Quando Maurilio tornò in se stesso, si trovò in quella camera del
palazzo di Baldissero, ch'egli credeva aver abbandonato per sempre,
disteso su quel letto dove la notte precedente tante chimere di sogni
erano venute a tormentare il suo spirito. Sentì di subito ch'egli
pigliava intiero il possesso di sè medesimo, che tutta e non lesa gli
tornava la ragione. Si ricordò di subito, per prima cosa, della tremenda
novella che lo aveva mandato fuor dei sensi. Avrebbe voluto poter
continuare nello svenimento: quello era almeno l'oblio: avrebbe voluto
ricacciare quella ragione che gli tornava, fosse pur anche ricoverandosi
nel buio e nell'insensibilità del sonno eterno.
La camera era semioscura; in quella dubbia luce Maurilio vide al suo
capezzale seduta una persona le cui chiome candidissime gli dissero
essere Don Venanzio, in fondo al letto un uomo di alta statura, dritto,
immobile che lo guardava. Gli parve che quello fosse il marchese, sentì
anzi come cosa sicura che era lui; ma gli piacque indugiare a
riconoscerlo, volle allontanare il momento in cui si sarebbe venuto alle
spiegazioni; come volendo tornare nel torpore dello svenimento, richiuse
gli occhi e stette immobile, volgendo in sè tutta l'attenzione e quasi
direi lo sguardo interno della sua mente.
La vita fisica non pareva in lui ancora tornata; non si sentiva battere
i polsi e le membra gli erano così lasse, così sottratte all'azione
della volontà che gli pareva, per qualunque sforzo avesse fatto, non
sarebbe riuscito a muovere un dito. La sua anima pareva incatenata in un
corpo morto. Ma ad un punto il suo cuore si mise a palpitare frequente,
quasi con dolorosa violenza. Benchè seguitasse a tener gli occhi
serrati, i presenti s'avvidero che la vita era tornata in lui, perchè un
lieve rossore era salito ai pomelli delle sue guancie, e il petto gli si
sollevava ed abbassava in un respiro alquanto affannoso. A suscitarne
gli spiriti a quel modo era stato un pensiero che improvviso erasi
affacciato alla sua mente.
— E Virginia verrà essa a vedermi? Lo sa ella già ch'io sono suo
fratello? E che dirà, e che le dirò io, vedendola?... Io suo
fratello!... E l'amo!... E l'amo ancora!... E forse l'amerò sempre!...
Oh sciagura!
Sussultò sul letto, aprì gli occhi e si sollevò alquanto della persona
sopra i cuscini. Don Venanzio si drizzò in piedi e gli pose una mano sul
capo a toccargli la fronte; l'uomo dall'alta statura si curvò sopra il
letto a fissare nel giacente uno sguardo pieno di compassione e
d'interesse.
— La crisi è passata, ne sono sicuro, disse il parroco; da parecchi
giorni la sorte non volle risparmiare le emozioni a questo poveretto, ma
ora, coll'aiuto di Dio, spero che tutto sia finito... Non è vero,
Maurilio?
Il giovane ringraziò con uno sguardo l'amorevolezza del suo primo,
vecchio amico, poi volse que' suoi occhi ancora appannati verso l'uomo
dall'alta statura il quale, toltosi da quel luogo, venne lentamente
accostandosi ancor egli al capezzale dall'altra parte del letto. Era
proprio il marchese.
— Sì, Maurilio, diss'egli con voce piena, calma, quasi solenne, tutto è
finito; sono finite le vostre traversie e le vostre disgrazie. Tutto
sarà riparato; ed avrete una sorte degna di voi. Quando saprete ogni
cosa vedrete che a noi il debito della riparazione, a voi quello del
perdono. Don Venanzio vi conterà tutto appena sarete in caso d'ascoltare
la verità.
Il giovane attese un momento, come se esitasse a manifestare il suo
pensiero, o questo pensiero medesimo fosse incerto tuttavia ed
oscillante.
— Signore, diss'egli poi, la verità sono in caso di ascoltarla fin da
questo momento. Da tanto tempo ne vo in traccia e la invoco che
desidero, ora che la mi si affaccia, apprenderla più senza indugio.
Il marchese fece un atto d'acquiescenza.
— Vi lascio liberamente discorrere con Don Venanzio: diss'egli. Voi
potete liberamente interrogare, io posi in grado il nostro buon amico di
liberamente a tutto rispondere. Più tardi verrò io stesso a favellare
con voi, e faremo allora più ampia conoscenza reciproca.
Uscì di stanza dopo queste parole, lasciando soli Don Venanzio e
Maurilio. Il primo che poche ore prima aveva appreso dal marchese la
storia d'Aurora, la ripetè al giovane quale a lui era stata narrata.
Maurilio l'ascoltò con raccolta e profonda attenzione, senza interromper
mai col menomo cenno, colla menoma osservazione, con una domanda
qualunque di spiegazione, senza fare neppure il menomo atto. Lo spirito
del giovane era in una strana ed affatto nuova condizione. Parevagli,
dopo quel momentaneo offuscamento, avere acquistato una lucidità ed una
forza maggiori del solito: e nello stesso tempo, tratto tratto, esso gli
sfuggiva, si sperdeva, sembrava, per così dire, svaporargli e le idee
gli si confondevano, come si facevano incerte le sensazioni e le stesse
impressioni esterne. Egli aveva un'esatta cognizione delle cose, si
rendeva un esatto conto di sè, degli avvenimenti che gli erano successi
e di quelli che gli venivano narrati. Si vedeva colà dov'era, in quella
stanza, disteso su quel letto, e conchiusa l'odissea delle sue
disgrazie; nel pensiero, prendeva, con una facilità onde si meravigliava
egli stesso, il posto che gli spettava, e che ora soltanto scopriva
dovutogli; poi ad un tratto tutto gli pareva pigliare l'incertezza, il
vago, l'inapprensibilità d'un sogno. Era egli bene sveglio, era affatto
in sè mentre udiva svolgersi quel romanzo: ed era egli proprio cui esso
riguardava? E Virginia era sua sorella?.... Qui si scombuiavano di nuovo
tutti i suoi pensieri e sentimenti, e temeva gli sfuggisse nuovamente la
ragione. Don Venanzio aveva finito di raccontare e taceva spiando
attentamente sul volto pallido del giovane le impressioni che in lui
quel racconto aveva deste. Ma tal silenzio ecco riuscir penoso, quasi
sgomentatore per Maurilio, il quale volse per ciò gli occhi verso il
vecchio sacerdote, e gli disse con accento quasi di preghiera:
— Oh parli, mi parli ancora!
Che aveva egli da dire ancora Don Venanzio, il quale aveva tulle
divisatamente ripetute le cose udite dal marchese? Pensò opportuno di
fare al suo protetto un piccolo sermoncino di morale sui nuovi e
maggiori doveri che il suo nuovo stato era per accodargli verso i suoi
simili, verso la società e verso Dio. Se questi aveva dati al giovane
talenti non comuni, gli era perchè se ne servisse a maggior gloria di
Lui da cui tutto dipende, ed a maggior vantaggio dei suoi fratelli; se
aveva voluto che la sua infanzia e parte della giovinezza trascorressero
nella miseria e nell'umiliazione d'un povero stato, era per levargli
ogni superbia di grado, di titoli e di sangue, per renderlo ai mali del
miserabile compassionevole; se ora lo voleva elevato a cospicue
condizioni nella società, glie ne accollava tanti più obblighi di virtù,
di opere, di nobili esempi al mondo.
Maurilio meditava da parte sua, e le parole dell'onesto vecchio
entrandogli nella mente, senza che egli pur l'avvertisse s'intrecciavano
colle riflessioni di lui, e andavano ad allogarsi nel suo cervello.
Quando il sacerdote ebbe finito, il giovane gli tese una mano.
— Grazie, mio buon amico, gli disse con un sorriso pieno d'affetto;
grazie, mio padre..... Sì, Ella sarà pur sempre per me come un amorevol
padre... Se Iddio mi lascia vivere, non sarò indegno della mia sorte.
Vedrà.
La destra di Maurilio ora era divenuta ardente; gli sguardi sfavillavano
stranamente nelle incavate occhiaie.
— Maurilio, figliuol mio: disse con premura Don Venanzio. Ora tu hai
bisogno di calma e di riposo.....
— Sì: interruppe il giovane. Ho bisogno d'esser solo e di meditare.....
Solo colla memoria del mio passato, colle strane venture del presente,
colle lusinghe dell'avvenire; solo colla mia coscienza e Dio... Mi
perdoni se la prego lasciarmi.
Il buon prete accondiscese al desiderio del giovane, lo baciò
paternamente sulla fronte, e s'allontanò raccomandandolo con mentale
preghiera all'Angelo Custode, ispiratore delle sante risoluzioni.
Il primo pensiero di Maurilio, quando fu solo, fu Virginia. Ella era
dunque unita a lui da così stretto vincolo di carne: il medesimo sangue
correva nelle loro vene. Quell'amor suo che prima era una follia, ora si
faceva un empio delitto. Era esso questo amore uno sciagurato
traviamento dell'istinto, di quello che suol chiamarsi la voce del
sangue, che gli additava in quella una persona a lui da natura così
strettamente avvinta? O cielo! Ma egli sentiva che anche ora, conoscendo
la verità, anche in quel momento, la sua fatale passione ruggiva più
forte, più impetuosa, più tremenda che mai nell'animo suo. L'immagine di
quella tanta bellezza stava innanzi alla sua fantasia, più seducente,
più eccitante che non l'avesse ancora vista: e il sangue gli pulsava nel
cuore e nelle tempia.
— Potrei baciarla: si disse, e immaginò non un bacio fraterno, ma un
caldo bacio d'amore al cui pensiero sentì una fiamma di voluttà dolce ed
insieme penosa corrergli per tutte le fibre.
Inorridì.
— Sciagurato! sciagurato! esclamò egli. È figliuola di mia madre.
Secondo suo uso, quando di troppo gli tumultuavano nel cervello le idee,
si serrò colle mani la testa, e temette un istante smarrir di nuovo la
ragione ed i sensi. Ma egli, senza pensarvi, aveva pronunziato un nome
che era quasi un talismano; fu come una involontaria invocazione della
sua anima in angoscia.
— Mia madre! ripetè; ed un desiderio infinito, un'aspirazione
ineffabile, un trasporto di fiducia in tutto l'esser suo venne a
sollevarne lo spirito. Pensò alle apparizioni che nei momenti più
difficili e più solenni della sua vita erano venute a dargli coraggio.
Quella forma aerea che sì benigna veniva a consolarlo, a guidarlo, egli
ne aveva ferma convinzione, era la madre sua; il momento in cui si
trovava non era esso dei più gravi e fatali della sua vita? Perchè non
sarebbe venuta anche ora quella creatura celeste a confortarlo? Egli
serrò le mani in atto di preghiera, con indicibile ardore di desiderio,
con inesprimibile passione, con supremo impulso di fede.
— Spirito mio benigno! disse. Madre mia, non abbandonarmi!
L'apparizione così ardentemente invocata, con tanto desiderio attesa,
non ebbe luogo; ma pure, come se, anche invisibile, quello spirito
amoroso esercitasse un benigno influsso sull'animo travagliato del
giovane, questi sentì una certa calma succedere alla tumultuosa
agitazione di poc'anzi. Le savie parole del parroco che erano penetrate
nella sua mente inavvertite, cominciarono allora a staccarsi, per così
dire, dal ripostiglio cerebrale ove s'erano poste ed a sfilargli innanzi
all'intelletto coll'autorevolezza d'un'ammonizione e colla efficacia
d'un consiglio amichevole. Egli credeva in una intelligenza superiore
ordinatrice degli umani eventi; credeva nella ragionevolezza del
destino, tanto di quello dell'umanità, quanto del proprio. Se in lui
erano state poste quelle forze di volontà e d'ingegno non era perchè
inutilmente le si consumassero in isterili tormenti d'una passione
impossibile. Quella potenza che lo aveva voluto plasmato a quel modo,
dominato da quegli affetti, afflitto da quelle sciagure, aveva di certo
voluto che ad alcuna cosa approdasse tutto questo, che alcun
risultamento da ciò ne riuscisse. Quella stessa infelice ed ora empia
passione, appigliandosi al suo cuore non era destinata forse che a
distruggere in lui per sempre ogni tendenza di femmineo amore, perchè
tutte e soltanto le sue capacità si volgessero a quel còmpito che gli
era assegnato in pro dell'umanità. Una nobile superbia, una generosa
ambizione si levarono allora nell'anima sua. Gli parve sentire
nell'intimo della coscienza una voce che lo assicurasse chiamato
all'importanza d'una efficacissima parte in pro del progresso umano. La
sventura del suo affetto, e la scoperta delle sue nuove condizioni lo
sacravano apostolo operatore di quelle nuove idee che fino allora aveva
solamente vagheggiato nella solitudine delle sue meditazioni. _Sursum
corda_, credette sentirsi a gridare nell'anima da una voce discesa dal
cielo. Il divino entusiasmo del sacrificio gli si accese nel cuore, e
gli salì, per servirmi dell'espressione biblica, come fumo di vin nuovo,
al cervello. Ricordò quello che avevagli detto poc'anzi il marchese, che
avrebbegli procurato una sorte degna di lui. Quale sarebbe stata questa
sorte? Ebbe una subita smania di determinare senza ritardo il suo
destino, di fissare le linee di quella parte ch'egli voleva ed avrebbe
dovuto sostenere. Aveva bisogno di occupare in questa fatta pensieri la
mente perchè non vi si cacciasse di nuovo e dominatrice l'immagine di
Virginia. Saltò giù del letto: era debole e le gambe lo reggevano a
stento: ma la volontà gli tenne luogo di forze. Si vestì e con passo
oscillante scese le scale e venne a presentarsi nell'anticamera
dell'appartamento di _suo zio_ il marchese.
— Annunziate al signor marchese che domando di parlargli senza indugio:
disse al cameriere con accento autorevole ma senza superbia.
Il marchese lo fece introdurre tosto e gli venne incontro sino alla
soglia del suo studio.
— Che imprudenza è questa! gli disse con accento che tentava e riusciva
pure d'esser amorevole, ma in cui però non suonava ancora la vera nota
dell'affetto. Avete già voluto levarvi e scender giù voi medesimo?
Dovevate farmi avvertito e sarei venuto io al capezzale del vostro
letto.
Maurilio non rispose che con un sorriso; pose con discreta freddezza la
sua mano nella destra che gli tendeva il marchese con fredda cortesia, e
se ne lasciò trarre per essa fino presso al focolare, dove sedette sul
seggiolone che il marchese gli additò in prospetto a quello su cui si
pose egli stesso.
Si guardarono un poco senza parlare. La situazione era strana e
difficile per ambedue le parti. Stranieri fino a quel momento di
esistenza, di abitudini, d'opinioni, di tutto; di presente le loro vite
venivano ad intrecciarsi e stavano dinanzi nelle condizioni d'una
intimità necessaria. Erano un problema l'uno all'altro. Qual effetto
nelle vicende della loro vita reciproca avrebbe avuto quel nuovo
elemento che veniva improvviso ad imporsi loro sotto le sembianze di
quel personaggio che ciascuno dei due aveva innanzi a sè? Quella testa
scarmigliata, quelle forme grossolane, quell'aspetto tra timido e
selvaggio, che il marchese esaminava con poca simpatia, erano dunque di
suo nipote? Era dunque verso quell'individuo ch'egli aveva il debito di
riparare tutti i torti della sua famiglia e che da quel punto doveva
incominciare l'opera sua? Non lo avrebbe mai immaginato sotto quella
sembianza; avrebbe più volentieri impreso il suo còmpito, se fosse stato
diverso il suo aspetto. Ma queste le erano puerilità: se lo disse il
marchese a sè medesimo con segreta rampogna ed impazienza de' fatti
suoi.
— Voi avete appreso tutto da Don Venanzio, Maurilio? domandò egli con
voce che pareva fare un leggero sforzo a parlare.
— Signor sì: rispose il giovane levando quel suo capo grosso, così
originale e caratteristico: e vengo a vedere che cosa Ella intende fare
di me.
Le parole e il modo con cui furono pronunziate non piacquero al
marchese. Frenò una mossa superba e quasi disdegnosa che glie ne venne;
e rispose con pacatezza, ma con accento di superiorità:
— Intendo fare di voi un uomo degno della vostra nascita e di noi. E
spero che in quest'opera voi mi ci vorrete con tutte le vostre forze
aiutare.
— Vorrei diventare un utile cittadino al mio paese: disse Maurilio con
quella sua voce sorda e l'accento peritoso che gli erano abituali quando
un sentimento od una passione non lo commovessero.
Baldissero stette alquanto in silenzio guardando sempre il nuovamente
acquistato nipote più con curiosità che con interesse, con una specie di
diffidenza più che con affetto. Ricordò le opinioni democratiche e
rivoluzionarie del giovane, e si domandò se non fosse spediente fargli
capir tosto che le avrebbe dovuto modificare; ma si rispose che il
momento per una simile discussione non era opportuno, che conveniva
lasciare che le condizioni della nuova esistenza, il veder le cose del
mondo da altro punto di mira e sotto altro rispetto, l'influsso del
mutato ambiente in cui si sarebbe trovato, avessero cominciato ad agire
sull'animo suo, come non dubitava che avverrebbe, così che le parole
impiegate a convertirlo di poi trovassero quindi un terreno già
preparato e molto più favorevole. In conseguenza rispose semplicemente
di questa fatta:
— E voi potete diventar tale e lo diverrete di sicuro se l'ingegno che
Dio vi ha dato impiegherete con zelo a conoscere la verità delle cose,
le giuste leggi che reggono le società ben ordinate, i doverosi rapporti
fra chi deve comandare e chi deve obbedire.
Maurilio sollevò la sua ampia fronte, ed un'espressione più risoluta
apparve sui suoi lineamenti e suonò nella sua voce:
— Comandare, diss'egli, deve la legge in cui si incarnino la giustizia e
la verità; ubbidire devono tutti.
Il marchese fece un atto che significava non volere a niun modo in quel
momento entrare in discussione; e successe un'altra pausa di pochi
minuti.
In questo frattempo Baldissero ricordò la promessa che aveva fatto al Re
di condurgli la sera l'autore di quelle pagine che avevano prodotta una
viva impressione in S. M. Si volse di nuovo con una certa vivezza verso
Maurilio.
— Questa sera io dovrei condurvi ad un colloquio, da cui molto può
dipendere il vostro avvenire. Potreste subitamente acquistarvi
un'invidiabile posizione. Si tratta d'un personaggio importante e molto
potente nello Stato, il quale ha letto quel vostro manoscritto
sequestratovi dalla Polizia e concepì desiderio di parlare a viva voce
con voi intorno a qualche argomento che in quelle pagine avete
accennato.
All'udir far parola di quel suo scartafaccio, in cui erano depositati
tutti i segreti non che del suo pensiero e dell'anima, ma dell'esistenza
e del cuore, all'idea che quelle sue espansioni, quelle rivelazioni
erano venute in mano d'estranei, passate da questo a quello, un subito
rossore salì alle guancie del giovane; il marchese che lo vide e
s'accorse come quello fosse segno di viva contrarietà e quasi di sdegno
e vergogna, s'affrettò a soggiungere:
— Ci terrei molto, vi dico in vero, ad attenere la promessa che feci a
quel cospicuo personaggio di presentarvi a lui questa sera medesima;
però il male che vi è sopravvenuto è una valevol ragione a scusarmi se
ci manco. Se dunque la vostra salute non vi consente di rendervi a
questo convegno, ditelo pure ed io ne renderò avvertito quel
personaggio.
Maurilio esitò un momento.
— Scusi, diss'egli poi: non potrei sapere di questo personaggio il nome
od almeno il grado?
Il marchese scosse la testa.
— Va tra' primi dello Stato, rispose: non posso per ora dirvi altro.
Il giovane stette di nuovo un momento sopra sè. Il suo primo pensiero fu
quello di giovarsi appunto del pretesto della sua salute per sottrarsi a
quel misterioso colloquio coll'incognito personaggio; ma poi come una
subita ispirazione lo ammonì ch'ei faceva male, che in codesto era forse
una fase del suo destino che gli si presentava, e che quindi gli
conveniva meglio risolutamente affrontarla.
— Ci andrò: disse con una certa vivacità Maurilio.
— Sta bene; ricordatevi che a quell'uomo innanzi a cui vi troverete
dovete più che rispetto riverenza. Non vi dico di mentire alle vostre
convinzioni, ma discutendo con quel personaggio, sostenendo anche le
vostre idee che da quelle di lui certo dissentiranno, vi raccomando la
moderazione e non solo nelle forme, ma direi eziandio nella sostanza.
Maurilio non rispose; ma fra se stesso andava pensando con molta
curiosità chi sarebbe mai stato quell'uomo. Il marchese continuò:
— Potreste, vi ripeto, guadagnarvi di botto un posto onorifico e
rilevante..... Ad ogni modo, consultate anche le vostre attitudini e le
vostre propensioni, vi troveremo poi un impiego negli uffizi del
Governo.
— Perdoni: interruppe il giovane: ma io non intendo assumere verun
impiego governativo.
Baldissero lo guardò con istupore.
— Non volete voi servire il vostro paese?
— Sì; ma non è l'unico modo di servirlo quello d'imbrancarsi alla
schiera burocratica, e non credo neppure che quel modo sia il migliore.
Voglio rendermi utile più ch'io possa al mio paese, ma rimanendo libero
cittadino.
— Gl'impiegati sono essi schiavi? disse asciuttamente il marchese.
— Hanno un vincolo di più che gli altri. Hanno limitato e definito in
certi limiti, troppo stretti per me, il loro campo d'azione; hanno
esaurita e consumata ogni iniziativa individuale, prima che possano
manifestarla. Sono ruote d'una macchina, necessarie sì quando non
eccedono, ingombratrici e dannose quando ve ne ha troppe, non sono mai
fecondi inventori nè propagatori di verità onde la coltura umana e il
benessere generale s'accrescano.
Il marchese tornò a guardare il giovane con meraviglia.
— Ma che cosa vorreste voi dunque fare? che cosa essere?
— Vo' farmi banditore indipendente di verità al popolo ed al Governo;
voglio promuovere la diffusione del vero e del giusto negli ordini
politici, economici e sociali.
— Maurilio: interruppe il marchese con quella sua voce grave di una
incontestabile imponenza; voi siete giovane e le cose del mondo avete
visto finora traverso una lente sformatrice degli oggetti, quali sono le
proprie sventure. Prima di conchiudere dai vostri studi, prima di farvi
ammaestratore altrui, compite que' primi, allargate la cerchia delle
vostre osservazioni, fate maggior messe di più seria esperienza, e
lasciate maturare ancora meglio il giudizio.
Maurilio s'inchinò leggermente.
— Ella ha ragione: disse con ossequio, ma con una fredda fermezza
insieme che indicava non egli esser mai per lasciarsi smuovere dalle sue
idee. Questo appunto, e non altro desidero ancor io.
Successe un momento di silenzio. Il giovane aveva reclinata la testa,
s'era di nuovo incurvato del corpo secondo la sua abitudine, e teneva
gli occhi fissi sui fiorami del tappeto; il marchese lo guardava con una
curiosità come diffidente, quasi ostile. Cercava egli discernere nel suo
interno quali sentimenti gli ispirasse quell'individuo, e non sapeva
riuscirci. Era insieme un interesse ed un sospetto, quasi una paura;
un'attrazione ed una ripugnanza. Avrebbe voluto poter levare al
riacquistato nipote almeno dieci anni affine di esser in grado di
ridurlo quale egli lo avrebbe desiderato; pensava, anche senza volerlo,
al consiglio di fra' Bonaventura, di dare a quell'individuo una buona
somma e mandarlo nelle più lontane regioni.
— Maurilio, dopo un poco riprese a dire lo zio, converrà che vi faccia
conoscere tutta la vostra famiglia. Quando volete voi essere presentato
ai vostri congiunti?
Maurilio vide passarsi dinanzi la splendida aureola delle chiome d'oro
di Virginia. Sussultò, arrossì, impallidì, ed esclamò con tono che
pareva di sgomento:
— No, no.... non ancora.
Il marchese lo guardò stupito; egli dominò la sua emozione, e soggiunse
più freddamente:
— La mia famiglia sa ella già tutti i miei casi e l'esser mio?
— No: rispose il marchese; ma è mia intenzione apprenderli tosto a chi
si deve.
— Or bene, riprese il giovane con accento di preghiera; se Ella non
dissente, io desidererei, prima di entrare in questa nuova esistenza,
andarmene al villaggio dove fui allevato, passare alcuni giorni di
raccoglimento, di pace, di sovvenire e d'addio al passato. Don Venanzio
parte domani: con suo permesso, io ve lo accompagnerei. Al mio ritorno
prenderei nella famiglia quel posto ch'Ella mi vuole restituito.
Lo zio accondiscese sollecito, e quasi soddisfatto. Avrebbe avuto alcuni
giorni da preparare allo strano avvenimento la moglie, i figliuoli e la
nipote; avrebbe potuto riflettere di meglio sul da farsi, riguardo al
giovane medesimo.
Maurilio non volle quella sera sedersi pel pranzo alla tavola della
famiglia. Salì nella sua camera, dove chiese ed ottenne dallo zio
permesso di rimanervi, finchè lo si sarebbe fatto chiamare per recarsi a
quel misterioso convegno di cui il marchese gli aveva parlato. Non potè
mangiare neppur un boccone; l'eccitamento de' suoi spiriti e de' suoi
nervi era tale che non poteva star fermo, nè arrestar la mente sopra
un'idea. Don Venanzio venne più tardi a fargli compagnia; ma furono
impotenti a calmarlo anche le dolci esortazioni di quel brav'uomo.
Quando un lacchè venne ad avvertirlo che il marchese lo attendeva per
salire in carrozza, Maurilio era in uno stato quasi d'orgasmo che
avrebbe potuto del pari, nel colloquio a cui si recava, produrre questi
due effetti: o togliergli del tutto la libertà della mente e la capacità
di spiegarsi, o dargli un'audacia ed un'eloquenza non ordinaria di
parola.
Zio e nipote salirono in carrozza senza parlare; e in breve furono alla
loro meta; Maurilio scendendo vide che si trovavano sul principio di
quel viale medesimo che conduceva alla fabbrica dei Benda. Entrarono per
un cancello di ferro che loro venne aperto da un uomo avvolto in un
ferraiuolo, e preceduti da quest'uomo, che evidentemente li stava
aspettando, furono introdotti in una camera a pian terreno d'una
palazzina posta al di sotto di uno dei bastioni del giardino reale,
palazzina che Maurilio sapeva essere stata comprata da poco tempo dal
Re.
Furono lasciati soli in quella stanza modestamente arredata, parcamente
illuminata da una lampada colla ventola, ma acconciamente riscaldata. Vi
era tanto silenzio tutt'intorno che pareva proprio d'essere all'infuori
della vita chiassosa d'una gran città. Il solo rumore che s'udiva era il
_tic tac_ d'un grande orologio posto sulla caminiera.
Pochi momenti passarono, e nessuno dei due venuti pensò pure a rompere
quell'alto silenzio. Poi una tenda di panno verde che pendeva ad una
porta si sollevò da una parte, e comparve un uomo che, quantunque
vestito da borghese, aveva l'aspetto soldatesco.
— Marchese, disse costui parlando piano come per rispettare ancor egli
quel silenzio; si compiaccia venir qua un momento.
— Attendetemi qui: disse il marchese a Maurilio, e passando sotto la
tenda, entrò nella stanza vicina coll'uomo che era venuto a chiamarlo.
— Dove son io? Pensò Maurilio rimasto solo e guardandosi intorno come
per cercare alcuna cosa che rispondesse alla fattagli domanda. Chi è che
mi vuol parlare? Innanzi a cui mi troverò io fra poco?
Una idea che gli parve matta venne ad affacciarsi alla sua mente. Quella
casa era proprietà del Re; se questo medesimo fosse l'alto personaggio
che voleva interrogarlo? Sentì una specie di brivido corrergli per le
vene, tremò, ebbe paura, e pensò un momento cercar di fuggire: ma poi
tosto dopo un sentimento di riazione ebbe luogo in lui. Oh! se pur
fosse! Se in faccia all'incarnazione più spiccata dell'ordine politico e
sociale, alla rappresentazione più valida e suprema del potere e
dell'autorità umana egli si trovasse e potesse parlare a tu per tu e
dire la verità delle cose, i sentimenti delle masse, i bisogni della
plebe!..... Ma egli ci avrebbe valuto? Sentì un impulso d'orgoglio e di
temerità in quel sovreccitamento che non l'aveva ancora abbandonato, e
si affermò che, se non la capacità di fare presso Carlo Alberto la parte
del marchese di Posa di Schiller, il coraggio egli l'avrebbe avuto di
certo.
Scosse ad un punto le spalle e sorrise di se medesimo. Gli parevano
queste chimere assurde. Si accostò senza volerlo a quella tenda verde
dietro a cui era sparito il marchese: udì appena il susurro di voci che
parlavan sommesso. Passeggiò in lungo ed in largo sopra il morbido
tappeto che ammortiva il suono de' suoi passi. Andò poscia a sedersi
presso il camino dove fiammeggiava un gran fuoco, si prese colle mani la
testa e stette ad aspettare con una specie d'ansietà che gli faceva
battere il cuore e sembrar lunghi i minuti.
Un quarto d'ora o poco più era passato, quando la tenda si sollevò di
nuovo e tornò in quella camera il marchese.
— Passate di là, diss'egli a Maurilio. Il signore che vuol parlarvi vi
aspetta. Rispondete alle sue interrogazioni con franchezza, ma pesate
bene le vostre parole. Quando vi si darà il congedo, mi ritroverete in
questa sala.
Maurilio sentì più forte il batter del cuore, camminò quasi barcollando
verso la porta, e spinto dal marchese entrò nella camera vicina; l'uscio
si richiuse dietro di lui.
Era una camera vasta quanto la precedente, riscaldata del pari, ma
ancora più modesta a giudicarne da quel poco che si vedeva, perchè la
era ancora più scura. In fondo era una tavola abbastanza grande, coperta
da un tappeto verde di panno finissimo e sopravi una lampada colla
ventola ancor essa sul globo di cristallo. Questa lampada era stata
calata giù dal suo piedistallo perchè il cerchio di luce che mandava
all'intorno fosse meno ampio e tutto si contenesse sulla superficie
della tavola. Sopra il tappeto di questa vedevansi alcune carte
ripiegate per lo lungo e un gran portafogli su cui impresso in oro uno
stemma reale.
Seduto colà, con un gomito appoggiato alla tavola e il mento nel concavo
della mano, stava un uomo che appariva di alta statura. Aveva la faccia
nell'ombra e i lineamenti non si potevano discernere; ma scorgevasi una
vasta fronte e un viso lungo e pallidissimo. I raggi della lampada
cadevano di pieno sulla mano sinistra ch'egli teneva chiusa a pugno sul
tappeto e la facevano vedere magra, color di cera, ossea, eppure
elegante.
Maurilio s'era fermato sulla soglia, esitante, con un impaccio timoroso.
— S'avanzi: disse una voce sorda ma con accento gentile ed
incoraggiativo: s'avanzi e sieda costì.
Quella mano chiusa a pugno che posava sulla tavola, si aprì, e con mossa
piena di garbo accennò ad una seggiola posta a due passi da quella su
cui stava chi aveva parlato.
Il giovane s'avanzò lentamente fino a mettere la destra sulla spalliera
della seggiola che gli era stata additata, e il suo sguardo cercava
intanto penetrare nell'ombra a discernere i lineamenti di quello per lui
sconosciuto personaggio. Da quello scuriccio vedeva egli due occhi
fissi, con certa espressione d'autorevolezza venire indagando eziandio
il volto di lui che s'avanzava; e siccome anche questo volto trovavasi
nell'ombra, ecco la mano, che aveva fatto invito a Maurilio di sedere,
urtare nella ventola e farla piegare così che un fascio di raggi, di
colpo, battesse sulla figura del nuovo venuto. Il giovane chiuse gli
occhi come abbacinato, e sentendo sopra sè lo sguardo scrutatore di
quell'incognito, arrossì. Fu un momento, il coprilume tornò a posto e
quella voce grave e sommessa che aveva già parlato, disse di nuovo:
— Sieda, signor Valpetrosa.
Maurilio sussultò. Era la prima volta che gli veniva dato quel nome: e
senza sapere chi fosse che ora l'aveva pronunziato, parvegli che
dall'autorevolezza di quell'accento le sue nuove condizioni ricevessero
una più decisa ricognizione, una specie di consecrazione.
— Ella dunque sa il mio vero nome? diss'egli sedendo ed affondando
sempre in quell'ombra, oltre il cerchio di luce, il suo sguardo
curiosamente intentivo.
— Il marchese mi disse tutto testè: rispose con dignitosa semplicità lo
sconosciuto. Ciò le provi quanta fiducia abbia in me il suo zio e mi
faccia ritenere non indegno anche della sua.
Gli occhi di Maurilio cominciavano a penetrare la oscurità in cui le
fattezze di quel personaggio si riparavano; vide a queste ultime parole
sulle labbra di chi le aveva dette un sorriso che gli parve enimmatico:
potè discernere due guancie pallide e scarne con pomelli sporgenti sotto
le occhiaie affondate, due folti baffi nerissimi sopra una bocca larga,
sottile, d'una fredda e mesta espressione. L'idea, il sospetto, la paura
che gli si erano affacciati poco prima nella stanza vicina tornarono in
lui più forti. Quella figura non era essa quella del Re, cui pochi
giorni prima, la sera del ballo all'_Accademia Filarmonica_, egli aveva
visto sullo scalone di quel palazzo passargli a pochi passi di distanza
in tutta la pompa del suo grado? Volle rispondere alcune parole, e non
ne trovò punto; non seppe che inchinarsi, e frattanto pensava: «che mi
dirà egli? e che gli dirò io?»
Il Re da parte sua aveva ravvisato in quel giovane una figura che già
gli era venuta dinanzi altra volta. Egli vedeva passare sotto ai suoi
occhi tanti e tanti de' suoi sudditi, che il dove e il come avesse visto
costui non seppe trovare di subito nella sua memoria: ma quell'incontro
era stato così speciale e nella sua semplicità così inaspettato e
straordinario che non tardò a venirgli a mente. Rivide lo scalone adorno
ed illuminato, i fiori, le piante e fra queste la faccia curiosa,
esaminatrice, quasi interrogativa di quel giovane popolano. Alla sua
indole molto inchinevole alle mistiche ubbie, parve questa, più che
un'opera del caso, quasi un incontro preparatogli dalla Provvidenza,
forse per dargliene appunto aiuti al compimento della sua missione di
re.
Successe un silenzio. Carlo Alberto si passava lentamente sulla fronte
quella mano con cui prima sosteneva il suo volto; Maurilio, convinto
sempre più che quello fosse il suo Re innanzi a cui si trovava, sentiva
accrescersi l'interno suo turbamento, ma in mezzo al medesimo
l'eccitazione de' suoi nervi, aiutata dalla volontà, faceva spuntare ed
afforzava l'ardimento.
Carlo Alberto s'era ritratto alquanto dalla tavola, appoggiando il dorso
alla spalliera, e la sua faccia trovavasi quindi ancora più nell'ombra:
seguitava a tacere e i suoi occhi scrutavano sempre la fisionomia di
quell'individuo ch'egli stesso aveva voluto gli fosse condotto dinanzi.
Quel volto solcato da rughe troppo precoci, quella fronte intelligente,
ma per così dire tormentata, quello sguardo timoroso ed audace, sommesso
insieme e pure potente non gli piacevano, ma tuttavia gl'ispiravano una
certa curiosità benevola. Aveva tante volte immaginato potersi trovare a
tu per tu col suo popolo senza intermediari e sentirne la voce vera; ed
ora che gli pareva questo popolo gli stesse appunto davanti incarnato in
quell'individuo che aveva sofferto colla parte più misera di esso, non
sapeva come prendersela, quali interrogazioni muovergli, che cosa
volerne. Era come una fattucchiera novizia che ha evocato la prima volta
uno spirito e non sa più che farsene quando esso è comparso: egli aveva
evocato il genio delle nuove idee liberali, lo spirito delle teorie
democratiche le quali venivano ad accamparsi contro la monarchia quale
il passato l'aveva fatta, ed egli, il rappresentante di questa
monarchia, che pure in uno slancio di ambizione e diciamo anche di
generosità giovanile, aveva combattuta, egli si peritava a domandare il
motto di quella sfinge popolare di cui avrebbe pur voluto essere
l'Edipo.
— La sua vita sinora fu molto fortunosa: così cominciò il Re a parlare
dopo un poco; e la Provvidenza le darà certamente compenso in avvenire
dei travagli passati, i quali mi pare avranno a riuscire non infruttuosi
nè per Lei medesima, nè per la società, se quelle traversie hanno volto
il suo intelletto allo studio di gravi quistioni, ed hanno arricchito
d'esperienza la sua mente.
Carlo Alberto si tacque; Maurilio non aprì labbro nè fece pure una
mossa.
— Ho letto alcune pagine di quel suo scritto in cui con molto.... (esitò
come per cercare una parola acconcia che non gli veniva alle labbra) con
molto ardimento Ella affronta i più ponderosi quesiti ch'io creda
esistere intorno alle sorti delle società umane.
Allungò la destra e, preso il portafogli, ne trasse fuori lo
scartafaccio di Maurilio, il quale, nel vederlo, arrossì fino alle
orecchie.
Il Re continuava:
— Ma crede Ella che le soluzioni da Lei proposte, i rimedi da Lei messi
innanzi sieno valevoli a far cessare il male? La sua formola suprema,
s'io l'ho ben capita è la seguente: migliorare lo stato morale e
materiale dei poveri.
Maurilio chinò il capo per esprimere che quello precisamente era il suo
concetto.
— Ma questo è l'intendimento e il desiderio di tutti: ed è l'opera che
proseguono, con prudenza e secondo le circostanze consentono, i
legittimi governi. La democrazia a cui Ella fa appello col suo
ingannevole motto di _libertà_, parola elastica, mal definita sempre e
non definibile, appunto perchè traduce un concetto non esatto o non
acconcio alla natura umana; la democrazia, dalle leggi agrarie dei
Gracchi all'infame terrore della rivoluzione di Francia, non ha mai
potuto far nulla in pro appunto di quelle classi che più sono degne
d'interessamento e più hanno bisogno di soccorso. Il male pur troppo è
una fatalità della esistenza terrena tanto nell'individuo come nelle
agglomerazioni sociali, e per queste si traduce nella miseria di parte
dei loro componenti. Rimedio assoluto non c'è e non ci può essere;
qualche temperamento possono arrecarlo soltanto due virtù che c'insegna
la nostra santa fede; la carità e la rassegnazione.
Il Re s'interruppe di nuovo. Tornò ad appoggiare la fronte alla mano e
stette colle pupille immobili che con isguardo vago si fissavano
nell'ombra, come se vi cercasse ancora idee e parole che più non gli si
presentavano.
Maurilio aspettò un istante; ma poi capì che a lui ora toccava parlare.
Chiamò a rassegna i suoi pensieri e sentì con ispavento che invece di
accorrere fuggivano dalla sua chiama: sentì vuoto, come arido il
cervello, si turbò forte, maledisse la sua timidezza, fece uno sforzo
violento di volontà che gli raccolse il sangue nel capo e gli suscitò
nel cervello un turbinio vertiginoso, aprì le labbra e non ne uscì suono
veruno, volle cominciare a parlare e non sapeva che cosa avesse da dire,
non riuscì che a balbettare con voce tremola e soffocata:
— Maestà....
Carlo Alberto si riscosse vivamente; si tirò indietro della persona con
rapida mossa, come se un subito pericolo gli fosse sorto dinanzi ed egli
volesse ripararsene nell'ombra; i suoi occhi dalla luce semispenta e
dallo sguardo vago, acquistarono di botto una vivacità concentrata ed
una fissità imponente; la sua destra si posò sul bracciuolo del
seggiolone ov'egli sedeva, con atto di superba autorevolezza.
— Ella dunque mi ha riconosciuto?
Maurilio aveva chinato gli occhi, quasi pauroso d'essere abbacinato dai
raggi di quel Giove che rivelava la sua divinità; ma in quella voce che
gli aveva ora parlato c'era tale un sentimento affatto umano di stupore
senza sdegno, di contrarietà senza minaccia, ch'egli risollevò lo
sguardo su quel volto pallido che gli traspariva nell'ombra mandata
intorno dal coprilume. Il nume terreno non era nè abbagliante, nè
terribile: sulla fronte portava le rughe incavate dai dolori dell'uomo;
negli angoli della bocca stavano le pieghe che vi disegnano i dubbii, i
sospetti, i timori d'un'anima travagliata.
— Toltogli il manto e la corona di re, pensò Maurilio, è un uomo al pari
di me. Posso, devo parlargli come uomo ad uomo.
— Sire, diss'egli allora, senza cortigianeria, ma con rispettoso
ossequio: crede Ella che gli sguardi di tutto un popolo non si volgano
desiosi verso colui che rappresenta ai suoi occhi tutta l'autorità della
legge, tutto il potere di fare il suo bene e il suo male? Quando egli
passa in mezzo alle turbe frequenti nella pompa del suo corteo, come una
visione di splendore, come un Nume che traversa la terra all'infuori e
al di sopra delle miserie comuni, tutti gli animi come tutti gli sguardi
si volgono a lui con muta invocazione. Sono migliaia e migliaia di petti
che domandano, che sperano, che anelano da quell'essere superiore e
dominante la felicità od almanco il sollievo delle loro sventure.
— E domandano l'impossibile: proruppe con qualche vivezza il Re. Che
possiamo far noi? In quanti ostacoli non s'urtano le nostre migliori
volontà!... Aimè! Più facilmente si può fare il male che il bene.
— Sì, è vero, domandano l'impossibile: riprese Maurilio, a cui
l'ardimento e le parole venivano; perchè non è e non può essere nel
potere arbitrario d'un uomo cambiare ad un tratto le condizioni onde chi
si lamenta riesce infelice: questo è il fatto delle istituzioni, delle
leggi e de' costumi..... Ma quell'uomo che Iddio ha posto al di sopra
degli altri ha molto maggiore influsso nella sua azione per modificare
quegli elementi. Quindi l'istinto popolare, aiutato dalle tradizioni
monarchiche del nostro paese, il quale venne composto, plasmato, direi
quasi, dall'operosità e dalla forza di volere dei duchi della Casa di V.
M., non ha torto a rivolgersi con sì accese speranze e con sì sollecita
aspettazione a quella Reggia onde tutto finora si mosse il progresso
civile nel paese. Io stesso, quante aspirazioni e quanti voti non
rivolsi al monarcato ed al monarca! E benedico la fortuna che me, umile
e nullo fra i cittadini, volle porre in presenza di chi tiene in pugno
la parte maggiore dei nostri destini.
Carlo Alberto guardò per un momento in silenzio quell'individuo che ad
un tratto aveva acquistato tanta audacia di parola.
— Ella dunque, disse poi, è disposta a dire al monarcato ed al monarca
tutto il suo pensiero?
Maurilio s'inchinò in segno d'assentimento.
— A svolgere il commento delle idee che ha espresso in queste pagine:
continuò il Re battendo una mano sul manoscritto di Maurilio; ad
adombrare la pratica attuazione delle sue teorie?
— Sì Maestà, se così vuole.
— Voglio.... E desidero anzi ch'Ella parlando al monarcato oblii il
monarca e non veda che un uomo desioso di conoscere esattamente il
pensiero di quella democrazia di cui Ella ha abbracciata la causa.
Maurilio si raccolse un momento. Quel tumulto che aveva nel capo si
convertiva in un sobbollimento di idee che gli si accalcavano ad un
tratto e facevano ressa nel suo cervello: colla contenzione della
volontà mise ordine a quella confusione, e dopo un poco, sentita con suo
gran piacere diventare lucida la mente, cominciò a parlare, e si
espresse con un'eleganza, con un'eloquenza, con una chiarezza dalle
quali questa povera prosa è ben lungi pur troppo.
— Sì, il male è la condizione inesorabile della esistenza umana, ma non
così che sia fatalmente irrimediabile. Dal male l'umanità deve camminare
e cammina verso il bene: e l'opera più santa dell'ingegno, della
volontà, della potenza dell'uomo è quella che concorre a redimere da
siffatta tirannia del male la nostra grande famiglia. È questo il gran
lavoro della democrazia; anzi la democrazia bene intesa non è che il
risultamento, l'effettuarsi negli ordini politici, sociali e civili di
quella successiva miglioria delle umane condizioni, come la libertà è
l'ambiente necessario, senza cui quest'opera non può approdare. Nè la
democrazia va confusa colle temerità comunistiche o cogli eccessi
rivoluzionari, chè questi e quelle non sono di lei essenza, anzi il più
spesso ne sono la negazione, e saltan fuori sempre per riagire contro la
soverchia compressione di quegli interessi che, avendo il potere e
vivendo dell'uso ed abuso delle istituzioni del passato, impediscono con
tenace resistenza ogni rinnovamento, ogni miglioria. Il male terreno —
come tutte le cose umane — ha in sè una gran parte di relativo. Perfino
nella morale, intorno a qualche punto che forse s'impone assolutamente
allo spirito dell'uomo, ondeggia una quantità di precetti e di principii
che noi, a seconda del minore o maggiore sviluppo acquistato dal senso
morale, o vediamo, o travediamo o non vediamo. Peggio è nelle
istituzioni politiche e sociali. Il meno male di ieri è il male d'oggi,
quello che è un vantaggio pel presente sarà un danno o un inciampo da
torsi nell'avvenire. Codeste istituzioni sono alla società come gli
abiti ad una persona che cresce: a misura che il suo corpo si
ingrandisce le vesti diventano impacciose e non gli si adattan più, e se
si continua a portarle si strappano, e conviene assolutamente rimutarle.
Ora l'umanità è una gran persona che intellettualmente e moralmente
cresce sempre e si sviluppa all'indefinito. Ecco il perchè di questa
continua irriquietudine dei popoli che non possono lungamente stare
immobili, costretti in una forma, la quale da principio loro si
confaceva, e poi a poco a poco è divenuta e diviene loro sempre più
disadatta.
— Il lavoro dell'umanità, disse allora il Re col suo indefinibile
sorriso, è adunque nient'altro che un'interminabile tela di Penelope.
— No: riprese con vivacità Maurilio a cui la tensione della mente aveva
tolto oramai ogni timidezza: no, perchè l'umanità non cessa mai, è vero,
dal suo lavoro, ma pure non distrugge nè rende inutile quello del
passato, nè se la prende da capo per rifarlo. Qualche cosa rimane sempre
di acquistato al patrimonio umano, e sulle costruzioni delle epoche
trascorse ogni epoca nuova viene ad aggiungere la sua per innalzare
l'edificio della civiltà. È nè più nè meno che un'imitazione dell'opera
della natura, è un necessario uniformarsi ad una legge universale di
progresso che regola tutto l'universo. Anche la natura sembra aggirarsi
in una vana e inconcludente ripetizione de' suoi fenomeni: la notte
succede al giorno e il giorno succede alla notte, come la state al
verno; ma frattanto con progresso, che a noi meschine creature
limitatissime nel tempo torna d'incalcolabile lentezza, ma che forse in
realtà è più rapido che non possiamo immaginare, viene scambiando la sua
veste esteriore, la forma estrinseca del mondo, o, dirò meglio, dei
mondi, di epoca geologica in epoca geologica, attuando un sempre
diverso, e forse non è sacrilegio il dire un sempre più perfetto
pensiero del Creatore. V. M. non ha bisogno ch'io le citi a rincalzo del
mio argomento la storia per quanto riguarda le istituzioni umane. Dalla
caduta dell'Impero romano soltanto, per quante forme non è passato il
vivere civile dei popoli! Il feudalismo, poi i Comuni, poi i principati,
poi le grandi monarchie di cui l'ultima espressione fu il temerario
sogno di dominazione universale del Buonaparte. Sotto di lui cadde
definitivamente l'antico diritto della forza ch'egli aveva voluto
ristaurare valendosi della democrazia, la quale s'intromise nel mondo
colla rivoluzione francese. Questa democrazia era pure già apparsa alle
menti più acute di alcuni grandi uomini nei secoli precedenti:
inavvertita in gran parte e non conosciuta, aveva ispirato gli scritti
dei filosofi del secolo XVIII; ed anzi già aveva parlato colle utopie di
qualche ingegno bizzarro che antiveniva i tempi, coll'audace spirito
d'esame di Descartes, colle speculazioni di Leibnitz; aveva preparatosi
il terreno colle tenebrose, in gran parte folli, ma in parte pur
generose mene delle sêtte degl'illuminati e dei frammassoni; ma il suo
primo penetrare nella realtà della vita, il suo passaggio nell'ordine
dei fatti avvenne colla iperbolica e forse anco puerile dichiarazione
dei diritti dell'uomo nella rivoluzione francese, si vestì di formola
concreta nella sublime iscrizione di quella fatale repubblica: _libertà,
fraternità, uguaglianza_. Questa formola è il riassunto fatto dal secolo
progredito dello spirito del Vangelo: è la legge ed i profeti della
democrazia.
«Ora l'attuarsi di questa democrazia, l'applicazione di questa formola
ai fatti è l'opera che prepara il nostro secolo e che vedrà compiuta il
venturo. Benemerito e benedetto da Dio e dagli uomini chi ci concorre e
l'aiuta!...
S'interruppe come per prender fiato. Carlo Alberto, dall'ombra che
gettava sulla sua fronte il coprilume, guardava fisamente la faccia che
s'era animata, gli occhi che erano diventati brillanti del giovane
plebeo. Era esso affatto nuovo cotal linguaggio a quelle orecchie di re?
Certo che sì; ma forse non erano affatto nuove le idee che esprimeva.
Forse nelle sue taciturne e solitarie meditazioni, vaghe forme di simili
pensieri s'erano presentate alla sua mente curiosa ed inquieta, alla sua
anima avida di fama, al suo spirito non salvo dall'influsso delle idee
moderne. Egli era nato in quell'epoca appunto che simili principii
facevano una sì violenta irruzione nel mondo antico della monarchia del
privilegio e lo mandavano a catafascio; sua madre l'aveva portato in
collo in mezzo alle turbe del popolo che si scuoteva al suono di quei
tre motti meravigliosi ora ricordati da Maurilio: _libertà, fraternità,
uguaglianza_, e li leggeva ad occhi larghi sulle cantonate senza pur
capirli; non solamente un'ambizione di trono l'aveva spinto nel 1821 a
farsi fautore d'un movimento che chiedeva al trono franchigie di vita
politica e indipendenza dallo straniero. Le convinzioni leali e profonde
d'un'anima generosa hanno pur sempre, quando si manifestano,
un'efficacia, un fascino su chi le ode; e l'animo del re, non alieno
alla nobile passione d'una fede, di una calda adesione ad un principio,
non era avvezzo a sentire intorno a sè l'eloquente linguaggio d'uno
spirito convinto, d'una strenua credenza. Provò per quell'audacia di
parola che gli spiegava dinanzi i sogni d'una giovanile esaltazione, una
strana simpatia. Fece un lieve atto che indicava avrebbe egli parlato e
disse con voce contenuta, quasi sorda, ma che pur non mancava d'una
certa armonia:
— Ma come avrebbe ella da tradursi in atto questa democrazia, di cui
Ella mi vanta le glorie, la giustizia e la necessità? Colla libertà dei
popoli; ma l'uomo è egli abbastanza progredito — ammettendo l'idea del
progresso — per poter godere di questa libertà senza abusarne? Date
libertà ai tristi, e se ne serviranno per far male. Ora, volendo pur
anco credere con Lei che il male viene via scemando, siamo noi già in
tal buona condizione che la maggioranza degli uomini non sia di tristi e
di ignoranti facili a traviarsi? Diamo libertà a codestoro, e quali ne
saranno gli effetti? Per venire all'applicazione d'un caso concreto,
supponiamo che la Monarchia del Regno di Sardegna voglia modificare, o
temperare il suo potere assoluto che ricevette dai secoli precedenti,
crede Ella che i nostri popoli sieno abbastanza maturi per godere con
vantaggio di politiche franchigie, di una diretta intromissione nella
pubblica bisogna?
Maurilio interruppe con una vivezza che un cortigiano avrebbe trovata
supremamente contraria all'etichetta.
— Maturi! maturi! Ma come si farà a decidere che un popolo è oramai
maturo alle pubbliche libertà, se mai non gli si concede di fruirne. È
lo esercizio delle medesime che deve maturarlo. D'altronde questo è un
diritto sacrosanto dei popoli cui nulla può sospendere, e meno ancora
togliere.
Il Re fece un movimento, ma il giovane non se ne accorse.
— La società, sotto il rispetto degl'interessi politici, deve ai suoi
membri, non solamente l'indipendenza all'estero e la sicurezza
all'interno, ma deve loro i mezzi di esplicazione d'ogni loro sentimento
e capacità, deve permettere lo sviluppo in tutti i sensi della
personalità individuale. Ora la parte politica è ella così poca cosa
perchè si possa impunemente tagliar via dall'esistenza d'un individuo
che ha diritto e dovere d'essere un cittadino nella sua patria? Per
sapere amar questa a dovere, bisogna prendere una parte diretta agli
affari del proprio paese. Interdire al popolo la vita politica, è un
chiuderlo nella stretta cerchia dei bassi godimenti e delle
preoccupazioni materiali; è un corromperlo e degradarlo.
— Che dice Ella mai? esclamò il Re con qualche maggior vibrazione
d'accento. Il mio Governo sarebbe corruttore e degradatore?
— Si sforza a tutto potere di non esser tale, e si trova in una
contraddizione che lo fa cader nell'assurdo. Più logica l'Austria,
manifestamente favorisce la mollezza e direi anzi la scostumatezza dei
suoi soggetti.
— Far partecipare al Governo il popolo! ma la è una utopia. Dove si
vogliono impiantare delle Costituzioni liberali si crea una finzione: si
costituisce quello che si chiama un paese legale, una strana oligarchia
di elettori che col vero paese ha meno rapporti e meno compartecipazione
d'interessi e di pensieri di quello che non abbia la monarchia qual è
ora costituita.
— Vostra Maestà ha ragione; ma quelle forme costituzionali, anche come
finzione, sono una guarentigia. E codesto che cosa prova? Che le libertà
politiche devono essere le più ampie possibili; e inoltre che anche
essendo tali non bastano ancora per se stesse a far felice e prospero un
popolo, non contengono in sè compiutamente tutta l'attuazione del
pensiero della democrazia. La politica corrisponde ad una parte — una
gran parte, è vero, ma che pure non basta per sè sola a formare il tutto
— dei bisogni, delle aspirazioni, dell'esplicamento dell'umana natura.
No, tutta la vita d'un popolo non è costretta nel cerchio di quel
preteso paese legale cui costituiscono gli abbienti, aggiungiamovi pur
anche gl'istrutti; no, le classi cosidette liberali non hanno in alcun
modo autorità di considerarsi come la rappresentanza legittima di tutto
il corpo sociale. Ci sono altri interessi diversi ed anche in
opposizione ai loro, che hanno diritto di aver la propria voce e il
soddisfacimento. Tutti i cittadini hanno un diritto uguale ad
intervenire, sotto l'una o l'altra forma, nell'amministrazione della
cosa pubblica che tutti li riguarda: e se le masse popolari trovansi
momentaneamente ridotte per ignoranza ad una sorta d'incapacità
politica, è obbligo di tirarle al più presto possibile fuori di quello
stato d'inferiorità e metterle in grado di esercitare i loro diritti con
discernimento, in luogo di confiscarglieli ingiustamente. La democrazia
non vuole la libertà solamente per una o più classi, ma per tutte.
Carlo Alberto si chinò verso il suo audace interlocutore.
— Ella vuole adunque il suffragio universale? E per far capace di
esercitare questi suoi diritti la plebe ignorante, Ella vorrebbe — l'ho
letto nelle sue pagine — l'istruzione obbligatoria?
— Sì: rispose quasi fieramente Maurilio. Voglio tutte le libertà, salvo
quella dell'ignoranza. Perchè un uomo possa essere libero bisogna che
sappia quel che si voglia. La plebe deve avere coscienza di se stessa e
dei suoi diritti e dei suoi bisogni, mercè l'istruzione. Ella non può
accettare la tutela delle classi colte se non in quanto queste si
mostrano zelanti a fare il bene di lei: non può amare un governo se non
riconosce in esso la volontà e la capacità di migliorare le condizioni
in cui la si trova; bisogna che ella stessa sia posta in grado di
concorrere, massimamente da sè, a redimere e migliorare se medesima.
Carlo Alberto tese una mano sul tappeto verde come a richiamare
maggiormente l'attenzione del suo uditore.
— Se un re, disse lentamente, si decidesse a concedere al suo popolo una
costituzione rappresentativa nella quale la proprietà e l'intelligenza
fossero chiamate a concorrere alla legislazione del paese, secondo il
suo parere, non sarebbe neppure abbastanza per rispondere alle esigenze
della democrazia?
— No: rispose arditamente il giovane plebeo.
Il Re fece un moto tra di meraviglia, tra di scontento e ritrasse
indietro la persona che aveva chinata verso la tavola.
Maurilio riprese con più modesto accento:
— Quel sovrano compirebbe certo un progresso, un evidente progresso, ma
non soddisfarebbe a tutti i postulati del problema, non incarnerebbe
tutto il concetto della democrazia. La libertà politica è una gran cosa,
ma non è la sola, e limitata a certe classi di persone lascia
all'infuori una turba di scontenti che si prepara esca al fuoco della
rivoluzione. Si ha bisogno di libertà di credenze eziandio, di libertà
commerciale, di libertà amministrativa. È necessario effettuare anche
gli altri due termini: fraternità ed uguaglianza, e per ciò occorrono
modificazioni nell'assetto sociale.
— La fraternità ce l'insegna la nostra santa religione e si traduce nei
fatti colle opere della beneficenza. L'uguaglianza è una cosa
impossibile, perchè sarà impossibile sempre che non vi sieno ricchi e
poveri, virtuosi e disonesti, laboriosi e faciniente.
— La carità, virtù sublime, non è che un rimedio empirico ai mali
sociali: deve di tanto scambiarsi a poco a poco il mondo che non vi sia
bisogno più che uno ne abbia d'uopo e che altri l'eserciti.
L'uguaglianza che vuole la democrazia non è un'uguaglianza, veramente
impossibile, di condizioni materiali, ma l'uguaglianza di diritti,
uguaglianza di libertà nello sviluppo di ciascuna personalità,
uguaglianza d'istruzione fondamentale. Non vi ha inuguaglianza sociale
perchè uno sia ricco e l'altro povero, ma perchè questo è ignorante e
quello istrutto; e qualunque rivoluzione si faccia se non si comincia da
questa base fondamentale, vi sarà sempre disparità fra gli uomini ed
ingiustizia nei rapporti sociali, perchè colui che non sa nulla non
potrà esser mai l'uguale di chi sa qualche cosa. Dare a ciascuno
cognizioni sufficienti perchè possa trar profitto delle sue facoltà,
regolare le proprie faccende e comprendere i veri interessi della
patria, ecco la vera uguaglianza. Fra uomini condotti a tal punto la
ricchezza non importa: sono tutti pari.
— Ella farebbe dunque dello Stato un insegnante universale che desse a
forza l'istruzione a tutti i suoi cittadini?
— No. Lo Stato io vorrei anzi che facesse il meno possibile in ogni
cosa. Lo scopo dell'ordine sociale è lo sviluppo il più completo delle
facoltà dell'individuo, quindi il potere dello Stato deve
necessariamente essere ristretto in limiti definiti: e quanto più
cesserà l'azione di questo, tanto meglio avrà luogo l'azione
dell'individuo. La formola del mondo politico antico era falsa e va
compiutamente rovesciata. Non è l'individuo che sia fatto per lo Stato,
ma è lo Stato che esiste per la maggiore felicità dell'individuo.
Assicurare a ciascuno dei membri della società il più alto
perfezionamento morale, intellettuale e fisico che permetta la sua
natura, ecco la funzione dello Stato, ecco la cagione per cui gli uomini
si associano. In questa bisogna dell'istruzione lo Stato, per dir meglio
la legge, dovrebbe volere ad ogni modo che i cittadini fossero istrutti,
ma dovrebbe in pari tempo lasciare che insegnasse chiunque volesse...
— E se s'insegna il male?
— I padri di famiglia sono essi tali da volere che i loro figli sieno
allevati nel male?
— Ma sono essi giudici capaci di discernerlo questo male?
— Meglio che lo Stato. Saranno pochi fors'anco al presente gli uomini
illuminati che conoscano il vero, ma saranno sempre più illuminati che
gli agenti del Governo, e sopratutto sono più vicini al luogo in cui
l'insegnamento s'impartisce, ai maestri ed ai discepoli, che non il
governo centrale. Il giudizio di costoro aiutato dalla libertà di parola
e di stampa sarà la migliore delle guarentigie.
— Le innovazioni sono sempre pericolose, qualche volta tremende; quanto
meno vanno fatte poco a poco chi non voglia mettere a soqquadro tutta la
società. Il passato ha pure piantato nella compage sociale le sue radici
e se vogliasi svellerlo improvvisamente qual turbamento non ne
accade!... Nelle innovazioni ch'Ella vagheggia, io veggo la morte
dell'ordine vigente e successore il caos.
— Questo mondo non è un luogo di riposo in cui la società si possa
addormentar nella quietudine. La vita è una lotta; l'umanità sta
compiendo senza interruzioni un dramma indefinito. Impedite, indugiate,
cercate di soffocare il moto; l'atto si conchiuderà con una catastrofe.
Certo è sovente pericoloso l'innovare, ma noi siamo in tempi in cui è
più pericoloso ancora il volere star fermi alle forme antiche. Il
passato non ha più abbarbicato le sue radici che alla superficie;
nell'intimo della compage sociale le sono tutte assecchite. Esso ebbe
certo i suoi momenti di gloria e di grandezza, ma il più spesso fu
cagione ai popoli di crudeli patimenti, e i popoli hanno deliberatamente
fatto divorzio da lui. Sarebbe vano sperare che si possano ancora
quietare in quelle viete forme. Bisogna adunque necessariamente
innovare. La riforma politica non basta, ci vuole la riforma sociale o
dirò meglio economica. Nella sommossa d'operai che ebbe luogo qui
stesso, nella quieta e, diciamolo pure, indietrata Torino, la politica
non ci entrava per nulla. Non fu nè lo spirito di nazionalità, nè
l'aspirazione a franchigie costituzionali che non capiscono, a movere
quella turba, fu il disagio materiale, una sofferenza economica, fu la
fame. Sia pure che alcuni abbiano approfittato per altri fini dello
sdegno di quegl'ignoranti, ma le cagioni di quello sdegno esistono e non
saranno i cannoni nè le carceri che le toglieranno.
Qui il giovane s'interruppe, quasi dubbioso finalmente di dir troppo e
di parlare con audacia soverchia: ma il Re gli fece un cenno benevolo
perchè continuasse.
— Avanti, avanti: disse. Siamo appunto a quell'argomento che più mi
premeva udir trattare da Lei colle sue idee.
Maurilio si passò la destra sulla fronte come per condensarvi ancora
meglio i pensieri che vi pullulavano, e dopo un istante seguitò il suo
discorso.
— La nuova direzione che hanno preso gli spiriti moderni, cui col loro
meraviglioso istinto travedono inconsciamente anche le masse, è
contraddistinta da due speciali caratteri. Uno è la soppressione di ogni
privilegio, val quanto dire quella uguaglianza di cui parlavo testè, la
quale nella sua formola più elevata non riconosce altra differenza fra
gli uomini che quella derivante dalle virtù personali e dalla capacità
provata coi servizi resi alla civile comunanza; l'altro è la libertà,
val quanto dire il diritto riconosciuto a ciascuno di svolgere le
proprie facoltà e di farne quell'uso che crede migliore pel vantaggio
delle società e pel suo particolare. La libertà ha quindi tante forme
quanti vi hanno modi diversi nella capacità dell'uomo, quanti vi hanno
ordini di facoltà. Havvi dunque la libertà religiosa la prima di tutte,
perchè è la suprema consecrazione dell'affrancamento del pensiero; la
libertà politica che si esercita sia coll'intervento de' popoli nel loro
proprio governo per mezzo de' loro rappresentanti che determinino
l'imposta, misurino le pubbliche spese e facciano le leggi, sia per
mezzo della facoltà di esprimere e pubblicare le proprie opinioni; vi ha
la libertà del Comune, per cui ciascuna delle piccole agglomerazioni
d'individui che costituiscono questo primo e più naturale nucleo sociale
del municipio possa provvedere a se stessa, ai proprii interessi, di cui
è giudice meglio acconcia dello Stato; havvi infine la libertà del
lavoro, libertà naturale, cui pur tuttavia i Governi hanno poco
saggiamente impedita con regolamenti, paralizzata con monopolii e
schiacciata sotto il peso delle tasse. La libertà del lavoro implica
necessariamente la libertà dell'associazione industriale; questa di
associarsi essendo l'uso che l'uomo è più facilmente spinto a fare della
sua libertà.
«L'associazione è una forma non dirò novella, ma rinnovellata
dall'attività dello spirito moderno. È una leva taumaturga in mano ai
santi principii della democrazia, che muterà faccia al mondo.
Associazione industriale di capitali per giungere a forza maggiore di
produttività; associazione fraterna, quasi direi cristiana, di salarii
per dare all'operaio la sicurezza dell'avvenire e la dignità della vita
presente, il pane della vecchiaia e il miglioramento materiale delle sue
condizioni; associazione del capitale e del lavoro, i due gran fattori
della ricchezza nazionale, per ottenere il comune accordo, il comune
vantaggio, cessando un fatale ed illogico antagonismo.
«L'associazione permette ad un'accolta d'individui, isolatamente deboli,
di avere una grande potenza. L'idea di associarsi è un'idea sana, perchè
proviene da uno dei sentimenti più profondi e più speciali nell'uomo; è
il principio della solidarietà, principio essenzialmente umano,
essenzialmente cristiano, fruttuosamente applicato e sancito. Per questo
mezzo gli operai possono unirsi affine di produrre essi stessi,
esercitare un'industria, una manifattura, possono provvedere al
mantenimento loro con meno costo di spesa, procurarsi alloggi, vitto,
istruzione a miglior mercato, possono cambiare i loro risparmi in
capitali che loro dieno sempre crescente interesse. L'associazione fra
capitale e lavoro, quella che fa partecipare ai benefizi del principale
l'operaio, sorride al mio pensiero come la più acconcia a metter pace
fra il possidente ed il proletario, a far sparire quest'ultimo, ad
accrescere il benessere del lavoratore. Il povero e l'ignorante
cesserebbero d'esistere, e con essi molti dei delitti cui procurano
l'abbiezione dello spirito e la miseria. Quel sovrano che procurasse al
suo popolo cotal pacifico rivolgimento, sarebbe più grande di Cesare e
di Alessandro, meriterebbe l'entusiasmo dei presenti e dei posteri più
che la sanguinosa gloria di Napoleone.
Carlo Alberto guardava sempre fiso il giovane democratico che parlava
con calda eloquenza cui la nostra fredda e povera prosa non valse
menomamente a ritrarre, mentre dagli occhi, quasi direi dalla fronte
eziandio, uscivano fiamme. La faccia del Re rimaneva impassibile; ma in
fondo in fondo alle pupille, dietro la velatura abituale del suo
sguardo, si sarebbe pur detto che alcuna favilla si rifletteva di quel
fuoco che divampava nell'anima e nelle parole del giovane. Alla
intelligenza nobilmente ambiziosa di quel discendente di monarchi,
appariva come una terra promessa di splendore e di gloria rivelatagli
dall'entusiastico discorso del giovane plebeo. Egli vi si affacciava e
rimaneva affascinato e spaventato in una dalla splendida visione, e
sentiva un impulso di effettuare quell'apparsagli chimera, e gli pareva
pregustare la dolcezza di applausi infiniti di tutto un popolo fatto
felice, di tutta una società rinnovellata.
Ma dopo un poco il Re scosse la testa e disse colla sua voce senza
vibrazione e col suo accento quasi melanconico:
— Ma queste sono idee generali, vaghe come le fantasie d'un sognatore
che non si trovò mai alla pratica delle cose. Come farebbe Ella se
avesse da tradurre in atto cotali suoi principii?
— È il fatto di poche leggi. Una che renda più libera e più mobile e
quindi più accessibile che si possa la proprietà. V. M. ha già fatto
molto a questo riguardo nel suo Codice civile: bisognerebbe spingersi
più in là, e forse non di un solo passo. Un'altra legge che rendesse
obbligatoria l'istruzione affidandola ai Comuni; e compagna a questa la
legge che desse la più ampia libertà ai Comuni medesimi ed alle
Provincie. La legge quindi che permettesse le associazioni; e per ultimo
una politica costituzione rappresentativa.
— E se il popolo abusasse di tutte queste cose? domandò il Re fissando
sempre il suo sguardo sul volto del giovane.
— Ne abuserà di certo: rispose questi francamente: finchè dall'abuso
abbia appunto imparato il modo di servirsene a dovere. Si tenga un uomo
per anni ed anni legato sopra una seggiola senza lasciarlo muovere, e
poi lo si liberi: è certo che nei primi passi che farà camminando, egli
traballerà....
— Gli sarà dunque mestieri d'un sostegno.
— Sostegno al popolo saranno l'autorità della legge e l'azione del
governo che colle nostre abitudini sarà per molto tempo fin troppa.
Carlo Alberto sviò gli occhi da quelli di Maurilio, chinò la fronte
nell'ombra e si tacque. Rimasero ambidue per alcuni minuti in silenzio:
poscia il giovane si appoggiò con audace famigliarità alla tavola ed
abbassando alquanto la voce, riprese a parlare.
— E di questa guisa si redimerebbe eziandio da ogni influsso straniero
l'Italia.
Il Re si scosse leggermente, sollevò un istante le palpebre, ma tornò ad
abbassarle senza far motto.
— Simili riforme, continuava Maurilio, compite da V. M. nei proprii
Stati, richiederebbero di necessità le uguali nelle altre regioni
italiane. Per quanto si faccia a tenerle divise, le parti della Penisola
sono oramai, più che materialmente, moralmente unite da un comune
concetto che è un comune bisogno. Un progresso in una italica provincia
si ripercote in tutte le altre, crea la necessità d'imitarlo in tutti i
governi. V. M. facendo del Piemonte un modello di Stato libero e colto
alla moderna, trarrà a forza con sè, dietro sè, tutti i Principi e i
popoli d'Italia. E allora l'Italia avrà una forza reale e superiore ad
opporre all'Austria.
A questo nome Carlo Alberto fece un moto come se volesse interrompere;
ma quel moto lasciò a metà e permise il giovane continuasse.
— Non è coll'armi, almeno per ora, e se un miracoloso caso non
intravviene, che l'Italia possa mai combattere il suo eterno nemico:
bisogna vincerlo colla civiltà. Più delle baionette valgono in questa
lotta le idee, e bisogna colla istruzione spargere e fecondare le
migliori e più sane idee nel popolo italiano, affine di prepararlo e
guidarlo ad una supremazia morale ed intellettuale, la quale si
convertirà necessariamente anche in politica ed economica. Conviene che
non c'illudiamo sulla vera condizione delle cose. Una nazione non
soggiace ad un'altra, se non perchè questa seconda val più della prima
intellettualmente e moralmente: e ciò sopratutto nell'evo moderno. Una
volta era la sola forza materiale che dava il primato; ora la forza
materiale non ha valore se non si rincalza con quella del sapere. Noi
Italiani abbiamo il coraggio di dircela questa verità, soggiaciamo a
dominio straniero, perchè la razza germanica, un governo rappresentante
della quale ci tiene soggetti, è più innanzi di noi nella via del
progresso, nell'istruzione, nel lavoro, nel sentimento del dovere, nella
moralità. Facciamo di passarle innanzi noi, prepariamo delle generazioni
più colte ed oneste, ed avremo procacciata, se non la nostra, la
redenzione dei nostri figliuoli. Sarà forse necessaria anche allora una
lotta materiale; ma avvenendo questa quando la gara nella coltura sia
già vinta, sarà più facile e più sicura la vittoria.
Carlo Alberto rialzò il capo e fece vedere quel suo misterioso sorriso.
— Le sue sono idee generose, ma quanto sieno attuabili conoscerà fra
qualche anno, allorchè l'età abbia di meglio maturata la sua mente. Ella
è molto giovane, e del quesito così complesso non abbraccia tutte le
parti, e della libertà e de' suoi effetti ha concetto non esatto e cui
smentiscono le storie. La consiglio a riflettere e studiare, e valersi
dei lumi e della molta esperienza di colui che la sua fortuna le volle
dare per zio, l'egregio marchese di Baldissero, nostro fedele e
benemerito ministro.
Maurilio avrebbe avuto mille cose da rispondere ancora: il suo concetto
della libertà avrebbe voluto spiegare e confermare coll'esempio degli
Stati Uniti d'America; ma l'accento del Re mostrava che il colloquio
doveva finire; si alzò e stette in piedi presso la tavola in mossa
rispettosa di attesa. Carlo Alberto prese lo scartafaccio del giovane
che gli stava innanzi e glie lo porse.
— Eccole il suo scritto. Lo rinchiuda nel suo scrigno ed aspetti a
leggerlo fra cinque o sei anni. Vedrà allora che ben diversi giudizi
porterà sulle cose e sugli uomini.
Fece un cenno di capo che era un congedo; e Maurilio, preso con mano
sollecita il suo quaderno, s'inchinò ed uscì, il capo confuso e il passo
barcollante. Nella camera vicina ritrovò il marchese che lo attendeva.
S'avviarono senza dirsi una parola, salirono nella carrozza che stava
sul viale, e furono ricondotti al palazzo. Maurilio si teneva il viso
nelle mani e respirava con alito affannoso. Il marchese ad un punto
discretamente volle mettere il discorso sul colloquio avuto col Re.
— Non so, non so più nulla: rispose con impeto il giovane. Credo che
nella mia mente s'è dileguata per un'istante la nebbia. Ora è tornata
più cupa ed opaca di prima.
Il Re aveva seguìto col suo sguardo il giovane liberale che partivasi da
lui. Ne' suoi occhi c'era un interessamento benevolo. Quando fu solo,
s'alzò e si mise a passeggiare lentamente, con passo che pareva quasi
guardingo, sul tappeto della camera.
— Gioventù, gioventù! mormorava egli fra se stesso. Credono poter da un
giorno all'altro cambiar faccia al mondo. Quelle riforme sarebbero la
negazione del Governo: sarebbero il suicidio della monarchia.
Riforme!... E l'Austria me ne lascierebbe compire?... Ha ragione.
Bisogna rendersi superiori d'animo e di mente ai Tedeschi: ed è appunto
quello che Vienna non permetterà mai.
S'accostò al camino, posò il gomito alla tavola di marmo e chinando la
sua alta persona, guardò il fuoco, come se in quella fiamma ed in quelle
braci gli apparissero chi sa quali visioni.
E strane visioni gli si spiegavano veramente dinanzi. Vide campi biondi
per messi abbondanti, e lieti villici lavorare allegramente cantando;
vide officine piene del gaio tumulto del lavoro, e magazzini riboccanti
di merci, e battelli a vapore sul mare, e treni di ferrovie per terra
spargere in ogni dove prodotti e ricchezza; vide città e villaggi
puliti, ordinati, tranquilli, e scuole piene di giovani e di bambini, e
chiese piene di fedeli; vide un popolo, onesto, laborioso, agiato e in
mezzo un uomo dalle sembianze modeste passare con un sorriso paterno,
accompagnato dalle benedizioni di tutti: ed una voce gli pronunziava
all'orecchio le seguenti parole: «la gloria di Washington.»
Poi un'altra visione succedeva. Erano campi di guerra in cui dominava la
strage. Tutto un popolo che sorgeva infiammato da patrio fervore ed
accorreva in armi sotto una bandiera in cui splendeva una bianca croce,
quella di Savoia; schiere di prodi che si precipitavano impetuosi contro
le fitte falangi, contro i baluardi del nemico oppressore; una pioggia
di palle, una tempesta di fuoco, un orribile avvolgimento di morte, e in
mezzo a questo turbinio spaventoso un uomo più alto di tutti, a capo di
tutti, che, la spada imbrandita, il coraggio negli sguardi, si slanciava
dove più forte il pericolo a strappar la vittoria; e un lungo,
sonorissimo plauso d'esercito e di popoli, e un'eco imperitura nelle
pagine degli annali umani.
— O l'una o l'altra di queste glorie; si disse con un'interna
concitazione cui non nascondeva compiutamente la freddezza abituale
delle sue sembianze.
Alla sua fantasia di re guerriero, discendente da principi guerrieri,
sorrideva maggiormente la gloria del guerriero. Un altro pensiero venne
a farlo sorridere a quel suo modo misterioso. Oh vedere umiliata dalla
sconfitta l'Austria, che lui aveva umiliato coll'oltraggio ed umiliava
tuttavia col sospetto!
— O l'una o l'altra di tali glorie, ripetè; e perchè non tuttedue?
Sollevò il capo. Nell'alto specchio vide la sua pallida fronte e la sua
scarna faccia, che sembravano, nell'ombra mandata dalla ventola, la
faccia e la fronte d'uno spettro. Si trasse per moto istintivo indietro
d'un passo, vide ad un tratto tutti gli orrori della guerra: morti e
morenti, e saccheggi ed incendi e rovine. Si passò la mano sulla fronte,
deviò lo sguardo dallo specchio e disse curvando il capo:
— Sia quello che vuole il nostro Signore Iddio!