CAPITOLO XIII.

Quando il signor Tofi udì annunziare che il dottor Quercia domandava di

parlargli, provò una viva sorpresa che si manifestò in un leggier

trasalto ed in un vivace lampeggiar degli occhi sotto le folte

sopracciglia. La preda veniva da se stessa all'arrivo del cacciatore:

vero era che questa preda aveva unghie ed artigli, ma com'era bene

armato altresì il cacciatore a combatterla! Primo impulso del

Commissario fu quello di far sollecitamente introdurre questo

inaspettato visitatore: ma poi stimò meglio per varie ragioni non

mostrare e non aver premura. Quercia, venendo da se stesso ad offrirsi

al combattimento, ci veniva di sicuro preparato, munito di buone difese,

avendo studiato i colpi e le mosse; conveniva di meglio all'avversario

meditare un momento anche lui sul modo di condursi. Non voleva porre

piede in fallo; le protezioni che sapeva al giovane acquistate dalle sue

attinenze con una certa sfera sociale che aveva ogni autorità ed ogni

privilegio, lo impacciavano non poco, non voleva movere un passo più in

là di quello che si dovesse, per paura di aversi a ritirar indietro, la

qual cosa sarebbe stata sua vergogna e suo danno. Ad ogni buon conto

disse alla guardia che gli aveva annunziata quella visita:

— In quanti uomini siete costì?

— Siamo sette.

— Bene: quando quel signore sia introdotto da me, quattro vengano nella

stanza vicina, pronti ad ogni cenno.... Quel signore poi lo farete

passare solamente quando avrò suonato.

Partita la guardia, il Commissario andò al forzierino che stava presso

al caminetto, lo aprì colla chiavetta che portava sotto panni appesa al

collo per un cordoncino, e ne trasse quel grosso libro legato in pelle

nera, che gli abbiam già visto consultare quando volle sapere alcun che

del pittore Vanardi. Questa volta aprì il libro al punto in cui sul

margine della pagina era impressa per rubrica la lettera Q e lesse

attentamente tutto ciò che stava scritto sotto il nome di Quercia, sul

quale si posò il suo dito lungo, grosso, nero, villoso ed unghiato. Poi

richiuse il libro, lo ripose là donde l'avea tolto, serrò accuratamente

il forziere e le mani affondate nelle lunghe tasche del suo soprabitone,

il mento quadrato sostenuto al duro cravattino, passeggiò per lo

stanzino profondamente meditabondo.

Intanto Gian-Luigi s'impazientava d'aspettare. Per quanto fosse pieno di

risoluzione e scevro di timore il suo animo, non era certo senza una

specie di apprensione ch'egli era entrato in quel luogo. Affrontava

audacemente un pericolo che aveva visto sorgergli innanzi, ma non sapeva

bene quali forme precise e quali forze potesse prendere poi questo

pericolo, dal quale fors'anco non avrebbe potuto scampar vittorioso. La

sua natura era avida di simili temerità ed era avvezza ad ottenere,

mercè appunto l'audacia, l'aiuto della fortuna; ma gli piaceva per ciò

averne di subito dalla sorte la risoluzione del problema che affrontava,

il premio dell'ardimento che dispiegava. L'indugio che pose il

Commissario a riceverlo cominciò per essergli fastidioso, poi divenne

grave e quasi insopportabile. Anche la sua superbia, anche il suo amor

proprio n'erano offesi. Pensò inoltre che una troppo umile tolleranza da

parte sua avrebbe potuto essere indizio di qualche peritarsi, di

alquanto timore, e ciò non voleva assolutamente che si credesse. Si

staccò dalla finestra, dove superbamente atteggiato, il cappello in

testa, stava guardando nei fossi del castello, e indirizzandosi al capo

delle guardie che erano in quella stanza, disse con accento imperioso di

superiore:

— Olà! E' mi par soverchio questo farmi aspettare. Crede egli il signor

Commissario che io non abbia mezzo migliore di passare il tempo che star

qui a guardare traverso questi vetri affumicati il volo dei colombi?

Andate e ditegli che se le sue occupazioni non gli permettono di

ricevermi ora, me lo faccia saper subito, ed io tornerò in momento più

opportuno.

La guardia esitò un momento; ma il tono di comando e l'aria di disprezzo

agiscono sempre con una certa forza sull'animo di quella gente, avvezza

ad essere disprezzata da chi li comanda; e Gian-Luigi era tale a cui

nessuno andava innanzi nell'imponenza dell'aspetto e nell'autorevolezza

della parola. Sotto lo sguardo imperioso del giovane elegante il

poliziotto finì per cedere e si recò dal Commissario a fare

timorosamente l'ambasciata.

Il signor Tofi cominciò per istrapazzare di santa ragione il mal

capitato, e poi soggiunse più burbero che mai:

— Dite a quel signorino che di voglia o di necessità avrà la pazienza

d'aspettare; chè se volesse partirsene, avete l'ordine, come vi do

espressamente, capite, di trattenerlo ad ogni modo.

Quercia, all'udire questa risposta, sbuffò, disse ad alta voce con tono

concitato che avrebbe mostrato al sor Commissario il modo di trattare

coi pari suoi, e fece persuasi tutti quelli che l'udivano, esser egli un

gran personaggio.

Cinque minuti dopo il campanello del Commissario suonato con mano

robusta avvisò che il visitatore poteva essere introdotto.

Quercia entrò nel gabinetto senza levarsi il cappello, l'occhio

incollerito, la mossa superba, come avrebbe potuto fare il conte San

Luca o il marchesino di Baldissero.

— Sor Commissario, diss'egli colla sua voce vibrante e l'accento fiero

d'un padrone sdegnato, la sa che non mi tocca fare anticamera nemmeno

dal Governatore, nemmeno dal signor Ministro?

Tofi alzò gli occhi sul giovane e lo saettò d'uno sguardo acuto,

incisivo, penetrante di sotto l'arco sporgente delle sue folte

sopracciglia. Luigi sentì da quell'occhiata come un urto nel cervello e

nel petto: gli fu necessario usare tutta la sua forza, tutta la

padronanza che aveva su se stesso per frenare un sussulto; ma le

sembianze non ne lasciarono scorger nulla. Conobbe di botto che aveva un

fiero lottatore di fronte; ma non si sentì impari allo scontro. Rispose

con uno sguardo più superbamente sdegnoso che mai.

Il Commissario se ne intendeva di forza d'animo e d'espressione di

fisionomia.

— Ecco una stupenda figura, pensò, tenendo fisi sul volto del giovane i

suoi occhi, che però cessarono di avere l'aggressività di prima. Questo

individuo non deve far nulla di mediocre. Se ha posto il piede nella via

della scelleratezza ci andrà — ci sarà andato — più innanzi d'ogni

altro.

Sentì una specie, non dirò di rispetto, ma di riguardo verso quella

forza di tempra che vide rivelarglisi, che indovinò ancora più. Avvezzo

a rispettare ogni superiorità sociale, riconobbe e quasi accettò quella

superiorità di volere e di pensiero che aveva dinanzi. Laonde nella sua

risposta non ci fu tutta quella insolente asprezza che altri si sarebbe

potuto aspettare. Sedeva egli alla sua scrivania, al piano della quale

appoggiava il gomito sostenendo colla mano la sua faccia pelata di color

ulivigno, che teneva rivolta verso il giovane in piedi pochi passi da

lui distante, e senza punto muoversi, disse lentamente:

— Se S. E. il governatore e S. E. il ministro non le fanno fare

anticamera, gli è perchè andrà da loro in momenti in cui non ci hanno

nulla da fare. Io, che non ne ho punto di questi momenti, non posso

trascurare il servizio del Re per far piacere a questo ed a quello. Ha

capito?

Sulla faccia di Quercia parvero lottare un sentimento d'irritazione e un

altro di cedevolezza (ed era questa in lui tutta arte sopraffine da

comico): dopo un poco la diede vinta a quest'ultimo, fece uno de' suoi

incantevoli sorrisi che significava apertamente: «Siete un originale, e

conviene prendervi come siete;» e disse con accento scherzoso:

— Ho capito benissimo.

Siccome lo sguardo acuto di Tofi si levava al cappello che il giovane

teneva ancora in testa, ed essendo in casa altrui era dovere levarselo,

Gian-Luigi se lo tolse sbadatamente; come compiendo un atto abituale,

senza darci importanza, e lo gettò sul forzierino lì presso: poi senza

aspettare l'invito di sedere che il Commissario non pareva disposto a

fargli, prese una seggiola e venne ad assettarsi ad un passo di distanza

dalla scrivania.

— Posso sapere che cosa mi vale questa sua visita? domandò allora con

accento burbero il signor Tofi che non aveva mai tolto il suo sguardo

dal giovane.

Questi rispose con quell'accento scherzosamente leggiero che pareva aver

adottato per tono della conversazione:

— La lo può sapere di sicuro, perchè son venuto apposta per dirglielo.

Raccontò la favola dell'aggressione notturna, quale l'aveva narrata al

padre di Francesco, e diede dei suoi aggressori i connotati che

corrispondevano precisamente a quelli di _Graffigna_ e _Stracciaferro_.

Tofi lo aveva ascoltato, guardandolo sempre con quella fissità che era

fatta per turbare anche un innocente; e Quercia non se n'era menomamente

lasciato turbare.

— Bene: disse il Commissario con ironia; Ella mi ha dipinto a meraviglia

due malfattori che dovettero prender parte all'assassinio dell'usuraio

Nariccia; ce ne manca soltanto uno, poichè abbiamo la certezza che a

compire quell'orrendo delitto erano in tre. Saprebbe dirmi qualche cosa

anche del terzo?

Gian-Luigi lo guardò come uomo che non comprende, e che non si cura dare

importanza agli indovinelli cui piaccia al suo interlocutore

affacciargli.

— Credo, rispose con disdegnosa leggerezza, che non sia mio còmpito, ma

il suo, quello di rintracciare questa razza di gente.

— E lo rintracceremo, e lo troveremo: disse lento e spiccatamente il

Commissario chinandosi alquanto verso Gian-Luigi e guardandolo più fiso

ancora di prima.

Quercia non ebbe la menoma contrazione dei muscoli della faccia, nè il

menomo batter di ciglia.

— Lei è medico? domandò bruscamente a un tratto il signor Tofi.

Gian-Luigi s'inchinò con una ironica ma elegante cortesia.

— Per servirla; rispose.

— Sarei curioso di sapere in quale Università ha presa la sua laurea di

medicina.

— La curiosità è una dote del suo mestiere, ma non credo che sia un

obbligo dei cittadini il soddisfarla.

— È un obbligo molte volte cui impone la giustizia. Parecchi anni sono

c'era nell'Università di Torino uno studente di medicina che aveva molta

rassomiglianza con Lei; ma frequentava più le bische, i bigliardi, i

convegni di certe donne, eccetera, che non le lezioni dei professori; e

non avvenne mai che questo cotale prendesse la laurea. Sparì un bel dì

carico di debiti, e si ha forti dubbi che poi ricomparisse con altro

nome, dandosi addirittura per medico e sfoggiando una ricchezza che

nessuno sa com'egli si fosse guadagnata — o si guadagni.

Gian-Luigi appressò la sua seggiola alla scrivania ed a questa appoggiò

il gomito con mossa piena di grazia e di eleganza; poi, battendo una

marcia sul mobile colle dita bianchissime della destra che aveva

sguantata, prendendo un tono di libera domestichezza, ma non scevro

d'una certa superiorità, domandò:

— Parli chiaro, sor Commissario. È questa una specie d'interrogatorio

che la mi dirige?

— E se lo fosse, signor dottore, che la risponderebbe?

— Risponderei la verità. Quello studente ed io siamo una persona sola.

S'io non ho la laurea di medico, non n'esercito neppure la professione,

ed è innocente inganno quello di prendere un titolo vano che l'uso suol

dare di subito a chi intraprende una di simili carriere. Lo studente di

leggi è salutato fin dal primo anno col titolo di avvocato, e lo

studente di medicina con quello di dottore. Quanto alle mie ricchezze,

dove mi se ne chiedesse l'origine, ad uno qualunque, direi che gli è un

impertinente, e saprei dargliene anche la meritata lezione; ad

un'autorità, come sarebbe Ella, quando credesse per una ragione

qualunque di suo ufficio dover entrare in questi che sono individuali

segreti, avrei buono in mano da provare la legittimità della provenienza

di tutto ciò che possedo.

— Ebbene, signor dottore o non dottore; proruppe con una specie

d'impazienza il Commissario; quell'autorità le sta dinanzi, e il momento

di dar questa prova è venuto.

Quercia si trasse indietro levando il capo e drizzando il collo in una

mossa piena di superbia.

— Si oserebbe sospettare alcuna cosa?...

Tofi lo interruppe ruvidamente.

— Noi osiamo sospettare di tutto e di tutti.

Il giovane gli gettò un'occhiata fiera di minaccia e disdegno.

— La dovrebbe pur sapere chi io mi sia e di quali attinenze mi vanti.

Badi che questa troppo spiccia maniera di procedere, se conviene coi

miserabili coi quali è solita Ella a trattare, non si affà colle persone

ammodo...

— Io sono come sono e fo come mi aggrada, purchè faccia il dover mio:

interruppe Tofi diventando sempre più ruvido. Poichè Ella stessa è

venuta a me, prima ch'io la mandassi a cercare, la si acconci a darmi in

questa conversazione quelle nozioni di fatto che mi abbisognano,

altrimenti la conversazione potrebbe prendere un nome più severo, quello

che disse Ella stessa un momento fa, e diventare un interrogatorio.

Quercia fece colla mano un cenno di superba condiscendenza

accompagnandolo con un sogghigno che significava: «vedremo chi l'avrà

vinta alla fine;» e disse con tutta freddezza:

— Bene! Interroghi pure.

Alle domande di Tofi rispose colla storiella che gli abbiamo già sentita

narrare al sor Giacomo, e promise presentare come documento lo scritto

del suo protettore, il medico del villaggio, il quale scritto già aveva

eziandio accennato al padre di Maria.

Tofi scrisse man mano le sue noterelle nel portafogli che soleva portare

nella tasca del petto, e non mostrò in modo alcuno sulla sua faccia

scura che impressione, buona o cattiva, gli facessero le parole del

giovane. Questi, finita la sua narrazione, si levò.

— Parmi che non le occorra più nulla da parte mia e che posso andarmene.

Il Commissario lo guardò un momento senza rispondere. Gian-Luigi sentì

un brivido corrergli per le vene: gli parve che dalle labbra grosse di

quella bocca squarciata dovessero uscire le tremende parole: — «Ella è

arrestata;» ma neanco di lui la fisionomia non espresse nulla

dell'interno sentimento.

— Un istante: disse con accento che pareva minaccioso la voce rauca e

burbera del Commissario.

Gian-Luigi fece correre tutt'intorno uno sguardo ratto e fugace come chi

cerca se vi è modo di scampo.

— Che la vuole ancora? domandò egli sorridendo leggermente.

— La non è venuta qui per dar querela di quell'assalto notturno, di cui

dice essere stato vittima?

— Precisamente.

— Dunque aspetti che sia scritta la sua deposizione e ch'Ella l'abbia

firmata, perchè si possa poi trasmetterla all'autorità giudiziaria.

Fece venire l'impiegato che sedeva nella camera precedente, e dettò

rapidamente il verbale della denunzia fatta da Quercia.

— Va bene così? gli domandò poi col suo tono aspro e burbero.

Gian-Luigi chinò leggermente il capo.

— Allora firmi.

Quercia prese la penna e scrisse con mano sicura, nella più bella

calligrafia di cui fosse capace, il nome ch'egli soleva portare. Poi

prese il cappello che aveva posto sul forziere e a mo' di commiato

disse:

— Per qualunque cosa che occorresse ulteriormente in proposito, Ella sa

dove mi si può trovare.

Il Commissario rispose con un accento in cui c'era dell'ironia e della

minaccia:

— Sì signore: saprò appuntino dove trovarla.

Gian-Luigi, fece un legger cenno del capo che poteva sembrare un saluto,

ed uscì da quel gabinetto, da quel locale, dal Palazzo Madama col passo

tranquillo, sicuro e superbo con cui era entrato.

Tofi gli guardò dietro alla guisa con cui il gatto guarda un topo che

gli scappa.

— Ah! se non fosse amico del conte di Staffarda e il ganzo della

contessa: disse fra sè con un sospiro di rincrescimento: non me lo

lascierei sfuggir di mano.

Quando fu al largo nella vasta Piazza Castello, in piena luce e in piena

aria libera, Gian-Luigi mandò un grosso rifiato, come uomo fatto libero

da un'oppressura, e senza pur accorgersene affrettò il passo per

allontanarsi di là. Fu sotto i portici e fece un tratto di cammino senza

saper bene dove volesse andare e che cosa fare; salutò i conoscenti con

cui s'incontrò in quell'universale ritrovo dei Torinesi, coll'aspetto e

coi modi «d'uomo, cui altra cura stringa e morda che quella di colui che

gli è davante.»

— Bisognerebbe tagliar corto e presto a siffatte velleità curiose del

sor Commissario, pensava egli. Come governarsi per ciò?... Ah! non c'è

altri che mi possa meglio aiutare di quella brava Zoe.

Volse indietro ratto i suoi passi, e, frettolosamente camminando, fu in

breve alla dimora della famosa _Leggiera_. Trovò un gran disordine nel

quartiere di quella donna, e lei medesima in una somma desolazione. Nel

salotto e nella camera da letto tutto era sottosopra, gli specchi

spezzati, le porcellane infrante, gli orologi e i candelabri dorati

fatti a pezzi e giacenti in terra, le tende e le cortine strappate,

tutti i ninnoli e le minuterie eleganti ond'erano adorne quelle stanze

sparsi a frantumi sul pavimento. In mezzo a questo tramestio, le chiome

scarmigliate, pendenti sulle spalle, contratta la faccia, le mani

serrate, come Mario sulle rovine di Cartagine, sedeva la _Leggera_.

— Che è egli avvenuto? domandò Gian-Luigi guardandosi attorno stupito.

Si direbbe che v'è stata un'invasione di barbari.

Zoe sollevò il suo volto abbuiato e volse al suo complice gli occhi, in

cui si vedeva un implacabile risentimento.

— Che cosa è avvenuto? diss'ella con labbra strette e con voce che

sibilava fra i denti. Gli è avvenuto che il _prince charmant_ è un cane,

ed anche un peggior animale. L'invasione dei barbari fu uno scoppio

della sua collera bestiale. Quello scimmiotto andò in furore e parve un

orso scatenato. Ma me l'avrà da pagare...... oh se l'avrà da pagare!

E tese verso un punto dell'orizzonte, con atto pieno di minaccia, il suo

braccio colla mano chiusa a pugno.

Gian-Luigi diede un calcio ad un coccio di preziosa porcellana che si

trovò tra' piedi.

— Ed avrà da pagare eziandio tutto questo.

La _Leggera_ fece un perfido sogghigno.

— E come! Voglio una mobilia tutto nuova e dieci volte più bella.

— Benissimo! E così il sor Principe imparerà a far le bizze. Ma come

avvenne?

— Avvenne per causa tua.

— Mia! Oh, in che modo?

Per dirla in breve, al signor Principe era stato detto, affermato e

provato che la Zoe era in istrettissime e non innocenti attinenze col

famoso dottor Quercia, e S. A. arrabbiatissima aveva voluto con modi da

prepotente ottenere che la donna gli promettesse di non ricevere più

quel cotale. La domanda e la forma con cui era espressa spiacquero

immensamente alla _Leggera_ che non era d'umor dolce nè tollerante.

Rispose in pari tono, cioè con insolenza uguale all'imperiosità

dell'altro; la discussione divenne in breve più che vivace, e il

Principe si obliò al punto da levar la mazza sopra la mantenuta; ma

essa, accampandosi fieramente in faccia a lui, le braccia serrate al

petto, l'aria imponente di risoluzione, le nari frementi, lo sguardo

acceso, gli disse con forza:

— Suvvia! Abbia l'immenso valore di percuotere una donna! Bella

principesca impresa!

Il Principe s'era allontanato da lei come un animale domato; ma in

qualche modo aveva pur bisogno di sfogare l'irrefrenabil ira che lo

rodeva. Con quella mazza che si trovava in mano si diede a percuotere di

qua e di là sui mobili, sui quadri, sugli specchi, su tutto, atterrando,

rompendo, scaldandosi nella sua opera di distruzione, menando colpi alla

cieca come un paladino gettatosi in mezzo ad uno stuolo di nemici; e

quando tutto fu infranto, fuggì, perseguitato da uno stridente scoppio

di risa della _Leggiera_.

— Diavolo! Diavolo! mormorò Quercia vivamente contrariato: questa la non

ci andava.

Disse alla Zoe com'egli fosse venuto a domandarle di ottenere per mezzo

appunto del Principe che il Commissario di Polizia non si occupasse

altrimenti dei fatti suoi, ed ambedue riconobbero che l'occasione non

era niente affatto opportuna per parlare a S. A. di Quercia, e per

chiedergliene in pro di lui un favore.

Zoe giurò e spergiurò ch'ella non avrebbe fatto pure un passo verso il

suo principesco amante, e che a costui toccava venirsene umilmente ad

implorare ed ottenere il perdono; ma si mostrò sicura in pari tempo che

ciò non avrebbe egli tardato di molto a fare. Ella non avrebbe commesso

l'imprudenza di entrare subito con S. A. in quei discorsi che Luigi

desiderava, ma prometteva che con accortezza, dopo alcuni giorni,

avrebbe saputo affrontare destramente l'argomento ed ottenere lo scopo.

Bisognava aspettare alcuni giorni, e Quercia sentiva che i fati

premevano ed era urgente il pararne i colpi. Ma come fare? Uscì di casa

la Zoe, domandandosi se il meglio non era fuggire di presente, recando

seco tutto quel bottino che poteva. Ma l'idea di fuggire gli era ostica,

voleva ancora lottare; e poi gli passò innanzi alla mente la immagine di

Maria, la cui innocente giovinezza avevagli destato un ardente,

scellerato desiderio, decise aspettare.

— Per ogni occorrenza, pensò frattanto, bisogna ch'io vada a far

imparare alla Margherita il romanzetto che ho immaginato intorno alla

mia origine. E sarà bene ch'io induca eziandio Maurilio a non

contraddirlo almeno. Bisogna adunque ch'io vada colassù... Dopo tanto

tempo!... E sarà forse l'ultima volta.

Avrebbe voluto partire di subito pel villaggio, dove sappiamo essersi

eziandio recato Maurilio in compagnia di Don Venanzio; ma ricordò che

doveva, che voleva avere quel giorno medesimo una spiegazione col conte

Langosco, e differì la sua partenza al domani.

All'ora solita, colla solita fisionomia, come se di nulla sapesse,

Quercia si presentò al palazzo Langosco. Non mostrò il menomo stupore,

quando il lacchè gli ebbe detto che il signor conte desiderava parlargli

e lo attendeva nel suo gabinetto. Fece segno lo vi si guidasse, e seguì

il domestico che fu ad annunziarlo. Entrò colà dentro la fronte alta,

l'aspetto sicuro, un grazioso sorriso sulle labbra. Il conte stava in

piedi, accigliato, severo, con un sogghigno più amaro che mai sulla sua

bocca tirata; e non tese la mano verso il nuovo venuto. L'accoglimento

era così apertamente ostile che Luigi, il quale dapprima aveva

l'intenzione di non accorgersene, capì che sarebbe stato un errore il

non mostrarne risentimento. Spense di botto l'amichevole sorriso sulle

sue labbra, diede alla sua faccia un'espressione che in alterigia era

pari affatto a quella del conte, ed incrociò bravamente i suoi sguardi

arditi coi fissi sguardi di Langosco. Pensò che meglio gli convenisse,

senz'aspettare l'assalto, cominciar egli e vivamente l'attacco.

— Eccomi qua, disse con accento d'una sicurezza quasi impertinente. Ella

vuol parlarmi. Sta bene. Spero che non sarà cosa da durar lungo tempo,

perchè in verità, per mia disgrazia, non ho che pochi minuti da

concederle.

A queste parole ed al tono con cui erano dette, il conte sentì una

subita, vivissima ira salirgli alla testa, ridrizzò alquanto il curvo

petto e lanciò dagli occhi uno sguardo di fuoco, mentre una lieve tinta

rosata gli veniva ai pomelli delle guancie macilente. La sua mano si

tese verso il cordone del campanello, e Gian-Luigi comprese che

proposito di lui era suonare pei lacchè, e farlo da loro scacciare da

quella casa senz'altro. Quercia non lo avrebbe tollerato così di piano:

mosse un passo verso il conte e fece un alto risoluto, come per

trattenere quella mano; la sua faccia aveva preso l'aspetto terribile

delle risoluzioni violente, la fronte gli era solcata da quella sua ruga

caratteristica; gli sguardi accesi di quei due uomini si scontrarono di

nuovo pieni d'odio e di minaccie. Capirono che stava per avvenire uno

scandalo e gravissimo; questo non conveniva punto a Gian-Luigi, e meno

ancora al conte. La mano di costui s'arrestò e venne a posarsi

tranquillamente sulla pietra del camino: il lieve rossore sparì dalle

sue guancie; gli occhi perdettero alquanto dell'espressione di minaccia

e di collera per prenderne una di profondo disprezzo: stettero ancora un

poco di quella guisa, guardandosi senza parlare: ma in quello scambio di

sguardi e' si dicevan più e meglio, e' si rivelavano a vicenda l'animo

ed il pensiero più che non avrebbero fatto coi discorsi.

— Non ho nessun desiderio di trattenerla lungamente; disse poi il conte

con accento che mirabilmente s'accompagnava a quella nuova espressione

del suo sguardo. In due parole mi sbrigo e la sbrigo. Voglio anzi porla

così bene in libertà che non abbia da darci mai più neppure un momento

del suo tempo prezioso.

Gian-Luigi tese innanzi la testa come fa chi non ha capito bene e vuole

afferrar meglio il suono delle parole.

— La vuol dire? domandò con un certo piglio che aveva dell'ironia e

dell'impertinente.

— Non mi capisce? disse il conte coll'accento altezzoso d'un

aristocratico inuzzolito.

— Ne accusi pure la mia intelligenza. Desidero che si mettano i punti

sugl'i.

Il conte lo guardò fiso negli occhi con intendimento malizioso.

— Ah! Ella non dovrebbe avere di tali desiderii. La mi pare in

condizioni da dover capire a mezze parole.

Quercia non battè ciglio.

— L'indovinar le sciarade è la prova d'ingegno di chi non ha spirito:

disse accostandosi vieppiù al conte ed appoggiando famigliarmente un

gomito alla pietra del camino su cui il marito di Candida aveva posta la

mano. Le dispiace che ci parliamo in buon piemontese?

Langosco, quasi per moto istintivo, si trasse in là, come per

allontanarsi dall'interlocutore.

— Non v'è ragione per cui a me abbia da dispiacere; rispose con tono più

asciutto e più superbo di prima. Le voglio significare adunque che Ella

non abbia più da mettere piede in mia casa, mai.

Luigi accolse queste parole colla massima freddezza ed indifferenza.

— Perchè? domandò egli semplicemente.

— Perchè? ripetè il conte, cui quel contegno del suo avversario parve

presso a far uscire dai gangheri. Il perchè lo chieda al gioielliere X.

Quercia non si mosse: Langosco aspettò un momentino e poi soggiunse con

voce più bassa, affondando lo sguardo negli occhi neri e profondi del

giovane:

— Lo chieda all'assassinato Nariccia.

Luigi non ebbe il più leggiero sintomo della menoma emozione. Gli occhi

di Langosco non poterono cogliere nulla nella oscurità profonda di

quegli occhi immoti in cui ficcavan lo sguardo.

— Nariccia, rispos'egli freddamente, non mi potrebbe dir nulla, poichè

ho udito che da quella bocca non uscirà parola mai più; il gioielliere

non dovrebbe sapermi dir nulla, poichè non credo che Lei abbia voluto

porre a parte di cose intime domestiche delle persone estranee.

All'impudente franchezza di quell'individuo, lo stupore del conte superò

l'indignazione: stette lì quasi a bocca aperta a guardarlo meravigliato.

Quercia continuò:

— Una rottura fra di noi, creda, signor conte, non conviene a nessuno

dei due; poco a me, assai meno a Lei. Io non son tale da lasciare che il

mondo sappia aver io ricevuto un affronto quale è quello ch'Ella vuol

farmi, ed io avermelo ingoiato con santa pazienza. Vuol Ella che fra noi

si venga ad un duello?

Il conte fece vivamente un atto che indicava con chi gli stava dinanzi

non si sarebbe battuto mai.

— Ella sa, continuava Luigi con uno speciale sorriso, che un uomo della

mia fatta ha mille mezzi per far battere con sè un gentiluomo come Lei.

Ma in uno scandalo chi ci ha da guadagnare? Ho bisogno che per una

settimana tutt'al più, le cose continuino ad andare come per lo passato.

Le propongo quindi, non un trattato di pace, ma una convenzione di

tregua. Fra una settimana io parto per l'estero; glie ne do la mia

parola; e la sarà libera per sempre dei fatti miei. Durante questo poco

di tempo Ella ignori la mia presenza in questa casa ed altrove, le

prometto che non le verrò innanzi io a ricordargliela.

Langosco ebbe un movimento di sdegnoso dispetto: gli venne più forte di

prima la tentazione di far gettar fuori dai lacchè quell'impudente.

— Se Ella, seguitava lo scellerato pesando sulle parole, si lascia

trasportare dall'impazienza, ciò che ora è segreto diventerà pascolo

delle perfide ciarle del pubblico.

Il conte non rispose, non si mosse: aveva chinato lo sguardo, incurvata

di nuovo l'esile, infiacchita persona e pareva esser egli cui la

coscienza rimordesse. Aveva capito che in quelle parole era anche una

minaccia e questa gli faceva paura. Quercia attese un momento e poi

riprese con accento più sciolto che mai:

— Non voglio trattenerla più a lungo: le ho detto che anch'io non aveva

molto tempo da concederle. Questo colloquio non avrà il suo secondo,

mai. Non le domando risposta, ma l'attendo dai fatti. Ella già deve

conoscermi che io non temo di nulla e non m'arretro innanzi a nulla.

S'inchinò leggermente ed uscì, senza che il conte facesse il menomo

cenno, il menomo movimento, mandasse la menoma voce.

— Oh avere il proprio onore in mano di quello scellerato! disse poi fra

se stesso raccapricciando. E' vuol partire.... La è di certo la fuga del

colpevole... Ed io dovrò azzittire?

Quercia da canto suo faceva il seguente monologo:

— In una settimana avrò sbrigato tutto e partirò. Potrò io sostenere

ancora per una settimana questo edificio che si disfà e minaccia

crollarmi addosso? Certo che sì. L'audacia e l'accortezza mi aiuteranno.

Il domani a mattina partì ancor egli pel villaggio dov'era stato

allevato.

La plebe, parte IV · 第 21 / 44 题