel mio Santo

protettore, protesto.....

Il Commissario non lo lasciò finire: aprì l'uscio a vetri che metteva

nel primo stanzone e disse con accento di comando:

— Due uomini qua con ascie e picconi.

Gli uomini vennero solleciti.

— Abbattete quel tavolato lungo tutta questa parete: comandò il signor

Tofi.

In dieci minuti la bisogna fu compiuta. Non vi era passaggio di sorta

nella muraglia, ma ad un punto, ed era facile accorgersene, la muratura

era fresca.

Tofi si rivolse al bettoliere, più furibondo di prima.

— Brigante! Avete murato l'apertura, eh? E credete scappolarla?

Miserabili! siete tutti nei miei artigli ad ogni modo, ed avrete dal

boia quel che vi meritate... Distruggete quella muratura.

Gli uomini si posero a dar coi picconi in quella parte che si vedeva

costruita di recente.

Ma ecco che in quella giunge correndo un arciere della squadra che erasi

recata alla bottega del Baciccia, e viene a recare un'ambasciata al sor

Commissario.

A questa squadra ecco che cosa era avvenuto.

Giunti alla bottega del rigattiere e trovatala chiusa, se l'erano fatta

aprire ed irrompendo avevano senza perder tempo legato ben bene il

Baciccia e la sua famiglia, poi recatisi diviati al nascosto passaggio

che comunicava col sotterraneo, vi si erano introdotti, camminando pian

piano, con ogni cautela, colle loro lanterne accese.

In _Cafarnao_ erano i soliti inquilini, che non avevano altro soggiorno

più sicuro di quello: i due galeotti evasi dal bagno, _Stracciaferro_ e

_Graffigna_. Dormivano ambedue; ma l'ultimo, in qualunque luogo si

trovasse, non dormiva che di quel sonno che il volgo suole attribuire

alla lepre, la quale non chiude che un occhio e coll'altro sta sempre

spiando ciò che le succede dintorno. _Graffigna_ adunque udì fra il

sonno e la veglia il rumor lontano e soffocato dei passi guardinghi di

più persone suonare per la volta rimbombante del sotterraneo e si drizzò

in sussulto a sedere sul suo strammazzo. Era un sogno frequente ch'ei

faceva quello di essere perseguitato dai giandarmi, e credette anche

questa volta essere stato disturbato da un sogno; ma ora e' si sentiva

bene sveglio, e quel rumore non che dileguarsi veniva sempre più

accostandosi; balzò dal giaciglio e corse alla porta che usciva su

quella specie di vestibolo che precedeva lo stanzone, onde entrava

colaggiù un poco d'aria e di luce, vide dal corridoio che veniva alla

bottega del Baciccia, unica strada che ora ci fosse oltre quella della

casina del _medichino_, appressarsi uno splendore rossiccio che giudicò

prodotto da più lanterne portate a mano, e udì un tintinnare d'armi che

al suo orecchio esercitato rivelò di che razza fossero i sopravenienti.

D'un salto egli fu presso _Stracciaferro_ a scuoterlo vigorosamente. Suo

disegno era correre in tutta fretta su per l'andito che menava alla

palazzina di Quercia, il quale aveva visto ancor libero, e di là

fuggire, se ancora possibile, alla aperta campagna. Ma quanto era

leggiero il sonno di _Graffigna_, altrettanto era sodo e pesante quello

di _Stracciaferro_ onde alle scosse ed agli urtoni che il suo compagno

gli dava, quell'omaccione, senza punto destarsi, non faceva che

rispondere con un grugnito e con certi atti impazienti e collerici che

provavano essere il mal capitato chi venisse a disturbarne il riposo.

Vedendo che la cosa premeva oltre ogni dire, _Graffigna_ pensò ricorrere

ad un mezzo che ritenne infallibile: punzecchiò forte colla punta del

suo pugnale nelle carni dell'addormentato e nello stesso tempo gli gridò

nel padiglione dell'orecchia:

— Su, su, _Stracciaferro_; sono qui gli sbirri ad arrestarci.

L'omaccione mostrò che era sveglio pur finalmente sparando insieme una

grossa bestemmia e un tremendo pugno che guai per _Graffigna_ se n'era

colto.

— Possa tu venir appiccato, traditore d'un birbone da forca: esclamò

_Stracciaferro_: mi lascierai tu dormire in pace?

— Il tuo augurio sta per essere avverato: di rimando _Graffigna_,

martuffo del boia, mio caro amico, che ti venga un accidente; e sta per

avverarsi anche per te, giacchè stiamo per essere presi come due sorci

in trappola.... Ti dico che è qui la Polizia.

Questa volta _Stracciaferro_ fu desto del tutto.

— Possibile! esclamò egli levandosi.

— Senti! disse _Graffigna_.

L'omaccione udì ancor egli il passo in cadenza della squadra che

s'avanzava lentamente. Al suo spirito ottuso non balenò neppure il

pensiero d'un possibile scampo; non pensò che a vender cara la sua vita;

girò intorno lo sguardo degli occhi sanguigni e borbottò fra i denti:

— Ah cani maledetti! Or ora ne spedisco io una frolla all'altro mondo a

farmi da battistrada.

Aveva visto in un angolo un palo di ferro di quelli onde si servivano ad

abbattere imposte e sgangherar usci, e fu ad afferrarlo, maneggiandolo

con tanta facilità, come altri farebbe d'un semplice bastone.

_Graffigna_ gli spiegò in fretta in fretta la possibilità che forse

eravi ancora di fuggire per la casetta del _medichino_; ed egli allora

consentì a tentar questo passo, armato del suo palo di ferro; ma era

troppo tardi, ed appena usciti dallo stanzone, i due banditi si videro

saltare addosso gli agenti della forza pubblica. Si ritirarono essi

sulla soglia del _Cafarnao_, in alto dei pochi gradini che vi

conducevano, e disperati del tutto della vita, si prepararono ad una

strenua difesa. Non racconterò le vicende di questa lotta resa più

orribile dal luogo, dalle tenebre appena se rotte da quella luce

rossiccia che pareva anch'essa macchiata di sangue, dalla forza erculea

di _Stracciaferro_, dall'agilità di _Graffigna_ che balzava come una

pantera addosso ai nemici e riparava poscia sotto la protezione della

tremenda mazza del suo compagno, riportando ad ogni volta bagnata di

sangue novello la lama sottile del suo pugnale. Il fatto è che già

troppo durava questo combattimento, senza che si fosse potuto venire a

capo di opprimere i due assassini, e parecchi degli assalitori giacevano

malconci; speravano gli agenti della Polizia veder giungere da un

momento all'altro il rinforzo del Commissario co' suoi uomini, che

secondo le intese dovevano riunirsi colà appunto al resto della squadra,

ma non vedendo nulla arrivar mai, chi comandava quella frazione aveva

pensato miglior consiglio mandare alcuno ad istruire il signor Tofi di

quello che avveniva ed invocarne sollecito il soccorso. Codesto era

venuto a fare l'uomo che abbiamo visto soprarrivare sollecito alla

taverna di Pelone, e il Commissario appena inteso com'erano le cose,

lasciato nella bettola appena quanti uomini bastassero a tenere in freno

gli arrestati che già erano a due a due avvinti dalle manette, con tutto

il resto delle sue forze accorse sul luogo del conflitto.

La Maddalena, visto partire il Commissario e la maggior parte dei birri,

sentì accrescersi la sua mai perduta speranza di fuggire. Se ne venne

tranquillamente verso la porta d'uscita, e saettò un'occhiata assassina

all'_arciere_ che stava là appostato. Quell'_arciere_, per fortuna di

Maddalena e per sua sfortuna, praticava non di rado nella bettola, e le

attrattive petulanti della giovane lo tentavano maledettamente; a

quell'occhiata ch'egli credette gli dicesse tante cose, non potè a meno

che rispondere con un fatuo sorriso di compiacenza.

Maddalena, con atto di affettuosa domestichezza, gli pose una delle sue

mani paffutelle sul petto.

— Ho da dirvi una cosa: gli susurrò sotto voce, ponendogli bene innanzi

le sue pupille smaglianti, la sua faccia fresca e il suo sorriso

provocatore.

— Che cosa? disse il babbuino aitandosi ed andando tutto in brodo di

giuggiole.

— Non qui: soggiunse la briccona sempre più sommesso, guardandosi

dattorno con diffidenza: venite fuori un momento; è una cosa che vi farà

piacere.

E senza attender altro, lesta pose la mano sulla gruccia della

serratura, socchiuse l'uscio e sgusciò fuori: ma l'_arciere_ fu

sollecito ad allungar il braccio, afferrò la ragazza pei panni e le

tenne dietro nella strada.

— Or bene, parlate ora, mia cara...

Non ebbe tempo a finire queste parole che la Maddalena, la quale forzuta

era e coraggiosa più che a donna s'addica, gli scaraventava un pugno sul

naso con tanta violenza che il povero _arciere_ vedeva a un tratto cento

mila fiammelle, e recandosi le mani alla parte offesa non pensava più a

trattenere la donna, che non perdeva tempo a darsela a gambe e spariva

ratta nell'oscurità di quelle viuzze contorte.

Dove la si recasse vedremo poi, ora torniamo con Barnaba che dalla

camera ove giaceva il _medichino_ legato, si calava per la scala segreta

nel sotterraneo della _cocca_.

Quando Barnaba discese in _Cafarnao_ la lotta era finita, il

sopraggiungere del Commissario con nuovo rinforzo di poliziotti, aveva

dato più animo agli assalitori ed era riuscito a superare ben tosto

colla prepotenza del numero la difesa degli assassini. Questi, disarmati

e strettamente legati, stavano in quella specie d'atrio circolare dove

facevano capo le varie strade coperte, posti in mezzo ad una mezza

dozzina de' più robusti e risoluti sgherri, i quali li custodivano

tenendo gli occhi fissi su di loro e le mani sui calci delle pistole. Il

signor Tofi, penetrato nello stanzone sotterraneo, tutto lieto delle

infinite cose che vi scopriva, onde di gran lunga era superata la sua

aspettazione, ne faceva una ricognizione sommaria; riserbandosi, a cose

più calme, un minuto esame ed un esatto inventario. Intanto aveva già

riconosciuto che colà stavano le prove materiali di parecchi reati di

cui fino allora non si erano potuti trovare i colpevoli: quelli che in

linguaggio criminale si chiamano _corpi del delitto_. Là era la cassa di

ferro portata via al signor Bancone; là il mantello di Francesco Benda,

di cui uno squarcio era rimasto in mano all'assassinato Nariccia; là

varii e molteplici oggetti caduti nei più audaci furti ed assassinii

commessi. Adocchiato finalmente l'uscio che metteva nel gabinetto

particolare del _medichino_, il Commissario lo faceva atterrare, e

penetrato in quel recesso, rotte le serrature dei forzieri e della

scrivania, giungeva ad impadronirsi pur finalmente di tutti i segreti

della tremenda associazione, di tutti i fili di quella permanente

congiura di malfattori contro la proprietà e la società.

Barnaba arrivava appunto nel migliore dell'opera di sommario esame e di

separazione dei documenti sequestrati.

— Signor Commissario; cominciò egli, per richiamare su di sè

l'attenzione del suo superiore.

Il signor Tofi levò il viso vivamente e di sotto la larga tesa del suo

cappello che teneva piantato in capo, mandò uno sguardo pieno di

soddisfazione e brillante di trionfo verso il suo subordinato che gli

stava ritto dinanzi. Parve persino che le sue labbra severe si

atteggiassero ad una sembianza di sorriso; cosa che da anni ed anni

avevano affatto disimparato.

— Ah siete qui voi!... Spero che non vi sarete mica lasciato scappare il

merlotto.

Mai, a memoria di birro, il signor Commissario Tofi non aveva usato

parole e tono così scherzosi.

— No, signore, rispose Barnaba, che, sfinito del tutto di forze, si

appoggiò alla scrivania per sorreggersi; egli è colassù legato come un

salame.

— Bene, benissimo: esclamò Tofi fregandosi le mani. Ma come colassù?

Dove volete dire?

— Nella palazzina del viale.

— Ah sì! E come ce l'avete costì, perchè ce l'avete portato?

— L'abbiamo preso colà.

— Oh bella! Raccontatemi come andò la cosa.

Ma in questa il Commissario degnò accorgersi che il suo subalterno non

poteva proprio più stare in piedi.

— Sedete: gli disse con accento più benigno di quello che da lui si

potesse aspettare; avete bisogno di riposo; lo si vede.

Barnaba si lasciò andare sopra una scranna e raccontò le peripezie

dell'arresto.

— Che minchione! esclamò il Commissario: poichè vi era sfuggito dalle

branche, venirsi a porre da sè in trappola. Ma e' son tutti così: ce la

fanno, ce la fanno per un pezzo, e nissuno mai, conviene dirlo, ce l'ha

fatta così bene e per tanto tempo come questo scellerato, e poi ad un

bel punto perdono la scrima. Ora, grazie a Dio, ce l'abbiamo ed è affar

finito; non ci scappa più. Metteremo in pratica tutta la possibile

sorveglianza.

— L'affidi a me, sor Commissario: esclamò con un certo ardore Barnaba,

rianimandosi nonostante la sua sfinitezza. Lo vorrò sorvegliare anche

quando sia nelle carceri, perchè quell'associazione di cui il

_medichino_ è capo, ha tali diramazioni ed è sì potente che ci sarà

impossibile, anche con questo colpo, schiacciarla del tutto, e perchè vi

hanno troppe persone ed influenti che seguiteranno ad interessarsi per

la sorte di quel miserabile. Dobbiamo aspettarci a molti ed accorti

tentativi d'evasione.

— È giusto. Voi avete tanto merito in questa faccenda che a voi si

spetta appunto il badare che la si conduca a buon termine. Del resto

avete reso un sì gran servigio e ci avete posto tanto zelo che saprò

raccomandarvi a chi si conviene perchè ne abbiate degno compenso.

Intanto aiutatemi a frugare qui in mezzo se si trovano quelle certe

lettere di quella tale signora che vi ho detto..... O forse le avete voi

trovate nella palazzina?

Barnaba rispose di no: nemmeno fra le carte di quel gabinetto segreto

non si trovarono le lettere che si cercavano, e che il lettore ha già

indovinato esser quelle della contessa Candida Langosco di Staffarda. Si

sperò allora che le si sarebbero rinvenute fra le carte che agenti

speciali avevano sequestrate al domicilio abituale di Quercia e in

quelle altre camere che egli teneva qua e là per la città, e di cui Arom

aveva del pari rivelato l'indirizzo.

Presi seco i documenti più importanti; assicurata ben bene la custodia

dei locali e d'ogni cosa; dato ordine si traducessero in carcere il

bettoliere Pelone che invano invocava tutte le Madonne e tutti i Santi

del Calendario a protesta della sua innocenza, e quegli altri che erano

stati arrestati nell'osteria, il Commissario e Barnaba salirono nella

palazzina del _medichino_, traendosi dietro ammanettati _Stracciaferro_

e _Graffigna_.

Gian-Luigi giaceva sempre sul pavimento, legato braccia e gambe,

immobile, muto, l'occhio nero fisso innanzi a sè, la fronte corrugata a

suo modo, un'espressione d'indomabile energia nel volto. Quando vide

entrare i due agenti della polizia, que' suoi occhi ardenti li

saettarono con uno sguardo d'ira feroce; visto dietro di loro i

galeotti, suoi complici, trascinati dai carabinieri e dalle guardie, le

sue pupille presero fugacemente un'espressione di disappunto rabbioso,

di rampogna, di comando, poi divennero profondamente indifferenti.

Il Commissario si accostò al _medichino_ con passo piuttosto sollecito,

come spinto dalla vivace curiosità; gli si fermò a' piedi, guardandolo

attentamente, incrociando le sue braccia sul petto sporgente ed

abbottonato fino al collo del suo soprabito, il mento sostenuto al

solito alle stecche dure del cravattone, gli occhi felini, sfavillanti

al fondo della larga tesa del cappello abbassato sul fronte da coprir le

ispide e folte sopracciglia grigiastre. Il _medichino_ concentrò tutta

l'attenzione delle sue pupille su quel volto burbero che gli si piantava

dinanzi in alto di quella lunga, impalata, impettita persona. Non c'era

nel suo sguardo e non nella sembianza la menoma vergogna nè la menoma

paura: una sicurezza che poteva dirsi impudenza; quasi una sfida a quel

potere che l'aveva vinto, a quella autorità che lo teneva ora in sua

balìa.

Si sarebbe potuto credere che il signor Tofi dicesse qualche aspra

parola di vanto dell'ottenuta vittoria, od uscisse fuori con qualche

ironico cenno intorno al colloquio che avevano avuto insieme pochi

giorni prima; forse il giacente medesimo se l'aspettava, e nel contegno

aveva già posta per ciò tutta quella disdegnosa audacia con cui si

preparava a rispondere; ma invece il Commissario non disse pure una

parola; stato alquanto a contemplarlo con osservatrice e non niquitosa

attenzione, si volse poscia a Barnaba, e disse a mezza voce, come

risultamento del suo esame e del suo meditare:

— Un'anima da demonio, una volontà di ferro, ed un corpo da Adone.....

Sicuro che c'era da far girar le teste di tutte le donne di questo

mondo.

Gian-Luigi fece uno sprezzoso sogghigno e volse gli occhi ad altra

parte.

— Accostatevi: disse Tofi a _Stracciaferro_ ed a _Graffigna_, tornando a

tutta la brusca e fiera imperiosità del suo accento.

I due assassini, spinti alle spalle dai carabinieri, fecero pochi passi

innanzi verso il luogo dove giaceva il loro capo.

— Conoscete quest'uomo? domandò loro il Commissario, additando il

_medichino_.

_Stracciaferro_ e _Graffigna_ abbassarono gli occhi sul volto del

giacente; il primo con quel suo piglio stupido d'uomo fatto mezzo scemo

dall'abuso dei liquori, il secondo con tutta la penetrazione maliziosa

del suo sguardo intelligente. Gian-Luigi li guardò egli con perfetta

indifferenza, come per dire: «Rispondete un po' come vi pare, che per me

gli è affatto uguale.» _Graffigna_ pensò che in ogni caso il silenzio

val sempre meglio di qualunque parola, e deliberò tacersi;

_Stracciaferro_ che non aveva consiglio proprio, guardò _Graffigna_, e

vistolo tener chiusa ermeticamente la bocca, stè zitto ancor egli.

— Conoscete costui? ripetè il signor Tofi con più ruvido e minaccioso

accento; ma nè anche questa seconda interrogazione non ebbe l'onore

d'una risposta.

— Bene! esclamò egli: razza di cani, parlerete più tardi; oh ve lo

assicuro io che parlerete... Ora conduceteli in prigione.

La plebe, parte IV · 第 30 / 44 题