CAPITOLO XII.

Francesco Benda aveva passato una notte cattiva. Un gagliardo accesso di

febbre aveva spaventato non solo gli amorosi suoi congiunti, ma i medici

eziandio. Il mattino colse quella disgraziata famiglia senza che pur

uno, nè padre nè madre nè sorella dell'infermo, avesse chiuso quegli

occhi che tutti avevano rossi dal pianto, avesse riposato quelle membra

che ciascuno aveva, e non sentiva tuttavia, affrante dalla fatica e

dall'angoscia. Nè la venuta del giorno arrecò alcun sollievo al

giacente, alcun conforto di speranza a chi lo assisteva. Il ferito

passava avvicendatamente da un sopor plumbeo ad un delirio non

furibondo, nel quale, fra mille incoerenti parole che uscivano susurrate

dalle sue labbra, spiccava pronunziato con più affetto, con ardenza di

trasporto, un nome: quello di Virginia.

E questa, da parte sua (era esso un misterioso istinto, era una

meravigliosa corrispondenza delle anime nei due amanti?), Virginia da

parte sua, tutta notte era stata occupata più che non ancora mai da

un'inquietudine affannosa, che le faceva immaginare, che le faceva

indovinare più pericolose e crudeli le condizioni del ferito. Era di

poco inoltrata la mattina, quando la nobil fanciulla, senza punto lotta

cedette alle ispirazioni del suo amore ed all'impulso della sua pietà.

Scrisse una letterina a Maria, come ad antica compagna ed a nuova amica,

pregandola di volerle comunicare le notizie del fratello, e la mandò

tosto per un lacchè, a cui fu vivamente raccomandata la sollecitudine.

Maria, che in que' momenti ne' quali la lettera di Virginia le giunse,

non avrebbe voluto nè veder persona, nè ricevere biglietti di sorta,

pure ad udire il nome di chi mandava quel foglio lo prese e lesse con

premura. Il delirio del fratello aveva alla fanciulla rivelato il

segreto dell'amore di lui; e se anima pietosa di fanciulla è pur sempre

inchinevole a intenerirsi per siffatti affetti, da alcuni giorni la

buona Maria era pur troppo, in mezzo ad un nuovo turbamento del suo

cuore, più facile che mai ad esser commossa dalla vista, dalla parola,

dal pensiero di quella passione. Nelle poche righe di Virginia

laconicamente gentili, la sua dilicata percezione sentì un interesse più

caldo e più vivo di quel che non volesse apparire, avvertì la vibrazione

d'un affetto che invano cercasse nascondersi. Maria ebbe una ispirazione

da semplice ed innocente fanciulla inesperta delle cose del mondo;

sedette a tavolino e rispose alla nobile amica col biglietto seguente:

«Il povero Francesco sta male pur troppo.

«Se il giorno passasse come passò la brutta notte che è finita, non oso

nemmeno pensare a quel che ne potrebbe avvenire.

«Ho pregato tanto la Madonna, e mi pare che la dovrebbe pur farci la

grazia di salvarcelo.

«Sento una voce in cuore che mi dice esservi una persona al mondo che

potrebbe richiamarlo alla vita.

«Questa persona è Lei, cui Francesco, nel suo delirio, ha invocata tutta

la notte.

«Oh! s'Ella venisse a farci questo miracolo! Dio la benedirebbe per

tutta la vita.»

Maria, scritte rapidamente queste parole, non riflettè, piegò la carta,

la suggellò e la fece rimettere nelle mani del domestico di Virginia che

aspettava. Se avesse riflettuto alquanto non l'avrebbe mandata: se ne

pentì appena il lacchè fu partito, ma era troppo tardi e stette

aspettando con ansia l'effetto delle sue parole.

Quest'effetto fu il migliore ch'essa potesse desiderare. Abbiamo visto

come il primo impulso di Virginia nell'apprendere la disgrazia avvenuta

a Francesco, fosse stato quello di accorrere essa stessa di persona a

casa di lui; trattenuta dallo zio e da costui posta in guardia contro le

imprudenze e i trasporti della passione, mercè il racconto delle funeste

avventure di sua madre, Virginia aveva momentaneamente ceduto, ma non

aveva in modo assoluto determinato che mai non avrebbe più tentato quel

passo, ch'ella in cuor suo dicevasi potere diventare per certe

circostanze, quasi un dovere in lei. Il racconto delle sventure di sua

madre, se aveva potuto contribuire a scemar in essa le speranze che

avrebbe potuto concepire intorno all'amor suo, ed abbiam visto com'ella

poca o nessuna ne avesse, se aveva potuto ispirarle più riguardosa

prudenza, non era fatto per isminuirle quella passione d'amore che già

troppo oramai era in lei radicata e cresciuta.

Oh come ella aveva ripensato tra sè, e ricontatosi quel doloroso romanzo

che aveva avuto per eroina sua madre, e di cui lo zio le aveva ora

tracciate le linee principali! Come la sua fantasia eccitata aveva

alacremente lavorato intorno a questi tratti precipui e compitone il

disegno e menativi i colori e terminato il quadro! La sua tenerezza per

la madre aveva sempre avuto qualche cosa di speciale, quasi potrebbe

dirsi di misterioso, come se il suo istinto di figliuola avesse sentito

nell'esistenza di quella cara e veneranda creatura un profondo dolore da

consolare. Ora questa tenerezza, ch'ella sempre serbava all'anima della

morta, s'era accresciuta vieppiù; ora era essa penetrata nel mistero di

quel dolore e ne trovava ancora più pietosa la causa; ora comprendeva il

significato di quello sguardo mesto, lungo, quasi imploratore, ch'ella

ricordava aver visto tante volte nei begli occhi della madre. Virginia

s'era recata innanzi al ritratto di questa che pendeva alle pareti nella

sua camera da letto, ed era stata lungamente contemplandolo. Quante cose

le diceva ora quel pallido viso leggiadro, che mai non aveva ella

dapprima avvertite! Non era una colpa l'amor suo, ben lo aveva ella

sentito; era una sventura: ma sapendo che a tale sventura aveva

partecipato sua madre, le pareva che più nobile, più degna quella

disgrazia si fosse, e se la aveva più cara.

Ad accrescere la passione dell'animo di Virginia venne la notizia dei

fatti compiutisi alla fabbrica Benda e dei pericoli che quella famiglia

avevano minacciato. Aveva sperato la nobil fanciulla di poter per mezzo

di Maurilio sapere tutta e particolareggiata, e man mano la verità, ma

fallitale, come abbiam visto, questa speranza, maggiori n'erano

diventati il suo timore, la sua inquietudine, l'affanno dell'anima sua.

La letterina di Maria giunse in buon punto per deciderla affatto a

quello che già pensava seco stessa, a quel partito cui fino da principio

aveva voluto effettuare, ed a cui non aveva rinunziato mai. Si coprì

d'un fitto velo, si avvolse in un modesto mantello, si fece seguire

dalla sua governante, uscì ratta a piedi, come quando recavasi

modestamente in chiesa, e salita in una carrozza da nolo si fece

condurre alla casa dei Benda.

Maria sedeva appiè del letto di suo fratello, il quale era di nuovo

caduto in quel sopore che lo faceva rassomigliare poco meno che ad un

cadavere. Quando alla fanciulla vennero ad annunziare che una giovane e

bella signorina domandava di lei, una subita speranza le nacque in cuore

che la potesse esser quella di cui essa aveva invocata la presenza, ma

non osò accoglierla questa speranza; già s'era pentita, come dissi,

d'aver scritto quel biglietto, e pensando all'orgoglio aristocratico che

certamente doveva avere quella giovane, venivasi persuadendo che quel

foglio la lo avrebbe disdegnosamente gettato e non altro. Corse di là

con sollecitudine e mandò un'esclamazione di gioia e di riconoscenza nel

vedersi davanti, ritta in mezzo la stanza, il velo sollevato dalla

faccia leggiadra, la contessina di Castelletto.

— Dio la benedica! disse Maria, e le prese ambedue le mani, e si curvò

come se glie le volesse baciare.

Ma Virginia la trasse su, le gettò le braccia intorno alla vita e

l'abbracciò come una sorella.

Le due fanciulle si guardarono entro gli occhi, e si compresero più che

per qualunque lungo discorso; si sentirono per affetto e per tempera

d'anima congiunte; a dispetto d'ogni distinzione sociale si avvertirono

pari.

— Posso io vederlo? domandò Virginia con una virtuosa franchezza,

senz'ambagi come senza falsa vergogna.

Maria la prese per la piccola mano affilata e rispose con una sola

parola:

— Venga.

La introdusse nella camera dove il ferito giaceva. Siccome le imposte

della finestra erano rabbattute, Virginia da principio non vide che

confusamente in quella oscurità. Al rossigno chiarore che mandava il

fuoco del caminetto scorse una donna attempata, la quale, vedendo

entrare una ignota, s'alzava da sedere. Maria le correva presso, le

bisbigliava poche parole all'orecchio e quella donna faceva alla nuova

venuta una profonda riverenza. Era essa la madre di Francesco.

Virginia camminò lentamente verso il bianco cortinaggio del letto che

spiccava nel buiccio di quella stanza. I suoi occhi, cominciando ad

avvezzarsi alla poca luce, videro sui cuscini abbandonata la testa

simpatica del giovane. Le palpebre erano richiuse e le lunghe ciglia si

disegnavano finemente sul pallore delle guancie. Le labbra scolorate

erano semiaperte, ma pareva che di mezzo a loro non uscisse soffio

nessuno di respiro. Solamente di quando in quando un gemito esile, ma

penoso, saliva su dal petto e passava lento, trascinato per quella bocca

socchiusa. Qual differenza fra quel misero giacente che soffriva e il

robusto ed aitante garzone che Virginia aveva visto pochi giorni prima

alla festa da ballo, che le aveva allora appunto con tanta ardenza

svelato il suo amore!

Ella si fermò a pochi passi dal letto. Sentì nel suo cuore una pena che

era quasi un rimorso; una ineffabile tenerezza le mandò agli occhi due

lagrimette ch'ella non pensò neppure di asciugarsi.

— Gli è per me, a cagion mia, pensò, ch'egli è ridotto in tale stato.

Lo sguardo di Virginia parve esercitare alcun influsso sull'infermo:

certo per uno di quegl'inesplicabili istinti d'innamorato, egli, anche

inconsciamente, sentì alcun effetto della presenza di lei. Gli occhi

rimanevano chiusi tuttavia, ma un lieve color rosato saliva su alle

guancie, ed il respiro si faceva più sensibile. Ella fece ancora un

passo verso il letto: gli occhi di lui si spalancarono e stettero

immobili, fissi su quella bellissima figura di donna che avevan dinanzi

e ch'egli credeva una felice visione del suo delirio. Tutta la notte il

caro fantasma di quelle sembianze era passato e ripassato nei torbidi

sogni della sua malata fantasia; ma egli non aveva potuto fermarselo mai

innanzi alla mente per tanto tempo e in sì precise forme quanto

desiderava: credette che ora fosse questa un'apparizione come le

precedenti, ma più simile alla realtà, più netta di forme e più

duratura. Lo sguardo semispento de' suoi occhi affondati prese una

ineffabile espressione di tenerezza, di gioia e di preghiera; e le sue

labbra mormorarono con appena sensibil soffio di voce:

— Oh! non fuggirmi così presto, diletta immagine dell'amor mio!

Virginia superò d'un tratto con piè leggiero la poca distanza che ancora

la separava dal giacente e si curvò su di lui come per raccoglierne le

pronunziate parole. Negli occhi del ferito apparve una sorpresa, una

commozione, quasi un timore. Richiuse le palpebre come per vedere se

quell'apparizione era nella sua mente soltanto, o proprio nella realtà,

all'infuori di lui: e in quella sentì, come un soffio soave di paradiso,

un alito profumato passargli sulla fronte, e una celeste melodia di voce

femminile pronunziare teneramente il suo nome:

— Francesco!

Il giacente mandò un grido — un vero grido — di gioia. Teresa e Maria

accorsero sollecite, quasi spaventate. Ma non c'era onde spaventarsi.

Gli occhi del giovane riapertisi brillavano di tutta la luce della

salute e della ragione: l'anima fatta beata raggiava la sua letizia da

tutte le sembianze della leggiadra faccia.

— Virginia! Virginia! esclamò egli con voce più forte di quello che

altri avrebbe mai potuto credere.

Non avevano fatto che pronunziare a vicenda l'un dell'altro il nome; ma

quante cose con quella sola parola e' s'eran dette! ma come s'erano

reciprocamente compresi! come si sentivano l'un dell'altro penetrar

l'anima nell'anima!

Virginia tornò a curvarsi sopra il giacente, e fece sommessamente di

nuovo suonare la melodia della sua voce.

— Non parli, glielo proibisco. Sono venuta a pregarla di guarir presto,

e la mi deve obbedire. A questo patto soltanto le perdonerò il troppo

dolore ch'Ella ha dato a sua madre, a tutta la sua famiglia.....

Stette un breve momento, e poi soggiunse a voce più bassa:

— Ed a me.

Francesco beveva cogli occhi lo sguardo, colle orecchie la voce

dell'amata fanciulla. Sentiva nelle vene, in tutto l'esser suo rifluire

di subito nuova e più potente la vita; gli pareva di colpo fugato ogni

male, e quasi effettuato in lui il miracolo del Nazareno, che aveva

detto all'infermo di levarsi, prendersi il suo letto in ispalla e

camminare. Le parole gli mancavano alle idee, le idee stesse gli

mancavano all'espressione della sua felicità.

Non passarono più che dieci minuti. Fu un attimo pel loro desiderio, ma

vi fu abbastanza di tempo perchè le più svariate e numerose sensazioni

di tenerezza e d'amore si avvicendassero nelle loro anime. Le labbra non

promisero nulla, gli occhi si scambiarono mille giuramenti. Virginia,

allontanandosi dal giacente per partirsi, lasciava nel cuore di lui un

balsamo taumaturgo da risanarlo assai più presto e meglio d'ogni farmaco

di medico.

Mentre la fanciulla stava per uscire di quella stanza, vi entrò un uomo.

Era il padre di Francesco, che veniva inquieto a vedere suo figlio. In

presenza delle donne Virginia non aveva avuto pure un istante di

turbamento o di confusione; la vista d'un uomo la fece arrossire fino

alla radice dei capelli. Prese ella vivamente per mano Maria, come se

volesse con quell'atto significare che all'interesse ed all'affetto per

la compagna dovevasi la sua presenza in quel luogo, e s'affrettò ad

uscire dalla stanza, passando innanzi a Giacomo, il quale,

riconosciutala, salutava con profondissimo inchino.

Giunte nella camera che precedeva quella di Francesco, Maria e Virginia

trovarono Gian-Luigi che sopraggiungeva, preceduto da un domestico.

Maria arrossì leggermente nel rispondere al saluto del giovane i cui

sguardi e la cui attenzione furono attirati dalla superba bellezza della

titolata fanciulla. L'aspetto di Quercia era tale ancor esso da non

passare inosservato a qualunque lo vedesse, e Virginia, senza pur

darsene conto, fissò quasi con curiosità i suoi limpidi occhi sulle

sembianze virilmente belle di quel nuovo venuto, e rispose con una

cortesia che era presso che famigliare e benevola al saluto di quel

giovane che non ricordava aver veduto ancora mai. Avviene molte volte

che al bel primo incontrarci con una persona, questa non ci pare affatto

estranea; o sia una somiglianza con altre persone, o sia una certa

misteriosa affinità fra i nostri esseri che si rivela con una specie

d'istinto inavvertito, o sia un effetto travelato di attinenze anteriori

avute in una vita precedente, il fatto è che certuni appena ci vengono

innanzi ci sembrano conoscenze d'antica data, e siamo disposti di subito

a conceder loro più domestichezza ed interesse che non ad altri da molto

tempo già conosciuti. Fu un poco di quest'effetto che Virginia provò

alla vista di Gian-Luigi, e quasi uguale fu quello che sentì il giovane

a trovarsi faccia a faccia colla nobil ragazza cui aveva vista da

lontano parecchie volte, ma non aveva mai accostata. E, cosa strana, in

questa sua sensazione, non entrava menomamente quel suo ardore di

voluttà che gli faceva desiderare ogni bellezza di donna, ma eravi come

una tinta di rispetto, come un'ombra di affettuosa deferenza, come un

istintivo impulso ad inchinar riverente quelle belle sembianze.

Maria vide l'ammirativa fissità dello sguardo di Gian-Luigi su Virginia,

e sentì una dolorosa fitta nel cuore. Anche la gelosia doveva nascere in

quella povera, innocente fanciulla a confermarle e ribadirle nell'anima

l'infausta passione che vi si era insinuata. Non disse che poche parole

a Quercia, invitandolo a passare nella camera di Francesco, e seguitò ad

accompagnare la bella visitatrice che si partiva, fino all'anticamera.

Nel momento di prender commiato, Virginia, stringendo amichevolmente la

mano a Maria, le disse:

— Scriverò a Lei per avere ulteriormente le nuove di suo fratello; la

sia compiacente di darmene senza troppa parsimonia.... E spero che ci

rivedremo.

Quando la nobil fanciulla fu partita, Maria pensò un istante, invece di

tornare presso suo fratello, di andarsi a rinchiudere nella sua camera e

non uscirne più finchè Quercia si fosse partito; e s'avviò realmente per

porre in atto questa risoluzione, ma non n'ebbe la forza. Quando fu nel

salotto che precedeva la camera di Francesco, vide che Gian-Luigi non

era passato di là, ma stava lì tuttavia, come aspettando. Si turbò molto

nel trovarsi sola con lui, non osò guardarlo e stette impacciata, a

pochi passi da lui, senza parlare.

Egli le faceva piombare addosso quel suo sguardo caldo, luminoso,

efficace, che penetrava nell'anima; e la giovanetta, pur colle palpebre

abbassate, lo sentiva posarsi con infinita soavità, come una carezza

amorosa, sulla fronte, sul volto, sulla persona, avvolgerla come d'un

fluido voluttuoso, e vincerle ogni volontà. Quercia s'accostò alla

fanciulla, e le prese una mano; ella si mise a tremar leggermente, e

volle liberar la sua destra, ma egli ne la trattenne con dolce violenza.

— Maria! susurrò egli chinando la sua bocca sulle chiome di seta che

ornavano la testolina curva della ragazza: e la sua voce era sì

espressiva ed insinuante! e l'accento era pieno di tanto amore e di sì

cara espansione che una dolcezza ineffabile invase ed occupò tutto

l'essere della innamorata fanciulla.

I suoi occhi si levarono quasi tratti a forza verso gli occhi di lui, e

la luce brillò in essi ripercossa da due lagrimette.

— Maria! ripetè egli col medesimo accento, premendosi al petto quella

mano che seguitava a tener fra le sue.

Dal labbro della giovane fuggì, saettato per così dire dall'emozione, il

segreto del suo cordoglio.

— Ah! com'Ella ha guardato la contessina di Castelletto! disse con

amarezza in cui non c'era rimprovero, ma dolore.

Quercia cominciò per rispondere con un sorriso soltanto, ma con uno di

quei suoi sorrisi ammaliatori che erano più eloquenti d'ogni parola, e

che bastò a rassicurare ed a rallietare l'animo di Maria; poi disse:

— Sì, la ho guardata, perchè io ammiro la pietà dovunque si manifesti, e

trovo degno di lode il sentimento che condusse presso il letto del

giacente la figliuola d'una superbissima schiatta. La ho guardata, ma

l'ho io veduta? Come donna, no. Di donne ve n'è una sola al mondo ch'io

veda oramai, una sola che esista per me...

S'interruppe, sollevò lentamente alle sue labbra la mano che teneva e vi

posò un lungo e caldissimo bacio; poi soggiunse con voce più bassa, ma

con accento ancor più espressivo:

— E quest'unica donna — Maria — sei tu!

La fanciulla si riscosse come subitaneamente colpita da una potente

scintilla elettrica, arrossì, impallidì, tremò, accennò cadere, si

aggrappò al braccio di lui per sostenersi.

— Sì, Maria, sei tu. Benedico questo momento che Dio mi concede da

poterti parlare in libertà. T'amo e voglio che tu sia la donna compagna

del mio destino; ma non mi piace ottenere questa felicità da altri che

dall'amor tuo. Ti senti tu di amarmi? Ti senti tu d'esser mia, tutta

mia, sempre mia?

Ella appoggiò la sua fronte al petto di lui per nascondere il dolce

rossore del suo viso e mormorò sommessamente:

— Sì... Oh sarò felice!

Allora egli la staccò dolcemente da sè, e con gentile riverenza

inchinandosi innanzi, disse:

— Mi permette dunque, madamigella, ch'io domandi la mano di Lei ai suoi

genitori?

Maria gli porse la destra.

— Ed io glie la do senz'altro. Babbo e mamma non avranno altra volontà

che la mia.

Quando Quercia ebbe baciata quella mano, ella si fuggì ratta, e questa

volta andò proprio a serrarsi nella sua camera, dove sentiva il bisogno

di essere sola.

Il _medichino_ la seguitò con uno sguardo in cui brillava una bassa

cupidigia sensuale.

— Oltre i suoi denari, disse fra sè con cinismo, avrò anche una donnetta

che mi piace... finchè ne sia poi stufo.

Ricompose la sua faccia ad espressione onesta, ed entrò nella camera di

Francesco.

Il miglioramento dell'infermo era evidente anche agli occhi d'un profano

all'arte medica; e il padre e la madre di lui lo avevano subito

avvertito, pensatevi se con lieto animo. Quercia certificò questo

prospero mutamento e crebbe la consolazione dei parenti, il buonumore

del malato. Per la prima volta, dopo parecchi giorni, in quella famiglia

così crudelmente provata, entrò di nuovo la tranquillità dello spirito e

trovò luogo il sorriso.

Si parlò con mente più libera di cose varie e indifferenti; e Francesco

domandò che cosa succedesse per la città, come si fossero passati gli

ultimi giorni di carnovale e quali novità occupassero le ciarle dei

cittadini. Il sor Giacomo, fra altre cose, disse della principale di

codeste novità, che era quella dell'assassinio di Nariccia, di cui non

sapeva bene però tutti i particolari, essendo vissuto in quei giorni

così segregato dal mondo, e quindi chiedendone al dottore: ma questi non

parlò a lungo di tale argomento; ripetè spiccio le voci principali che

correvano, e poi tosto consigliò a fare in modo che l'infermo non avesse

tanto da parlare, e quindi troncare per allora il discorso.

Ma il ricordare quel delitto aveva richiamato qualche cosa alla mente

del padre di Francesco. Quercia, che era osservatore acutissimo e sempre

in sull'avviso, s'accorse che a questo proposito alcun che era

intravvenuto che più da vicino toccava quella famiglia o il sor Giacomo

solo, perchè quest'ultimo aveva preso un aspetto alquanto preoccupato, e

guardava il dottore con una certa espressione fra di curiosità e di

dubbio, di esitanza e di imbarazzo che pareva significare aver egli

qualche cosa da dire ed essere incerto se e come dirla.

Gian-Luigi decise tosto tagliar netto il nodo; si chinò verso il signor

Benda, e gli disse sotto voce:

— Avrei bisogno di parlarle. La mi vuole concedere due minuti di

colloquio nel suo studio?

— Volentieri. Ho giusto ancor io una strana circostanza da comunicarle.

Quando furono di là il giovane invitò il padre di Francesco a parlare

per primo: ma il signor Giacomo non volle.

— No, no, parli Lei: il suo contegno mi dice che le sono cose gravi

quelle che la mi ha da dire, ed io, avvezzo oramai a nuovi colpi della

sventura, sono ansioso di sentire se qualche nuovo malanno ci minaccia.

Luigi fece sorridendo un atto rassicuratore.

— No. Debbo trattenerla di due cose: la prima è una bazzecola che la mia

poca memoria mi ha tolto di dirle prima, come già avrei dovuto fare;

l'altra è una proposta, importantissima per me, pel quale si tratta

della felicità della vita.

Il signor Giacomo, la cui curiosità fu vivamente desta da tali parole,

fe' cenno al suo interlocutore parlasse liberamente.

— Cominciamo dalla cosa indifferente. Il parlare ora del delitto

commesso la notte dell'ultima domenica di carnovale, mi ha fatto

ricordare che io, quella notte medesima, quando mi sono partito di qua,

su questo stesso viale che qui conduce, fui vittima d'un'aggressione.

— Lei?

— Sì, signore. Due uomini mi assalirono, dei quali uno era un colosso.

Non pensai mi convenisse opporre resistenza; mi spogliarono di quanti

denari avevo, e, quel che più mi dolse, mi presero anche il mantello che

qui mi era stato imprestato: ed ecco la cagione per cui non l'ho potuto

ancora, nè lo potrò mai restituire.

Giacomo fece un atto ed un'esclamazione che significavano: «Ora capisco

tutto.»

— Egli è appunto cosa che riguarda quel benedetto mantello che io le ho

da dire. In causa di esso io ebbi una chiamata dal giudice istruttore.

— Davvero? esclamò Quercia, che nascose il suo malessere sotto le mostre

dello stupore.

— Sicuro; e ci fui questa mattina medesima.

— E che le si disse adunque? Il mio aggressore sarebbe stato arrestato?

— No, ma il suo aggressore dev'essere niente meno che l'assassino di

quell'usuraio.

— Possibile! Oh come? oh come?

— Nelle mani dell'assassinato si trovò un pezzo di bavero, sotto cui

trapunte due lettere iniziali. La Polizia ebbe a sè tutti i sarti della

città per vedere se alcuno riconoscesse in quello un suo lavoro, e il

sarto mio e di mio figlio disse che quello era il colletto d'un mantello

da lui fatto pochi mesi sono per Francesco, del cui nome infatti sono

iniziali le lettere che vi si trovano trapunte. (E il nostro sarto ha

appunto l'uso di ricamare tali cifre per distinguere i panni miei da

quelli di mio figlio). Mi si mostrò quello squarcio e mi si domandò se

lo riconoscevo: io risposi che quelle erano invero le iniziali del nome

di mio figlio, che ben mi pareva quello il pezzo d'un suo vestito, ma

che non potevo esserne sicuro. Si volle sapere se un mantello od altro

oggetto di vestiario qualunque mancasse alla guardaroba di Francesco, e

per che cagione la ci mancasse, ed io dovetti contare come quella sera

fatale avessimo dovuto imprestare a Lei, a cui abbiamo tanto debito di

riconoscenza, un mantello per tornarsene la notte a casa sua.

Gian-Luigi ebbe tanta padronanza di sè da nascondere la sua contrarietà,

la fiera rabbia ond'era assalito.

— Ho avuto torto, diss'egli, a non dare importanza a quell'aggressione.

Se fossi andato subito a denunziare il fatto, dando io i connotati dei

malandrini, e li posso dare esattissimi, avrei forse conferito allo

scoprimento de' rei; ma pensai allora che non valesse manco la pena di

scomodarsi. Però si è ancora certamente in tempo, e conto recarmi tosto

dal Commissario di Polizia.

— Farà bene. Di sicuro non è su Lei che possano cadere sospetti di tal

fatta; ma un altro da questo viluppo di circostanze potrebbe venir

compromesso. È meglio affrettarsi a dilucidare le cose.

Quercia, con atto di cordiale franchezza, tese la mano al signor

Giacomo.

— Lei, signore, mi dice superiore a questi sospetti, e sono persuaso che

tale mi crede; ma in realtà Ella conosce poco di me e nulla delle cose

mie. Avrà udito di me varii giudizi nel mondo, e forse malevoli i più:

ma il vero è che nessuno sa nulla dell'esser mio, del mio passato, delle

mie reali condizioni. Ebbene ora voglio che Ella mi conosca

compiutamente; devo farmene compiutamente conoscere, prima di

avventurare una domanda, da cui, come già accennai, dipende la felicità

di tutta la mia vita.

Si raccolse un momento, e poi raccontò il seguente romanzetto della sua

vita ch'egli si era preparato per simile occasione.

— Lungo tempo io vissi come trovatello. La mia nascita toglieva un

vistoso patrimonio a certi collaterali della mia famiglia, i quali mi

fecero pertanto sparire e mi relegarono in un ospizio. Un po' di rimorso

in que' sciagurati che così mi sacrificavano, li indusse a farmi levare

di là ed affidarmi alle cure d'una donna che mi fosse nutrice e madre,

incaricando di vigilare su di me un medico del villaggio in cui questa

donna abitava. Quando fui cresciuto, questo medico, sempre per mandato

di que' tali, mi fece studiare, mi mandò all'Università, e poichè fu

giunto all'estremo di vita mi ebbe a sè e mi rivelò il segreto. I miei

nemici avevano così bene prese le loro precauzioni che nessun documento

più, nessuna prova sopravanzava da farmi restituire il mio nome e

l'esser mio; d'altronde trattavasi dell'onore di certi autorevolissimi

personaggi che si voleva salvo ad ogni modo, così che se io, istrutto di

qualche cosa, avessi tentato il ricupero del mio vero stato, mi sarei

esposto anche al pericolo di vedere minacciata, non che la libertà, la

mia vita. Per rimediare in alcun modo al torto che mi era fatto, quei

medesimi avevano mandato al medico circa cento cinquanta mila lire da

darmi _brevi manu_, capitale che per poco mi sapessi industriare avrebbe

bastato a farmi vivere agiatamente. Il medico medesimo, commosso dalla

pietà del mio caso, mi lasciava parte delle sue sostanze. Che doveva io

fare? che mezzi mi restavano da ribellarmi contro il mio destino?

Accettai e mi tacqui. Quel capitale, che fu da principio di poco meno

che duecento mila lire, per mezzo di certe speculazioni industriali...

fatte in Francia... ho più che accresciuto; ed ecco l'origine di quella

ricchezza che la gente trova forse misteriosa, e di cui non curo, anzi

disdegno di porgere al volgare la menoma spiegazione. A Lei, prima di

fare la domanda che sto per volgerle, dovevo dare questa spiegazione; ed

anzi, siccome la non è obbligata a credermi soltanto sulla parola, le

darò per prova della verità del mio asserto uno scritto tutto di pugno

di quel medico, — e la sua firma si può riscontrare e fare autenticare

per vera quandochessia — nel quale ogni cosa è narrata per disteso,

scritto lasciatomi da lui, appunto perchè in qualunque caso io potessi

trionfalmente rispondere ad ogni sospetto che potesse sorgere, ad ogni

accusa che mi si potesse affacciare intorno alle fonti di quelle mie

sostanze.

— Io non ho bisogno di questo — si credette in obbligo di dire il signor

Giacomo, il quale non sapeva ancora a che volesse parare il giovane con

siffatti discorsi — per prestar fede alle sue parole.

E Gian-Luigi con maggiore la vivacità:

— Crede Ella dunque che un uomo in queste circostanze, con mezzo milione

di patrimonio, possa aspirare senza troppa audacia alla mano della

fanciulla d'un'onesta famiglia, d'una fanciulla ch'egli ama più d'ogni

cosa al mondo?

Giacomo comprese finalmente; ma la cosa gli giunse così inaspettata che

non ebbe parole fatte e non seppe dimostrare il suo stupore altrimenti

che coll'espressione della sua faccia; il giovane inchinandosegli

dinanzi con cerimonia, come aveva fatto testè dinanzi a Maria, gli disse

con accento solenne:

— Ho l'onore di domandarle la mano di sua figlia, madamigella Maria.

Il signor Benda, tanto meravigliato ancora che non sapeva bene tuttavia

se questa domanda gli faceva piacere o no, rispose come rispondono tutti

i padri in simili occasioni: esser questo un onore, ma prima di prendere

una decisione aver bisogno di consultare la famiglia, e la figliuola

sopratutto, eccetera, eccetera, e soggiunse che in quelle tristi

circostanze in cui si trovavano, troppo non era acconcio il tempo a

pensare e parlare di cose siffatte.

Quercia si credette allora in obbligo di spiegare la ragione per cui non

ostante la poco propizia occasione, chè riconosceva ancor egli quella

essere tale, avesse pur tuttavia affrettato di avventurare la sua

domanda. Disse che il suo amore per Maria era nato ben dapprima ch'egli

si fosse introdotto in quella casa (il mentire non gli costava nulla)

che ora avvicinandola erasi quell'affetto accresciuto a dismisura, e

che, dovendo egli partire fra poco tempo per recarsi in Francia, appunto

per quelle sue certe speculazioni che aveva detto averci colà

intraprese, e fermarcisi forse un anno ed anco più, non poteva

acquietarsi all'idea di partire senza aver deciso il destino del suo

amore. Questo era il motivo per cui aveva così bruscamente dichiarato le

sue intenzioni, e pregava in conseguenza che non gli si facesse di tanto

ritardare, qualunque si fosse, la risposta che invocava.

Il signor Giacomo fissò il dopo dimani per una risposta definitiva, e i

due si separarono con una stretta di mano che era più che d'amico, quasi

già di congiunto.

Gian-Luigi, uscendo da quella casa, s'affrettò verso il Palazzo Madama,

dove domandò di parlare al signor Commissario.

La plebe, parte IV · 第 20 / 44 题