Il marchese di Baldissero trovò il Re, che lo aveva mandato a chiamare,
molto accigliato. I fatti della sera innanzi gli erano forte
dispiaciuti, e innanzi al suo sguardo severo chinavano gli occhi
mortificati tutti i ministri che gli facevan corona. Era come un solenne
Consiglio ch'egli aveva radunato per consultare sul da farsi, ed al
quale, oltre i ministri, aveva voluto prendessero parte i più fidi e
devoti servitori della monarchia, fra cui il marchese.
In presenza d'un nuovo e tanto pericolo che subitamente era sorto per
l'edifizio politico e per l'organismo sociale, qual era l'insurrezione
della plebe, il Re volava si cercassero, si scegliessero e senz'indugio
si ponessero in pratica i mezzi più opportuni per cessare quel rischio
non solamente nel presente, ma eziandio per l'avvenire. La fantasia di
quegli uomini di Stato colà raccolti non era molto feconda nel trovar
fuori di cotali mezzi che paressero di sicuro, od anzi soltanto di
probabile effetto alla mente acuta del Re. I più non credevano si
dovesse dare a quel fatto tanta importanza, quanta glie ne metteva il
capo supremo dello Stato, nulla più che ad un accidente volgare, che ad
un turbamento momentaneo, il quale si raggiusta col mettere a segno i
tumultuanti e si passa; quasi tutti erano d'avviso che non c'era da far
altro che reprimere e severamente reprimere per impedire colla
esemplarità del grave castigo ogni simile tentativo ulteriore.
Non infastidirò le mie gentili lettrici, facendole assistere alle gravi
discussioni di quel poco fruttuoso Consiglio. Carlo Alberto ascoltò
freddamente tutte le parole che furono dette, non manifestando in nessun
modo la sua interna impressione sulla sua impassibile faccia pallida;
acconsentì tacendo alle varie proposte che furono messe innanzi dai
varii ministri: che quelli fra gli arrestati nella riotta della sera
innanzi che fossero noti come oziosi, vagabondi e proni a delinquere
fossero per misura economica, come allora si soleva dire, trasportati
nell'isola di Sardegna a dirsela colla malaria e colle palle degli
schioppi di quegl'isolani; che si dèsse una gran retata nei bassi fondi
sociali delle bettole e dei postriboli per coglierne la maggior quantità
possibile di altri fra quegl'_indiziati_ che sono esca al disordine, e
si mandassero a tener compagnia a que' primi; che si procedesse
severamente contro tutti coloro a cui poteva applicarsi condanna
criminale pei fatti della sera precedente, e il Ministro di grazia e
giustizia eccitasse il potere giudiziario a volerli colpire col
_maximum_ delle pene.
— Signori, disse finalmente il Re, levando il suo capo che teneva
reclinato sul petto, come troppo greve a portarsi. Non sarebbe per
avventura più vasta la questione di quello che noi ci figuriamo?
Nell'Inghilterra, nel Belgio e nella vicina Francia, le classi
lavoratrici si agitano e dànno seriamente da pensare agli uomini di
governo. Non sarebb'egli un accenno di quel moto che si fa strada nel
nostro paese?
I ministri e gli altri consiglieri si guardarono in faccia per sapere a
chi toccasse rispondere. Il Ministro dell'interno fece un piccol gesto
della mano per indicare ch'egli avrebbe risposto: e fatto un inchino col
capo verso il Re, così prese a parlare:
— Oserei credere, Sire, oserei anche affermare, Maestà, che nei
felicissimi Stali retti dal suo scettro non sono punto penetrate quelle
empie massime che sommuovono le plebi nei miseri paesi da V. M.
nominati. Noi abbiamo fatto buona guardia, e l'iniquo fiotto, se così
posso esprimermi, si è arrestato alla frontiera. In quelle parti là
l'artigiano, il povero, il pezzente, legge, pretende a discutere, si
crede di ragionare. Noi, grazie a Dio, siamo liberi ancora da siffatta
malsania. Non abbiamo lasciato nè lasciamo stampare o penetrare libri e
giornali perniciosi; e la nostra plebe, per fortuna, è troppo ignorante
per leggere checchesiasi.
Il Re mosse le labbra per parlare, e il ministro si tacque di botto,
rimanendo a bocca larga a dare ascolto.
— Oggi è così: disse Carlo Alberto, ma domani può essere tutto diverso.
Non ostante la buona guardia di cui Ella si vanta, quelle idee di cui si
discorre hanno pur penetrato nel nostro paese, ed io ne ho delle prove,
e n'è una lo sciopero avvenuto e poi la rivolta degli operai. Noi non
possiamo vivere tanto isolati dal resto del mondo che le passioni, le
idee, anco le pazzie del genere umano non ci tocchino e non si
partecipino eziandio da noi; le comunicazioni più rapide che si
stabiliscono, aiuteranno ancora codesta diffusione, e massime quelle vie
ferrate di cui abbiamo già adottato parecchi disegni pel nostro Stato e
della principale delle quali già è così ben avviata l'esecuzione.
Profittando d'una di quelle pause che il Re faceva frequentemente nel
suo parlare lento ed impedito, il ministro degli esteri esclamò con
qualche vivacità:
— Ed è per ciò ch'io ebbi il coraggio di oppormi quanto potei alla
costruzione di queste diaboliche strade.
Carlo Alberto volse verso quel ministro il suo sguardo semispento e fece
il suo enimmatico sorriso.
— L'esecuzione della rete ferroviaria, diss'egli, se Dio mi dà grazia di
poterla compire, la ritengo per una delle opere onde meglio sarà
illustrato il mio regno. Ai popoli si deve non solamente la sicurezza ma
la prosperità materiale eziandio; e quando un nuovo mezzo di accrescere
siffatta prosperità si presenta nel mondo ed è dalle altre nazioni
adottato, grave fallo sarebbe il lasciarne mancare il proprio paese. Per
più ragioni adunque è da credersi che anche le nostre classi inferiori
già sono, o in breve saranno corse ed agitate dalle medesime idee e
pretese da cui vediamo commosse le plebi degli altri paesi. La loro
condizione è misera, senza dubbio, e degna del massimo riguardo: le
passioni sovversive trovano nel disagio e nelle sofferenze di quelle
turbe malaugurato alimento. Non sarebbe egli dunque il caso di avvisare,
se le condizioni di questa povera gente, anche mercè la legislazione,
potessero venir mutate in meglio, se ai diritti di proprietà si potesse
fare qualche modificazione per cui più retribuito, meglio assicurato
potesse riuscire il lavoro manuale?
Tacque, e i ministri si guardarono esterrefatti, come se per la bocca
del loro sovrano avessero udito parlare lo spirito di Fourier.
Il ministro di grazia e giustizia s'inchinò e disse in tono magistrale:
— Non si può toccar più l'arca santa delle leggi senza danno evidente,
quasi direi senza una vera profanazione; V. M. ha compito il più gran
monumento legislativo che un sovrano abbia fatto mai. Il codice civile
da V. M. sancito posa su principii de' più liberali, e pone la proprietà
su solide basi, cui sarebbe il maggior pericolo del mondo il voler
mutare.
— Il popolaccio sta abbastanza bene; disse il conte Barranchi, capo
supremo della Polizia; sta bene anche troppo. Per me credo che più è
misera ed ignorante una popolazione, e meglio la si governa.
Carlo Alberto si rivolse al Riformatore degli studi, che era una specie
di ministro della pubblica istruzione:
— L'ignoranza dei popoli fu pel passato una guarentigia; non potrebbe
divenire d'or innanzi un pericolo? Poichè vi ha questa tendenza
universale all'istruirsi, non potrebbero la Chiesa e lo Stato di accordo
prendere l'iniziativa dell'istruzione popolare ed istillare così nelle
masse dei buoni principii, invece di lasciarle esposte alle seduzioni
dei novatori?
L'Arcivescovo di Torino, che era presente eziandio, e pareva
sonnecchiare tranquillamente, all'udir nominare la Chiesa arricciò il
suo naso rubicondo ed aprì i suoi occhietti vivaci.
— Sire: diss'egli, senza lasciar tempo di rispondere al Riformatore
degli studi; l'istruzione la si dia tutta, e popolare e non, in mano
della Chiesa; ed anche lo Stato se ne troverà bene. Noi faremo di tutti
dei buoni cristiani e dei sudditi fedeli.
Il Re fece un cenno grazioso col capo verso l'Arcivescovo, che poteva
significare un assentire, un ringraziamento od un semplice atto di
cortesia, e poi si levò in piedi. Tutti s'alzarono: il Consiglio era
finito.
Tolsero commiato e se ne partirono tutti; ma Carlo Alberto parlando a
Baldissero gli disse:
— Marchese si fermi.
Il marchese, che già s'inchinava presso la porta per partirsi, tornò
indietro lentamente verso il Re, il quale, secondo suo costume,
s'intromise nella strombatura della finestra che guardava nella piazza.
Baldissero stette aspettando: Carlo Alberto per un poco rimase in
silenzio. Con una mossa che gli era abituale, sulla mano del braccio
sinistro che teneva ripiegato al petto aveva appoggiato il gomito
dell'altro braccio e sosteneva alla mano destra la sua fronte vasta e
scialba come quella d'un cadavere.
— Nessuno di quegli uomini mi comprende; mormorava il Re, in modo che
parevano sfuggirgli inavvertite siffatte parole. Nessuno ha la
intelligenza delle grandi cose, niuno vede al di là dell'oggi, niuno
saprebbe indovinare le mie idee ed incarnarle.
Le sue dita si contrassero sopra la fronte, liscia come la lapide d'un
sepolcro.
— Ah! se potessi da me! soggiunse, ma così piano che non l'avrebbe pur
udito chi avesse potuto mettere il suo orecchio sulle pallide di lui
labbra. Se potessi io stesso dar forme concrete al mio pensiero,
trovarne il modo d'eseguimento ed aver la forza di porlo in atto!...
Nella sua anima successe in quell'istante fugace, ratto ma vivo, uno di
quegli scombuiamenti che la turbavano di frequente: una specie di lotta
fra la volontà e l'insufficienza dei mezzi, fra l'ardore dello spirito e
la debolezza dell'intelligenza, quando la idea si travede e non si può
afferrare, quando s'indovina, s'intuisce confusamente, in nube, il vero,
il bene, il bello, e la mente non ha forza di definirselo innanzi in
maniera efficace e precisa, così bene che dopo un poco d'inutili sforzi
la si accascia sfiduciata e stanca per cadere in balìa d'un'altra mente
fors'anche meno elevata, ma più pratica e più operosa.
Il marchese stava osservando rispettosamente il Re, due passi da lui
lontano. Carlo Alberto si riscosse e rivolse verso il suo fedele la
faccia melanconica e severa.
— La ho pregata di fermarsi, marchese, gli disse, per parlarle di quel
cotale, autore del manoscritto da Lei comunicatomi, e che, arrestato
come cospiratore, fu, dietro le raccomandazioni di Lei, per mio ordine
espresso liberato senza ritardo.
Baldissero fece una lieve mossa per accennare ch'egli era pronto a
rispondere ad ogni richiesta. Il Re sviò lo sguardo dalla faccia del
marchese e lo fissò vago ed incerto nell'orizzonte traverso i cristalli
della finestra: rimase in silenzio e parve aver subitamente volto il
pensiero a tutt'altro. Nel suo intimo frattanto meditava, se facesse
bene a parlare, se miglior consiglio non sarebbe stato il rinunziare
affatto a tutte quelle idee non ancora ben determinate, a tutti quei
disegni tuttavia in nube cui aveva desti in lui la lettura delle pagine
scritte dal trovatello.
Egli tutte le aveva attentamente lette, molte aveva rilette più volte, e
assai meditatovi sopra. Uno strano effetto sulla sua natura facilmente
esaltabile, benchè sotto apparenze contegnose e fredde, sulla sua anima
tra cavalleresca ed ascetica, inviluppata d'un altissimo orgoglio per la
dignità del grado, aveva prodotto quella lettura che rispondeva a certe
velleità di audaci pensamenti, a certe aspirazioni di novatore e di
messia che brulicavano segretamente in fondo al suo essere di sovrano,
innamorato della gloria e che vorrebbe stampare profonda e luminosa
l'orma del suo regno. Il fatalismo cattolico del suo spirito alquanto
superstizioso, per poco non lo aveva persuaso che era stato Iddio
medesimo a mandargli sott'occhi quello scritto in cui erano trattate
tante di quelle questioni sociali che preoccupavano la sua mente di re
che avrebbe voluto essere riformatore, ed alcune v'erano sciolte. Gli
parve che da quelle carte sgualcite su cui una mano febbrile aveva
scritto un tanto mondo di pensieri, uscisse come la voce del popolo
medesimo il quale avesse acquistato coscienza e sapienza de' suoi
destini e de' suoi bisogni e quindi formolasse, ad ammaestrarlo, in
linguaggio tra di poeta, tra di statista, le necessità economiche,
morali e sociali della nuova vita civile, sentite non avvertite dalla
massa comune, e i rimedi acconci alle medesime; la voce, direi, della
Sfinge, di cui egli voleva essere l'Edipo e dominarla. L'autore di
quelle pagine non era egli l'uomo che invano andava cautamente cercando
intorno a sè, e cui gli aveva mandato la Provvidenza? Pensò a quel suo
antecessore (e fu pure un glorioso principe quello!), il quale dal nulla
aveva innalzato alle prime cariche il Bogino, che fu uno dei più valenti
ministri del Piemonte. Se nelle file della plebe trovavasi un ingegno
superiore, il quale potesse rendere eminenti servigi alla monarchia e al
paese, perchè non l'avrebbe egli tratto di là e postolo in condizione da
poter compiere la sua missione? Era suo dovere il farlo; sarebbe stata
sua gloria l'averlo fatto. La conseguenza di tutti questi pensieri si fu
che egli decise informarsi meglio dell'essere di quel cotale presso il
marchese di Baldissero. Ma ora, come già accennai, le solite dubbiezze,
che al punto dell'azione assalivano sempre la sua anima esitante, lo
facevano restio e come peritoso al parlare.
Il marchese attendeva tuttavia le interrogazioni del Re. Questi ruppe
finalmente il silenzio, senza volgere gli occhi su colui che
l'ascoltava, guardando sempre con pupille vaghe nel grigio del cielo
annuvolato.
— Credono che la plebe non pensi, diss'egli, credono che ignori ancora
come un tempo. La rivoluzione francese ha inoculato il veleno nel sangue
delle generazioni di questo secolo di qualunque classe; esso serpeggia e
si diffonde. Ci vorrebbe sangue e fuoco ad estirparlo. E chi oserebbe
fare da Torquemada nel secolo XIX?... Ed ancora! Si riuscirebbe egli
forse? Le plebi pensano più che non si creda. Quel zibaldone di
temerità, di matte idee, di potenti concetti n'è una prova. Se viene un
giorno un'intelligenza superiore che mostri loro la terra promessa d'una
riforma sociale? Se acquistano un giorno la coscienza della loro forza?
Bisognerebbe fare qualche cosa per le plebi... Ma che cosa? Qual
pericolo toccare all'edifizio della società! Come prendersela, dove
incominciare, a qual punto arrestarsi? Questo è da definirsi; ed ecco
dov'è necessaria l'opera d'un ingegno superiore.
Si voltò allora verso il marchese.
— Lo scrittore di quelle pagine, domandò, Ella lo conosce, lo ha visto,
gli ha parlato?
— Sì, Maestà, rispose Baldissero, e l'ho anzi preso per mio segretario.
Il Re lo guardò con espressione di alquanto sospetto.
— Ah! gli è suo segretario?
Ma dinanzi alla nobile fisionomia del marchese ogni ombra di sospetto
s'affrettò a sparire dalla fronte di Carlo Alberto.
— Ha fatto benissimo: soggiunse vivamente: e l'aspetto di colui, la
parola, come sono?
— Ha l'aspetto d'un uomo che ha sofferto: rispose mestamente il
marchese, il quale abbassò gli occhi pensando con rimorso seco stesso di
chi fosse la colpa di quelle sofferenze. A prima vista le sue sembianze
possono tornare poco o punto piacevoli; ma la sua fisionomia non è
quella d'un indifferente. Interessa di botto e la sua fronte fa pensare.
Quando parla è in sulle prime peritoso ed impacciato; ma poscia la
lingua gli si snoda e l'eloquenza del labbro asseconda assai bene la
vivacità dell'idea.
Carlo Alberto atteggiò la bocca a quel suo indefinibile sorriso
melanconico e stentato, che pareva insieme timido e falso.
— M'è venuta una curiosità da Califfo di Bagdad. Voglio vedere
quest'uomo e discorrere con lui. Ma il Re in questo colloquio non ha da
comparire. Lo lascieremo alla porta. Vuol Ella rendermi un servizio,
marchese?
— Comandi, Maestà.
— Questa sera conduca da me il suo segretario... non qua, nella
palazzina che ho recentemente acquistata sotto il giardino. Alle nove
una persona fidata aprirà loro il cancello e li introdurrà in una camera
terrena, dov'io sarò ad aspettarli. Quel giovane non deve in alcun modo
sapere a chi dovrà parlare.
Il marchese s'inchinò in segno d'ubbidienza.
— Farò secondo gli ordini di V. M., ma le faccio osservare che sarà
molto difficile che quel cotale non riconosca l'interlocutore con cui
avrà l'alto onore di trovarsi.
— Non credo, disse il Re sorridendo, che le mie sembianze possano
essergli tanto famigliari: mi acconcerò di modo e farò che vi sia una
luce che giovino a trarlo in inganno....
S'interruppe, esitò un momentino e poi riprese con voce più bassa:
— Se però Ella crede che in ciò possa essere qualche inconveniente.....
— Oh no, s'affrettò a rispondere il marchese. Spero che quel giovane sia
degno d'ogni fiducia...
Il marchese era sul punto di svelare al Re il segreto della nascita di
Maurilio: ma Carlo Alberto pose fine al colloquio.
— Allora siamo intesi: diss'egli tendendo la mano a Baldissero. Questa
sera alle nove.
Il marchese s'inchinò colla dignità d'un gentiluomo: toccò
rispettosamente quella mano che gli veniva pôrta, e rispose:
— Alle nove senza fallo.
Carlo Alberto guardò fisamente per un poco la portiera che era ricaduta
dietro le spalle del marchese partitosi: e poi disse fra sè, curvando il
capo:
— Ho fatto bene? ho fatto male?... Al postutto son sempre in tempo di
mandare dire al marchese che non se ne fa nulla.
Il marchese nella sua carrozza, tornando al suo palazzo, era occupato da
molti e varii pensieri. Nell'apprezzamento delle cose egli subiva pure
l'influsso del suo grado, della sua qualità, della sua educazione. Non
si è impunemente nobili, nati ed allevati in corte, servitori devoti di
monarchi, senza acquistare una certa dipendenza d'animo verso chi occupa
quel supremo dei gradi sociali; anche pel vecchio, valoroso gentiluomo,
una parola del Re formava un'autorità indiscutibile. Dei talenti di
Maurilio ben aveva egli potuto persuadersi e dalla lettura di quello
scritto e dai discorsi dal giovane tenutigli; capace com'egli era
d'apprezzar giustamente il vero merito, il marchese non aveva tardato a
riconoscere la superiorità di quell'intelligenza; ma pur tuttavia, dopo
le parole intorno a quel cotale dettegli dal Re, dopo il desiderio
manifestato dal Re di avere con questo sconosciuto un colloquio,
s'accrebbe ancora in lui il concetto ammirativo che si era formato del
trovatello, e nacque in esso un nuovo sentimento che ancora non s'era
fatto vivo verso quell'infelice che gli era venuto innanzi, raccattato,
per così dire, nel fango della strada: un sentimento d'orgoglio ch'egli
avesse di suo sangue nelle vene, che fosse nato di sua sorella.
— Coi suoi talenti, col mio appoggio e colle aderenze della nostra
famiglia, colla stima del Re (e potesse anco acquistarne la
benevolenza!) dove non può egli giungere?
Così pensava non senza compiacenza il marchese; ma di colpo venne a
turbarlo il ricordo delle parole dettegli da fra' Bonaventura: e se
Maurilio fosse davvero quell'incorreggibile rivoluzionario, reo di
sovversivi intendimenti da far inorridire? Che farne? Come gloriarsi
d'averlo tralcio del proprio tronco? Il Re se ne sarebbe sgomentato ben
presto, poi sdegnato: egli stesso, il marchese, quando manifestasse i
legami di parentela che a lui annodavano quel temerario, correrebbe
pericolo di scadere nella estimazione e nella benevolenza del Re.
Giunse a palazzo e scese di carrozza con animo perplesso. Il suo
cameriere gli venne incontro e gli disse coi soliti accento e modi pieni
di rispetto:
— Il parroco Don Venanzio attende gli ordini di V. E. nello studio.
Il marchese mandò un lieve sospiro di soddisfazione; avrebbe udito sulle
labbra del vecchio prete i consigli della vera religione e la vera voce
del dovere.
— Solo? domandò egli.
— Signor no: vi è pure il segretario.
Baldissero sostò un momento; parve esitare; si domandò a sè stesso se
dovesse o no vedere in quel momento il giovane della cui sorte
trattavasi, se e quale effetto la vista di lui avrebbe prodotto sulla
definitiva risoluzione ch'egli doveva prendere. L'esitazione fu corta:
si disse che era appunto il meglio lo studiare ancora, subito, in tal
punto, la fisionomia di quel giovane; entrò risolutamente nel gabinetto
di studio. I due che stavano colà seduti si alzarono con rispetto; e il
vecchio sacerdote fece un passo verso il marchese, come si fa per la
persona che giunge desiosamente aspettata; ma Baldissero aveva rivolto
lo sguardo e l'attenzione esclusivamente sopra Maurilio. In quel momento
la sua impressione tornò ad essere quella poco favorevole che ne aveva
avuta la prima volta in cui il giovane era comparso ai suoi occhi.
Quella testa grossa, ispida, direi quasi, e quelle sembianze tormentate;
quell'occhio affondato e quella bocca larga a labbra pallide e sottili;
quel corpo ricurvo e quelle manaccie grossolane gli presentavano un
complesso così lontano dal tipo aristocratico di eleganza e di
leggiadria che era quello della sua famiglia, e il quale così
egregiamente era incarnato nella infelice sua sorella, che il marchese
non potè a meno di dirsi: «È impossibile che costui sia mio nipote.»
Don Venanzio cominciò egli a parlare.
— Signor marchese, eccoci ancora ad implorare la sua protezione per un
altro massimo favore.
— È cosa che riguarda Lei? domandò Baldissero sviando finalmente gli
occhi dalla faccia di Maurilio, il quale sotto a quello sguardo,
freddamente scrutatore e quasi ostile, sentiva, per la naturale sua
timidità, confondersi e smarrirsi. Il tono poi con cui era fatta la
domanda del marchese diceva chiaramente: «Badate che se si tratta d'un
interesse vostro, Don Venanzio, sono dispostissimo a soddisfarvi, non
così se si tratta d'altri.»
— No, signore, rispose il parroco, riguarda anche ciò questo mio
figliolo d'adozione.
Il marchese non diè risposta alcuna; sedette e fe' cenno agli altri due
sedessero anche loro; la sua mossa era quella d'un uomo disposto ad
ascoltare.
Don Venanzio, senz'attendere altra licenza, prese ad esporre ciò che per
essi volevasi. Disse della misteriosità della nascita di Maurilio, dei
segni di riconoscimento trovati appo lui, del caso meraviglioso che
pochi giorni prima li aveva posti a contatto colla _Gattona_, della
certezza che ci aveva costei conoscere la famiglia a cui apparteneva il
giovane, dell'obbligo che quella vecchia mendicante si era assunto di
svelare la verità dopo due giorni. Soggiunse come fosse allora
intravvenuto un nuovo fatto, l'intromettersi cioè del gesuita, fra'
Bonaventura, di cui narrò il colloquio cercato ed avuto la sera innanzi
con Maurilio. Stupito e messo in sospetto da ciò, egli stesso, Don
Venanzio, era tornato dalla _Gattona_ ad interrogarnela, e non aveva
potuto trarne fuori se non che la chiave del segreto era davvero in mano
di quel gesuita di lei confessore, e ch'ella non altrimenti avrebbe
parlato che se il frate glie ne avesse dato licenza. Don Venanzio aveva
capito che quella vecchia, o direttamente o per mezzo del gesuita, aveva
fatto conoscere alla famiglia, forse potente, di cui Maurilio aveva
diritto di portare il nome, che il fanciullo voluto smarrito era lì,
pronto a rivendicare i suoi diritti; e quella famiglia aveva forse
empiamente deciso di respingerlo. In tale emergenza egli aveva pensato
ricorrere eziandio alla efficace protezione del marchese. Era un'opera
di giustizia e di carità che doveva tentare il generoso animo d'un
tant'uomo. Come se già sapesse appuntino i dubbi e le obbiezioni che
voleva sottoporgli e intorno a cui voleva consultarlo il marchese, tutte
combattè e distrusse le sofistiche ragioni che si vorrebbero accampare
per esimersi dal sacrosanto dovere di riconoscere quell'abbandonato
fanciullo, e lo fece con quell'eloquenza bonaria e semplice del cuore
che è la più efficace su persona d'animo eletto, e ci mise tanto calore
che non so chi non ne sarebbe stato vinto.
Il marchese ascoltò immobile, curva sul petto la testa, nascondendosi
colla palma la faccia sotto il pretesto di sostenervi la fronte: quando
il sacerdote ebbe finito, stette un momento ancora in silenzio e senza
fare atto di sorta: poi trasse giù dal viso la mano, e rivolse a
Maurilio uno sguardo che non era più quello quasi ripugnante di prima.
— Signor.... Maurilio. (Esitò un momento a pronunziare questo nome,
quasi avessero difficoltà le sue labbra a spiccarnelo, ma poi lo disse
con una certa emozione poco meno che affettuosa). Signor Maurilio, così
parlò con voce lenta e sommessa, Ella ha dunque alcuni contrassegni.
Desidererei vederli. Vorrebbe favorire di mostrarmeli?
Maurilio, che li aveva presso di sè, fu lesto a porgerli al marchese.
Questi riconobbe al primo colpo d'occhio il rosario di sua sorella, e lo
prese affrettatamente, con mano tremante. Sentì una subita tenerezza
ineffabile invadergli l'anima. Avrebbe voluto portarselo alle labbra e
baciarlo: ma non osò. Ogni suo dubbio a quella vista era dileguato: gli
parve scorgere Aurora medesima uscita dal suo sepolcro e venutagli
innanzi a dirgli: «questo è mio figlio.» Quante preghiere non aveva ella
innalzato al cielo, tenendo quel rosario tra mano! Di quante lagrime non
l'aveva essa bagnato! Sotto la protezione di quel pietoso amuleto, di
quella preziosa reliquia famigliare, aveva ella voluto porre il suo
figliuolo, raccomandandolo alla Divina Consolatrice di tutti gli umani
dolori; ed ecco che quella reliquia appunto riconduceva alla famiglia di
lei quel figliolo cui una barbara malignità aveva voluto sbandire. Si
domandò s'egli non dovesse di subito aprirgli le braccia e dirgli: «tu
se' mio sangue.» Guardò ancora la faccia strana del giovane. Non ostante
la sua emozione, durava nel suo animo verso Maurilio un segreto
sentimento, quasi un istinto, di ripulsione. Si disse che non conveniva
lasciarsi guidare ad un passo irrevocabile dalla commozione d'un
momento, che occorreva prendere una decisione definitiva a sangue più
raffreddo: desiderò parlare ancora e più specialmente di ciò con Don
Venanzio.
— Mi lasci questi oggetti, la prego, diss'egli a Maurilio. Nessuno più
di me, le assicuro, s'interessa nè può interessarsi per Lei e per questi
suoi casi... E di ciò appunto, e di quel che sia da farsi, desidero ora
stesso parlare con Don Venanzio.
Maurilio s'alzò e tolse commiato. Era uscito appena dallo studio del
marchese, che un domestico venne a dirgli come la contessina Virginia
desiderasse parlargli. Il giovane ebbe in pensiero per prima cosa
rifiutarsi d'andare da lei, ma non l'osò: si compresse con una mano il
cuore e seguì il domestico che lo conduceva nel quartiere della nobile
donzella.
Il marchese teneva sempre in mano il rosario di Aurora, e lo guardava
con occhi umidi di pianto; quando Maurilio fu fuor della stanza, egli
non resse più alla piena del suo affetto e baciò quel rosario con
passione.
Don Venanzio sorse di scatto in piedi, tutto commosso.
— Che? esclamò egli. Ella dunque, signor marchese, riconosce questo
contrassegno? Ella forse sa?...
— Tutto. La famiglia del suo protetto è la mia: sua madre fu mia
sorella.
Il vecchio prete alzò le mani tremanti verso il cielo, e con voce piena
d'esultanza, di riconoscenza, di ammirazione, esclamò:
— Divina Provvidenza! Come sono profondi i tuoi disegni! come
imperscrutabili le tue vie!... Tu il figliuolo scacciato l'hai
ricondotto al focolare domestico, oltre l'arrivo del senno umano, e me
hai voluto stromento della tua grazia al miserello. Posso io dunque
cantare il _nunc dimictis_?
— La sua parte non è finita, Don Venanzio, disse il marchese. Le tocca
ancora rassicurare la mia coscienza, dileguare i miei dubbi, illuminare
la mia mente.
Senz'altro più, espose francamente, cordialmente, interamente il più
segreto dei suoi pensieri a questo riguardo e confessò tutte le sue
esitazioni e ripugnanze. Il vecchio sacerdote combattè ogni cosa ad una
ad una: affermò che non ostante i varii errori che riconosceva egli
stesso nei giudizi e nelle opinioni di Maurilio, la mente di costui
elettissima e l'animo nobilissimo lo facevano tuttavia degno della
miglior sorte e del miglior nome del mondo; soggiunse che quand'anche
non fosse così, il dovere della famiglia ond'egli era nato rimaneva pur
sempre il medesimo e bisognava compirlo; certo era meno piacevole lo
aver da accogliere un cotale che aveva sempre vissuto in isfera diversa
da quella che si avrebbe voluto, con idee e costumi affatto diversi,
colla disgrazia d'aver dovuto assaggiare della carcere per delittuosa
imputazione; ma di tutto ciò a chi la colpa? alla famiglia medesima che
lo aveva rigettato e posto in quelle condizioni; e parte dell'ammenda
che ella doveva farne, sarebbe stato eziandio il passar sopra a codesto,
il superare quelle antipatie e quelle ripugnanze. Il marchese era troppo
uno spirito superiore per non comprendere codesto, per volere ad un
individuo fare pagare il fio di risultamenti dovuti alle circostanze ed
al fatto altrui: d'altronde Maurilio, ingiustamente accusato, aveva
visto solennemente proclamata la sua innocenza ed aveva da quella bolgia
infernale dove era stato precipitato, della miseria, della carcere,
della malvagia compagnia, portata fuori un'anima sempre onesta, la qual
cosa era merito maggiore di molto che non quello di chi, favorito da
ogni condizione, non fallì mai.
Un'ora durò il colloquio fra Don Venanzio ed il marchese. Questi che
aveva ad un tratto affacciate in corpo tutte le sue obbiezioni, non le
venne più ripetendo a seconda che il buono ed umile prete di campagna,
coll'impeto della sua eloquenza naturale, rozza anzi, ma efficace, col
calore d'un'anima sempre giovanile ed ardente pel bene, il quale si
crede compire un'opera di apostolato, le andava distruggendo ad una ad
una. Ascoltava e li, il marchese, con mossa che dinotava tutta
l'attenzione prestata al suo interlocutore e la potenza riflessiva
impiegata dalla sua mente; sorreggeva secondo il solito la testa alla
sua mano bianca ed affilata, mentre lo sguardo stava fiso sulla fiamma
che volteggiava nel focolare; di quando in quando frammischiava alle
argomentazioni del parroco un dubbio, un'osservazione, una richiesta,
che erano come un nuovo incentivo al fuoco del discorso del protettore
di Maurilio.
Quando fu trascorsa quell'ora che ho detto, il marchese finalmente si
mosse, tirò giù dal capo la destra e lasciò scorgere la sua nobile
fisionomia colle traccia di alquanta commozione, si alzò in piedi,
drizzando la sua alta e distinta persona e mandò un sospiro che avreste
potuto interpretare come di rassegnazione o come di sollievo.
— Sia fatta la sua volontà, Don Venanzio....
Questi fece un atto come volendo protestare; il marchese s'affrettò a
soggiungere:
— Che credo sia pure quella di Dio. Il figliuolo di mia sorella sarà
accolto in casa mia..... come il figliuolo di mia sorella.
Pose mano al fiocco del cordone che pendeva presso il camino, ed una
scampanellata ferma, risoluta, imperiosa avvisò il cameriere che S. E.
aveva bisogno di lui.
— Dite al segretario si compiaccia di venir qui subito; comandò il
marchese al servo presentatosi sollecito alla porta.
Il cameriere notò l'uso del verbo _compiacersi_, acquistò una maggiore
stima che non avesse per l'innanzi ad un segretario, in favore de! quale
S. E. si serviva di tali termini, e si affrettò verso il quartiere di
Maurilio più rispettoso che non avrebbe mai creduto di dover essere
verso un cotale che egli aveva visto entrare in quella casa in sì poveri
arnesi.
Don Venanzio ed il marchese attendevano con una certa emozione
d'ansietà. Dieci minuti passarono e nessuno venne; il marchese,
impaziente, lasciò trascorrere ancora altri cinque minuti e poi diede
con forza un'altra tirata al cordone del campanello.
Si vide poco dopo fra la portiera dell'uscio la faccia del solito
cameriere; ma questa faccia aveva un'espressione di contrarietà
mortificata, di disappunto, d'imbarazzo che dinotava essere avvenuta
qualche novità che lo turbava.
— E così? domandò asciuttamente il marchese.
— Il segretario non c'è: rispose il cameriere con quell'impaccio nella
parola che aveva nell'espressione del volto.
— Perchè non venire ad avvisarmene subito?
— Volli far cercare più accuratamente di lui e sapere che cosa ne
fosse.....
— Avete fatto male: interruppe con severo accento il padrone; ciò
ch'egli faccia o non faccia non ha da chiamare in nessun modo la vostra
attenzione.
Il cameriere mandò giù il rimprovero con un inchino.
— Appena torni il signor Maurilio, lo si mandi da me.
Il servo non si mosse e fece un atto come chi ha qualche cosa da dire e
non osa.
— Che avete da soggiungere? domandò il marchese, il quale di ciò si
accorse.
— Vorrei dire a S. E. che dubito molto che il signor segretario torni a
palazzo.
Baldissero e Don Venanzio si riscossero e si guardarono in viso
meravigliati.
— Perchè dite voi questo? domandò il primo.
— Perchè il signor Maurilio è partito svestendo gli abiti che qui gli
erano stati dati e riprendendo i suoi logori che aveva deposti, ed il
custode, al quale diede una lettera, mi disse che egli aveva un'aria
talmente stralunata che da lui ad un pazzo ci correva poco.
Nuova e dolorosa meraviglia nel marchese e nel sacerdote.
— Ma gli è forse successo qualche cosa? domandò Baldissero: nessuno
saprebbe dire alcuna cosa che ci guidasse a scoprire la ragione di
questo fatto?
Il cameriere si strinse nelle spalle come uno che non sa niente.
— Voi avete detto che ha lasciato una lettera al custode: disse Don
Venanzio.
— Sì signore.
— E questa lettera?
— L'ho qui. Il signor Maurilio aveva pur detto al custode di non
consegnarla che fra un'ora; ma io ho creduto bene di farmela tuttavia
rimetter subito. È appunto diretta a Lei.
— A me! esclamò Don Venanzio, date, date qui.
La prese con mano premurosa dal domestico che gliela porse, e ne guardò
con sollecitudine la soprascritta; era di mano di Maurilio, ma nel
tracciare i caratteri dell'indirizzo quella mano era così fattamente
agitata che tutta sconvolta era riuscita la scrittura.
— Andate, disse il marchese al servitore che si affrettò ad ubbidire.
Legga, Don Venanzio, soggiunse quando furono soli, e se quello che si
contiene colà dentro crede potermelo comunicare, mi leverà dall'ansiosa
curiosità onde son preso.
Don Venanzio ruppe il suggello, spiegò il foglio con mano che tremava un
pochino, inforcò gli occhiali, e lesse.
«Parto. Dove me ne vada non so. Forse al villaggio dove imparai
primamente a soffrire. Potessi chiudere questa vita nel luogo in cui la
sentii cominciare a pesare su me colla gravezza del dolore!... La mia
sorte, la mia famiglia, il mistero della mia nascita, che m'importa più?
Cessi da indagini che a nulla mi possono giovare. Quando anche fossi
figlio d'un re, che me ne verrebbe oramai?... Mi sento circondato
dappertutto da una tenebra fitta. Vorrei che fossero le ombre della
morte. Le mando un saluto dal cuore... Forse l'ultimo... In questa casa
non posso rimaner più, non debbo... Ho la testa che minaccia di
rompersi... il cuore mi sembra che voglia saltarmi fuori dal petto.....
Non mi stupirei che l'uno e l'altra scoppiassero... Addio.»
— O mio Dio! esclamò il buon sacerdote quando ebbe letto, tutto
sgomento: ma che cosa può essere avvenuto? A quel poverino ha dato di
sicuro volta il cervello.
Ricordò che pochi anni prima una forte scossa morale aveva già ridotto
Maurilio al punto che la sua smarrita ragione lo aveva spinto al
suicidio da cui lo aveva salvo Giovanni Selva; ricordò la grave
pericolosa infermità che di poi lo aveva travagliato, temette anche
questa volta una simile vicenda e pari effetti: senz'altra spiegazione,
come uomo che non ha tempo nessuno d'indugiarsi, prese sollecitamente il
suo cappello a tre punte che aveva posto sopra una seggiola dritto
contro la spalliera, e si mosse per uscire.
— Ma che fu dunque? domandò il marchese con inquieta premura. Non posso
io saper nulla?
Don Venanzio s'arrestò sui due piedi e porse al marchese la dissennata
lettera di Maurilio.
— Legga, legga pure.
Baldissero la prese e lesse avidamente.
— Or dunque, che conta Ella di fare?
— Vado a cercare di quel disgraziato...
— Dove?
— A casa dei suoi amici, dove abitò finora: ma chi sa se ce lo
troverò.... Ah!
Una buona idea eragli venuta. Maurilio aveva scritto che forse si
sarebbe recato al villaggio, correndo giù per la strada che vi
conduceva, chi sa che non si sarebbe potuto raggiungere. Ne disse al
marchese, il quale trovò molto giusta l'idea, e per attuarla meglio pose
a disposizione del buon vecchio prete una sua carrozza. Dieci minuti
dopo Don Venanzio partiva al trotto serrato di due buoni cavalli per
correr dietro al fuggitivo.
Ma che cosa aveva dunque tratto il povero Maurilio a sì subita e pazza
risoluzione?
Che la nobile fanciulla da lui amata gli avrebbe parlato di Francesco
Benda, egli n'era sicuro. Non esisteva altro punto d'attinenza fra lei e
lui, e abbastanza ne lo preveniva l'istinto del proprio cuore. Il suo
amore senza speranza pur si ribellava furibondo al pensiero dell'amore
di quella donna per un altro. Senza speranza! Sì, tale era stato
l'affetto suo fin allora, tale ed anche più doveva essere al presente,
avendo egli acquistato certezza che Francesco Benda aveva ottenuto quel
sommo bene a cui egli non aveva osato pur mai aspirare. Eppure, vedete
stranezza della sua natura, in lui non era così. Ciò che gli accadeva da
due giorni era tanto straordinario che pareva avergli ispirato una
insensata fiducia anche nell'impossibile. In que' sogni matti e
sragionevoli che il bollore della gioventù presenta alla fantasia di
ciascheduno, creando un avvenire meravigliosamente eccezionale che non
si potrà effettuare giammai, ancor egli aveva avute a questo proposito
le sue pazze chimere, di cui poscia amaramente sorrideva e si riprendeva
egli stesso. Aveva sognato poter diventare illustre, grande, celebre,
potente colla forza sola del suo ingegno e del suo valore, e raccolta
una somma ingente di gloria venire a metterla a' piedi dell'adorata
fanciulla, che non avrebbe più potuto stimarlo da meno e respingerlo con
disprezzo. Ma ora ad avvicinarlo a lei, più sollecitamente e più
naturalmente e con maggiore ancora la desiderata efficacia, sembrava
volere adoperarsi la sorte. Tutto quello che gli era capitato, induceva
in lui la certezza di appartenere egli ad una nobile e potente famiglia.
Avrebbe dunque avuto un nome, un grado, un titolo pari a quelli di lei:
essa avrebbe potuto e dovuto trattarlo come eguale, ed egli starle
dinanzi senza umiltà e vergogna di soggezione e d'inferiorità. Nel suo
animo di plebeo che aveva sino allora lottato colla miseria e s'era
trovato oppresso dall'abbiezione del suo stato, entrò ad un tratto un
sentimento d'orgoglio aristocratico, di cui si vergognò poco stante, ma
che pure, anche passando solamente, lasciò in lui una certa traccia, un
effetto inavvertito. Si disse che Virginia di sì nobile casato, di sì
aristocratico sangue, non avrebbe potuto sposare un borghese come
Francesco Benda. Quel pregiudizio delle vane distinzioni di classi
sociali per nascita, che allora era così potente nella nostra società,
quel pregiudizio ch'egli aveva trovato stolto e condannato sempre per lo
addietro, parve a tal punto una verità al suo spirito momentaneamente
traviato. Una fanciulla come Virginia poteva ella amare un uomo a cui
non avrebbe dato la mano? Contraddisse, contestò l'evidenza delle prove
che il suo dolore aveva scorte dell'amore di lei per Francesco: le
interpretò con un quasi volontario errore nella più falsa guisa del
mondo: ed anche quando, riavutosi da quella febbre, potè più giustamente
apprezzare le cose, pure a sua insaputa, alcun che glie ne rimase al
fondo dell'animo di quelle pazze speranze.
Pur tuttavia quando Maurilio, fatto chiamare da Virginia, entrò nel
salottino in cui essa lo attendeva, vi fu con una timidità palpitante
che pareva quasi una ripugnanza. Era un salottino tappezzato di seta
cilestrina, e in mezzo, come un angelo nell'azzurro del cielo, cinta la
fronte d'un'aureola, spiccava la bella figura della ragazza, ornato il
capo del ricco volume dei suoi fulvi capelli. La splendeva come una
visione di paradiso. Maurilio la guardò ratto ed atterrò gli occhi con
paurosa confusione e si sentì tremare nelle più intime fibre. Stette
egli immobile presso la porta e non seppe trovare una parola.
Essa gli si accostò con qualche sollecitudine, colla sicurezza di
persona che non ha la menoma esitanza nè vergogna intorno a ciò che sta
per dire o per fare. Era pallida più dell'usato, gli occhi splendevano
d'una fiamma speciale, v'era un'inquietudine contenuta, una
supplicazione involontaria nella mossa.
— Signore; diss'ella con espressione di non dissimulato, vivissimo
interesse. Che notizie ha Ella del suo amico l'avvocato Benda?
Era la domanda che appunto s'aspettava Maurilio: eppure ad udirla egli
diede in un trasalto come se ad un tratto avesse sentito una punta
figgerglisi in cuore; sollevò ratto le palpebre, e le sue pupille color
del mare incontrarono lo sguardo delle pupille color del mare di lei. Fu
come un urto di due elettricità; e se ne sprigionò una potente scintilla
che variamente li scosse ambidue. Virginia travide un segreto nella
profondità di quell'anima che le aveva balenato dinanzi; le parve di
botto che quella persona non era nuova per essa, nè indifferente al suo
destino; dove l'avesse già vista e quando, quella fronte tormentata, non
sapeva, ma sentì che una qualche indefinibile attinenza correva fra
quello sconosciuto e lei. La sua fierezza avrebbe voluto sdegnarsi
dell'audacia di quello sguardo che sembrava volerle entrare nell'anima,
della temerità di quell'essere a lei di tanto inferiore, che pareva
aversi ad intromettere nella sua vita; ma negli occhi di quell'uomo
eravi pure tanto dolore che non potè a meno di sentirne compassione la
sua generosa anima di donna. Non fu una simpatia, fu una pietà. Il suo
sguardo mostrò ad un punto il risentimento ed il perdono; aveva appena
lampeggiato lo sdegno che già risplendeva caramente in quella leggiadra
pupilla una mitezza divina.
Quello che passava nell'interno del giovane chi lo potrebbe esprimere?
Il suo sguardo acceso avvolgeva, abbracciava con audace potenza la
bellezza fisica di quella nobil fanciulla, e si sforzava di penetrarle
nell'anima, ad abbracciarla del pari; nello stesso tempo supplicava con
ardenza e commozione infinita. Egli sentiva, in presenza di quella
adorata beltà, adergersi la passione, invaderlo, farsi più potente della
sua timidità, d'ogni riserbo, d'ogni riguardo, d'ogni suggerimento della
ragione, d'ogni dettame di convenienza, padroneggiarlo, torgli le redini
della volontà, stimolargli il cervello come una trionfante pazzia. Le
più spropositate idee gli tenzonavano nella testa, le più audaci parole
gli gorgogliavano nella gola; un lieve impulso ancora ed avrebbe
traboccato ed avrebbe prorotto il torrente della sua passione.
Fece uno sforzo supremo per frenarsi. Conveniva parlare. Virginia aveva
sviato da lui lo sguardo e rimaneva immobile attendendo risposta alla
sua domanda. Il povero Maurilio riuscì a pronunziare con voce sorda e
affaticata, le seguenti parole:
— Di Benda non ho notizia alcuna.
Virginia, da quel nome richiamata per intero all'argomento che le
premeva più di tutto al mondo, lo guardò con un'espressione di mite
rimprovero.
— Come! esclamò essa, mentre sì gravi avvenimenti successero e tanto
pericolo minacciò l'esistenza del suo amico e della famiglia di lui,
Ella non ebbe premura di saperne questa mattina le novelle?
La innamorata fanciulla che aveva vegliato in pena tutta la notte, che
aveva con ispavento appreso della rivolta degli operai e de' gravi fatti
che l'avevano accompagnata, che null'altro pensiero più aveva in mente
fuor quello dell'amor suo, considerava quasi per impossibile che in
altri avesse ad essere tanta indifferenza a tal riguardo. Maurilio, alle
ultime parole di lei, ebbe sulle labbra un sorriso amarissimo, onde la
fanciulla provò sdegno insieme, e pena e sgomento. Quel sorriso diceva
che il giovane aveva avuto ben altro a cui pensare, che del ferito e
delle sue sorti poco si curava ed anche peggio, che la ragazza sperando
in lui un aiuto erasi ingannata, che piuttosto avrebbe trovato in esso
un alleato ai nemici del suo amore. Ella si pentì subitamente della
fiducia che aveva creduto poter riporre in quell'essere; si rimutò nelle
sembianze compiutamente, s'allontanò da lui di qualche passo, e
riprendendo tutta la naturale fierezza del suo contegno, disse con
accento severo:
— Mi sono dunque ingannata a crederla un amico del signor Benda?
Per Maurilio quel mutamento fu come se gli si spegnesse subitamente agli
occhi la luce del sole. Tese le mani supplichevole ed esclamò:
— No, no; la non s'è ingannata. Sono un amico, un amico a tutta
prova..... Mi comandi e farò quanto so, quanto posso.....
S'interruppe perchè l'emozione gli faceva gruppo alla gola e non
lasciava più varco alle parole. Virginia stette un momento in silenzio,
come riflettendo, e pareva che il suo spirito fosse corso lontano da
quel luogo, ed ella non badasse più a chi gli stava dinanzi. Dopo un
poco scosse la sua leggiadra testa, s'avvicinò ad un mobile e prese in
mano una lettera che vi stava sopra: si rivolse di nuovo a Maurilio e
parlò con una semplicità affatto naturale.
— Io m'interesso di molto a quella famiglia. La signorina Maria
figliuola del signor Giacomo, fu mia compagna di collegio ed abbiamo
rinnovato pochi giorni fa un'intrinsichezza da amiche.....
Si tacque ad un tratto; si domandò perchè la diceva tutto ciò a
codestui: che aveva ella bisogno di scusare o di spiegare soltanto la
sua condotta? Arrossì alquanto: e dopo un istante riprese con accento
più altero che non fosse prima:
— Ho da mandare questa lettera di condoglianza e di conforto alla mia
amica..... Avevo pensato, poichè credevo ch'Ella si recasse colà, pregar
Lei di recargliela a nome mio.
Maurilio delle parole di Virginia aveva capito poco o nulla; il suo capo
confuso sempre peggio gli tenzonava con maggiore intensità, per poco non
aveva smarrita la giusta percezione delle cose e la coscienza di sè;
viveva come in un sogno, anzi meglio come in un parosismo di febbre,
quando ogni cosa piglia forme e proporzioni diverse e strane, ed ogni
impressione non più governata dalla ragione, si risolve in fantasima di
delirio. Vide una bianca carta nella bianca ed esile mano della
fanciulla; capì che quella carta era pôrta a lui, che egli la doveva
prendere; per che farne non sapeva, non aveva inteso, non voleva pure
intendere. Una ondata di quelle matte speranze che ho detto gli venne al
cervello malato. Pensò ad esclamare in risposta ai detti di lei che non
aveva compresi:
— Virginia, io ho nelle vene un sangue nobile al pari del tuo..... Io,
io sono degno di te.
Si trattenne; di tanto vegliava ancora nel fondo del suo cervello la
ragione da fargli comprendere la sua follia: si disse che non avrebbe
parlato più, perchè aprendo la bocca non era sicuro di frenare la sua
lingua. Tutta la sua timidità sentiva svanire sotto l'influsso d'una
specie d'alito infuocato che gli correva dal petto alla testa; ma mentre
il cervello sobbolliva e il cuore palpitava tremendamente, le membra gli
erano impacciate, irrigidite, come avvinte.
Per prendere quella lettera dalle mani di Virginia, che s'era
allontanata, bisognava varcare lo spazio di poco più d'un metro; erano
due passi, e Maurilio non si sentiva il coraggio e la forza di farli;
parevagli fosse quello un abisso da sorpassare. Esitò, fece uno sforzo e
riuscì ad accostarsi alla fanciulla con piede pesante.
La bellezza della donna ha certi momenti di fascino che, irresistibile,
impossibile ad esprimersi, n'è l'effetto sull'animo dell'uomo. Certe
mosse della donna che amate, senza che ne sappiate il perchè, vi fanno
bollire il sangue; uno sguardo vi caccia il fuoco in tutto l'essere; un
sorriso vi apre il cielo. L'uomo innamorato darebbe la vita, darebbe
tutto al mondo, darebbe l'onore, per potere in que' momenti stringere
fra le sue braccia quella creatura che tanto tumulto eccita in lui, e
soffocarla di baci. I sensi e lo spirito sono in quel punto eccitati ad
un trasporto supremo, ineffabile, divino; tutte le forze dell'essere,
tutte le potenze della mente, tutte le aspirazioni dell'animo si
concentrano in un solo desiderio, che è una sete, che è una rabbia, che
è un delirio. La passione rende l'uomo capace di qualunque eccesso: la
donna che sa il suo potere può in quel punto ottenere dall'uomo tanto
un'opera sublime d'eroismo, quanto il più infernale dei delitti.
Quando Maurilio si trovò ad un passo di distanza dalla bellezza divina
di quella fanciulla, subì uno di quegli influssi, si sentì trasportare
da uno di quei parossismi. Com'era bella davvero quella spigliata,
gentile persona di vergine con tanta grazia nobilmente atteggiata!
Com'erano soavi allo sguardo le pure ed artistiche linee di quella mossa
avvenente che si disegnavano nette sul fondo cilestrino della parete!
Com'era leggiadro quel viso dilicato sul cui pallore un'emozione del
momento aveva chiamato un lieve rossore alle guancie! La bocca
semiaperta pareva respirare con lieve affanno prodotto dalla intensità
d'un affetto; il seno, così voluttuoso nella sua casta bellezza, si
alzava ed abbassava soavemente come l'onda quieta d'un mare benigno; fra
le labbra di sì gentile color rosato spiccava con un effetto cui niuna
parola può riprodurre la candidezza dei denti e pareva uno splendor di
sorriso.
Maurilio le stette innanzi tremante, commosso, agitato, fremente fin
nell'intime fibre dell'esser suo. La sua casta gioventù, le contenute
forze de' suoi sensi gli desiarono con impeto irrefrenabile una tempesta
tremenda nel petto. Tante volte ne' suoi sogni egli aveva quella
fanciulla vagheggiata appunto tal quale! Ed ora se la trovava realmente
dinanzi come l'aveva desiderata, come invocata con tanto trasporto. Era
un sogno anche questo? od era stata una realtà anche quelle altre volte?
Il tumulto e la confusione de' suoi pensieri s'accrescevano; audacie mai
più immaginate gli sommovevano l'animo, desiderii che non sapeva pur
formolare gli salivano su dal cuore in subbuglio e lo soffocavano alla
gola. Perchè non le avrebbe detto ora quelle parole che tante volte
aveva detto all'immagine di lei? Perchè non avvintala alle ginocchia
colle sue braccia e trascinatosi a' suoi piedi come aveva sognato di
fare? La fronte del giovane era circondata d'una fiamma, gli occhi di
lui mandavano lampi; la sua faccia s'era trasfigurata; vi era da
ammirarlo e da averne paura.
Virginia aveva sempre la lettera in mano, la porse quasi con atto
meccanico, e il giovane volle afferrare quella destra. Le loro mani
s'incontrarono: l'urto de' fluidi fu maggiore di quello fosse stato per
mezzo degli sguardi; sussultarono ambedue, ritrassero le destre come se
le avessero abbruciate; Virginia gettò uno sguardo ratto sulla testa di
lui e fu meravigliata ed atterrita di quel fuoco che vi raggirava cupo e
profondo negli occhi. La lettera cadde a terra in mezzo a loro, e
Maurilio si gettò a raccoglierla: rimase così in ginocchio innanzi a
lei, e i suoi panni toccavano lo svolazzo degli abiti ond'era la bella
persona vestita. Passò un minuto secondo in cui s'affollarono nella
mente di lui tutt'a un tratto i pensieri d'amore, i sogni, i delirii di
tanti anni, di tante notti, di tante ore febbrili. Non potè parlare, ma
non era più la timidezza che facesse ostacolo alle parole, era la piena
soverchia dell'affetto, la troppa abbondanza delle cose. Si curvò a
terra come un credente innanzi al suo idolo, abbandona il suo capo sui
piedi della fanciulla e ruppe in singhiozzi, in esclamazioni che
parevano di dolore, in parole soffocate che non avevano senso.
— Che è ciò? domandò Virginia ritraendosi atterrita. Che fa Ella? che
vuole?..... Si alzi.
Maurilio udiva quella voce soave, ma non capiva le parole; la sua
ragione gli sfuggiva sempre più; aveva un tal tumulto nel cervello, che
pareva la pazzia vi combattesse un'aspra battaglia cui fosse per
vincere. Sollevò la faccia tutta bagnata di pianto e guardò la bellezza
di lei con occhio smarrito, splendente d'una luce febbrile. Dove fosse
non sapeva più. I più strani propositi s'affacciavano alla sua mente, ed
egli non li trovava assurdi e indegni di lui medesimo; ma se non li
attuava era solo perchè glie ne mancavano le forze. Levarsi e prendere
fra le sue braccia quella forma adorata di donna e stringerla da
soffocarla; aprire quella finestra da cui veniva la luce grigiastra del
giorno nebbioso, e con lei sul suo cuore precipitarsi e morire insieme;
portarsela come un bambino sul seno e fuggire da quel palazzo, fuggire
dalla città, fuggire, fuggire fin dove occhio d'altr'uomo non la potesse
veder più; dirle: «io t'amo, dammi un bacio» ed uccidersi ai suoi piedi.
Virginia fu spaventata per davvero; pensò suonare per chiamar gente, ma
era lontana dal cordone del campanello; le mani convulse del giovane
l'avevano afferrata ai panni; ella se ne sciolse, e ratta, come una
visione che si dilegua, fuggì della stanza. Maurilio, quando fu solo,
riebbe un po' di calma e gli tornò un po' di ragione. Stette immoto
alcun tempo, inginocchiata come si trovava, facendo girare lentamente
intorno a sè il suo torbido sguardo; fissò per un poco il punto del
tappeto su cui posavano poc'anzi i piedi di lei e parve che ve ne
scorgesse le traccie. Si gettò bocconi a quel luogo e con bocca quasi
rabbiosa baciò, ribaciò, tentò di mordere quella stoffa che a lui pareva
ritenesse l'impronta delle piante dell'adorata fanciulla. Ad un tratto
sollevò il torso e si cacciò le mani entro i capelli con mossa furibonda
di disperazione.
— Che ho fatto? esclamò. Che osai? Che le dissi? Che avrà ella giudicato
di me? Come venirle ancora innanzi agli occhi? La mi farà scacciare dal
suo cospetto pei suoi lacchè..... O mio Dio! O mio Dio!
Si strinse fra le due mani la fronte con tanta forza da farsene male.
— Ella ne ama un altro... Ella mi disprezza.... Ed io stoltamente le
lasciai scorgere nel mio cuore.... Oh fossi morto prima!...
La riazione contro quelle troppo false e troppo audaci speranze che gli
aveva fatte nascere in un momento di follia la sua immaginativa, venne
potente, terribile, da superare ogni altro sentimento, ogni altro
affetto. Delle cose del mondo e di sè nulla più glie ne importava. Che
cosa era ancora per lui il problema del suo destino che stava per essere
sciolto? A che cosa gli avrebbe giovato oramai qualunque più venturosa
ed invidiabile sorte? Era stato un malaccorto ad entrare ospite in quel
palazzo. La prima cosa a farsi ora, era di fuggire; di fuggire prima che
ignominiosamente ne lo scacciassero. Si drizzò in piedi sollecito,
guardando attorno quasi spaventato, come se temesse veder entrare i
servi che dovevano spazzarlo via da quel luogo ch'egli aveva profanato.
Corse nella sua stanza, riprese i suoi poveri vecchi panni, scrisse, per
Don Venanzio la lettera che abbiamo visto, e partì.
Corse per un po' giù della strada, urtando nella gente, urtato da chi
aveva fretta, senza direzione, da null'altro guidato che da un
prepotente bisogno d'allontanarsi, di fuggire. Nel suo cervello
continuava ad agitarsi confusamente un tumulto di pensieri
indescrivibile; il governo delle sue idee, delle sue fantasie sfuggiva
sempre più alla sua volontà. In mezzo a tutto quel subbuglio di
sentimenti e di affetti, non sapeva più districarsi, per così dire, la
sua ragione affievolita. Correva, correva, il cappello in mano, il suo
logoro mantello pendente dalle spalle, la fronte che gli ardeva esposta
alla fredda aria invernale. Tutto ad un tratto si fermò su due piedi e
si guardò attorno con aria attonita, come uomo che si sia smarrito e non
riconosca il luogo ove si trovi. L'impulso che lo cacciava innanzi
pareva cessato di colpo, ed egli si ritrovava senza forza, senza
decisione, senza energia. Nel suo interno quel tumulto tempestoso di
passione che lo tormentava era dato giù improvviso e gli aveva lasciato
un vuoto in cui non sentiva altro più che un indolorimento ed una
stanchezza. Pareva, come accade in qualche furioso temporale alla state,
che il vento, dopo aver soffiato gagliardo e sollevato nembi turbinosi
di polvere ed atterrato alberi e devastate le messi, cessa di botto e
lascia succedere un momento di calma; ma una calma spaventosa in cui
l'aria pesante non lascia avere il rifiato, in cui le nubi nere nere
pare che vi opprimano, ed a cui sapete che fra poco dovrà tener dietro
uno scoppio tremendo della bufera.
Maurilio portò la destra alla fronte e la passò sopra le ossa sporgenti
di essa con lento moto, e si palpò la testa, quasi ad accertarsi ch'egli
la teneva ancora al suo posto. Gli pareva d'esser scemo di cervello, che
tutto fosse svaporato in un attimo e che l'organo del pensiero gli si
fosse distrutto per sempre. Gli venne insieme una matta voglia di ridere
e di piangere su se medesimo; accennò un sogghigno colle labbra e si
rasciugò una lagrima che colava a stento giù delle guancie. Guardava
intorno e vedeva; ma non aveva coscienza esatta di quel che vedesse.
Passava uno di quei Lucchesi che girano il mondo a vendere le figurine
di gesso; gli nacque un gran desiderio di saltargli addosso e romper
tutti i busti e le statuette ch'egli portava sull'asse in equilibrio sul
capo; un piccolo spazzacamino se ne veniva rasente il muro, mandando il
suo monotono e melanconico grido: Maurilio fece un passo per venirgli a
tiro ed afferrarlo alla gola; fu preso dalla tentazione di andare a
strappare una legna accesa dal fuoco del caldarrostaio alla cantonata e
cacciarla in mezzo ai truccioli nella bottega del vicino legnaiuolo per
dilettarsi della vista dell'incendio che ne sarebbe nato. Ma la ragione,
ridotta per così dire all'ultimo confine del suo impero, e prossima ad
essere bandita del tutto, riagì un momento.
— Sciagurato! diss'egli a se medesimo a voce alla, percotendosi quella
fronte sotto cui lottava la sua intelligenza contro le chimere del
delirio: ma sono io dunque per diventar pazzo?
Pazzo! Questa parola, pronunciata da lui medesimo, lo spaventò. Tornò a
suscitarsi subitamente la tempesta nel suo spirito. Riprese la sua corsa
senza meta volontaria; in un attimo si trovò fuori della città sopra una
strada ronchiosa pel fango gelato, la quale si allungava tra i campi e
si perdeva nel nebbioso orizzonte. Corse giù per essa come l'ebreo
errante della leggenda cacciato da una mano misteriosa. Era per fortuna
la strada che conduceva al villaggio di cui era parroco Don Venanzio.
Questi nella carrozza del marchese veniva appunto giù della medesima in
traccia del giovane. Guardava a dritta ed a sinistra il buon vecchio
prete, con ansietà di padre, pregando colla fiducia della sua anima
religiosa, il suo Dio. Ad un tratto si sporse fuori del finestrolo dello
sportello che non ostante il freddo aveva tenuto sempre aperto, e gridò
al cocchiere:
— Fermate, fermate.
Sul ciglio del fosso della strada aveva veduto accoccolato, i gomiti
sulle ginocchia, il capo tra le mani il suo giovane amico. Scese
precipitosamente di carrozza e corse presso quell'individuo che gli era
davvero il povero Maurilio. Lo toccò sopra una spalla e con voce
amorevolissima lo chiamò per nome.
Il giovane alzò il capo e guardò innanzi a sè con aria così smarrita che
Don Venanzio se ne sgomentò di più che se avesse visto su quella faccia
le mostre della maggior disperazione.
— Maurilio, gli disse prendendogli le mani e traendolo a sè per farlo
levare, che fai tu qui? Perchè questa tua fuga? Perchè questo
abbattimento? Ora che il destino ti si volge propizio, vuoi tu mancare a
te stesso, vuoi tu esser da meno della tua novella sorte?
L'infelice seguitò a guardare come uomo che non capisce, che non ha
idee, che non ha volontà; ma si lasciò tirar su dritto in piedi, e
cedette facilmente alla mano che lo traeva verso la carrozza ferma in
mezzo la strada.
— Vieni, vieni meco, gli diceva il vecchio sacerdote, pensando che il
principale era in quel momento scuoterlo dal torpore di quella specie di
letargo e condurselo seco.
Accostò le sue labbra all'orecchio di Maurilio e soggiunse piano, ma con
forza:
— Vieni, la tua famiglia è trovata, e ti aspetta.
Il giovane diede in una scossa, guardò con indefinibile espressione il
volto del parroco ed una luce viva gli lampeggiò negli occhi rianimatisi
ad un tratto. Ma fu un lampo soltanto: curvò nuovamente il capo e
mormorò con accento di rassegnata desolazione:
— È troppo tardi.
Però si lasciò guidare docilmente alla carrozza; ubbidì senza contrasto
alla mano che dolcemente lo spingeva a salire, ed affondatosi in uno
degli angoli lasciò che il cocchio, i cui cavalli erano stati voltati di
nuovo verso la città, lo trasportasse di trotto dove altri voleva.
Don Venanzio, a cui questa strana apatia dava assai pena, cercò di
riscuoternelo.
— Ecchè? diss'egli dopo un poco, tu sei fatto di un subito così
indifferente a quello che fu sinora l'oggetto maggiore de' tuoi
pensieri? Tu non mi chiedi nemmeno chi sia questa famiglia che ti dico
avere scoperto essere la tua e trovarsi pronta ad accoglierti?
Maurilio crollò il capo con quella sua mossa abbandonata, e non rispose.
— Che avvenne egli adunque da rimutarti così compiutamente e ad un
tratto? Perchè mi scrivesti non poter più, non dover più rimanere nella
casa del marchese di Baldissero? — Fece una pausa: e poi soggiunse
lentamente: — In quella casa dove anzi dovresti rimaner sempre?
Il giovane non fece attenzione a queste parole; non le capì e non si
mosse.
— Che mistero è quella tua lettera inaspettata? Che mistero è questo tuo
contegno? Spiegamelo, te ne prego.
Maurilio tornò a crollar la testa, come per indicare che non voleva
rispondere; e si tacque.
La carrozza era già arrivata alle prime case della città. Don Venanzio
avvisò che bisognava affrettarsi a rendere consapevole della verità il
giovane, perchè a momenti si sarebbe giunti a palazzo.
— Or dunque, riprese, che vuoi tu ch'io dica, che posso io dire al
marchese, il quale ti attende per accoglierti come suo sangue?
Questa volta l'effetto fu maggiore di quello che il buon prete si
aspettasse, Maurilio sussultò come se ad un tratto una potente macchina
elettrica lo avesse colpito collo scoppio della sua scintilla.
— Suo sangue! esclamò egli curvandosi verso il prete con occhi che
sprizzavan fiamme e parlando con labbra convulse e con tremula voce.
Sangue del marchese, io!... Forse suo figlio?
Don Venanzio pose amorevolmente la sua destra tepida e morbida sulle
mani ruvide e ghiacciate del giovane.
— Suo figlio no, disse egli lentamente, ma figliuolo di sua sorella.
Maurilio guardò il sacerdote con espressione di spavento.
— Sua sorella?... Che sorella?
— Quella che fu poi la contessa di Castelletto, e in prime nozze fu
moglie di Maurilio Valpetrosa, da Milano, tuo padre.
— Valpetrosa!... Mio padre! ripetè il giovane proprio coll'accento d'un
uomo di cui la ragione vacilla. Si cacciò le mani in capo e stette un
istante raccolto in se stesso come per isforzarsi a dominare le sue
idee.
— Contessa di Castelletto: riprese egli poi dopo un poco, e la sua voce
era sorda, il respiro affannato, stentata la parola: la madre di.... di
Virginia?
Pronunziò questo nome con voce ancora più bassa e ratto come se gli
abbrucciasse le labbra.
— Sì: rispose semplicemente Don Venanzio, che non poteva pure immaginare
le cagioni di tanto turbamento nel suo giovane amico.
— Ed io, domandò Maurilio con maggiore ancora l'emozione, io sono dunque
suo fratello?
— Sicuro!
Il volto dell'infelice divenne in un subito scarlatto, le vene del collo
gli si gonfiarono tanto che parvero prossime a scoppiare; poi di
presente successe un pallore cadaverico su quelle guancie, che
apparirono più immagrite ed incavate di prima; la fiamma degli sguardi
si spense, e mandando un gemito che pareva un rantolo, l'infelice cadde
di nuovo abbandonatamente nell'angolo della carrozza, da cui s'era
staccato in sussulto un momento prima.
Don Venanzio si chinò premurosamente su di lui; Maurilio era svenuto. Il
buon parroco voleva gridare al cocchiere affrettasse la corsa verso il
palazzo; ma vide che allora appunto la carrozza voltava sotto il
portone. Si era giunti.