CAPITOLO IV.

Nel marchese padre, da qualche tempo veniva declinando assai la salute,

ed avreste detto sfuggirgli a poco a poco la vita. Il suo carattere,

divenuto taciturno e melanconico, era pur tuttavia rimasto fiero ed

orgoglioso del pari. Usciva di rado fuor del palazzo, spessi giorni non

abbandonava il suo appartamento, di frequente non discendeva manco di

letto: non si lamentava mai di nessun male, non faceva nulla, non voleva

medico intorno a sè, amava rimaner solo, passavano dei giorni intieri

senza ch'ei disserrasse le labbra a dir pure una parola. Chi avesse

conosciuto l'intima storia degli ultimi anni passati, avrebbe potuto

dire che un interno rimorso con travaglio continuo ne consumava

l'esistenza, se il suo aspetto, l'espressione della sua fisionomia non

avessero fatto troppo aperto contrasto a tale supposizione. In lui non

c'era nulla dell'uomo che si pente o soltanto rimpiange quel che ha

fatto: nè una parola, nè pur la fugace mostra d'una sensazione. Padre

Bonaventura che il più delle volte era solo ammesso alla presenza di

lui, ed al quale non si rifiutava mai l'ingresso e il marchese pareva

tenere aperto il più riposto sacrario dell'anima sua, non udì mai

parola, non sorprese mai atto nè cenno qualsiasi da cui altra cosa si

potesse indurre se non questa: che il marchese ciò che aveva fatto

sarebbe disposto a ripeterlo di tutto punto, dove ne fosse il caso.

Eppure egli veniva morendosi a poco a poco. Tutti lo scorgevano intorno

a lui, e lo scorgeva e mostrava saperlo egli pure. Quando gli si parlava

di cose avvenire, aveva un certo sorriso sulle sue labbra tirate che

mostrava com'egli non avesse più illusione di sorta sul suo destino.

L'orizzonte del suo futuro, nel pensiero come nelle parole, egli lo

limitava alla data di pochi mesi: allo scultore aveva dato egli stesso

la commissione del bassorilievo che nel sepolcro di famiglia avrebbe

segnato la sua fossa e fissatogli il tempo in cui avrebbe dovuto essere

compito; nelle mani del Re aveva rassegnato tutte le sue cariche di

Corte, e la solitudine di cui voleva essere circondato oramai era per

lui la preparazione a morire.

E che così fosse era persuaso quant'altri mai anche Nariccia. La morte

del marchese avrebbe potuto mutare le condizioni e le convenienze del

già intendente verso la famiglia, rapporto all'episodio doloroso che

riguardava la marchesina Aurora. Le parole del fratello di costei

aprirono allo scellerato un nuovo campo di speculazioni in proposito.

Certo egli era già che la povera madre avrebbe pagato vistosamente per

riavere il figliuolo creduto morto; ora le s'aggiungeva il fratello:

destramente maneggiandosi egli avrebbe potuto ricavare e dall'uno e

dall'altra i migliori guadagni del mondo, se la paura del vecchio

marchese non ne lo avesse ad ogni modo trattenuto. Ma questa paura

poteva dileguarsi: pochi mesi ancora, e chi la ispirava facilmente non

sarebbe stato più. Che cosa avrebb'egli ottenuto dai figliuoli suoi

quando egli si fosse presentato loro col bambino ricuperato, adducendo

incontrovertibili prove dell'identità del medesimo? E giustamente il

giorno dopo quello in cui era venuto da Nariccia il fratello d'Aurora a

fargliene le aperture che sappiamo, il marchese padre, assalito da nuova

debolezza, si sentiva nell'impossibilità di levarsi di letto e

confessava esser preso da una tale languidezza che gli pareva quasi

sciolto il legame che tiene l'anima incatenata al corpo. Alcuni giorni

passarono in cui quel malore venne via via crescendo; parve all'infermo

stesso fosse opportuno farsi amministrare i sacramenti onde la religione

conforta la morte dei cristiani, e fra' Bonaventura a cui glie ne disse,

pensò a tutt'altro che a dissentire.

Codesto spinse vieppiù Nariccia alla determinazione di adoprarsi in

guisa da potere, morto il marchese, presentare ad Aurora il bambino

fatto rivivere; vedremo più tardi come e che cosa egli facesse per ciò;

ma intanto si può dire fin d'ora che in breve tutto fu da lui immaginato

e preparato, perchè dopo la morte del vecchio marchese fossero

soddisfatti i voti e le speranze d'Aurora.

E di costei che cosa ne avveniva? La cresciuta infermità del padre e

l'avvicinatosi pericolo avevano consigliato al fratello d'Aurora di

tentare una riconciliazione fra il moribondo e la figliuola. Al primo

fece, per mezzo di fra' Bonaventura, inculcare la virtù del perdono,

alla seconda scrisse egli medesimo dicendo esser obbligo de' figli

innanzi all'agonia de' genitori obliar tutto e cancellar dall'animo

anche i più giusti risentimenti. Riuscì ad ottenere che il padre

consentisse ad accogliere la figliuola, e questa non si rifiutasse ad

entrare di nuovo nella casa paterna. Tra padre e figlia nel ritrovarsi

in presenza di nuovo dopo tali e tanti avvenimenti, non si scambiò una

parola d'affetto, nè un cenno pure qualsiasi che alludesse a quanto era

passato. Fu peggio che freddo il loro contegno: il dovere solo riuniva

ora quelle due persone fra esse, non più la menoma corrente di

benevolenza; nel contegno del vecchio, anzi, un'irritazione quasi un

accanimento d'ostilità, frenato, ma non punto sminuito da quello che

aveva voluto la morte di Valpetrosa e le lagrime amarissime d'Aurora.

Questa si pose a dare al padre tutte quelle cure che lo stato di lui

richiedeva, che il suo dovere di figlia imponevale; ma il vecchio mostrò

che quelle attenzioni e la presenza medesima di lei tornavangli

fastidiose, ed Aurora si tenne, per quanto le convenienze permettevano,

lontana dal letto e dalla camera paterna.

In questo stato di cose il marchese figliuolo ebbe l'infelicissima

ispirazione di credere che il vecchio padre non avrebbe voluto scendere

nella tomba senza riparare, quando ciò si potesse, al soverchio dolore

dato alla figliuola, alla barbara ingiustizia usata verso l'innocente di

lei creaturina, se pur era vero che il bambino vivo fosse stato

strappato alle braccia della madre, e condannato al disonore ed alle

miserie del trovatello. Aspettò un di in cui parve tornato qualche poco

più di forza all'infermo, e chiamando in aiuto tutto il coraggio ond'era

capace, entrò risolutamente nel discorso, e disse a suo padre dei

sospetti di Aurora, del passo ch'egli aveva fatto presso Nariccia,

dell'ambiguo contegno di costui onde ancor egli aveva sentito qualche

dubbio cui prima non avrebbe accolto mai, e finì colle più calde

suppliche e deprecazioni affinchè, se tanta crudeltà era stata veramente

commessa, non si tardasse oltre a rimediarvi, non volesse il malato

tenere sotto il peso di sì grave risponsabilità la sua vecchiaia. Il

marchese padre al discorso del figliuolo rimase in apparenza

perfettamente insensibile, da un vivo lampeggiar d'occhi all'infuori che

alle prime parole udite gli accese lo sguardo e poi tosto si spense.

Quando il fratello d'Aurora si fu taciuto, il vecchio volse verso di lui

un sogghigno ironico ed una faccia beffarda.

— E tu credi a codeste fandonie? diss'egli. Un diplomatico tuo pari, un

uomo d'ingegno, come ti ho sempre creduto!... Va, lasciami tranquillo, e

non venire altrimenti a turbare la mia quiete con simili fiabe.

Ma rimasto solo, il vecchio marchese fece venire a sè il suo servo di

confidenza e gli comandò senza indugio, andasse in cerca della Modestina

e glie la menasse il più sollecitamente possibile, facendola passare per

la segreta scaletta del palazzo e in ora tale che i figliuoli di lui non

potessero non che vederla, ma neppure avere il menomo sentore della sua

venuta. Fu egli prontamente obbedito, e poche ore dopo, quella che

doveva poi essere sopranominata la _Gattona_, trovavasi presso al letto

del vecchio marchese. Questo esigeva da lei gli raccontasse la verità,

ma proprio e tutta la verità di quello che era accaduto alla nascita di

quel bambino, cui egli aveva voluto e voleva per l'affatto smarrito; e

lo esigeva in quel modo con cui sapeva imporre a chiunque l'ubbidienza

ed a cui non c'era caso di resistere. Modestina disse tutto dal

principio alla fine; e il marchese ascoltò colla massima attenzione.

— Come segni di riconoscimento: disse il vecchio di poi, come per

confermare viemmeglio nella sua memoria la cosa; egli ha seco il rosario

d'agata della mia defunta, un bottone di livrea di vostro marito e la

carta scritta dalla vostra mano?

— Sì, signor marchese.

— Sta bene. Andate e non parlate con anima viva di quanto avete detto, e

sia per tutti, anco per voi, come se qui non foste oggi venuta, come se

questo colloquio non avesse avuto luogo mai.

Modestina giurò il più assoluto silenzio e se ne fu a' fatti suoi. Il

marchese meditò tutto quel giorno profondamente e non volle veder

nessuno nè della famiglia nè dei conoscenti tranne il fidatissimo suo

servitore. Alla sera diede a quest'esso il comando di andar a prendere e

condur seco al palazzo messer Nariccia. Con costui, del quale erasi

fatto ora mai un giusto concetto, per riuscire sicuramente nel suo

disegno, il vecchio marchese aveva pensato usare un inganno. Gli disse

che vedendosi avvicinare ogni di più il fine della sua vita, il rimorso

lo aveva assalito di aver tolto alla figliuola il suo bambino ed un gran

desiderio gli era nato di restituire a quella poveretta suo figlio,

parendogli che dopo ciò più tranquillamente avrebbe potuto avviarsi

verso la tomba; aver udito con molta soddisfazione che al bambino erano

stati posti certi contrassegni per cui riconoscerlo e poter riaverlo,

Nariccia saper egli dove questo bambino si trovasse, glie io dicesse

perchè si fosse in grado senza ritardo, di provvedere pel ricupero del

medesimo.

Nariccia, con tutta la sua accortezza, cadde compiutamente nella rete.

La cosa era troppo naturale perchè non si avesse da crederla, chi non

sapesse qual provvista d'odio avesse continuato a rammontarsi, invece

che diminuire, nell'anima fiera e crudele del marchese contro il morto

Valpetrosa e il rampollo del sangue di lui. Attonito che il marchese

sapesse così bene ogni particolare della cosa, l'ex-intendente non osò

negar nulla; ma quando il suo antico padrone volle svelasse il luogo

dove il bambino era stato posto, fu egli l'uomo più impacciato del

mondo, e per torsi d'imbarazzo fini per dire:

— A S. E. non importerà gran che il sapere ch'e' si trovi in questo o in

quell'ospizio, purchè la conclusione sia ch'Ella riabbia il bambino. Di

qualcheduno Ella avrà pur sempre bisogno il quale vada a prenderlo; chi

può far ciò meglio di me che conosco appuntino i contrassegni, e so il

giorno e l'ora precisi in cui venne il neonato deposto? Affidi dunque a

me siffatto còmpito, ed io fra quindici giorni le prometto di

presentarle il bimbo con tutti quegli oggetti che, come S. E. conosce,

ne stabiliscono l'identità.

Il marchese guardò ben fisso un istante il suo interlocutore, e poi

disse:

— Sia pure.... fra quindici giorni la cosa deve esser fatta, e conto

aver nelle mani il bambino ed i contrassegni.... Se ci mancate, guai a

voi!... Non comparitemi più dinanzi che per annunziarmi il giorno e il

momento in cui potrete farmi la consegna di quel che voglio. E di tutto

questo sopratutto, assoluto silenzio con mio figlio e con Aurora....

Siamo intesi!

Nariccia si curvò in un profondo inchino.

— Andate.

I quindici giorni non erano ancora trascorsi quando Nariccia introdotto

furtivamente presso il marchese dicevagli a bassa voce:

— Eccellenza ho nelle mie mani il bimbo.

Uno strano lampo passò negli occhi del vecchio, il quale, con impeto che

pareva indicare tornato in lui tutto il primitivo vigore, si levò a

sedere sul letto.

— Dove ce l'avete?

— A casa mia.

— Proprio desso?

— Signor sì.

— E i contrassegni?

— Ancora nel sacchetto che cucì e gli appese al collo l'Eugenia.

— Sta bene.

Successe un momento di silenzio.

— Ho da portarglielo qui io stesso quel bambino; domandò poscia

Nariccia: o che cosa ne debbo fare?

— Stassera, a mezzanotte, siate sveglio in casa vostra e pronto ad

accogliervi chi si presenterà. Verrà alcuno, a cui consegnerete ogni

cosa.

— Come si farà egli riconoscere per inviato da V. E.?

— Lo riconoscerete.

L'antico intendente non aggiunse più verbo.

Un anno o poco più era allora trascorso dalla morte di Maurilio; anche

allora si era in una fredda notte invernale come quella in cui vedemmo

cominciare il nostro racconto, e Nariccia, mentre battevano le dodici

ore al non lontano campanile della parrocchia, andava e veniva nella

fredda stanzuccia da lui abitata a quel tempo, fermandosi di quando in

quando innanzi ad una tavola sovra cui, avvolto in povere ma pulite

fascie, stava un bimbo di pochi mesi d'età, il quale dalla pallidezza

del piccolo viso, dagli occhi chiusi, dai guaiti di dolore che mandava

tratto tratto, pareva più presso a morire che non altro. L'antico

intendente non era per nulla contento dei fatti suoi, e volgendo lo

sguardo a quel fanciullo, i suoi occhi avevano un'espressione di

rincrescimento, di dispetto, di disappunto che impossibile il

descriverla. Dalla presenza di lui, Nariccia aveva sperato un momento

nuovi guadagni, maggiori di quelli che glie ne avrebbe dati il vecchio

marchese il quale non aveva promesso nulla. Dalla marchesina Aurora e da

suo fratello avrebbe egli osato domandare quel più che gli piacesse e le

sue esigenze sarebbero state subìte: dal marchese padre non poteva

pretendere nulla. Andava egli mulinando seco stesso con rabbia di questa

sua disavventura e pensando se non avrebbe potuto trovar modo per cui

raggirare il mandatario dell'antico suo padrone (e ancora non sapeva

egli tampoco chi sarebbe), quando un picchio nell'uscio lo avvertì che

la persona aspettata era giunta.

Nariccia aprì e vide entrare due uomini imbaccuccati nei mantelli, uno,

che pareva camminare a stento, sorreggendosi all'altro. Nel secondo

riconobbe tosto il servo fidatissimo del marchese, e nel primo, quando

abbassò la falda onde si copriva la faccia, dovette ravvisare con

infinita meraviglia il marchese medesimo, a cui una specie di febbre che

gli faceva lucicchiare gli occhi, unita ad una energica volontà, aveva

data la forza di sorgere e di venirsene segretamente fin là egli stesso.

— Lei Eccellenza: esclamò inchinandosi Nariccia che vide ogni

possibilità di ulteriore inganno affatto svanita.

Il marchese non rispose; andò dritto, diviato alla tavola su cui stava

il bambino e lo guardò — la similitudine è vecchissima, ma è l'unica che

si attagli — come falco che guarda la preda cui ha da ghermire. Serrò al

petto le braccia e stette un istante immobile; tutta la sua vitalità,

avreste detto, raccolta nello sguardo. Intorno a lui regnava un silenzio

di morte.

Volse di poi la faccia verso Nariccia e domandò bruscamente:

— È desso?

La sua voce aveva una vibrazione metallica che le dava un carattere più

imperioso ancora e più aspro.

Nariccia s'inchinò profondamente in segno di affermazione.

— Le prove? Ridomandò col medesimo accento il marchese.

L'antico intendente si accostò al bimbo, levò di intorno a lui un

sacchettino di tela che, appiccatogli per un legaccio al collo, stava

nascosto in un risvolto delle fascie e lo porse al marchese senza aprir

bocca.

Il padre d'Aurora aprì quella tasca e ne trasse fuori gli oggetti che vi

si contenevano; erano quelli che sappiamo: il rosario, il bottone e la

cartolina scritta dalla Luponi. Esaminò ben bene ogni cosa; poi come se

quegli oggetti gli bruciassero le mani li depose sulla tavola. Si

accostò vieppiù al fantolino, gli passò intorno al collo il cordone del

sacchetto che allora era vuoto, e si chinò su di esso a fisarlo ancora

di meglio. Cercava con avido sguardo una rassomiglianza che non riusciva

a trovare.

— È strano, disse poi, quasi parlando a se stesso: nulla vi ha in questi

tratti che ricordi quelli di _colui_... nè quelli pur di mia figlia....

Ed e' mi par molto piccino....

Si volse al servo che era sempre rimasto in un angolo con riserbatissima

discrezione:

— Venite un po' qua: gli disse. Guardate questo bambino. Vi par egli che

abbia un anno di età?

Il domestico s'appressò e guardò.

— Veramente è assai piccolo: disse.

Il marchese teneva gli occhi fissi su Nariccia, il quale stava

impassibile.

— Ma, soggiunse il servitore, di bambini a quel tempo è difficilissimo

poter giudicare a vista i mesi che hanno.

— Egli è deboluccio, a quanto pare, disse allora Nariccia, è da un po'

di giorni ch'è separato dalla nutrice, ha sofferto.

Il marchese tornò a prendere in mano e ad esaminare l'un dopo l'altro

gli oggetti che dovevano certificare la identità del figliuolo di

Maurilio. Non v'era cosa da opporvi, erano proprio dessi: il rosario che

il marchese ricordava aver appartenuto a sua moglie, il bottone collo

stemma a lui ben noto dei de Meyrand, la scritta col carattere di

Modestina. Stette ancora un poco in silenzio: non una fibra del suo

cuore palpitò di tenerezza, nè di compassione per quel povero infante,

che seguitava di quando in quando a gemicolare; poi si volse in là, come

se gli fosse uggioso il vederlo e disse a Nariccia:

— Rimettetegli addosso quella roba.

Fu caso o fu volere della Provvidenza? Mentre il marchese intendeva che

quegli oggetti fossero riposti entro la piccola tasca cui egli stesso

aveva rimessa al collo del bambino, Nariccia non fece altro che ficcarli

in mezzo ai risvolti della fascia che lo cingeva, lasciando pendere

vuoto il sacchetto al collo di lui.

— Nariccia, disse poscia il marchese con quel suo accento che era da

incutere timore a chicchessiasi: voi mi avete disubbidito, e ciò non

dimenticherò mai più. Quel bambino non aveva da trovarsi mai, e voi

stesso dovevate smarrirne le traccie: eccovelo invece innanzi agli

occhi... Ora me ne impadronisco e ne dispongo io stesso.... Stolto voi

se poteste credere ch'io mi lasciassi vincere da debolezza d'animo

fiacco e rimpiangere e voler mutare quello che ho fatto. Il figliuolo di

quel miserabile ho condannato alla sorte che gli spetta, e non ne avrà

altra nel mondo.... Voi, voi non mi comparirete più dinanzi, eccetto che

un mio ordine espresso vi richiami.

L'antico intendente non trovò parole da rispondere: era furibondo nel

suo intimo contro se stesso per esser caduto nella pania; s'inchinò

profondamente innanzi al marchese che passava più fiero che mai

dirigendosi all'uscio per partire.

— Prendete quell'involto: comandò il padre d'Aurora al servo,

accennandogli con un moto della testa il bambino: e seguitemi.

Se ne uscirono così tuttedue. Il vecchio, come se gli fosse tornata

tutta la vigoria della salute, camminava diritto della persona, colla

sua mossa superba e l'aspetto pieno d'autorità; il domestico lo seguiva

in silenzio. Si avviarono verso una delle strade le peggio rinomate

della vecchia città; e quando furono alquanto inoltrati per essa, il

marchese si fermò; il suo fidato servitore s'arrestò del pari,

interrogando collo sguardo, colla parola non osava, il padrone su ciò

che si dovesse fare.

Non v'era anima viva in quella fredda oscurità della notte; una brezza

sottile e ghiaccia soffiava alle cantonate. Il marchese additò il mezzo

dell'acciottolato della strada, dove un rigagnolo fangoso tutto

congelato rendeva ronchioso il terreno.

— Deponetelo colà: comandò al servitore.

Questi, fosse pietà che lo assalisse, o non potesse credere a tanta

barbarie nel suo padrone, esitò.

— Avete capito? disse il marchese con quell'accento che non permetteva

indugio all'obbedire.

Il servo si chinò a terra e depose pianamente su quella fanghiglia

gelata il suo fardello.

— Poverino! pensava egli: domattina lo troveranno tutto un ghiacciuolo.

Mentre stava per rialzarsi, la voce del padrone gli diede un altro

comando:

— Toglietegli quel sacchetto che gli pende dal collo e riponetelo nelle

vostre tasche.

Il domestico ubbidì; poi si volse al padrone per vedere se altro ancora

avesse da fare; ma in quella nel marchese parve venir meno ad un tratto

tutta quell'energia che fino allora lo aveva sostenuto: egli si appoggiò

alla muraglia della casa presso cui si trovava, e disse con voce appena

se intelligibile:

— Ah! mi sento mancare.

D'un balzo il servitore gli fu presso e lo sorresse nelle sue braccia.

— Glie l'avevo detto io, Eccellenza, che non si avventurasse a tanto

sforzo.

— Conducetemi a casa: mormorò il vecchio, abbandonandosi nelle braccia

del servo, il quale recandoselo quasi in braccio, s'affrettò verso il

palazzo, vi penetrò per la porticina e la scaletta, e senza che alcuno

avesse pur sentore della loro uscita, lo guidò nel suo appartamento e lo

coricò, mentre i denti del vecchio battevano dalla febbre.

Due ore dopo, il marchese alquanto riconfortato, disse al servo che non

s'era mosso dal suo fianco:

— Datemi qui quel sacchetto.

Il domestico se lo trasse di saccoccia e lo porse al giacente; ma questi

lo ebbe appena tocco colla sua mano che mandò un'esclamazione di rabbia

e disappunto: il sacchetto era vuoto.

Il marchese credette ad un inganno di Nariccia e mandò tosto da costui

quel suo servo fidatissimo perchè ne tornasse ad ogni modo con quegli

oggetti che aver voleva in poter suo. Il domestico fu di corsa in casa

l'usuraio, ma non potè ottenerne che le più vive proteste, aver egli

rimesso addosso al bambino quei contrassegni: e il mandatario del

marchese s'affrettò allora verso quel luogo dove il fanciullo era stato

abbandonato. Era presso l'alba e un pallidissimo chiarore già spuntava

sopra la collina all'orizzonte: qualche passo di cittadino mattiniere

incominciava a suonare per le strade ancora oscure, in cui venivano

spegnendosi i lampioni municipali; alcuni carri di ortolano e di lattaio

dei dintorni facevano saltare le loro ceste e le loro bigoncie correndo

sull'acciottolato al trotto dei loro ronzini sollecitati dal chioccare

importuno della frusta. Giunto a quel luogo dove il fanciullo era stato

deposto, il servo non vide più nulla; invano percorse tutta quella

straducola, il fantolino era scomparso. Dovette ritornare con queste

novelle al suo padrone, che ne rimase assai poco soddisfatto. Pareva al

marchese che il suo proposito di volere affatto smarrita quella

creaturina, corresse così pericolo di non venire ottenuto, e un giorno o

l'altro potesse ripresentarsi innanzi alla nobile sua famiglia

quell'essere che a suo vedere ne incarnava una disgraziata vergogna.

Ma, tra le emozioni di quella notte, la rabbia del non compiuto

successo, lo strapazzo fisico che la sua volontà aveva imposto al corpo

affaticato ed infermo, avvenne che la malattia del marchese il giorno

dopo s'aggravò notevolmente, ed una settimana non era ancora trascorsa

che un mesto corteo accompagnava a Baldissero, per seppellirla nel

fastoso sepolcro de' suoi maggiori, la salma del padre di Aurora.

Questa un anno dopo acconsentiva a sposare il conte di Castelletto, il

quale l'amava tuttavia, e del quale essa ignorava compiutamente la parte

avuta in quel funesto duello che le aveva tolto il primo marito. Che

ogni ulteriore ricerca del figliuolo fosse inutil cosa, le nuove

asseveranze di Nariccia congiunte colle parole del defunto marchese

avevano finito per mandare persuasi tanto Aurora medesima quanto il

fratello di lei. Da questo maritaggio nasceva poscia Virginia; ed era

questa giunta appena ai due anni, che un fatalissimo destino la orbava

del padre e della madre, e questa, morendo, la raccomandava al fratello,

a cui finalmente aveva perdonato di tutto l'animo.

Di questa lugubre storia narrava il marchese a Virginia quelle cose

soltanto ch'egli sapeva e che potevano conferire all'assunto ch'egli

s'era proposto: di far vedere alla fanciulla come un amore per uomo che

non appartenesse alla sua classe non potesse avere altro risultamento

che di dolori e sventure. Quali fossero le impressioni di Virginia

sarebbe stato difficilissimo giudicare dal suo aspetto: tanto ella aveva

ascoltato e tanto rimase anco di poi immota, senza un accento, senza uno

sguardo, senza un atto che ne rivelasse l'intimo sentire. E se avesse

dovuto dire quali fossero queste sue impressioni, non avrebbe manco

saputo ella stessa, poichè le si affollavano intralciate, confuse, poco

meno che inestricabili.

Superiore ad ogni altra era una grande compassione per la povera sua

madre. Dapprima però la sua era stata come una delusione: la madre, di

cui ella non ricordava nulla, di cui non conosceva che la mite

fisionomia dall'aria dolorosamente rassegnata, la quale le volgeva un

mesto sorriso dal ritratto ch'ella teneva appeso a capoletto come un

quadro di Madonna, la madre era per lei qualche cosa di sopraterreno, di

superiore a tutte le cose e le passioni del mondo, ed udire parlare di

cosa che poteva dirsi fallo di lei, tornava a Virginia quasi una

profanazione. Poi tosto la somiglianza del suo coll'affetto di sua madre

le destò un più ardente trasporto di simpatia verso la memoria di

quell'estinta che tanto aveva sofferto; sentì un subito moto di

repulsione verso lo zio che aveva tal dolore inflitto alla povera donna,

verso quello zio che pure era stato così buono per lei sempre, e ch'ella

s'era avvezza ad amare e venerare come padre. La barriera fra sè ed il

giovane ch'essa amava, già sapeva quasi insuperabile, il racconto dello

zio le dimostrava che era tale senza rimedio: non aveva ella mai nutrito

lusinga di speranze, ma ora più chiaro di prima le appariva l'assoluta

impossibilità d'ogni ventura.

Quand'ebbe finito il suo racconto, lo zio le prese fra le sue tuttedue

le mani e le disse con accento di amorevolezza infinita:

— Se io non fossi stato assente, Aurora, mi avrebbe confidato l'amor

suo, come tu hai fatto or ora del tuo; e sai tu quello che io le avrei

detto? «L'amor tuo è una follia: se tu vi resisti potrà esserti un

dolore, ma se ti abbandoni ad esso, sarà una colpa. Sul dolore il tempo

sparge a poco a poco pur sempre il suo balsamo infallibile, la colpa non

si cancella mai più. Tutti nella vita possono trovarsi nella cruda lotta

del dovere e della passione: per noi, classe privilegiata, questa lotta

può aver luogo più facilmente, in più frequenti occasioni, perchè sono

molti più i nostri doveri; e dobbiamo trovare nell'animo nostro tanta

forza che basti a tutti i doveri, anche quelli speciali della nostra

casta. Una fanciulla del nostro sangue non può sposare un plebeo, non

deve dunque amarlo, deve soffocare ad ogni costo l'amore che per esso

abbia imprudentemente lasciato nascersi in cuore...»

Virginia interruppe con un'esclamazione, e si levò pallida in volto,

risoluta nell'aspetto.

— Come io non isperi nulla di codesto amore, già glie lo affermai, zio;

già lo dissi al signor Benda medesimo. Viva o muoia quell'infelice, noi

siamo separati per sempre, lo so, non mi ribello a questo decreto del

nostro destino, non ripeterò l'errore della mia povera madre....

S'_egli_ vive non le prometto di cancellarmelo dal cuore. Non amerò

altri più sulla terra. Ma non lo rivedrò mai. S'_egli_ muore, voglio,

zio, vederlo un'ultima volta, dargli un ultimo addio; ed Ella non deve

negarmelo.

Il marchese fece un atto che pareva d'assentimento: e la nobil fanciulla

con mossa dignitosa e severa partissi; allora osò entrare nello studio

del padrone il cameriere, che recava: Padre Bonaventura essere venuto

lungo la giornata per parlare al signor marchese che trovavasi assente

dal palazzo, essere tornato la sera, ed averlo rinviato i domestici

dietro il preciso ordine di S. E. di nemmanco annunziarle chiunque si

fosse di persone estranee alla famiglia, aver quindi il gesuita mandato

testè una letterina pel marchese che si veniva a presentargli.

Baldissero prese quella lettera e la lesse. Era concepita ne' seguenti

termini:

«Eccellenza.

«Un gravissimo motivo mi spinge a domandarle l'onore d'una

conferenza con Lei, quanto più presto Ella voglia degnarsi

d'accordarmela.

«Si tratta d'un importante scoperta, d'un avvenimento da non

credersi, se non ci fossero le prove materiali e palpabili, d'un

vero miracolo della divina Provvidenza.

«Esso riguarda un fatto doloroso, pur troppo, della sua

famiglia, al quale Iddio volle che ancor io avessi una parte; e

per quanto io senta pena e ripugnanza a venirla ad intrattenere

di quel funesto argomento, a rievocare fatalissimi ricordi, in

presenza della gravità della cosa, sento il debito di farlo.

«Quando V. E. mi abbia inteso, mi perdonerà, e sarà persuasa che

altro non mi muove che l'interesse, l'affetto e la reverenza che

ho sempre avuta e che ho per la nobile di Lei casa e con cui mi

protesto

«Suo Umil.mo e Devot.mo Servo

«Padre BONAVENTURA

_della Compagnia di Gesù_.»

Il marchese, nel leggere queste parole, provò una dolorosa scossa. Qual

poteva essere il fatto della sua famiglia a cui aveva partecipato il

gesuita, se non quello appunto del quale aveva fino allora discorso alla

nipote, e con quanta pena dell'anima, Dio vel dica! E che cosa poteva

essere il nuovo avvenimento di cui faceva cenno il frate, il miracolo

della Provvidenza ch'egli diceva riguardo a quella funesta storia?

Invero doveva pur confessare egli a se stesso che da due giorni tutto in

lui e intorno a lui pareva cospirare a far rivivere quelle sanguinose

memorie che dopo tanti anni dovevano essere e pensava egli stesso

obliterate e sepolte: tutto, il suo pensiero, il suo rinascente rimorso,

gli eventi che parevano voler riprodurre per la nipote le tristi vicende

avvenute alla sorella. Era dunque veramente la Provvidenza che veniva

preparando le cose allo scoppio di qualche nuovo episodio di quel dramma

non ancora finito? Ma quale?... Una viva impazienza, un'ansiosa

curiosità lo assalse di saper tosto che cosa fosse questo mistero

adombratogli dalle parole del frate. Fu sul punto di uscire egli stesso

e recarsi senza indugio al convento dei Gesuiti al Carmine; ma si

trattenne. Scrisse e mandò a Padre Bonaventura la seguente risposta:

«Il marchese di Baldissero aspetta a casa sua il Reverendo Padre

Bonaventura domani alle ore nove della mattina.»

La plebe, parte IV · 第 11 / 44 题