Una strana notte fu quella che passò Maurilio. Non dormì e non fu
sveglio; non ebbe sogni e le più matte immagini di chimere danzarono
nella sua turbata fantasia. Il povero villaggio in cui era stato
allevato e le sontuosità cittadine, il fienile in cui bambino aveva
tremato del freddo e la camera in cui aveva parlato al Re, la modesta
pulita stanzina in cui gli faceva scuola il parroco e lo studio severo
del marchese, Menico e la Giovanna, Nariccia e il signor Defasi, Don
Venanzio e il marchese, Francesco Benda e gli altri amici suoi, e Carlo
Alberto, e il Commissario di Polizia, e _Stracciaferro_ e _Graffigna_
suoi antichi compagni di carcere passavano e ripassavano innanzi alla
sua mente in una confusione di scene senza senso e senza nesso che
s'avvicendavano, sparivano, tornavano, si interrompevano, si
ripigliavano con un tormentoso brulichio del cervello.
In quel disordine predominavano, affacciandosi di quando in quando, due
figure: una quella della splendida bellezza di Virginia che gettava su
quel caosse il raggio d'un suo sorriso provocatore; l'altra quella di
Gian-Luigi che appariva tratto tratto con un aspetto mefistofelico a far
suonare in quel tumulto un ghigno di scherno. Virginia, nè pure il più
pazzamente audace de' suoi sogni avuti fino allora non glie l'aveva
mostrata mai di quella guisa. La gli veniva dinanzi disciolte le chiome
d'oro, sparse sull'eburneo seno trasparente fra il velo di seta che le
facevano quegli abbandonati capelli; la si chinava verso di lui dal
piedistallo di nubi rosate sopra cui s'ergeva oltre la comune altezza
dei mortali: gli lanciava nel volto, negli occhi, nel cervello, nel
cuore un sorriso d'indefinibile procacia, un sorriso di seduttrice, un
sorriso di donna tocca dal dito impuro d'Asmodeo, ed una voce vibrante
come un acuto stromento metallico gli diceva: «Amami, amami, fammi tua.»
E la vaga forma gli protendeva le braccia e coll'influsso del suo
sguardo non umano lo attraeva a sè così che a lui pareva esser levato
nell'aria, ed accostarsi, accostarsi la sua bocca desiosa a quella bocca
di sì desiato riso: ma quando già erano per toccarsi le labbra frementi,
quando già si fondevano l'una nell'altra le fiamme dei vividi sguardi,
ecco una voce di rampogna tremenda gridargli all'orecchio: «Empio! è tua
sorella.» Ed egli ricadeva di botto con dolorosa scossa sul suo letto,
come un Titano fulminato dalla soglia dell'Olimpo alle rupi della terra;
e tutto gli si scombuiava dinanzi, e perdeva ogni coscienza di pensiero
per non conservar più che un senso indefinito, vago, ma profondo,
d'inenarrabile dolore.
Poi nella notte tenebrosa della sua mente ricominciavano da capo a
disegnarsi incertamente delle forme che via via, man mano prendevano più
corpo e venivano a sfilargli dinanzi in una processione che gli
rappresentava frammisti, intralciati i fatti del suo passato, le vicende
mirabili del presente, e le possibili avventure del futuro. Allora
veniva poco a poco architettandosi un romanzo impossibile di successi
della sua vita ambiziosamente lieti; gli si veniva disegnando dinanzi un
quadro di grandi e nobili venture delle quali egli era il benemerito
eroe, finchè di dietro in quella tela dava del capo e la sfondava
apparendo con uno scroscio di cachinno una figura ironica e beffarda,
quella di Gian-Luigi, che gli gridava con accento fra la collera, la
compassione e il disprezzo:
— Imbecille! Non t'accorgi tu che tutto questo è un sogno? Tu saresti un
discendente di nobile prosapia, ed io sempre un miserabile bastardo
d'ignoti genitori? Eh via! È impossibile. Metti l'animo in pace, e torna
a nasconderti nella tua nullità.
L'alba tardiva della giornata invernale rompeva le tenebre della notte,
e la mente di Maurilio, stanca di questa sequela di febbrili visioni,
era caduta in un torpore che non era riposo, ma che era pure una
sospensione da quello strano e doloroso travaglio. Giacque inerte per
alcun tempo, senza più idee, senza propositi, senza pensieri. Pur due
immagini vegliavano ancora, per così dire, benchè non avvertite, in
fondo a quella nebbia dell'intelligenza; e quando il giovane aprì gli
occhi alla luce del giorno, che s'era fatto pieno, e tornò nella precisa
cognizione di sè, le trovò ambedue chiare e spiccate, ma ora nell'essere
loro naturale presentarglisi come due doveri da compiere. Bisognava
fuggire Virginia, almeno per alcun tempo, finchè la forza della volontà
fortemente impiegata avesse sostituito l'affetto fraterno a quella ora
scellerata passione d'amore; conveniva apprendere al suo compagno
d'infanzia e di sorte la ventura del suo destino. Ad ottenere il primo
scopo già aveva deciso partire quella stessa mattina con Don Venanzio, e
presane licenza dallo zio; per la seconda cosa da farsi determinò andare
senza indugio a narrare ogni cosa a Gian-Luigi.
Questi riposava ancora nel suo letto sontuoso nella camera elegantissima
del suo ricco quartiere. Maurilio insistette presso il servitore così
che ottenne il suo nome fosse annunziato tuttavia al padrone, il quale
diede ordine il mattiniero visitatore fosse tosto introdotto.
Marullo aprì le imposte della finestra, fece passare il giovane e si
ritirò.
Gian-Luigi si sollevò alquanto della persona in mezzo al candore delle
sue finissime lenzuola, puntando il gomito sui cuscini, e collo sguardo
curioso più che colla parola interrogò il compagno.
— Tu a quest'ora? disse. C'è egli qualche cosa di nuovo?
Maurilio, senza parlare, fece col capo un grave cenno di sì.
— Oh, oh! esclamò Quercia, balzando sul letto, il tuo viso mi annunzia
che non le sono bazzecole. Da coricato non sono capace d'ascoltar cose
gravi. Aspetta un momento che salto giù e in un attimo sono preparato a
darti udienza. Siedi costì presso al fuoco e prendi un sigaro, se ti
piace fumare.
Il visitatore rifiutò con atto cortese, s'accostò al camino e volgendo
al fuoco le spalle stette in piedi ad aspettare, mentre il suo sguardo
esaminava non senza curiosità le signorili suppellettili di quella
stanza. Il letto era incortinato di seta, di velluto finissimo eran
ricoperte le seggiole, di Persia era il tappeto sul pavimento, di legno
d'India erano i mobili intarsiati con belli ornamenti ed adorni di fregi
di metallo indorato: l'orologio a pendolo era un amorino d'oro che
faceva all'altalena sopra un cespuglio di rose smaltate: sopra la pietra
di marmo del comodino stavano due pistole di bella fattura
ricchissimamente adorne d'argento niellato.
Gian-Luigi che si aggiustava il goletto della camicia innanzi all'alta
spera fino a terra dell'armadio d'un bel lavoro di scorniciature e
d'intaglio, vide entro lo specchio lo sguardo che Maurilio posò e tenne
fermo su quell'armi. Si volse indietro e gli disse:
— Ah ah! tu guardi que' gingilli eh? Prendili in mano ed esaminali, se
ti piace questa fatta lavori. E' sono un certo arnese che diventano
ormai indispensabili, chi vuol pararsi contro ogni pericolo.
— È vero: rispose sbadatamente Maurilio che poco metteva attenzione a
questi discorsi indifferenti; e l'assassinio di quel povero Nariccia è
cosa da mettere in apprensione qualunque.
Quercia si volse subitamente in là, e non parlò più. In pochi minuti
però ebbe finito di vestirsi, e serrandosi ai lombi i cordoni di seta
d'una veste da camera di lana finissima foderata di raso celeste, venne
a sedersi presso il fuoco in una poltrona a sdraio.
— Eccomi a te, disse allora. Siedi o sta ritto, come ti piace, e
parla... Ma forse ch'io indovino la cagione della tua venuta. Tu hai
pensato di meglio alle parole ch'io ti dissi pochi giorni sono, e sei
venuto a modificare la risposta che allora tu mi hai data.
Maurilio scosse lentamente la testa.
— No: rispose. Sono venuto ad apprenderti una grande e strana fortuna
che mi tocca: sì grande e sì strana che non posso crederci ancora.
Si chinò verso il suo uditore e colle più brevi parole che gli fu
possibile, concitatamente gli raccontò tutto quello che gli era
avvenuto.
Gian-Luigi, al primo annunzio di quel fatto, aveva mandato
un'esclamazione e dato un trabalzo. Poi la sua faccia aveva presa
un'aria d'incredulità che assai si accostava a quella beffa ironica, cui
nelle fantasie della sua notte Maurilio aveva visto all'immagine di lui;
quindi, mentre l'espositore più e più veniva narrando ed adducendo le
prove e certificando l'avvenuto riconoscimento, quell'espressione s'era
scambiata a poco a poco in un'altra ancora meno benevola e niente
soddisfatta. Lo sguardo nero di Gian-Luigi stava fisso con niquitosa
intentività sulla faccia del parlatore: v'erano lampi d'odio e
d'invidia, vi appariva una voglia intensa e sterminata che tutto ciò non
fosse vero: ad un punto quello sguardo divenne quello con cui un
derubato perseguita e rampogna il rapitore del suo bene: esso pareva
voler dire: «Sciagurato! quello era mio destino, quella avrebbe dovuta
essere mia ventura, e tu me l'hai rapita.»
Vedevasi che i suoi sentimenti erano sì forti che egli non pensava
nemmeno più a nasconderli. Maurilio se ne sentì una pena, un'amarezza,
quasi uno spavento entrargli nell'anima. Finì precipitosamente il suo
discorso, quasi impacciato, quasi vergognoso di sè, e chinò gli occhi
poco meno che un reo dopo aver confessato la sua colpa. Gian-Luigi anche
lui aveva chinato gli occhi; era divenuto pallido e ombre indefinibili
venivano e andavano sulla sua bella fronte. A un tratto, senza pure una
parola, s'alzò, incrociò le braccia al petto e fece due o tre giri per
la stanza a capo chino. Poscia si fermò improvviso; allentò il nodo
delle braccia e le lasciò cadere lungo la persona, sollevò la testa e si
riscosse come per farsi cadere di dosso il peso d'un uggioso pensiero;
illuminò la sua leggiadra faccia d'uno dei più graziosi suoi sorrisi.
Venne presso a Maurilio e con mossa cordialissima gli tese la destra.
— La tua felice ventura, diss'egli, lo confesso, per primo ha trovato in
me un invidioso. Tutti abbiamo più o meno un demone interno che alla
felicità del nostro fratello si adonta perchè la non è toccata a noi. A
te dunque l'effettuazione delle più care speranze... a me nulla. Io non
mi potrò dunque trar mai dall'ignobile condizione di trovatello che
nascondo come una vergogna. Non verrà la fortuna ad aprirmi a due
battenti la porta del mondo legale, nè varrà mai la mia attività e la
mia ambizione a sfondarle con prepotente successo..... Condannato a
perire, peggio che nell'oscurità, nell'ignominia.
Maurilio protestò con un'esclamazione contro la verità di queste ultime
desolate parole; Luigi atteggiò le labbra ad un misterioso, amarissimo
sorriso.
— Sarà così: riprese. Sii tu almeno felice! Tu hai cervello e polsi da
stare in mezzo ai leoni; poichè la sorte vi ti caccia, sappiti farvi il
tuo luogo e la tua parte.
Si passò la destra, che aveva tolta più fredda che un pezzo di marmo da
quella di Maurilio, sulla fronte come per iscacciarne l'ultima ombra di
turbamento e di mestizia.
— Che pensi tu di fare?
— Non so: rispose con voce appena da udirsi Maurilio, la cui mente
pareva ad un tratto sviata a tutt'altri pensieri.
— Non sai? esclamò Gian-Luigi. Ecco sempre i soliti giuochi di quel
demone dell'azzardo! I suoi favori cascano su quelli che sono
impreparati a riceverli... Ah! se io fossi a luogo tuo!...
S'interruppe e tornò a fare alcuni giri per la stanza; poi venne in
faccia a Maurilio che stava sempre in piedi presso il camino e gli pose
le due mani sulle spalle.
— Ho sperato anch'io potere un dì rivendicare come miei un nome ed una
famiglia... Pochi giorni sono mi venne in mano quasi un bandolo della
matassa.....
— Come! in che modo? chiese con interesse Maurilio richiamato dagli atti
del compagno a fare attenzione alle parole di lui.
Ma un ratto annuvolamento ebbe luogo sul volto di Quercia.
— Eh! appena colto il bandolo mi si è strappato di mano.... Oh chi
potesse trovar modo d'andare a chiamare il suo segreto ad un
cadavere!...
Maurilio che conosceva l'esistenza dello squarcio di lettera stato
trovato su Gian-Luigi quando raccolto nella ruota degli esposti, gli
domandò se quella fugace speranza si era annodata a quel pezzo di carta.
— Sì, rispose Quercia: ma non ti posso dire di più.
— Lasciami ancora vedere quel foglio: disse Maurilio come per una subita
ispirazione.
Gian-Luigi esitò un momento, e poi andò ad uno stipo dicendo:
— Sì, vo' mostrartelo.
Gian-Luigi non trasse fuor dello stipo un solo fogliolino, ma due: e
tornando presso Maurilio cominciò a porgergliene uno. Era quello
trovatogli nelle fascie: la metà d'una lettera di poche righe stracciata
per lo lungo. Le parole che vi si leggevano non presentavano senso
veruno, nè contenevano alcun nome od altra indicazione che valesse a far
congetturare in modo anche lontano d'onde e da chi provenisse quello
scritto: si vedeva che appositamente era stato scelto quel biglietto
indifferentissimo perchè chi lo avesse in mano di quanti non ne
conoscessero la calligrafia, non potesse ricavarne il menomo indizio di
chi avesse potuto esserne l'autore. Però parecchi squarci di frase
avevano colpito Gian-Luigi, ora che aveva riletto e riesaminato le cento
volte quel pezzo di carta dopo che gli era capitato in mano quell'altra
letterina della medesima scrittura che trovavasi nello scrigno di
Nariccia. Capivasi che quel bigliettino lacerato era stato scritto per
dar commissioni frettolose e concise a qualcheduno; ed a quelle parole
che prima non avevano significato, tenendo presente quell'altro
bigliettino, se ne poteva ora facilmente attribuir uno.
Nella carta lacerata che era la metà di destra del fogliolino si
leggeva:
-all'ora che v'ho già indi-
-zione perchè nulla trapeli
-il mio indirizzo e voi tosto
-qui dopo la nostra partenza.
-Quanto alle somme deposita-
-scritto, rimangano presso di voi
-cisione.
Nel biglietto trovato appo Nariccia, leggevasi:
«Essa si è finalmente decisa. Lo stato in cui si trova non ammetteva più
indugi. Partiremo domani. Preparatemi una quindicina di mila lire; per
ora mi bastano; il resto delle somme lascio ancora presso di voi, e vi
prego di ritenerle alle medesime condizioni: chè per l'avvenire poi...»
E qui era interrotto, perchè la fiamma aveva divorato il resto.
Era evidente una correlazione fra quei due biglietti, e il cenno di
somme depositate presso colui al quale erano scritti e l'uno e l'altro,
indicava che erano indirizzati alla medesima persona. Ora questa persona
non poteva essere altri, a senno di Gian-Luigi, che Nariccia, presso il
quale la seconda di tali lettere era stata ritrovata. Nariccia adunque
era in grado di sapere il segreto della nascita di quel bambino al
quale, esponendolo, era stata posta come contrassegno di riconoscimento
la lettera stracciata: ed egli stesso, Gian-Luigi, quel labbro che
poteva rivelargli il suo destino aveva reso mutolo per sempre;
imperocchè, informatosi per vie indirette, ma con molta premura, dello
stato della sua vittima, l'assassino aveva appreso che perduta aveva con
ogni movibilità la facoltà di parlare, e che il medico aveva dichiarato
impossibile potesse riacquistarla durante que' pochi giorni che
sarebbero rimasti da vivere all'assassinato. Il _medichino_ trovavasi
quindi in una strana condizione. Suo interesse immediato era che
l'usuraio morisse mutolo e presto: ma il pensare che seco egli portasse
il mistero del suo essere eragli pure tormentoso pensiero. Oh! s'egli
avesse potuto entrare solo in quella camera dove il vecchio giaceva,
richiamarlo un istante alla pienezza delle sue facoltà, strappargli il
suo segreto, le prove che forse egli ne aveva, e poi ripiombarlo
nell'ombre della morte in cui s'affondava a poco a poco!...
Maurilio esaminò attentamente quel foglio lacero che più volte aveva già
visto ancor egli e lo confrontò con quel secondo che Gian-Luigi gli
porse eziandio di poi, ed egli pure ne conchiuse ciò che già aveva
conchiuso Gian-Luigi medesimo: che quelle due scritture erano state
vergate dalla stessa mano e che le erano indirizzate alla medesima
persona.
— Io dunque non mi sbaglio? domandò Gian-Luigi, che desiderava
ardentemente vedere le sue indicazioni confermate da un osservatore
indifferente alla questione, e non facile perciò ad essere illuso dal
desiderio: questi scritti sono d'un medesimo autore, ed hanno relazione
alla medesima bisogna...
— Certo che sì.... Dove hai tu preso questa seconda lettera?
Quercia tolse vivamente di mano al compagno l'uno e l'altro foglio e
rispose asciuttamente:
— Questo non te lo posso dire.... È una trovata che ad ogni modo mi ha
da essere inutile.... Si socchiuse un momento l'uscio del mistero, e poi
mi fu serrato sul muso inesorabilmente e spietatamente per sempre.
Andò a riporre i due fogli nello stipo, che chiuse accuratamente, e
tornò presso Maurilio.
— Tu dunque abiti ora come casa tua il palazzo dei Baldissero?
Accompagnò queste parole con un sospiro, che, se non era d'invidia, era
l'espressione d'un intenso desiderio.
Maurilio rispose con un altro sospiro, che era quasi un soffocato gemito
di dolore.
— Non ancora... Parto oggi stesso pel nostro villaggio con Don Venanzio,
e starò colà non so quanto, forse pochi giorni, forse mesi.
Gian-Luigi guardò Maurilio negli occhi di una strana maniera, come se
volesse penetrargli nell'anima.
— Sei un essere originale tu!... Che vuoi andare a fare colaggiù?...
Mentre ti si apre a larghi battenti la porta del palazzo incantato dove
t'aspettano gli splendori della vita, tu scappi a rintanarti nello
squallido tugurio che non ti ricorda se non privazioni, stenti e
miseria. Tu hai conservato amore a quello sciagurato paese in cui vivono
più sciagurati esseri in sciaguratissime condizioni! È un mistero
psicologico che non arrivo a spiegarmi. Per me quella terra, quelle
miserabili casipole, quelle desolate campagne non rappresentano che una
somma di rabbie, di vergogne, d'affanni. Odio tutto questo, come odio le
mie condizioni.
Pose di nuovo una mano sulla spalla del suo compagno.
— Ma tu hai pure un'ambizione che cova sotto quel tuo vasto cranio
bernoccoluto... Quale? Avrai tu penetrato nell'intimo della mia anima,
senza che io abbia potuto leggere pur una parola nel libro chiuso della
tua? Che cerchi tu nella vita? Che pensi? Che tenti? Ora che la sorte
mette a tua disposizione mezzi efficaci e potenti, che opera ti vuoi tu
imporre, a qual fine usarli, verso qual meta intendi camminare?
Maurilio si sottrasse al tocco della mano di Gian-Luigi, se ne discostò
di alcuni passi ed affondando nelle sue manaccie grossolane la sua testa
dalle irte chiome, esclamò con una specie di sgomento:
— Non so..... non so nulla di me..... Sono ore tremende queste mie, in
cui mi affanno a cercar me stesso... e non mi trovo.
In questa il colloquio dei due giovani fu interrotto dall'arrivo, come
già abbiam visto, del signor Defasi e di Andrea, e pochi minuti dopo
Gian-Luigi, acconsentendo alla preghiera fattagli dai due nuovi venuti,
usciva con loro per tentar di ricuperare il cadavere di Paolina, mentre
Maurilio rientrava nel palazzo Baldissero, donde poco dopo, senza aver
rivisto altri che il marchese, partivasi con Don Venanzio alla volta del
villaggio. Andremo a raggiungervelo fra poco: per ora teniam dietro, se
vi piace, allo sciagurato Gian-Luigi, la cui buona stella sta per
tramontare, e di cui vengono a precipitare la sorte fatali circostanze
ed inattesi avvenimenti.
Parlando egli a chi si doveva per ottenere facoltà di ritirare dal
gabinetto anatomico il corpo della Paolina, Quercia udì da quel medico
esclamare, poichè la chiesta licenza fu accordata:
— Ah! v'è da ier sera nella _griglia_[1] un bellissimo soggetto, che
potrebbe vantaggiosamente rimpiazzare questo che le abbandoniamo.
[1] Chiamavasi e chiamasi ancora la _griglia_ il luogo a Torino in
cui si espongono alla vista del pubblico i cadaveri degli
sconosciuti.
Gian-Luigi, senza pur saperne il perchè, provò una scossa, e domandò con
istrano interesse:
— Una disgrazia? Una morte accidentale?
— Pare un suicidio. Un'annegata che fu ieri pescata nel Po.
— Una donna?
— Sì, giovane... e direi fanciulla, se non la si trovasse in istato
_interessante_.
Per quanto poco facile il _medichino_ fosse a commuoversi, il sangue gli
diede un rimescolo: ma aveva su di sè tanta forza da non lasciar nulla
apparire.
— E non fu conosciuta? domandò egli sbadatamente.
— No... Almeno finora, a quanto io sappia.
— Bella? chiese ancora Gian-Luigi senza guardare il suo interlocutore.
— Bellissima. Delle chiome d'ebano, delle fattezze scultorie, un corpo
fatto a meraviglia... Fui chiamato io ad esaminarla per farne
l'accertamento legale della morte; ne ho già vedute di molte io donne, e
morte e vive, ma le dico in verità che di così ben fatte m'avvenne raro
o non mai di trovarne.
— E la fu trovata nel Po?
— Sì, impigliata nella diga del canale Michelotti. Eh uno dei soliti
romanzi a tristo fine: una povera giovane sedotta di certo e abbandonata
dal suo seduttore. Questa razza di birboni, in simili casi, dovrebbero
essi portar la pena dell'omicidio e dell'infanticidio.
Quercia voltò il discorso, e poco stante tolse congedo; ma quando ebbe
tutto provveduto quello che occorreva per l'interesse di Andrea, una
tremenda curiosità, che lo aveva preso di botto alle parole del medico e
non lo aveva lasciato più, lo trasse suo malgrado verso quel luogo
funesto ove si vedeva esposto il cadavere dell'infelice. Voleva vedere
quell'annegata e temeva. Entrò nel vasto cortile del palazzo municipale,
che allora chiamavasi _Corte del burro_, e dove in quel tempo aveva
luogo quel tristo spettacolo, con una lentezza prodotta dal contrasto di
due forze che in lui si combattevano: un'attrazione ed una ripugnanza,
penose ambedue; si venne accostando adagio al folto capannello di gente
che si serrava innanzi al cancello di ferro, dietro il quale, in una
specie di strombatura profonda circa un metro, sopra una tavola di
costruzione laterizia giaceva lungo e disteso il cadavere.
Da principio non potè veder nulla, chè la ressa della gente affollata
impediva di penetrare al suo sguardo: ma udì con un'amara irritazione i
commenti dei curiosi che gli stavano davanti.
— Che bel tôcco di ragazza! Guarda che sopracciglia!
— E che aria fiera pur da morta!
— Altro che fiera! La par che minacci.
— Ha dovuto morire mandando mille accidenti a qualcheduno.
— La conosci tu?
— Io no.
— Neppur io.
— A me la non mi pare una figura affatto nuova, ma non saprei dire dove
l'abbia vista.
— Madonna Santa della Consolata! Così giovane e così bella, e fare una
simil fine. Che cos'è di noi se il Signore ci toglie di capo la sua
santa mano!
Qualcheduno finalmente di quelli che erano in prima fila si mosse e
partì: avvenne un movimento generale di tutta quella piccola massa di
gente, e Gian-Luigi potè profittarne per ispingersi avanti. Giunse quasi
a toccare il cancello di ferro, fra il capo di due altri curiosi potè
insinuarsi il suo sguardo. Era assai tempo che una emozione come quella
che sentì in quel punto non aveva scossi i suoi nervi d'acciaio. Vide il
cadavere giacente della donna. La riconobbe di subito, e non c'era da
esitare, tanto n'erano poco alterati i tratti. Era Ester.
Ella giaceva come persona addormentata, il capo volto un poco dalla
parte degli spettatori. Le sue treccie disciolte, gravi per l'acqua
ond'erano ancora impregnate, le cadevano sul petto: giallognolo era il
pallore della sua carnagione bruna, sì che l'avreste detta una statua
d'avorio ingiallita dal tempo. I suoi lineamenti avevano in realtà una
severa espressione che non era di collera ma di potente rampogna,
d'inesorabile accusa. Era contro il destino, era contro la malvagità
degli uomini ond'era stata tratta a quel passo crudele, che s'era
ribellato, adontato l'ultimo pensiero della morente sì da imprimere sul
volto di lei un tal segno d'implacabile rancore? Gian-Luigi sapeva che
cosa crederne; e in faccia a quel cadavere provò un turbamento, qual
forse non aveva ancora provato mai, egli che aveva soggiogata al suo
perfido volere ogni sensibilità dell'anima. Sentì quasi un'emozione di
paura, gli parve che quelle palpebre abbassate e circondate da un livido
cerchio dovessero sollevarsi e lanciargli di mezzo alle lunghe ciglia
uno sguardo di tremendo sdegno; gli parve che, alla sua presenza, al suo
accostarsi, quel cadavere avrebbe dovuto riscuotersi e da quelle labbra
violacee uscire una terribil parola.
Qual è mai questo strano effetto della morte che sopra ogni individuo
pone un suggello di solenne autorità onde l'animo anche dei più arditi
riman sovraccolto? Se quell'audace giovane si fosse trovato innanzi alla
persona viva di quella infelice, ch'egli aveva empiamente sacrificata
alla sua scellerata passione, non la menoma soggezione, non il menomo
turbamento avrebbe pur tocco il suo animo; avrebbe egli freddamente
ascoltato ogni rimprovero, sarebbe rimasto incommosso ad ogni lamento,
ad ogni lagrima, ad ogni più disperata parola, ad ogni più disperata
esplosione di dolore, di furore, di minaccia, avrebbe risposto col
silenzio, o colla collera, o collo scherno fors'anco. Invece, innanzi a
quel cadavere la sua anima quasi tremava, e il suo sguardo rifuggiva da
quella vista, poco meno che timoroso. Non era quello un implicito
riconoscimento che oltre quella materia ora inanimata sopravviveva pure
ancora alcuna cosa di quella Ester che lo aveva amato, che s'era
sacrificata per lui, che in causa di lui era stata tratta a quel fine
fatale? E questo non so che d'immateriale, di cui il seduttore non aveva
avuto la menoma soggezione durante la sua vita corporea, ora, sciolto
dalla sua servitù al corpo, aveva acquistato un'autorità, una
maggioranza che ne imponeva a colui che aveva perduto quell'anima, colui
che il destino, una giustizia superiore forse aveva tratto innanzi a
quel cadavere. Gian-Luigi subiva questa influenza per istinto, senza
rendersene conto; egli il quale non credeva che alla materia, egli che,
allevato da un ateo materialista, non vedeva nell'universo che leggi
materiali, eterne, allo infuori d'ogni volontà e d'ogni intelligenza di
qualsiasi ente superiore, non vedeva nell'uomo che un organismo cui
scioglie e distrugge per sempre la morte.
Un popolano che stava in prima fila de' curiosi, presso il cancello di
ferro, sentì il fremito d'una delle persone che il premer della folla di
dietro gli pigiava addosso; si volse, vide la faccia autorevole, le
sopracciglia aggrottate, lo sguardo imponente di un uomo signorilmente
vestito, e per quella deferenza che è insita in chi si sa umile, povero
e nullo, e subisce l'influsso delle apparenze del potere e della
ricchezza, si trasse in là e lasciò rispettosamente luogo. Il
_medichino_ si trovò egli a contatto del cancello di ferro, e ne
abbrancò colla sua mano elegantemente inguantata una sbarra.
— È dessa, è proprio dessa: si diceva egli con una contrarietà quasi
rabbiosa della propria impotenza. La è morta e non c'è rimedio... Non
v'è Dio nè diavolo che potrebbe far rivivere quelle forme, che potrebbe
riaggiustare quella macchina infranta... Disgraziata!... Io avrei pur
trovato modo di salvarla!
Egli l'avrebbe fatta sottrarsi in qualche riposto luogo all'ira del
padre, al disprezzo della gente; colà quella passione che nell'infelice
non era ancora estinta per lui avrebbe conservato ai desiderii della sua
ardente natura quella giovanile bellezza pur tanta. Qualche cosa come un
desiderio, che era un'empietà innanzi alla rigidezza di quel cadavere,
sorse nel pensiero scellerato di quell'uomo reo di ogni colpa. La
memoria nella sua fantasia venne a dare alle forme di quella povera
morta le sembianze della vita rigogliosa, con tutta l'ardenza del sangue
giovanile che aveva conosciuta in lei. Rivide quelle braccia, ora
abbandonate, levarsi e con nodo tenace e soavissimo avvincergli il
collo; rivide quel candido petto anelante premersi contro il suo da
fargliene sentire il palpito; rivide lo sguardo pieno di fiamme; quasi
risentì sulla bocca il bacio ardente di quelle labbra ora allividite e
contratte dall'agonia suprema della morte.
In quel momento, per rifare di quella morta l'Ester che era stata poco
tempo innanzi, Gian-Luigi avrebbe dato non so che. Strinse quasi
convulsamente colle mani le barre di ferro a cui si appoggiava, e chinò
il capo verso il cadavere, quasi volesse, quasi sperasse potere, col
suo, soffiare in esso di nuovo l'alito della vita; ma ad un tratto, come
un ghigno mefistofelico, guizzò tra i suoi pensieri.
— Stolto: si disse; mi sarei sopraccaricato d'un imbarazzo che mi
avrebbe impacciato nelle mie faccende fin troppo, e che non avrebbe
tardato a non darmi più che fastidii e noia: la poverina, per mio
vantaggio, fu bene ispirata. I morti non tornano più, non imbarazzano
più nessuno, non fan più male di sorta.
Egli si sbagliava: la morte d'Ester doveva concorrere ancor essa alla
perdita di lui, oramai decisa dalla giustizia di Dio.
Mentre Gian-Luigi, tornato in tutta l'empia freddezza del suo spirito,
fattosi quel ragionamento per cui conchiudeva che la morte di Ester era
una sua ventura, stava per ritirarsi di là, avvenne un movimento nella
folla, che gl'impedì di aprirvisi il passo.
Un povero vecchio, vestito di miserissimi panni, faceva ogni sforzo per
ispingersi innanzi verso la cancellata, e siccome deboli aveva le forze,
e un tremito ne scuoteva le membra, così da non poter avanzare in nessun
modo in mezzo alla folla, egli si era messo a supplicare con voce
piagnucolosa e rotta dall'affanno:
— Per carità, mi lascino passare... Mi dicono che la è una giovane... Io
ho perduta mia figlia... Mi lascino vedere se la è mia figlia.
Il _medichino_ riconobbe la voce fioca e l'accento nasale di _Macobaro_.
Tanto più avrebbe voluto affrettarsi a partire; ma il movimento fatto
dagli astanti per dar passo al vecchio, e poi quello di curioso
interesse che li faceva restringersi intorno al padre della morta, per
assistere alla scena che stava per aver luogo, impedirono affatto a
Gian-Luigi di allontanarsi. Il rigattiere ebreo giunse alla cancellata,
e s'aggrappò ancor egli colle scarne mani tremanti alle sbarre di ferro.
I suoi luridi panni frusti e sporchi toccavano l'elegante pastrano di
Gian-Luigi; ma egli non vedeva nessuno, non poteva veder null'altro che
quel cadavere di donna che gli stava disteso dinanzi.
Lo guardò per un poco, fiso, in silenzio, immobile, senza trarre quasi
neppure il fiato. Pareva che stentasse a riconoscerlo, che non volesse
prestar fede all'evidenza, che credesse quella non altro che
un'illusione ed aspettasse vedersela dileguata. Ma ad un tratto mandò un
grido che si poteva dire un urlo.
— Mia figlia! Mia figlia! esclamò egli tendendo le braccia traverso le
sbarre, come se la volesse afferrare, e prendersela e seco portarsela: è
mia figlia.
Ogni traccia di quell'odio che ultimamente aveva improvviso concepito
per la colpevole, ogni sdegno contro di lei, sparì di botto nel misero
padre, per lasciar rivivere in tutta la sua forza quel primitivo amore
ch'egli sentiva per essa, quasi uguale a quello che aveva pel suo
tesoro. Ricordò ancor egli di colpo, e tutto ad un tratto, il passato di
quella infelice: quando era bambina, quando accoglieva con un sì bel
sorriso il padre al suo ritorno in casa, quando gli dava il bacio della
sera ed il saluto del mattino; quando vivevano sì lietamente in
quell'oscuro quartieretto che la bellezza di lei illuminava. E tutto ciò
era cambiato poichè un infame era venuto a cacciarsi in mezzo a loro.
Ricordò la mestizia sopraggiunta in Ester; poi tutte le scene tremende
che erano succedute; per ultimo la tremenda maledizione con cui egli
aveva flagellata la figliuola, quando il caso glie l'aveva fatta
ritrovare fuggitiva nell'oscurità vespertina della strada. Si percotè
coi pugni chiusi la fronte; si strappò i capelli grigiastri che gli
pendevano alle tempia.
— Eterno Iddio! esclamò: perchè hai tu dato ascolto alla maledizione
d'un padre?... Disgraziato! Disgraziato!... Sono io che l'ho uccisa...
Io, ed un altro!... Un altro! soggiunse con accento d'odio infinito
levando al cielo i pugni stretti e gli sguardi infiammati.
Un istinto parve avvertirlo in quella che l'_altro_ di cui parlava era
lì, al suo fianco, sì da toccarsi, e che Dio li aveva voluti appunto
raccogliere insieme innanzi al cadavere della loro vittima. Si volse di
scatto e i suoi occhi che brillavano ferocemente in fondo alle sue
occhiaie infossate, s'incontrarono nelle pupille fieramente corrusche di
Gian-Luigi.
_Macobaro_ mandò un'esclamazione gutturale che pareva un grido belluino,
e sulla sua faccia cinerina e macilenta corse un lampo come di gioia
feroce. Afferrò con una delle sue mani fatte ad artigli, dalle dita
lunghe, scarne, nere, unghiate, il braccio di Quercia e disse:
— Ah sei qui tu?... Vedi, vedi che hai fatto di mia figlia... Rendimi la
mia figliuola, scellerato!
Una subita e viva emozione corse il cerchio degli spettatori. Gian-Luigi
non si scompose: con un moto ratto e violento del suo braccio robusto
rigettò da sè il vecchio ebreo, e prese una mossa come di difesa.
Intorno a lui si fece un po' di largo e tutti gli occhi erano conversi
su questi due personaggi che accennavano rappresentare una scena
interessante di dramma innanzi a quel cadavere di donna.
Quercia girò intorno i suoi occhi che facevano chinare innanzi a sè
tutti gli altri.
— Quest'uomo, disse pacatamente, od è pazzo, tratto fuor di senno dal
dolore, od è illuso da una strana rassomiglianza... Io non lo conosco.
_Macobaro_ diede un balzo, come se volesse lanciarsi addosso al giovane
elegante: ma questi lo prevenne, gli pose una mano sulla spalla, e
guardandolo in certo modo speciale, come il domatore di fiere guarda il
tigre che vuol ribellarglisi, soggiunse lentamente:
— Io non vi conosco brav'uomo. Guardatemi bene, e vedrete che siete
vittima d'un errore.
Mai gli occhi neri del _medichino_ non avevano avuta tanta efficacia,
tanta imponenza, tanta autorità. Il vecchio avrebbe voluto resistere a
quell'influsso, ma non potè: la forza di quella individualità più
potente, l'abitudine di cedere ad essa, la soggezione di quell'autorità
che il _medichino_ aveva saputo acquistarsi e sapeva difendere e
mantenere, ebbero ancora la loro efficacia in _Macobaro_; curvò il capo
innanzi al suo superiore e sottrasse le sue pupille dallo sguardo di
quelle di lui.
— Mi conoscete voi dunque? domandò Quercia.
— No, no, balbettò il padre di Ester, guardando sempre per terra.
Perdoni ad un povero vecchio che non sa più quel che si faccia.
Gian-Luigi fece un gesto da eroe che mostra la sua clemenza, e
s'allontanò lentamente. Jacob non rivolse più verso di lui nemmeno uno
sguardo; si voltò verso il cadavere della figlia, e tendendo le due
braccia traverso le sbarre, le disse piano piano che niuno potesse
udire:
— Sta, sta tranquilla che ti vendicherò... Ci vendicherò tuttedue.
Poscia si levò di là ed allontanossi con passo barcollante. Pochi minuti
dopo egli era in istretto colloquio con Barnaba, la cui ferita era in
via di guarigione così bene che già poteva egli sedersi sul letto.
Gian-Luigi s'allontanava, pieno l'animo d'una malavoglia, d'un
malessere, d'un'irritazione da non dirsi. Sentiva, per così dire,
sfuggirgli sempre più di pugno il filo guidatore della sua sorte;
sentiva accrescersi quella stanchezza dell'iniqua lotta, quel fastidio
de' casi suoi che ho già accennato venire assalendo a volta a volta
l'animo suo. Ebbe egli appena attraversata la piazza municipale e fatto
pochi passi per la via che mena a piazza Castello, quando gli si fece
innanzi domandando l'elemosina un pezzente tutto rattrappito delle
membra. Il primo atto del giovane, assorto ne' suoi poco piacevoli
pensieri, fu un atto d'impazienza; ma il mendicante fece rapidamente un
certo gesto che destò l'attenzione del _medichino_. Questi si fermò, lo
guardò bene, rispose ratto con un certo ammicco degli occhi, e tratta
fuor di tasca la borsa ne prese una moneta e la fece scivolare nella
mano del povero. In questo medesimo atto il mendico fece passare nella
mano che gli porgeva il denaro un piccolo fogliolino di carta finissima,
ripiegato e compresso da tenere il meno spazio possibile.
Quercia serrò in pugno quella carta, senza fare il menomo cenno, come se
nulla fosse, e continuò la sua strada; ma dopo un poco affrettò
maggiormente il passo per giungere a casa sua e leggere il bigliettino
portogli in quella guisa, che ben poteva presumere trattare di cose di
molta premura ed interesse e cui non voleva neppur guardare nella
pubblica strada.
Quando fu chiuso nella sua camera, Gian-Luigi aprì con sollecitudine che
quasi era inquieta il finissimo fogliolino. V'erano scritte poche parole
e con carattere contraffatto: ma un certo segno convenzionale avvertì
subito Gian-Luigi da chi fosse scritto e mandato. La _cocca_ aveva
affigliati, più o meno addentro ne' suoi segreti, in ogni parte; e chi
scriveva era impiegato, e non degli ultimi, negli uffici medesimi della
Polizia. Il biglietto diceva:
«Guardatevi! Si comincia aver sospetti. Prendete ogni precauzione. Si
parla di certi diamanti. Nel bavero trovato in mano a N. v'è una cifra.
Voi sapete che cosa ciò voglia dire, e che importanza darci.»
Gian-Luigi lesse due e tre volte queste incoerenti parole e se le stampò
nella memoria; poi stracciò a minutissimi pezzi quel foglietto, e come
se non bastasse, lo gettò nel fuoco: stette a guardarlo mentre in un
attimo la fiamma lo distruggeva, e quindi incrociate le braccia al
petto, si mise ad andare su e giù per la stanza.
— Una cifra nel bavero?... Qual contrarietà!... Chi avrebbe mai pensato
a codesto?... Quel mantello era di Benda: il mantello è sparito e non lo
troveranno mai... Ma si può appurare che quella cifra è la sua, che
quello squarcio appartiene ad un suo mantello, e che questo fu
imprestato a me, il quale non l'ho più restituito... Bisogna rimediare a
ciò.
Stette un poco meditabondo; poi sollevò il capo con risoluzione.
— Non c'è che un modo di aggiustarla. Quel mantello è stato derubato a
me stesso quella notte medesima sul viale... E il rapitore, che io
descriverò a meraviglia, sarà _Stracciaferro_... a lui poi il non
lasciarsi pigliare. Ciò quanto al mantello. Ma e i diamanti? Che cosa
vuol significare il cenno intorno ai diamanti? «Si parla di certi
diamanti.» Quali? Quelli che ho trovati nello scrigno sono così bene
riposti che l'occhio della giustizia non li potrà veder mai; quelli di
Candida sono a lei restituiti, e nissuno de' sapere che essi furono un
momento nelle mani di quell'usuraio...
S'interruppe, assalito dal ricordo di un fatto che eragli sfuggito
compiutamente dalla memoria: Nariccia quando si trattò dell'imprestito
su pegno di quei gioielli, aveva questi recati un momento di là per
farneli forse esaminare, come Gian-Luigi medesimo aveva supposto, da
alcun intelligente della materia che ci avesse. Che questo tale avesse
conosciuto quali e di chi erano quei diamanti? La cosa prima di tutto
pareva a lui assai improbabile, e poi ancorchè fosse, quali conseguenze
a suo danno se ne potrebbero tirare? Come provare che egli fosse stato a
recare dall'usuraio quei diamanti? e se dati in pegno, non si erano
potuti riscattar poi pagando il debito? Ad ogni modo sarebbe forse stato
meglio parlarne subito colla contessa, combinare con lei, farle credere
ciò che occorreva, e consigliarle in ogni caso le risposte che
convenivano. Egli era sul punto di uscire per recarsi subito da lei,
quando i suoi occhi caddero sopra un bigliettino che stava sulla tavola
di marmo del cassettone, e cui gli aveva impedito di vedere a tutta
prima il turbamento col quale era entrato nella stanza. Lo prese
sollecitamente, e conobbe di botto dalla scrittura, dalla carta, dal
suggello, dal profumo speciale, da qual mano venisse. Era appunto di
Candida; e Gian-Luigi lo lesse in tutta fretta.
«Ho bisogno urgente di parlarvi» gli scriveva essa secondo il solito, in
francese; «all'una aspettatemi nella vostra casetta sul viale.»
Siccome non mancava di molto all'ora posta dalla contessa, Gian-Luigi
s'avviò tosto verso quel suo misterioso ridotto, in cui siamo già
penetrati con lui altra volta.
La contessa non si fece lungamente aspettare. Levando il fitto velo che
gli copriva la faccia mostrò al suo amante un aspetto turbato in cui
apparivano insieme contrarietà, collera, amarezza.
— Che è ciò? signore? cominciò ella senz'altro con voce vibrante. A chi
andate voi confidando le cose più arcane che debbono rimanere tra di
noi?
— Contessa! interruppe il giovane coll'accento risentito di persona
fieramente calunniata da tale cui non vuole rispondere oltraggio per
oltraggio. Voi mi fate un'iniqua accusa che non avreste mai dovuto pure
accennare.
— Voi non avreste dovuto meritarvela.
— Non perdiamo il tempo in garriti di parole. A che proposito mi
rivolgete voi quest'accusa? quali prove credete di averne?
— Mio marito seppe — sa — che i miei diamanti furono in pegno presso
l'usuraio che venne l'altro dì assassinato e sa che a portarglieli siete
stato voi.
Quercia non potè reprimere un contrarsi dei lineamenti che esprimeva
quanto questa novella gli dispiacesse.
— Ne siete voi certa?
— Certissima. Me lo disse egli stesso testè... Ah! vedete anche voi che
non potete negare....
Gian-Luigi prese le due mani della contessa, e stringendole con dolce
pressione, quasi supplichevole, soggiunse:
— No, Candida, io non ci ho colpa: è una maledetta fatalità che mi
perseguita, che ci perseguita tuttedue, e che può avere le più tristi
conseguenze, se non ci andiamo tosto al riparo.... Ti spiegherò tutto di
poi, caro amor mio; ma essenzialmente gli è per la tua tranquillità, per
te, che mi preoccupo.... Contami tutto quello che avvenne fra te e tuo
marito a questo proposito.
La contessa raccontò quel che erale capitato a tal riguardo, ma noi
prendendo da più alto le mosse esporremo assai più di quanto ella
sapesse e potesse apprendere al suo amante.
Ed ecco di che modo s'eran passate le cose.
Il signor X, gioielliere, uno dei principali, per non dire il
principale, di Torino in quel tempo, aveva recato, se ben vi ricorda, a
Nariccia, pochi giorni prima che succedesse l'assassinio di costui, una
certa quantità di preziosi oggetti del suo commercio, ed ottenutone
ancor egli una somma in prestito lasciandoli in pegno all'usuraio.
Figuratevi dunque come egli rimanesse allorquando quella mattina che si
sparse per la città la novella dell'orrendo delitto, ebbe udito che
tutta era stata svaligiata d'ogni cosa di valore la casa
dell'assassinato! Corse immantinente dal Commissario di Polizia a far la
sua denunzia e la sua deposizione, dando la lista distinta e divisata un
per uno di tutti gli oggetti ch'egli aveva consegnati a Nariccia e che
erano caduti nel furto. Il valore complessivo di quei gioielli saliva a
qualche diecina di mille lire: e il signor Tofi, quando ebbe udito
l'orafo specificare siffatto valore, esclamò con quella sua ruvidezza
che pareva sempre un accento collerico:
— I mariuoli hanno fatto un bel colpo!... L'altro dì hanno arraffato i
capitali del banchiere Bancone, ieri il tesoro dell'usuraio Nariccia:
c'è da farsi ricchi in più a queste due sole imprese.... Sarebbe un bel
mestiere.... se non ci fossimo noi a coglierli.... E li coglieremo, glie
lo prometto io!... Nel furto Nariccia gli scellerati avranno portato via
più di cento mila lire.
— Che la dice? esclamò il signor X, a cui le parole sfuggirono senza
pensarci, e che, pur pensandoci, le avrebbe fors'anche dette lo stesso.
Ma se Nariccia aveva tuttavia in suo potere i diamanti di casa Langosco,
e tutto mi induce a credere di sì, questi solamente furono pei ladri un
bottino di centinaia di mila lire.
Il signor Tofi volse tutto d'un pezzo la sua faccia aggrottata sul
cravattone duro verso il gioielliere:
— Come! I diamanti di casa Langosco erano in potere di quell'usuraio?
— Sì, signor Commissario; ce li vidi io stesso ch'egli me li diede ad
esaminare, consultandomi sul valore. E ciò accadeva solamente tre giorni
fa.
— Oh, oh! Questo sarebbe elemento da tenerne calcolo. Gli assassini
avrebbero saputo che quei diamanti erano colà... Ma come colà?... In
pegno forse?... Eh, eh! non è impossibile.... Bisognerà vedere.... Ad
ogni modo finora la Casa di Staffarda non fece richiamo nessuno, non
porse denunzia di sorta; e trattandosi di somma di tanto valore, non mi
pare che si vorrebbe star zitti.
Il Commissario congedò il gioielliere, ed occupato com'era in quel dì da
un subbisso di faccende, per la rivolta sopratutto degli operai avvenuta
la sera innanzi, dimenticò, o per dir meglio, trascurò di dare
l'importanza che avrebbe data altre volte a quelle parole dell'orafo
riguardo i diamanti della nobil famiglia Langosco. Tutta la giornata
passò senza che denuncia alcuna venisse; dalle informazioni che fece
prendere, il Commissario seppe che nel palazzo di Staffarda nulla era
avvenuto onde si potesse supporre che tal danno era capitato a quella
casa; la sera inoltre gli fu presto notificato che la contessa Candida
al ballo di Corte, sfolgorava il capo, il seno, le braccia di tutti i
suoi diamanti. Tofi non ci pensò più. Se il gioielliere non si era
sbagliato, e uno sbaglio di questa fatta in lui era difficilissimo, i
signori Langosco avevano per loro fortuna ritirato a tempo il pegno
preziosissimo dalle mani dell'usuraio.
Il signor X, a cui il ricupero della sua roba premeva infinitamente, era
già tornato parecchie volte nei due giorni che erano seguìti dal
Commissario a domandargliene novelle, finchè questi, che non aveva nulla
da apprendergli, che era occupatissimo e di peggio umore che mai, perdè
la pazienza, e con quelle sue maniere da burbero e parole da prepotente
gli ebbe fatto capire non venisse più a seccarlo, e quando si avesse
qualche cosa da dirgli, o da farsene dire, lo si sarebbe mandato a
chiamare. Il gioielliere se ne partì mortificato, e domandando a se
stesso che razza di giustizia la fosse questa che il derubato colà dove
si doveva prendere tutto l'impegno per fargli riavere la sua roba,
veniva accolto e trattato peggio che al ladro non si farebbe.
Ma il domani gli venne dalla Polizia un messaggio che gli fece nascere
in cuore qualche buona speranza. Il signor Commissario con un ordine
laconicamente espresso lo chiamava subito innanzi a sè, per
comunicazioni urgenti. Il gioielliere volò al Palazzo Madama colla dolce
speranza d'udirsi a dire per prima cosa che i ladri erano stati presi e
i suoi gioielli ricuperati. Fu una delusione. Introdotto in quel certo
gabinetto del Commissario che già conosciamo, e chiusane alle spalle di
lui la porta, il signor X rimase solo con quel terribile rappresentante
della pubblica autorità, il quale pareva assai sopra pensiero e più
burbero che mai.
Il signor X fu minutissimamente interrogato su quella circostanza
ch'egli aveva incidentalmente allegata nel primo colloquio da lui avuto
col Commissario, la presenza cioè in casa di Nariccia dei diamanti
Langosco. Il gioielliere dovette dir tutto: e come egli si trovasse
quella tal mattina in casa dell'usuraio, e come fossero sopravvenuti a
disturbarlo nel colloquio ch'egli aveva con Nariccia prima un frate
gesuita, poscia un cotale, di cui egli non aveva vista la persona, ma
uditane la voce e creduto di riconoscerla per quella del dottor Quercia;
come poco dopo Nariccia era tornato da lui portandogli ad esaminare,
perchè glie ne dicesse il valore, certe buste di diamanti ch'egli aveva
tosto riconosciuti per quelli della contessa di Staffarda, cui egli
aveva l'onore di contare fra le sue pratiche; come più tardi fossero
andati nel suo fondaco il conte Langosco e il dottor Quercia, il primo a
chiedergli della ripulitura di quei diamanti che a lui non erano stati
consegnati, il secondo a pregarlo in nome della contessa a far sì che il
conte credesse che i diamanti fossero presso di lui.
Il Commissario ascoltò attentissimamente, fece ripetere parecchie cose,
domandò varie minute spiegazioni: non iscrisse le parole pronunziate dal
signor X, ma prese diversi appunti di date, di ore, di motti sopra una
cartolina che chiuse poi accuratamente in un suo portafogli che teneva
allato; e finì per congedare l'orafo, più burbero che mai, intimandogli
che di quanto aveva narrato allor'allora non si lasciasse intanto
sfuggire parola con anima viva. Poscia diede subito ordine a varii
segreti agenti (e fu così che alcuna cosa venne a subodorare anche di
ciò quello affigliato alla _cocca_) si scrutasse se i diamanti portati
dalla contessa di Staffarda al ballo di Corte erano veri, se il dottor
Quercia di que' giorni fosse stato visto in alcun modo in possesso di
oggetti di valore od avesse speso eccezionalmente delle vistose somme.
Come mai il signor Tofi s'era posto a dare ora tanta importanza a questo
fatto che da principio aveva destato mediocremente soltanto la sua
attenzione? Gli è che nel frattempo egli aveva ritrovato Barnaba.
Sul modo di agire però, il signor Tofi si trovava molto perplesso. La
faccenda era assai delicata. La famiglia Langosco era troppo autorevole
e potente per non riguardarsi bene dal comprometterla leggermente.
D'altronde quello pareva pure un filo da non doversi trascurare per
guidarsi in quel labirinto finora indistricabile. Pensatovi su ben bene
il Commissario decise di parlarne francamente al conte medesimo; scrisse
una letterina, la più garbata ed umile ch'egli sapesse, al marito di
Candida, pregandolo a volergli assegnare un'ora in cui si potesse
presentare al suo palazzo, avendo egli urgente bisogno di parlargli.
Il conte di Staffarda, quando vide chi fosse che gli scriveva, tenne
quel foglio colla punta delle dita, in quel modo schifiltoso con cui il
marchese de la Seiglière nella bella commedia di Sandeau tiene la carta
bollata.
— Il Commissario di Polizia parlare a me? Oh che può avermi a dire un
simile personaggio?...... Entrare qui nel mio palazzo questa razza di
gente!... Mai più!.... Andiamo dal mio amico il generale Barranchi.
Ci si recò sul momento.
— Guardate, mio caro, diss'egli al generale, porgendogli il biglietto
ricevuto, che cosa mi scrive il vostro Commissario; mandatelo un po' a
chiamare quel _maroufle_, ch'e' venga qui a spiegarsi in presenza
vostra, se non vi disaggrada.
Il comandante dei carabinieri tirò su le sopracciglia sulla sua fronte
piccola e stretta, lesse e rilesse, tossì con aria d'importanza,
s'impettì nella montura, specchiò il suo naso nei bottoni lucentissimi
del suo petto e mandò ordine al Commissario venisse immantinente.
Quindici minuti dopo il signor Tofi si presentava, secondo il solito,
duro, impalato, le braccia lungo il corpo, in mano il suo cappello a
larga tesa, il suo lungo soprabitone cascante sulle gambe nervose, i
suoi piedi larghi e piatti ben piantati, il mento appoggiato alle
stecche del cravattone, lo sguardo dritto levato innanzi a sè, nella
impostatura del soldato senz'armi.
Il conte di Staffarda stava indolentemente sdraiato in una poltrona,
giocherellando con uno de' guanti che s'era levato dalla bella, fine ed
aristocratica destra, e pareva che quello non fosse punto fatto suo.
Però, guardando la faccia burbera e severa del Commissario di Polizia,
piantatosi a pochi passi di distanza, alla qual faccia l'aria di
sommissione che aveva assunta in quel momento, pareva accrescere ancora
la scontrosità, il marito di Candida provò uno strano e nuovo effetto,
come se gli fosse apparso in quell'alto e grosso corpo un messo del
destino ad annunziargli sventura. Il generale Barranchi fece un cenno al
Commissario perchè s'avvicinasse, e quando questi ebbe obbedito, gli
disse in tono di comando militare, porgendo verso di lui, a
mostrarglielo, il biglietto ricevuto da Langosco.
— Voi avete scritto questo biglietto?
Tofi diede un'occhiata al foglio, un'altra a chi lo interrogava, e
rispose:
— Sì, Eccellenza.
— Or bene, che cos'è che avete a dire al mio amico il conte di
Staffarda? Egli è qui pronto ad ascoltarvi; parlate.
Il Commissario fece scorrere lo sguardo di quelle sue pupille feline sul
volto di Langosco, poi lo ricondusse sulla faccia scioccamente superba
del generale.
— Mi perdonerà S. E., mi perdonerà anche il signor conte di Staffarda;
ma quello che devo dire, non lo posso dire che al solo conte medesimo.
Langosco staccò le spalle dalla poltrona con moto piuttosto vivace.
— Parlate, parlate pure in presenza del generale: è mio amico e non ci
ho nulla, ch'io sappia, che possa volere a' miei amici nascosto.
Tofi s'inchinò leggermente ed insistette.
— Non mi è assolutamente permesso di accondiscendere al desiderio di
vostra signoria. Credo mio debito parlare a Lei sola; e quando la mi
avrà ascoltato sono persuaso che mi darà ragione.
Il conte fece un atto d'impazienza.
Barranchi entrò in mezzo.
— Mio caro, disse, conosco questo bravo Tofi; è il più ostinato degli
uomini, e se non vuole non ci sarà verso di farlo parlare. Cedo io il
campo. Parlatevi qui stesso quanto fa bisogno; e voglio sperare che il
signor Tofi non avrà disturbato voi, nè vorrà disturbar me per bazzecole
che non abbiano importanza.
Gettò queste parole accompagnate da uno sguardo imponente e da una mossa
autorevole contro il Commissario come un'intimata. Tofi non si scompose.
— Ebbene, disse Langosco quando il generale fu uscito, parlate ora
liberamente e fate presto.
Aveva egli appoggiato un gomito alla tavola che gli era vicina, s'era
così appressato un poco della persona al suo interlocutore, ed aveva
parlato con accento di sollecita benchè dissimulata curiosità.
Tofi depose il suo largo cappello sulla seggiola che trovò più vicina,
s'aggiustò sotto il mento quadrato l'alta e dura cravatta, affondò
secondo sua abitudine le manaccie entro le grandi tasche del suo
soprabitone, e cominciò col tono di un interrogatorio:
— Il signor conte ebbe qualche rapporto d'interesse col fu Nariccia,
assassinato la settimana scorsa?
Langosco arrossì leggermente sui pomelli delle sue magre e pallide
guancie; si trasse indietro della persona con mossa d'inesprimibile
fierezza, e mettendo nella sua voce un disdegnoso risentimento, disse
guardando corrucciato la faccia del Commissario:
— Che è ciò? Obliate voi con chi parlate? Non son tale a cui dobbiate
osare volgere le vostre interrogazioni — voi!
Innanzi a questo disprezzo il Commissario si morse il labbro inferiore e
fece un atto colle mascelle come se mandasse giù un grosso boccone; in
fondo alle sue occhiaie, le grigie pupille ebbero un lampo fugace che
pareva voler accennare ad un riscuotersi di quella natura plebea contro
lo staffile di quel disprezzo aristocratico; ma la soggezione rispettosa
al grado, al titolo, alla casta non venne meno in quell'uomo pagato per
difendere con zelo l'ordine di cose esistente; s'inchinò a suo modo, e
soggiunse con un accento d'umiltà che stornava maladettamente
coll'espressione della faccia, coll'aspetto di tutta la persona, colla
rauca ruvidezza della voce:
— La mi perdoni. Si tratta della giustizia di S. M., e noi abbiamo il
dovere per servirla di non arrestarci innanzi a nulla. Ella sa l'orrendo
delitto che fu commesso, e certe circostanze che per mezzo della S. V.
si possono assicurare, son forse tali da metterci sulle traccie della
verità.
— Siete matto! esclamò il conte mezzo stupito e mezzo indignato. Che
cosa ci posso entrar io in codesto?
— Se Ella mi permettesse appunto di continuare a rivolgerle alcune
domande e volesse degnarsi rispondere...
Langosco interruppe con superba impazienza:
— Ditemi queste vostre circostanze cui accennate, e quando io le abbia
udite saprò e vedrò che cosa vi debba rispondere o no.
Il Commissario trasse di tasca il suo portafogli, prese in mezzo a molte
carte quella su cui aveva notati gli appunti della narrazione fatta dal
gioielliere X, e questa ripetè per intiero, con un'esattezza che poteva
dirsi crudele, e che ben vendicava il Commissario della sprezzosa
impertinenza con cui il conte lo trattava. Avreste detto, chi
superficialmente l'osservasse, che il marito di Candida stava ascoltando
le più indifferenti cose del mondo. Aveva appoggiato di nuovo il gomito
sul tavolo, teneva il mento nel concavo della mano e guardava fiso,
immobile il Commissario che lo fissava entro gli occhi egli pure. Ma
scrutando ben bene quella fisionomia si sarebbe visto che una maggior
pallidezza dell'usato s'era stesa su quel volto logoro più dalle
passioni che dagli anni, che quel sorriso ironico e superbo ond'erano
abitualmente mosse le sue labbra, ora copriva una nuova emozione che
tremolava, per dir così, ai due sottili angoli della bocca, che dalle
ciglia ravvicinate fuggiva a sprazzi una luce d'immensa ira compressa,
che sulla lucida, giallognola pelle del cranio denudato spuntavano, come
punte di spilla, alcune goccioline di sudore.
Quando Tofi ebbe finito di parlare, successe in quel salotto un assoluto
silenzio di parecchi minuti: s'udiva solamente il soffio un po' pesante
del rifiato del conte. Que' due uomini stettero alquanto così, immobili,
di fronte, l'uno seduto e l'altro in piedi, guardandosi con fissità poco
meno che ostile; il Commissario voleva leggere nell'interno del conte,
questi avrebbe voluto strappare dalla memoria di colui che gli aveva
parlato il fatto che ne aveva appreso. Pensava frattanto con indicibile
sforzo di mente che cosa fosse da farsi, qual risoluzione da prendersi.
Passò la mano sul suo cranio pelato ad asciugarsi quel po' di sudore; e
disse poi lentamente con voce bassa e stentata:
— Non vedo ch'io sia obbligato a nulla rispondere... Potrei limitarmi a
dirvi che in queste circostanze da voi narrate non c'è nulla,
assolutamente nulla che possa mettervi sulle traccie di quella tal
verità che cercate.
Si fermò come a prender fiato, chinò gli occhi egli innanzi a quelli del
Commissario, ma li rialzò tosto di nuovo e continuò:
— Ma voi siete come i confessori, e vi si può confidare un segreto di
famiglia.... È vero che mia moglie, per certi suoi bisogni, mandò, a mia
insaputa, ad impegnare i diamanti, e per nascondermelo volle farmi
credere fossero presso il gioielliere. Ma io non fui lungamente _sa
dupe_. La indussi a dirmene la verità; e quando la seppi non volli che i
gioielli di mia moglie stessero più a lungo nelle mani di un usuraio — e
li riscattai.
Nulla era più penoso a quell'uomo che mentire; sul suo cranio si
raddoppiavano le goccie di sudore.
Il Commissario si chinò un poco verso il conte e disse con accento che
non era interrogativo, ma che poco mancava ad esserlo:
— L'assassinio di Nariccia ebbe luogo nella notte dalla domenica al
lunedì. Ella ha certamente riscattati quei diamanti nella giornata
stessa di domenica, forse anche in quella di sabato.
Langosco trasalì.
— Sì, sì, diss'egli, sabato, sabato stesso.
S'alzò per indicare che l'udienza, secondo suo volere, doveva essere
finita; andò alla porta del gabinetto vicino in cui s'era ritirato il
generale e l'aprì.
— Venite pure, Barranchi.
Il generale si presentò con un'aria scioccamente curiosa sulla sua
stupida faccia superba.
Langosco non aspettò interrogazione veruna.
— Potete fare con giustizia i complimenti al vostro Commissario di
Polizia: disse. Egli sa anche ciò che non importerebbe sapere, e che le
famiglie vorrebbero molto bene nascosto a tutti. Ma ditegli anche voi
che un uomo suo pari dev'essere una tomba dei segreti.
Il generale tirò avanti colla sua solita mossa il petto lucente di
bottoni e di decorazioni e disse, come se comandasse il maneggio d'armi
ad un pelottone di carabinieri:
— Voi sarete una tomba dei segreti.
Tofi, congedato di questa guisa, si partì.
— Caro generale: disse Langosco rimasto solo con Barranchi: a voi non
voglio tener nulla nascosto. Mia moglie aveva impegnato i suoi diamanti
presso quell'usuraio che fu assassinato. Tofi lo seppe e voleva
conoscere il modo col quale la contessa li aveva riavuti. Sono io che
appena ho appreso tal cosa, mi affrettai a riscattarli. Non fareste male
d'inculcare a quel Commissario troppo zelante, che quando trattasi di
certa gente come noi, di certe famiglie come la mia, come le nostre, non
gli conviene avere tanta curiosità.
Barranchi prese la sua aria d'importanza e disse dall'alto del suo
colletto ricamato in argento:
— Glie l'inculcherò.
Il conte di Staffarda si recò sollecitamente dal gioielliere X. Ripetè a
lui quello che aveva narrato al Commissario ed a Barranchi, e con
preghiera che aveva tutto il tono d'un comando, lo invitò a non parlar
più con nessuno e in nessuna guisa di questa faccenda. Quindi si recò
nel suo palazzo.
— La contessa è nelle sue stanze? domandò ai domestici.
E come gli fu risposto di sì, s'avviò d'un passo lento e pesante verso
l'appartamento della moglie, dove entrò senza voler essere annunziato.
La contessa, che da qualche tempo veniva ricevendo alcune di cotali
improvvise visite del marito, a cui egli dapprima non l'aveva avvezza
mai; la contessa si volse a guardare il conte con aria meravigliata,
curiosa e risentita nello stesso tempo. L'espressione del suo bel volto
significava apertamente, senza che avesse bisogno delle parole per
dirlo: «Che altra novità c'è ella ora? Non vi ricordate i patti e la mia
volontà? Non volete più lasciarmi tranquilla?»
— Vedo che siete occupata: cominciò il conte, parlando francese, in
presenza della cameriera che finiva di aggiustare sul capo della
contessa le nere, abbondanti, fulgide di lei chiome: e mi rincresce
disturbarvi; ma vi è proprio necessità ch'io vi dica a quattr'occhi due
parole, e vi prego a congedare il più presto che si possa la vostra
donna.
L'aspetto del conte era affatto gentile, e sulle labbra stavagli un
sorriso che riusciva ad essere grazioso; ma entro gli occhi era un certo
cupo sbarbaglio e nella voce una vibrazione che rivelavano una qualche
profonda emozione contenuta a forza.
Candida s'affrettò a liberarsi della cameriera, e quando essa e il
marito rimasero soli nella stanza, drizzatasi in piedi ed avvoltasi nel
suo accappatoio come nell'ampio velo una statua romana, le braccia
conserte al petto, la faccia audacemente levata e gli occhi fissi sul
conte, dimandò asciuttamente:
— Che cosa dunque avete da dirmi? Sbrigatevi.
Langosco che s'era messo a passeggiar su e giù, si piantò in faccia alla
moglie, e incrociando collo sguardo di lei il suo collerico, invelenito,
viperino, disse con voce bassa ma che sibilava fra le labbra contratte:
— Quanto vi ha spillato il vostro amante, obbligandovi a mettere in
pegno le vostre gioie?
Un lieve rossore salì alle guancie della contessa. La sua prima
impressione fu lo stupore e la confusione: le sue pupille si chinarono
un istante; ma non tardò a riprendere la sua sicurezza.
— Vi fo i complimenti, signor conte, diss'ella, del nuovo dizionario
dove andate a pescare i vostri termini.
— È quello che ci conviene ad ambedue: rispose il conte con sogghigno di
fiera ironia. _J'appelle chat un chat, et Rollin un fripon_: disse quel
birbo di Voltaire. Nel caso nostro il _fripon_ sapete chi sia...
Candida fece un gesto colla mano ad imporgli silenzio.
— Basta: diss'ella con tutta l'imponenza d'una gentildonna offesa.
Ma Langosco, più animato nello sguardo, nell'aspetto e nella voce, le si
accostò ancora d'un passo e proruppe con forza:
— No, non basta, signora contessa. Que' diamanti che voi avete fatto
servire ad un uso così.... Ah! non dirò l'epiteto che si conviene per un
resto di riguardi che forse non meritate..... que' diamanti appartennero
a mia madre, e non voglio che sieno...
Essa lo interruppe.
— Ma quelle gioie, lo avete ben visto, sono tutte in poter mio....
— Non cercate di mentire: voglio sperare che non ci siate abile
tuttavia: ad ogni modo non arrivereste a darmi lo scambio perchè io so
tutto.
E qui ripetè in brevi parole quello che sapeva, senza dirle il come
avesse ciò appreso.
Candida rimase atterrata.
— Or via, qual somma ritrasse quello sciagurato da tale imprestito?
La contessa glie la disse.
— E voi?
Candida fece un gesto di denegazione pieno di verità.
— Io? Nulla.
— E le cinquanta mila lire (e ciò dicendo il conte pronunziò più
lentamente e pesando sulle parole) per riavere i diamanti furono
restituite all'usuraio?
— Sì: rispose debolmente la donna.
— Ne siete certa? insistè il marito con forza.
— Credo..... mi pare..... non può essere altrimenti.
Una scura nube passò sulla fronte di Langosco.
— Ah! esclamò, potrebbe pur anco essere altrimenti.
La contessa non comprese o non sospettò neppure il significato di
quell'esclamazione.
Langosco, memore d'una interrogazione che gli aveva fatta il Commissario
ed avendone apprezzata e meditata tutta l'importanza, la ripetè ora a
sua moglie:
— E quando vi furono essi restituiti que' diamanti? La domenica o il
lunedì?
— Il lunedì.
Un piccol fremito contrasse i muscoli della faccia del conte, e le sua
guancie impallidirono leggermente.
— Ah! fece egli: il lunedì.
Tacque un istante: guardava la donna con espressione indefinibile di
compassione insieme e di dispetto, di rampogna e di dolore: pareva che a
significare i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue paure non trovasse
parole, e non osasse neppure avventurarsi a cercarle. Candida si sentiva
afferrare da una soggezione affatto nuova, quasi da una timidezza e da
una vergogna.
Dopo un poco il conte parlò e con accento di gravità, quale non gli
aveva mai sentito la moglie.
— Forse a farvi dei rimproveri ci ho poco diritto, e nei vostri errori
ci ho la mia buona parte di torti. Alle prime osservazioni ch'io
tentassi di porvi innanzi intorno alla vostra condotta, voi potreste
rinfacciarmi il mio passato e la mia, ed invocare quel patto mezzo
tacito e mezzo espresso, per cui avete ricompra la vostra assoluta
libertà col sacrifizio delle vostre sostanze. Mi merito questa poco
bella condizione in cui mi trovo a vostro riguardo, e non cercherò più
di uscirne; è troppo tardi; quindi non una parola vi dirò delle vostre
galanterie, nulla neppure se avete anche l'assurdità di sciupare da
parte vostra i vostri capitali; ma finchè avete l'onore di portare il
nome della mia famiglia, finchè vivrò, m'incombe l'obbligo di vegliare a
che questo nome non venga compromesso e macchiato. La vostra relazione
con colui ch'io non voglio nominare, minaccia trascinarvi, minaccia
trascinare il nostro nome in funeste — dirò la parola — in infami
pubblicità. Ciò non posso tollerare, ciò dovete evitare ad ogni modo voi
stessa. Non credo per ora dovermi spiegare più chiaramente. Le cose che
dovrei dire mi brucierebbero le labbra. Ma pensateci voi medesima.
Domandatevi come e di che viva quel.... quell'individuo, e conchiudete
se possa dirsi onorevole la sorgente di quei denari che spende. Non vi
do ordini, non v'impongo sollecite determinazioni; mi prendo solamente
la libertà di rivolgervi un consiglio: sarebbe assai bene che quel
cotale cessaste addirittura di vederlo. Quanto a questo palazzo, siccome
qui sono io il padrone, e ci ho il diritto di escluderne chi voglio, do
ordine immantinente che quando si presenti gli si dica chiaro che queste
soglie non sono più fatte per lui, e se vuol saperne la ragione, gli
farò l'onore d'ammetterlo un momento alla mia presenza per dirgliela
sulla faccia io stesso.
Il conte uscì senz'aspettare risposta. Candida rimase atterrata, confusa
e perplessa. Sentiva, anche suo malgrado, una certa vergogna dei fatti
suoi: non aveva di certo capito tutto il significato delle parole del
marito, la sua mente non era andata fino a quel punto estremo a cui pure
esse direttamente miravano, ma pure sentiva che in quella sua
disgraziata passione c'era oramai più che una colpa un degradamento. E
tuttavia essa non aveva il coraggio di strapparsela dall'anima: e il
solo pensiero che potesse avvenire ciò che le aveva consigliato il
conte, di non veder più il suo amante, erale dolorosissimo. In mezzo a
questo suo turbamento sorgeva e veniva via aumentando una irritazione
collerica, un vivace risentimento contro il marito che le aveva dette
quelle parole, contro l'amante che se le meritava, contro se stessa.
Bisognava risolversi a qualche cosa. Scrisse il bigliettino che sappiamo
a Luigi, perchè si trovasse al convegno; ed all'ora posta fu con lui.
Le parole dettele dal marito ella non seppe ripetere esattamente
all'amante, ned avrebbe pur voluto; e dalla narrazione da lei fatta
risultò solamente che il conte aveva appreso l'oppignorazione fatta dei
diamanti a benefizio di Gian-Luigi, la decisa volontà nel conte medesimo
di voler impedire il rinnovamento di simili fatti, e la determinazione
da lui presa di mettere alla porta di sua casa il signor Quercia e di
dirglielo egli stesso sul muso.
Gian-Luigi stette un poco in silenzio, le mascelle contratte
morsicchiando i suoi baffetti neri che le dita quasi tremanti avevano
abbassati fra i denti, scolpita in mezzo della fronte con solco profondo
la sua ruga caratteristica.
Tutto questo era per lui molto spiacente. Non solamente il suo orgoglio
si trovava leso nel sentire che il conte lo voleva cacciare di casa sua,
ma il suo interesse eziandio che era di mantenersi in assai buona
attinenza con quella potente famiglia, come guarentigia contro certe
indiscrete curiosità.
— Di codesto, diss'egli poi, la colpa è certo al signor X e me ne farò
sentire (e qui narrò come sospettasse alcuno avesse visto i diamanti in
quel poco di momenti in cui Nariccia li aveva recati nell'altra stanza,
e questo qualcuno li aveva riconosciuti per quelli di lei, la qual cosa
non poteva fare che il gioielliere); ma frattanto, Candida, che pensi tu
di fare? abbandonarmi?
Le prese di nuovo le mani come aveva fatto poc'anzi, le accostò il suo
viso più bello che mai per un'espressione d'ardenza e d'amore, le saettò
negli occhi uno sguardo pieno di fuoco e di passione.
Candida sentì un caldo fremito soave correrle tutte le fibre; le sue
guancie arrossirono, le sue labbra si dischiusero tremanti, i suoi occhi
lampeggiarono.
— Abbandonarti? Io?... Mai!
Luigi colse con un bacio questa parola che ancora vibrava sulle
coralline labbra di lei.
— Quanto al signor conte, soggiunse egli, aggrottando di nuovo le
sopracciglia, non gli farò aspettare di molto l'occasione di dirmi ciò
che gli frulla, e stassera dopo pranzo mi recherò io stesso da lui.....
La contessa lo abbracciò con amplesso vigoroso e tenace, come chi colla
propria persona voglia difendere un suo caro da pericolo che lo minacci.
— Non vo' che ti batta con lui, esclamò ella con forza. Non voglio, non
voglio... Egli è perito nell'arte di ammazzare.
Quercia la rassicurò con un sorriso che pareva significare, quando
avvenisse una lotta, non per lui esservi da temere, e soggiunse
coll'accento con cui si calmano le paure d'un diletto bambino:
— Non pensarci neppure. Vedrai che tutto si conchiuderà più
amichevolmente che tu non creda.
Quando la contessa l'ebbe lasciato solo, Gian-Luigi stette ancora un
poco riflettendo seco stesso, poscia, determinazione che veniva
conseguenza delle sue meditazioni, uscì, e si diresse di buon passo
verso la casa dei Benda.