I due padrini di Baldissero fecero un moto di assenso.

— D'altronde, continuava lo sposo d'Aurora, quello che si ha da trattare

fra chi li manda e me, esige anche da parte mia l'intravvento di

intermediarii. Faccianmi il favore di stabilire un luogo di ritrovo e

fissare un'ora, ed io manderò colà i miei rappresentanti.

— È giusto: rispose di Castelletto. Ella non vorrà stupirsi se questo

ritrovo lo fisseremo ad un'ora piuttosto vicina. Per le ragioni ch'Ella

può facilmente immaginare, il marchese brama ardentemente che ogni cosa

sia presto, assai presto finita.

Valpetrosa sorrise con mesta ironia.

— Capisco la sollecitudine del signor marchese, diss'egli, e non la

condanno; anzi la partecipo ancor io. Ma lor signori capiranno pure

come, per quanta volontà io abbia di accondiscendere alle brame del

signor marchese, mi ci vuole un certo tempo a trovare due fidati amici a

cui commettere il mio mandato, e come io, dovendomi preparare a quello

che è scopo della loro venuta con provvedere ad infinite cose, non posso

altrimenti che differire a domani l'onore di trovarmi a fronte del loro

principale.

I padrini di Baldissero mossero di subito alcuna obiezione, da cui non

si lasciò smuovere Valpetrosa, il quale dichiarò fermamente che nulla lo

avrebbe fatto cambiare di proposito a tal riguardo. Si stabilirono il

luogo e l'ora de! convegno fra i padrini, e poi sì separarono. Lo sposo

d'Aurora non tardò a trovare due amici che acconsentirono a rendergli

quel funesto servizio, e si decise che il duello _all'ultimo sangue_

avrebbe avuto luogo il domattina per tempissimo, arma la spada.

Tutto quel giorno Valpetrosa ebbe lo straordinario coraggio di comparire

in presenza di sua moglie e di sua madre più lieto, sereno e tranquillo

che mai; se vi fu un cambiamento in lui non si mostrò che nella

tenerezza dell'affetto che si sarebbe detta più espansiva e maggiore;

potè avere la forza d'animo di parlare con Aurora dell'avvenire, di

confortarla colle più lusinghiere speranze d'un destino migliore, di

parlare delle gioie che la nascita del loro bambino avrebbe arrecato a

far più prezioso e più santo ancora il diviso amor loro. E in cuore il

misero aveva pur troppo i più funesti presentimenti; e la sua natura

abitualmente risoluta era tutto ondeggiante fra le più opposte

contraddizioni. Ora non voleva difendersi, voleva disarmare il suo

avversario colla mitezza del suo contegno, presentandogli il petto

indifeso, chi sa che alcun resto dell'antico affetto non fosse ancora

per lui nell'animo di Baldissero, ed al vederlo così non si ridestasse

tornando quale al tempo della loro amicizia? pensò perfino un momento —

ma fu un solo momento — ad umiliarsi innanzi all'avversario, a tentare

di vincerne colle parole e colle supplicazioni la collera, a dirgli come

di loro l'uno a niun modo potesse uccider l'altro, perchè egli non

doveva tornare dalla sua sposa lordo del sangue del fratello di lei, e

questi non poteva presentarsi alla sorella, omicida dell'uomo a cui ella

aveva dato l'amore, la sua sorte, tutto di sè. Ora invece egli pensava a

difendersi con ogni vigore, a combattere con accanimento, ad offendere

con feroce ardimento. I vincoli del sangue, le memorie dell'antico

affetto non dovevano aver più ragione alcuna di farlo riguardoso verso i

giorni di Baldissero: non s'aveva da veder più in costui che un fiero

nemico il quale veniva per distruggere la sua felicità. Era suo diritto,

era suo dovere, anche per Aurora, il ripulsarne, fosse pur colla sua

morte, la minaccia e l'offesa.

Ed era egli tuttavia colla tenzone di questi varii pensieri in capo

quando il mattino di poi Valpetrosa vide giunta l'ora di recarsi al

fatale convegno. A Nariccia, col quale il giorno innanzi aveva terminato

ogni cosa che occorresse per quel certo aggiustamento che ho detto; a

Nariccia, cui aveva pregato di un ultimo abboccamento prima dello

scontro, Valpetrosa diede la lettera per la moglie e per la madre e

tutte le più minute istruzioni sul modo di governarsi, ed ottenuto anco

una volta i più solenni giuramenti di fedeltà da quell'ipocrita,

partissi accompagnato da' suoi padrini pel luogo del ritrovo, mentre

Aurora, ignara affatto d'ogni cosa, dormiva tuttavia tranquillamente.

Quale fosse l'esito del duello fra il marchese di Baldissero e Maurilio

Valpetrosa, lo sappiamo già dalle parole che dal primo di costoro

sorprendemmo pronunziate a se stesso in un momento d'angoscia

nell'attesa del figlio e poscia nel suo colloquio col Governatore.

Non vi narrerò la desolante scena che avvenne quando in casa di Maurilio

Valpetrosa fu quest'ultimo recato in aspetto di cadavere, innanzi alla

povera Aurora che di nulla sapeva, ma che pur tuttavia era turbata da

un'indefinibile inquietudine che era un presentimento di sventura. Il

marchese di Baldissero non volle, non osò presentarsi innanzi alla

sorella per annunziarle cotanta disgrazia; e nessuno l'osò di quelli che

avevano assistito al duello fatale, da Nariccia in fuori, a cui si diede

e il quale accettò l'incarico di correre a preparare, per quanto fosse

possibile, al brutto colpo l'anima sensitiva dell'infelice amante. Ma

Nariccia, fosse insufficienza in lui al dilicato ufficio, fosse anche (e

di quel tristo ben può pensarsi cotanto orribile disegno) uno scellerato

proposito di ferire mortalmente al cuore la misera donna, annunziò la

cosa in modo che Aurora svenne e parve dovesse morire di quel colpo

ancor essa. La madre di Valpetrosa non aveva guari maggior forza e

coraggio della sposa di lui. Il trafitto recato con ogni precauzione a

casa, non potè parlar più, non potè più esprimere che cogli sguardi i

suoi ultimi addii alle dilette persone del suo cuore, e raccomandarle

ancora a Nariccia, e morì fra le braccia delle sconsolatissime donne.

Fu allora che primamente Baldissero ardì entrare in quella casa in cui

egli aveva recato il dolore. Aurora giaceva priva di sensi abbandonata

sul corpo di suo marito che abbracciava strettamente: la vecchia madre,

in un accesso di dolore furibondo, malediva colei che aveva portato al

suo figliuolo la barbara morte immatura.

Baldissero sentì stringersi il cuore, e fino da quel momento gli penetrò

nell'animo quel dubbio crudele che gli abbiamo udito manifestare tanti

anni dopo all'epoca del nostro racconto, quando si domandava, s'egli

aveva avuto il diritto di troncare colla spada dell'omicida il nodo di

quelle due esistenze, se Dio aveva da perdonargli l'aver versato quel

sangue.

Mentre il marchese rimaneva colà fermo, immobile, sovraccolto, la faccia

pallida, i lineamenti contratti, stretto il cuore da un'emozione

impossibile a dirsi, Nariccia gli si appressò rispettosamente, e gli

parlò piano:

— Che ordina Ella si faccia?

Il fratello d'Aurora volse su di lui uno sguardo torbido e semispento.

— Lasciamo quell'infelice al suo dolore. L'intendente s'appressò ancora

di più al figliuolo del suo padrone e soggiunse con voce ancora più

bassa:

— Mi rincresce, ma ho altri ordini da S. E. il marchese suo padre.

Baldissero levò la testa con qualche vivacità:

— Ah! quali?

— Trar subito fuori di questa casa l'illustrissima signora marchesina

Aurora.

— Per condurla dove?

— Ho già preso a pigione una comoda casetta fuori di città dove è

intenzione di S. E. che nascostamente da tutti la stia finchè siasi

sgravata... E mi pare opportuno profittare di questo suo stato medesimo

per togliere la signora marchesina di qua.

Il marchese stette un momento sopra pensiero e poi rispose

asciuttamente:

— Fate quel che vi ha comandato mio padre.

Quando Aurora tornò in sè la si trovò in letto entro una stanza che non

aveva visto mai, con intorno un medico sconosciuto, la sua cameriera

Modestina e dietro le cortine del letto l'ombra d'un uomo ch'ella non

poteva scorgere chi fosse.

Dapprincipio non la si ricordò di nulla; non sentiva che un

indolorimento generale, e per raccogliere il suo pensiero aveva bisogno

d'uno sforzo penosissimo che gli tornava come una viva trafittura al

cervello. Ma poi venne la funesta memoria: gittò un grido e volle

gettarsi giù dal letto: ve la trattennero con amorosa violenza.

— Lasciatemi, lasciatemi.... Il mio Maurilio!.... Il mio Maurilio!....

Dov'è?... Voglio vederlo ancora.... Siate pietosi.... Vo' morire con

lui.

L'ombra d'uomo dietro le tende s'agitò, si mosse e come tratto da una

forza esteriore, venne fuori con passo lento, quasi riluttante fino

all'arrivo degli sguardi della giacente.

Questa mandò un'esclamazione soffocata che pareva di sorpresa: si lasciò

andare sul letto senza più sforzi per togliersene, guardò fiso fiso un

istante la faccia di quell'uomo che pareva non poter riconoscere. Dopo

un poco allargò le pupille, come sotto l'impressione d'un insuperabile

orrore, si trasse indietro sui cuscini più che potè, allungando innanzi

le braccia come per respingere un'orribile visione ed esclamò con

accento pieno di ribrezzo, di sdegno, d'odio:

— Via, via, via!.... Tu qui!.... Tu osi venir qui!...

Il fratello d'Aurora si ritrasse; uscì di quella stanza con infinita

oppressura dell'anima.

La misera diede nuovamente in ismanie: ma il medico che le stava al

fianco trovò pure le magiche parole con cui ricondurla alla calma,

infonderle forza e coraggio.

— Se la fa di questa guisa, le disse, la si uccide.

Aurora lo guardò con una certa espressione che significava chiaramente:

— E che m'importa? Se gli è questo appunto ch'io voglio!

Ma il medico lesto a soggiungere:

— E la sua morte sarà quella eziandio della innocente creaturina che

porta nel suo seno. Ella ha l'obbligo, il sacrosanto obbligo di

conservarsi per suo figlio.

Aurora non rispose parola: ma si calmò di presente; stette lungo tempo

sopra pensiero, muta, immobile, appena se con sembianza di viva, tanto

era pallida, solo che tratto tratto due grosse lagrime le colavano giù

delle guancie. Quando il medico tornò a vederla, ella gli disse piano:

— Ha ragione. Debbo vivere per mio figlio: e lo voglio... Mi faccia

guarire.

Il medico si pose con tutta la sua scienza e con tutto il suo zelo a

lottare contro la morte che pareva aver già posto il suo artiglio su

quella infelice; e la lotta fu varia, lunga, dolorosa.

Mai non fu che il marchese fratello d'Aurora le comparisse dinanzi: il

medico lo aveva assolutamente proibito: ma Baldissero seguiva con ansia

e sollecitudine l'andamento della malattia di lei, nè si sarebbe mosso

di colà se notizie arrivate di Madrid non avessero costrettolo ad una

ratta partenza. Suo figlio nato da poco, Ettore, era stato assalito da

una di quelle malattie infantili che tante vite mietono nella prima età

e temevasi pei giorni suoi. Il marchese raccomandò la sorella a

Nariccia, e partì.

Ed era proprio in buone mani, la povera Aurora, affidata alle cure di

quel tristo uomo di Nariccia, il quale veniva dicendosi fra sè con

cinica e scellerata speranza:

— Se questa donna morisse, portando seco nel mondo di là il frutto del

suo amore, chi vi sarebbe ancora a cui dovrei dar conto dei capitali di

Valpetrosa?

Legalmente egli s'era già governato di modo da non avere ostacolo

nessuno alla sua ruba, poichè aveva fra le carte dell'ucciso Valpetrosa

frugato, trovato quella sua dichiara che certificava simulata la

cessione, presala e distruttala: ma se la vedova e il figliuolo del

derubato sparissero, tanto di meglio: alla madre di Maurilio contava

dare una piccola somma per azzittirla.

Ma dopo alcuni giorni intorno all'ammalata venne da Torino un'altra

persona, mandata dal padre medesimo di lei: il frate Bonaventura, il

quale Aurora guarita e liberata, doveva poi condurre al scelto

monastero: e la misera vedova di Valpetrosa fu dunque in piena balìa di

queste tre persone: Nariccia, il gesuita e la fante Modestina Luponi.

Quella che per si poco tempo era stata sua suocera non sapeva dove

Aurora fosse riparata, nè ancorchè lo avesse saputo avrebbe cercato

vederla: ned Aurora chiese mai menomamente di lei.

Non andò gran tempo che una quarta persona si aggiunse a prestare le sue

cure alla giacente, e queste furono le cure veramente amorevoli ch'ella

ebbe. La cameriera, Modestina, si lagnava che da sola erale troppo

faticoso e poco meno che impossibile il bastare ai moltissimi ed

incessanti uffizi da rendersi all'ammalata, e siccome se a quella

piccola schiera in mezzo a cui viveva Aurora era da aggiungersi una

persona, questa volevasi delle più fidate, Modestina, che tutta oramai

s'era posta ai servigi di Nariccia e di Padre Bonaventura uniti in una

comune e strettissima lega d'interessi, suggerì ella stessa una donna

che secondo lei poteva ed era dispostissima ad aiutarla nell'accudire

l'inferma, senza pericolo di ciarle o d'indiscrezioni qualsiasi: ed era

questa insieme una buona opera che la Modestina, in quel tempo non

ancora trista del tutto, come quando la conoscemmo noi sotto il nome di

_Gattona_, invecchiata e pezzente, faceva in vantaggio d'una povera

vittima, che era sua cognata, la moglie di suo fratello Michele,

soprannominato più tardi _Stracciaferro_.

E qui ci occorre fare una nuova digressione per narrare brevemente la

storia di questa infelice.

Si chiamava Eugenia ed era figliuola di un armaiuolo; questi che un

tempo se la ricavava per benino, aveva fatto dare alla figliuola un po'

d'educazione di cui essa, dotata d'un ingegno non comune, d'una buona

volontà eccezionale e di una rarissima disposizione ad apprendere, aveva

tratto un tal profitto che si sarebbe giudicato impossibile. Bellissima

e virtuosissima, aveva intorno una nuvola di galanti, da cui era la sua

saviezza sola a difenderla, perchè sua madre era morta, e suo padre,

sempre inclinato al vizio, s'era ora buttato sulla mala strada

addirittura e crescevano in lui lo sciupo del danaro, la smania dei

bagordi nella proporzione diretta con cui diminuivano il lavoro ed i

guadagni.

Michele era allora maestro di scherma; era di umore irascibile, di

carattere impetuoso, d'abitudini manesche, conscio della sua forza e

facilmente tracotante, ma non aveva commesso ancora atto che si potesse

dir disonesto. La sua abilità nel mestiere gli dava sufficienti

guadagni, e il marchese di Baldissero dietro la raccomandazione della

cameriera di sua figlia (sorella di Michele) lo aveva fatto nominare

eziandio maestro all'Accademia militare. Per ragione del suo mestiere.

Michele aveva dapprima conosciuto l'armaiuolo padre di Eugenia, e veduto

poscia quest'essa se n'era fieramente innamorato. Aveva cercato ogni

maniera per diventare intrinseco dell'armaiuolo; e siccome la più facile

era quella di farglisi compagno nella vita disordinata ch'ei menava,

Michele, il quale aveva pur esso le medesime tendenze, non trascurò

questo mezzo e divenne il compagno assiduo delle orgie e dei bagordi di

quello sciagurato, il quale in breve tempo ebbe la maggiore ammirazione

e della robustezza di stomaco del maestro di scherma che ingollava vino

a bizzeffe senza manco darsene per inteso e della forza straordinaria

dei muscoli di lui che lo facevano temuto e rispettato da tutti e la

miglior salvaguardia per quelli che fossero dalla sua in ogni baruffa

che potesse nascere, tanto che non poteva più passarsela senza l'amico

Michele.

Quando adunque quest'ultimo ebbe fatto appena un cenno del suo amore per

Eugenia e del suo desiderio d'ottenerla, il padre di lei glie la gettò,

come si suol dire, fra le braccia, lieto e di far cosa grata al suo

amicone, e per dir tutto il vero, di sbarazzarsi d'un imbarazzo e d'una

spesa.

Eugenia non amava nessuno, ma l'ideale dell'uomo a cui avrebbe voluto

dare il suo bel cuore ed il suo animo eletto era ben diverso da quello

che suo padre le presentava in isposo. La grossolanità fisica, morale ed

intellettiva di quell'omaccione facevano il più spiccato contrapposto

colla delicatezza di lei: tutto in essa si ribellava a codesta che in

fatti era una mostruosa unione, e più che un presentimento la certezza

d'un'infelicissima sorte le si affacciava alla mente. Volle contrastare,

ma essa era debole, mite, timida; ed ai primi peritosissimi detti che

ardì pronunziare di opposizione e diniego, il padre la rimbeccò con tale

violenza ch'ella non ebbe altro scampo che curvare il capo e tacersi.

Sposò adunque Michele, ma senza farsi la menoma illusione sul conto di

lui, sulla possibilità di trarlo a miglior condotta, sul destino che

l'aspettava: andò realmente come vittima rassegnata all'altare, e le sue

previsioni e le sue paure avevano pur troppo ad essere tutte effettuate!

La condotta di Michele non si mutò pel matrimonio e non accennò neppure

volersi mutare; ma tuttavia da principio l'amore che aveva per Eugenia,

se con questo nobil nome può pure chiamarsi il sentimento affatto

materiale di desiderio che gli ispirava la bellezza di quella giovane,

la mite dolcezza di lei e quell'influsso inesplicabile che in certa

misura esercita anche sull'animo più rozzo la grazia d'una donna

gentile, poterono ottenere che almanco verso la moglie quello sciagurato

usasse alcun riguardo e mostrasse qualche rispetto: così che quando

tornava a casa concitato dai bevuti liquori, coll'anima sconvolta e

l'umore inasprito dalla perdita nel giuoco, dalle liti che sempre

finivano male pei suoi avversari grazie alla sua forza erculea, e cui

sempre era il suo spirito tracotante a provocare, Michele cercava di

nascondere il suo stato alla giovane moglie e si faceva uno studio di

non dirigerle pure la parola. Ma questa specie di suggezione non volle

durar lungo tempo. Non tardò guari ad accorgersi il marito, che la sua

presenza, i suoi modi, le grossolane manifestazioni de' suoi ardori non

cagionavano in Eugenia che una ripugnanza invano voluta dissimulare;

sotto l'azione del dispetto ch'e' ne sentì, scomparve anche quella

suggezione che prima si prendeva di lei; cominciò dalle rampogne e da

quelle ond'era capace la sua anima bassa e volgare, ne venne alle

minaccie, senza più riguardo nessuno si mostrò in tutta la bruttezza

della sua indole; la qual cosa se fosse atta a scemare quel sentimento

di ripulsione che era in lei giudicatelo voi.

Frattanto, come sempre accade, anche le condizioni materiali di quella

famigliuola andavano peggiorando. Il padre d'Eugenia aveva fatto capo ad

un fallimento in conseguenza del quale aveva dovuto smettere il fondaco

e vivere oramai di varii, incerti e non sempre onorevoli spedienti, a

cercare e mettere in atto i quali concorreva massimamente Michele.

Questi da parte sua, per la mala condotta, aveva perduto il posto da

maestro all'_Accademia militare_, e vedeva ogni dì più dimagrarsi di

accorrenti e di allievi la sua _sala di scherma_. Se _malesuada_,

secondo il poeta latino, è la fame, più mal consigliero ancora è il

vizio che non ha più mezzi di soddisfare le sue accanite ed empie

voglie: un dì Michele e lo suocero furono implicati in un certo processo

di truffa, ed andarono tuttidue a far conoscenza la prima volta col pane

di prigione. Furono condannati a più anni di carcere: il padre d'Eugenia

dopo non molto tempo ci morì; lo sciagurato di lei marito fu onninamente

perduto, perchè colà strinse conoscenza e lega coi più scellerati fra i

delinquenti, primo dei quali quel _Graffigna_ che, conosciuto ben tosto

il giunto della corazza in quel robusto colosso, seppe colla sua felina

accortezza insinuarvisi nell'animo e governarlo a suo talento.

La povera moglie di Michele rimase adunque sola, senza mezzi di fortuna,

con una salute resa cagionevole dai sofferti affanni, coll'onta d'avere

padre e marito colpevoli, e per maggior sventura portando nel seno un

frutto del materiale amore di Michele. Gli era in queste condizioni che

l'aveva lasciata la Modestina, quando insieme colla padroncina erasi

fuggita per alla volta di Milano. Siccome Eugenia erasi venuta

raccomandando più volte alla cognata, e questa non poteva a meno che

sentire alcuna pietà per lo stato veramente compassionevole in cui

quell'infelice era ridotta, trattandosi poscia di avere qualcheduna a

compagna nelle cure da prestarsi alla marchesina Aurora, la sorella di

Michele propose e riuscì a fare aggradire da Padre Bonaventura e da

Nariccia che a questo ufficio fosse chiamata Eugenia, della segretezza

della quale essa si rendeva compiutamente garante. Aveva inoltre la

Modestina in codesto un'altra idea ed un'altra speranza: ed era che

Eugenia essendo per diventar madre ancor essa, quantunque la liberazione

di lei dovesse venire qualche mese dopo quella di Aurora, potesse

tuttavia combinarsi che la medesima diventasse poi nutrice, custode ed

allevatrice del figliuolo della marchesina, la qual cosa

all'immaginativa non infeconda della Modestina si presentava come

sorgente e cagione di prosperità e di vantaggi, non che per sua cognata,

ma eziandio per sè.

Padre Bonaventura, incaricato di arruolare a quella piccola schiera

l'Eugenia, di darle le sue istruzioni e di condurla seco, riuscì

compiutamente nella sua missione; e come già dissi, Aurora ebbe quindi

delle cure veramente amorevoli, poichè l'anima pietosa della nuova

attendente a' suoi bisogni non tardò a porre in lei e nelle sue

condizioni il maggior interesse possibile ed un verace, sincero affetto.

Venne finalmente il giorno fatale. Aurora diede alla luce un bambino, di

cui, fino da quel primo stadio di vita, non potevano essere più dilicate

le forme, nè più avvenente l'aspetto. Nel trasporto ineffabile di quella

divina gioia della maternità, la misera dimenticò tutti i suoi passati

dolori, tutto il buio dell'avvenire che le si minacciava. Coprì quella

piccola, bellissima creaturina di baci e di lacrime, in cui si stemperò

la infinita tenerezza dell'anima sua; le parve fosse ricomparsa in

quelle deboli forme di neonato per accompagnarla ancora nella vita,

l'anima amorosa di quell'uomo che essa aveva supremamente amato: tutto

il suo mondo, l'esistenza, ogni affetto sentì concentrati per sempre in

quel debole bambinello, che già pareva sorriderle. Si ricordò di botto

del voto tante volte manifestato dal suo sposo, che il nascituro, se

maschio, portasse il medesimo nome di lui; volle che presso al suo letto

senza ritardo Padre Bonaventura battezzasse il neonato e gl'imponesse

tosto quel nome adorato: Maurilio; dopo tanti e tanti giorni di spasimi,

di affanni, di atrocissimi tormenti, la misera sentì finalmente un

istante di celestiale beatitudine quando, stringendosi al suo seno suo

figlio, cadde in un lieve sopore, di cui sentiva il riposo, e nel quale

pure si sentiva vivere, e sentiva fra le sue braccia il dolce carco del

figlio, sopore di cui non è descrivibile, appena immaginabile, se non da

una madre, la profonda dolcezza.

E intanto l'intendente di suo padre ed il gesuita pensavano a darle un

nuovo e massimo dolore, congiuravano per decidere il come toglierle quel

bambino condannato all'obblio, alla miseria morale e materiale del

trovatello, dall'odio implacabile di colui che era pure suo avolo.

Ben sapevano che farla acconsentire a separarsi dal suo figliuolo era

cosa impossibile; erano più che certi, quand'ella avesse avuto sentore

dello scellerato loro disegno, che Aurora avrebbe difeso il bambino

colla forza indomabile di quell'amore materno che non ha pari sulla

terra; decisero pertanto ricorrere all'astuzia, e levarle di letto il

piccino quando la fosse addormentata.

Vedete meraviglia di quel sovrumano affetto di madre! Mentre i due

tristi nella camera vicina complottavano a bassa voce, proprio come si

fa per combinare un delitto, Aurora dormiva chetamente nel più soave de'

riposi che si possa gustar mai: pareva dunque affatto propizio quel

momento medesimo ad eseguire l'empio rapimento, e i due malvagi non

vollero perder tempo; entrarono dunque con infinita precauzione in

quella stanza dove presso il letto della dormiente stavano sedute le due

cognate Modestina ed Eugenia. Ma non avevano appena varcata quella

soglia con passo guardingo, che la puerpera si svegliava in sussulto e

fissava su di loro uno sguardo inquieto, scrutatore, sospettoso,

sgomento. Un inesplicabile istinto l'aveva di subito riscossa ed

ammonita del pericolo; strinse fra le braccia il neonato e chiese a que'

due con accento in cui c'era alquanto dell'orgogliosa supremazia della

famiglia Baldissero:

— Che cosa vogliono? Perchè entrano nella mia camera senza farsi

annunziare mentr'io riposo?

L'imbarazzo ch'ella scorse sul volto dell'uno e dell'altro, accrebbe i

suoi sospetti. Nariccia si confuse in umili proteste e domande di

perdono; il frate parlò dell'interesse che aveva per la salute temporale

e spirituale di lei e dei debiti del suo ministero che lo chiamavano

intorno a chi soffrisse sì dell'anima che del corpo. Aurora giurò a se

stessa che non avrebbe smesso nè dì nè notte della più attenta vigilanza

sul suo bambino.

Rimasti un poco, Nariccia tolse licenza pel primo e passando innanzi

alla Modestina le fece un piccol cenno che le comandava lo seguisse

nelle altre stanze; la cameriera comprese e si affrettò ad obbedire;

dopo alcuni minuti anche fra Bonaventura s'alzò e partì. Aurora, per una

affatto nuova finezza d'intuizione e d'indovinamento, comprese press'a

poco ciò che si voleva: si rivolse con accalorato accento all'Eugenia

che era rimasta sola:

— Tu, le disse, mostri all'aspetto di avere un'anima bella e pietosa;

stai per diventar madre tu pure e proverai, e già senti per certo che

stretto, indissolubil legame ci avvince alla creatura delle nostre

viscere; per la pietà che l'ispirano i casi miei, per l'amor di Dio, per

quell'essere che avrà vita da te, Eugenia, ti scongiuro, tu non

tradirmi, tu non unirti a chi vuole i miei danni, tu aiutami a difender

me e mio figlio dalle insidie altrui.

La povera donna aveva gli occhi e la voce pieni di pianto. Eugenia

commossa promise tutto ciò che volle l'inferma.

— Vogliono disgiungermi da mio figlio, continuava quest'essa, lo sento,

lo so. Mio figlio che è l'unico bene che mi rimane!

Prese il bambino, lo sollevò all'altezza della sua faccia e lo baciò con

passione.

— Povero piccino! Nato appena, hai già nemici così accaniti che ti

vogliono togliere tutta la ventura che ti ha concesso Iddio, l'amor di

tua madre. Eugenia, se tu vuoi che la Provvidenza conceda fortuna a tuo

figlio, sta dalla mia parte e concorri meco a salvarmelo.... Dio!

Puniscimi de' miei falli nella più crudel guisa che tu vuoi, ma non in

questa, non togliendomi questo povero innocente. Lo raccomando alla tua

pietà, Vergine Santa, che conoscesti l'amore di madre; mi raccomando

anche a te, anima di mia madre, che non devi volere tanto strazio della

tua figliuola.

Un'idea le venne, quasi un'ispirazione, staccò dal capoletto il rosario

d'agata di sua madre, cui aveva portato seco e lo passò al collo del

neonato, come volendo porlo con ciò sotto l'immediata protezione di

quell'anima benedetta.

— Questo rosario, soggiunse, ti sia, o Maurilio, come un sacrosanto

talismano. Tu non avrai a lasciarlo più nella tua vita.... Ricordatene

anche tu, Eugenia, e s'io morissi, lo dirai tu a mio figlio: «quella è

la memoria di tua madre, serbala cara come un pegno dell'amor suo.»

In questo frattempo, nella camera vicina Nariccia e Padre Bonaventura

riuscivano senza troppi sforzi, colla promessa d'una somma in di più di

quelle già stipulate, a trarre complice al loro proposito la Modestina.

Bene pareva dapprima a costei troppo crudel cosa quella che le veniva

proposta a danno della sua padrona; ella aveva sì immaginato che quel

figliuolo d'un matrimonio odiato e disprezzato dal marchese sarebbe

tenuto lontano dalla nobile famiglia ed aveva anzi contato che ella

stessa potrebbe fare dei buoni guadagni in proposito, dando come nutrice

al bambino l'Eugenia che fra pochi mesi sarebbe stata madre ancor essa e

facendosi accettare lei medesima come allevatrice e custode di esso: mai

più non avrebbe creduto che quell'innocente bambino fosse gettato fra i

trovatelli e che essa a codesto avesse da por mano; ma quella certa

somma che ho detto vinse ogni scrupolo.

La sorte volle favorire essa medesima gli empi disegni orditi a danno

del figliuolo di Valpetrosa: una violentissima febbre sopravvenuta ad

Aurora, pose e tenne in grave pericolo parecchi giorni la vita di lei e

la trasse per una settimana affatto fuor di senno. Nariccia pensò

opportunissima l'occasione di fare sparire il bambino. Modestina essa

medesima lo prese dal letto della madre assalita dal delirio; ma

Eugenia, che aveva data pochi giorni prima alla infelice madre la

promessa che noi sappiamo, tentò con ogni suo mezzo opporsi all'iniquo

ratto. Ebbe essa tutti contro di sè, anche la cognata, e finì per cedere

più che all'autorità di Padre Bonaventura, che impiegò tutti i mezzi

della sua eloquenza gesuitica a persuaderla, alla promessa d'una somma

che le assicurava un boccone di pane per quel tempo in cui la nascita e

le prime cure da darsi a quella creatura ch'ella portava nel suo seno le

avrebbero impedito di poter lavorare tanto da guadagnarsene.

Nariccia avrebbe egli medesimo recato seco l'infante e dispostone a suo

grado, senza che nessun degli altri complici sapesse il come. Eugenia

pregò che almanco al collo del bambino si lasciasse il rosario che la

madre gli aveva messo, come vedemmo, e che alcun altro segno gli si

ponesse per cui poterlo riconoscere poi in quell'ospizio od in

quell'altro luogo qualunque in cui l'infelice venisse abbandonato.

Modestina entrò facilmente nelle ragioni della cognata; una specie di

sentimento superstizioso la persuase che s'ella a quel misero, cui

concorreva a rigettar dal seno della famiglia, dèsse alcun mezzo per cui

gli fosse possibile poi il rinvenire ancora questa famiglia medesima,

diminuirebbe la gravità del suo fallo; pose in un sacchetto fatto

appositamente il rosario d'agata, un bottone di livrea che aveva

appartenuto a suo marito, domestico un tempo della casa de Meyrand, ed

un biglietto, che scrisse ella medesima, per dire a coloro, chiunque si

fossero, nelle cui mani capitasse il neonato, qual nome fosse il suo e

per raccomandarlo alla loro pietà, e quel sacchetto unì alle fascie onde

il bambino era avvolto. Nariccia lo prese con sè tal quale una notte e

partissi solo con esso in un legnetto che guidava egli stesso, senza che

alcuno mai sapesse a qual parte si dirigesse. Stette assente parecchi

giorni e poi tornò presso di Aurora; ma il giorno prima erasi egli

presentato al marchese padre ed avevagli detto:

— Tutto è aggiustato.

— Aurora? Aveva domandato il marchese fissando lo sguardo interrogativo

sul suo intendente.

— Le nacque un figliuolo.

— E?...

— E questi è sparito.

— Morto?

— No: ma finchè Ella vorrà sarà come se sia tale.

— Lo vorrò sempre: disse con voce secca il marchese.

Nariccia s'inchinò.

— E sarà secondo il suo volere.

— Voi sapete dove egli si trova?

L'intendente fece un cenno affermativo.

— E se voleste rinvenirlo ancora, lo potreste?

— Signor sì.

— Gli avete lasciati mezzi di riconoscerlo?

— Glie li ho lasciati.

— Ed alcun altro li conosce?

— Signor no. Fuori di me nessuno potrebbe riaverlo.

— Sarà il meglio che questo modo lo dimentichiate anche voi.

Nariccia tornò ad inchinarsi senza rispondere.

Il marchese si alzò, prese da uno stipo un forte sacchetto di denari e

lo pose in mano all'intendente.

— Eccovi trenta mila lire: disse: ne darete venti mila a quell'ospizio

che voi sapete perchè sieno conservate a quell'esposto consegnato nel

giorno e nell'ora e coi connotati che voi indicherete: il resto vi

risarcirà delle spese che avete dovuto incontrare in quest'occasione.

Nariccia prese i denari, s'inchinò profondamente ed uscì senza

aggiungere parola. Nessuno degli ospizi di trovatelli che esistevano

allora in Italia ebbe pure un soldo di quella somma. Che cosa il

trist'uomo avesse poi fatto del figliuolo di quel Valpetrosa che tanto

si era in lui affidato, non è ancora giunto il momento di saperlo, ma lo

apprenderemo poi.

Dopo quel colloquio col marchese padre, l'intendente ripartiva per la

Lombardia e giungeva nella riposta casa dove era ricoverata Aurora,

trovandola ancora nel medesimo stato di delirante e nel medesimo pencolo

di vita. Ma pure quell'infelice donna (e fu questa per lei una

ventura?), contro ogni previsione, potè resistere a quel male e

vincerlo. Un bel dì la si svegliò come da un lungo sonno, colla mente

intorpidita, rotta tutta la persona, confuse tutte le sensazioni, ma

presente la volontà, riviva la coscienza, tornata la memoria. Non si

poteva movere, ma fece uno sforzo per cui riuscì a staccare da sè la

mano e tenderla nel letto a sè vicino al luogo dove stava suo figlio;

non trovò nulla; radunò ogni suo vigore per volger la testa e con grande

stento lo potè fare; non vide nulla. Volle mandare un grido e fece un

sobbalzo nel letto per levarsi a sedere: ricadde sui guanciali e la voce

le spirò come un gemito di dolore sulle labbra. Modestina che era in

quel tempo sola nella camera le fu accosto sollecitamente.

— Che ha, signora marchesa? disse ella; e vedendo lo sguardo

intelligente con cui la padrona la fissava, soggiunse: Dio sia lodato!

Ella è pur finalmente tornata in sè.

Aurora diceva mille cose col suo sguardo acceso; ma le labbra non

poterono che sommessamente balbettare:

— Mio figlio?

Era stato deciso che alla infelice madre, se e quando risensasse, si

sarebbe detto che il bambino, durante il terribile periodo trascorso

della infermità di lei, era morto; ma ora, vedendone tanto spasimo,

giudicando che tal novella sarebbe stato un precipitarla di nuovo in

quello stato da cui appena era venuta fuori, sarebbe anzi molto più

facilmente un ucciderla addirittura, Modestina non ebbe il coraggio di

darle un colpo così crudele. Rispose adunque esitando che il piccino si

era dovuto per forza allontanarlo per dargliene una nutrice, ma che

Aurora intanto non istesso in pena per lui, al quale in ogni modo era

accuratamente provvisto.

L'inferma trovò per prima cosa che si sarebbe dovuto far venire questa

nutrice presso di lei, piuttosto che allontanare da lei il figliuolo;

volle sapere se il luogo dove egli era a balia fosse lontano, se lo si

sarebbe potuto aver di frequente colà dove essa giaceva inferma, che già

star lungo tempo senza vederlo, non la voleva a niun patto; se la

famiglia presso cui s'era allogato il bambino fosse tale da ispirare

tranquillità e fiducia per le cure che si avessero di lui: alle quali

cose tutte, Modestina, non preparata, rispose impacciatamente e con

affatto nessuna soddisfazione di Aurora.

Ed era già costei piena di dubbi parecchi e di ansie indefinite, quando

sopravvenne Padre Bonaventura, al quale con più ardore, con più

sollecita insistenza ella rivolse le interrogazioni medesime.

Il gesuita sedette presso al letto dell'inferma, cogli occhi bassi, le

mani incrociate sul ventre, la mossa d'uomo in sè raccolto, scambiò due

o tre occhiate colla Modestina che gli ammiccava di soppiatto per

significargli come la pietà le avesse consigliato di parlare alla

padrona un po' diversamente da quel che era stato inteso fra di loro, e

quando Aurora ebbe finito le sue domande e stava attendendo ansiosamente

risposta, il frate diede alle sue sembianze l'espressione d'un intimo,

profondo cordoglio, d'un rassegnato dolore, mandò un sospiro, levò gli

occhi al cielo, e tutto compunto incominciò un sermoncino di melliflua

rettorica per esporre che questa terra è una valle di lagrime, che Dio

non vuole si metta nella creatura tutto il nostro affetto, che dobbiamo

prepararci alle grandi prove e sostenerle con fermo animo, quando le ci

arrivano, eccetera, eccetera.

La povera madre che aveva notalo l'impaccio della cameriera, gli sguardi

scambiati fra costei ed il gesuita, interruppe ad un punto quella

predica con un grido straziante che partiva dal profondo dell'anima.

— Gran Dio! Mio figlio non è più!

Le rispose troppo eloquentemente il silenzio della cameriera e di Padre

Bonaventura. L'infelice arrovesciò il capo sui guanciali, divenne più

pallida che un cadavere, chiuse gli occhi e mandò un fievol gemito: era

svenuta.

— Misericordia! esclamò la Modestina: ella è morta.

Il gesuita si curvò sulla giacente ad esaminarne l'aspetto, e le pose

una mano sul cuore.

— No, diss'egli; la Provvidenza non le vuole far questa grazia.

Si dovette ricominciare la lotta colla morte, ed anco questa volta

vinsero la gioventù e la natura.

Ma una persona era intorno all'inferma che aveva di lei la massima pietà

e sentiva nel cuore un cocente rimorso dei fatti suoi: la povera

Eugenia. Ella si diceva di aver empiamente mancato alla solenne promessa

da lei data ad Aurora di fare ogni possibil cosa affine di salvarle il

figliuolo; degli spasimi che soffriva la madre orbata ella accusava sè

stessa che se avesse mantenuto fede, avrebbe potuto conservarle allato

il bambino. Qual modo avrebbe potuto avere per ciò non sapeva bene; ed

anzi talvolta per iscusarsi innanzi a sè stessa dicevasi che nessuno

affatto era in poter suo e lo avesse anche tentato, ella ad altro non

sarebbe riuscita che a farsi cacciare di colà; ma pur tuttavia non

poteva tranquillare la sua coscienza. Non aveva ella accettato un

compenso pel suo silenzio? Lo aveva fatto per suo figlio: ma doveva ella

per un vantaggio al suo sacrificare il figliuolo della donna che in lei

s'era affidata? Un pauroso presentimento, allora invadeva il suo animo.

Codesto le avrebbe recato disgrazia; Dio ne l'avrebbe punita, dicevasi;

ma purchè non la volesse punir poi nel figliuol suo! Raccapricciava a

questo pensiero. Se la sorte l'avesse voluta colpir poi colla pena del

taglione? Se anco a lei una mano crudele venisse a rapir poi quel frutto

delle sue viscere che già amava cotanto? Sentiva allora che togliere un

figlio a sua madre era il più iniquo delitto che si potesse compire: ed

ella di questo infame delitto s'era fatta complice! Infelice! I suoi

paurosi presentimenti dovevano aver ragione; ed ella stessa un anno dopo

doveva provare, prima di morire, lo spasimo atroce di vedersi rapito il

figliuolo.

Codesto faceva che amorosissime, incessanti, piene d'uno zelo

impareggiabile fossero le cure che Eugenia prodigava all'inferma.

Avrebbe dato tutto di sè per restituirle la salute e il figliuolo; la

sua vita non fosse stata necessaria per un altro essere, avrebbe offerta

anche quella in benefizio d'Aurora.

A questa intanto ritornando a poco a poco la salute e la possibilità,

non certo la voglia di vivere, era più forte rinato il desiderio di

conoscere ogni particolarità della morte del suo bambino. Voleva le si

dicesse ogni menoma cosa che riguardasse quel luttuoso avvenimento;

domandava dove fosse stato il corpicciuolo sepolto, voleva che colà

sorgesse un modesto tumulo a segnarne il luogo che sarebbe stato in

avvenire meta a frequenti e pietosi di lei pellegrinaggi, moveva

un'infinità di interrogazioni che mettevano in imbarazzo le due donne e

sopratutto l'Eugenia, alla quale sentendo per lei più simpatia, Aurora

volgeva con più amorevole insistenza, con più pressante supplicazione le

sue domande.

Eugenia non sapeva mentire. Oltre ciò, col pensare e ripensare a quel

crudele atto a cui ella aveva partecipato in danno della povera Aurora,

aveva finito per giungere alla conclusione che il male cagionato non era

irrimediabile; ella sapeva quali contrassegni fossero stati posti al

bambino, mercè cui poterlo riconoscere; svelando tutta la verità alla

giovane madre, questa poteva ottenere da Nariccia le dicesse il luogo

dove il fanciullo era stato abbandonato e, per via di que' certi indizi,

riaverlo: stava adunque discutendo seco stessa intorno all'opportunità

di tutto rivelare ad Aurora. Questa, da parte sua, guidata da una specie

di segreto istinto, aveva maturamente riflettuto seco stessa

sull'imbarazzo, sulle incertezze, sulle contraddizioni che aveva dovuto

notare nelle risposte fatte alle sue domande intorno la morte del

bambino, ed una vaga, inesplicabile speranza le era nata in cuore che la

si fosse voluta ingannare, che il suo figliuolo non fosse morto. Le

pareva impossibile che ella potesse rimanere ancora sulla terra quando

ne fossero partiti lo sposo ed anco il bambino; Dio avrebbe avuto tanta

pietà almeno da farla morire, lei pure; se la aveva conservata malgrado

tutto a questa vita, gli era dunque ch'ella ci aveva da fare ancora

qualche cosa, e qual altro dovere poteva incomberle oramai fuor quello

di madre?

Da queste mutue disposizioni dei loro animi avvenne che una volta

finalmente che Aurora ed Eugenia eran rimaste sole, si fu molto presso a

venir fuori la verità. La figliuola del marchese aveva riprese le sue

dimande e le ripeteva con maggiori l'insistenza e la pressa; la cognata

di Modestina rispondeva più impacciata che mai. Aurora la guardava con

occhi penetranti che parea le volessero leggere nell'anima, e nella sua

voce si mise a palpitare, per così dire, un'emozione che era l'effetto

di un'incantevole speranza.

Ad un punto ella afferrò vivamente la mano della giovane, che teneva gli

occhi bassi ed era presa ancor essa da un notevolissimo turbamento.

— Eugenia, le disse con ineffabile passione, oh! ditemi il vero voi, oh

non vogliate ingannarmi voi pure!... È un sogno illusore che nacque

nella mia fantasia? è la voce del cielo che mi parla segretamente

all'anima? Una folle speranza mi è entrata in cuore.... Io non sono

tanto infelice come mi si vorrebbe far credere.... Mio figlio non è

compiutamente perduto per me, come sarebbe se lo possedesse la tomba....

La cognata di Modestina non ci resse; sollevò i suoi occhi in cui in

mezzo alle lagrime di commozione brillava la gioia di poter dare a

quell'afflita madre un conforto: con una famigliarità che non s'era mai

permesso e che ora pareva concederle la solennità del momento, ella

afferrò le mani della marchesina e le strinse forte.

Aurora indovinò la buona risposta che stava per uscire dalle labbra

tremolanti di quella donna; gittò un grido di giubilo e disse

affannosamente:

— Ah! Mio figlio vive?

Eugenia non aveva che un monosillabo da pronunciare per dar la risposta;

ma non lo potè profferire. Suonarono ad impedirglielo un passo e poi

tosto una voce d'uomo.

— Ritiratevi Eugenia: disse questa voce: debbo parlare alla signora

marchesa.

Le due donne si volsero in sussulto, Aurora contrariata, Eugenia

esterrefatta; era loro dinanzi la faccia scialba, falsa ed antipatica di

messer Nariccia.

— Che mi volete? domandò asciuttamente Aurora, appena Eugenia fu uscita

della stanza.

— Esporle gli ordini che ho ricevuti or ora da S. E. il marchese suo

padre.

— Quali sono?

— S. E., stomacata delle gazzarre rivoluzionarie che succedono in

Piemonte, se n'è partito e trovasi a Modena: mi ordina di andarvelo a

raggiungere.

— Ed io?

— Ella sarà condotta in pari tempo da Padre Bonaventura a quel monastero

che egli medesimo ha scelto.

Aurora si drizzò in piedi con vivacità.

— Io! Ad un monastero!

— Il marchese lo ha ordinato.

— Mostratemi la sua lettera.

— Eccola.

La giovane la lesse, e poi rimase un poco immobile, assorta in profonda

riflessione. Che cosa doveva ella fare? e che cosa avrebbe potuto se non

obbedire? Curvò la testa e disse con voce appena intelligibile:

— Sta bene: farò quel che vuole mio padre. Nariccia si dispose ad uscire

senz'altro: ma quando fu alla soglia, colla mano già sulla gruccia della

serratura, Aurora si riscosse e fece vivamente alcuni passi verso di

lui.

— Udite: diss'ella con accento quasi di supplicazione.

L'intendente si fermò e stette in attitudine di chi aspetta gli ordini

d'un suo superiore. La marchesina gli parlò con tutta la più soave

dolcezza della sua voce.

— Voi non avete alcuna ragione di volere il mio male. Che cosa vi ho io

fatto perchè abbiate da essermi nemico?

— Io sono il più fedele de' suoi servitori: rispose Nariccia colla sua

più ipocrita sembianza.

— Ho una voce in cuore che mi dice mio figlio non essere morto.... Ah!

io avrei per voi la maggiore riconoscenza del mondo, se voi foste così

pietoso da restituirmelo.

Nariccia alzò dalla punta de' suoi scarponi lo sguardo de' suoi occhi

birci, e lo fece guizzare un momento sulla faccia d'Aurora.

— Suo figlio? diss'egli poi colla voce flebile di chi con pena si decide

a parlare di cosa altrui dolorosa. Perchè la vuole tornar sempre su

questo per lei crudelissimo argomento? Oh! se io potessi

restituirglielo! Che cosa non farei per ciò? Ma la terra non rende più

la sua preda.

Aurora, dimentica un momento di quel suo riserbo di maniere con cui

aveva sempre trattato Nariccia, lo prese ad un braccio e glie lo strinse

forte.

— Mi giurate voi che il mio bambino è morto davvero? Me lo giurate

sull'anima vostra?

Nariccia, che conosceva perfettamente la teoria gesuitica delle

restrizioni mentali, rispose senza punto esitare:

— Glie lo giuro.

La giovane lasciò andare il braccio di lui, e le mani le caddero

abbandonatamente lungo il corpo con desolata rassegnazione.

— Partirò quando si voglia: diss'ella dopo un poco, facendo un atto che

indicava preferire a quel momento rimaner sola, e Nariccia s'affrettò a

levarsi dalla presenza di lei.

— Che cosa avete detto? Domandò l'intendente con feroce cipiglio ad

Eugenia, avutala sola tosto dopo quel colloquio con Aurora. Che cosa

avete lasciato capire alla marchesina?

Eugenia, allibita, non seppe che cosa rispondere.

— Traditrice: riprese più niquitoso che mai il tristo. Voi ora, tosto,

senza un minuto d'indugio, prendete le vostre robe ed uscite di questa

casa.

La misera, senza il menomo cenno di resistenza, si dispose ad obbedire.

Avrebbe voluto vedere ancora la padrona cui stava per abbandonare per

sempre, ma non le fu concesso. Nariccia per punirnela avrebbe anche

voluto privarla affatto di quella somma che le era stata promessa per

comprarne il complice silenzio, ma in ciò Modestina si intromise

efficacemente, ed aiutata da Padre Bonaventura ottenne che ciò nulla

meno Eugenia non fusse priva del pattuito compenso. Usci essa di quella

casa nè le si diminuì il rimorso del suo passivo concorso a quell'empio

delitto che ogni giorno le sembrava maggiore, di avere derubato ad una

madre il figliuolo; e molte volte anco di poi fu sul punto di rinviare a

chi l'aveva pagata i mal guadagnati denari, per riprendere il diritto di

dar compiutamente ascolto alla sua coscienza e rivelar tutta la verità

in una lettera alla marchesina Aurora.

Ma com'avrebb'ella fatto poscia per vivere? Tornare a Torino le

ripugnava profondamente: preferiva rimanere dove non si sapesse che suo

padre e suo marito erano condannati in carcere per truffa; pose la sua

dimora a Milano e cercò lavoro per guadagnarsi la vita. Presto conobbe

che non era così facile il trovare questo lavoro, principalmente a lei

nello stato di gravidanza inoltrata in cui si trovava. Se non avesse

avuto la somma pagatale da Nariccia avrebbe dovuto morire di fame essa

stessa, altro che poter bastare alle provviste necessarie pel nascituro,

ai bisogni di quest'esso quando fosse venuto al mondo. Ritenne con pena

il male acquistato denaro e si tacque.

Aurora frattanto era stata condotta al monastero scelto da Padre

Bonaventura. Aveva ella domandato di Eugenia e meravigliatasi assai

dell'improvvisa di lei sparizione, ed erale stato risposto da tutti

d'accordo che, venuta prima che si credesse a maturanza la gestazione di

lei, aveva essa dovuto allontanarsi sollecitamente per disporsi al parto

che in quella casa non si doveva, nè si voleva avesse luogo. La

spiegazione era affatto naturale, ma tuttavia sembrava ad Aurora che un

momento avrebbe pur potuto averlo Eugenia a venirle dare il saluto

d'addio, e un intimo sospetto ch'ella si guardò bene dal manifestare ad

alcuno, l'avvertiva che par null'altro erasi impedito fra lei e quella

donna un ultimo colloquio che pel timore si ripigliasse fra loro quel

discorso cui la venuta di Nariccia aveva in sì mal punto interrotto. La

speranza convien dire che sia un'edera tenace e vivacissima quando

s'attacca al cuore d'una madre e per poco favorevoli che trovi le

circostanze pur vive, poichè un vago sentimento di essa, una specie di

lusinga continuò ad esistere nel fondo dell'anima di Aurora, cui ella

nascose quasi come un tesoro che temesse le venisse rapito, e ad

appurare la verità del quale sentimento ella si riprometteva di

impiegare ogni mezzo che le si presentasse ed appena potesse.

Modestina Luponi, pagata de' suoi servigi, fu congedata colle più serie

minaccie s'ella parlasse, e fra Bonaventura e Nariccia s'incaricarono di

vegliare sul suo silenzio. Ella, datasi in preda alla più sregolata

vita, non istette gran tempo che cadde nella miseria, vide, come udimmo

da lei medesima narrato, volgere a male sua figlia, e visse finalmente

di elemosine col raccattato nipotino di cui traeva, come sappiamo,

profitto, elemosine alle quali concorreva dapprima la famiglia

Baldissero e poi, quando l'attuale marchese, stomacato di lei, proibì la

si lasciasse ancora entrare nel suo palazzo, che la aiutava a guadagnare

Padre Bonaventura, rimasto sempre con lei in abbastanza intime

attinenze.

Aurora stette un anno circa nel monastero. Passato questo tempo, suo

fratello tornò di Spagna. La sua anima buona e generosa era tormentata

dal rimorso di tutto il male che aveva fatto a quella sorella, cui aveva

amato ed amava tuttavia pur tanto. Si adoperò presso il padre affinchè

Aurora fosse ripresa come prima in famiglia, posto compiutamente in

oblio, come se non fosse avvenuto mai, tutto il passato. Ma il marchese

padre disse che non altrimenti sua figlia avrebbe potuto degnamente

tornare e non sarebbe tornata alla società che al braccio d'uno sposo,

il quale coll'onorevolezza del suo nome coprisse tutto il disdoro

dell'episodio trascorso; Aurora da canto suo si mostrò riluttante ad

ogni modo a entrare di bel nuovo nel seno della famiglia, in quel luogo

pieno di memorie ora tanto dolorose per lei, in mezzo a persone che

avevano cagionato la sua irrimediabile sventura. Si rifiutò ella persino

a tutta prima a rivedere suo fratello che supplicava caldamente di

poterle andare a chieder perdono; e acconsentì finalmente a riceverlo,

perchè un nuovo disegno era nato in lei, attinente sempre a quella

incerta, irragionevole speranza che pur durava nel suo cuore.

Con qual animo si trovassero a fronte dopo tanto tempo e dopo le cose

intravvenute, fratello e sorella, è più facile immaginare che

descrivere. Il cuore palpitava ad entrambi, a lui di tenerezza soltanto;

a lei parte di commozione nel trovarsi a fronte il compagno della sua

infanzia, l'amico più caro della sua giovinezza, parte d'odio nel

pensare che quello era pur l'uccisore del suo Maurilio.

I primi minuti del colloquio furono penosamente impacciati. Fu Aurora

medesima che dominata dal concepito disegno, diede per prima più animata

andatura al discorso. Disse al fratello le sue vaghe speranze, aggiunse

che allora avrebbe perdonato a chi le aveva tolto il marito, quando egli

le avesse restituito il figliuolo. Il marchese non potè a meno che

trovare destituiti d'ogni buon fondamento quei dubbi onde si lusingava

l'amore materno d'Aurora: ma pure promise a lei ed a se stesso che tutto

avrebbe fatto per venire in chiaro della verità e se la cosa era

possibile, egli ad ogni costo avrebbe ritornato fra le braccia della

misera madre il bambino.

Per saper qualche cosa in proposito non gli si presentava che un mezzo:

quello d'interrogare la persona che da suo padre era stata incaricata di

accudire ad Aurora, l'intendente Nariccia; ed il marchese, benchè senza

la menoma credenza che i sospetti della sorella avessero ragione, si

recò da lui. Nariccia a quel tempo aveva già abbandonato il servizio

della casa di Baldissero e si era dato esclusivamente a quel bel

traffico d'usuraio che doveva gonfiare sino ai milioni la già rotonda

cifra dell'aver suo.

Non occorre dire come alle prime parole che il marchese figliuolo

diresse a quel tristo a tal riguardo, egli giurasse, e spergiurasse che

il bambino era morto per davvero, positivamente morto, e non c'era più

da discorrerne. Il fratello d'Aurora stava per partirsene, quando una

subita ispirazione suscitata in lui dal desiderio di non lasciar nulla

d'intentato per soddisfare all'assuntosi debito, lo fece arrestarsi e

ricorrere ad un argomento che, per la conoscenza cui già aveva del suo

interlocutore, sapeva potentissimo sull'animo di lui; promise che se mai

questo bambino non fosse morto e venisse ritrovato, si sarebbe disposti

a ricompensare chi lo recasse alla madre con una vistosa somma che si

lascierebbe fissare a quel fortunato medesimo a cui si dovrebbe il suo

rinvenimento.

Nariccia non fu tanto padrone di sè da non manifestare una certa

emozione onde fu sovraccolto, e il marchese che se ne accorse, cominciò

a sentire alquanto scossa la sua incredulità nei dubbi e nei

presentimenti della sorella. Ripetè le sue parole, insistette con

calore, fece ad ogni modo perchè quella emozione momentanea di Nariccia

si traducesse in qualche precisa parola, in qualche ulterior segno

soltanto onde un più sicuro concetto egli potesse farsi del fondamento o

della insussistenza di quella speranza; ma l'accorto impostore aveva

saputo metter tosto la maschera al suo volto impassibile e si rinchiuse

nelle precedenti negative espresse gli è vero con meno vigore di prima.

Il marchese uscì di colà coll'animo combattuto; stette parecchi giorni

infra due e si decise finalmente ad un grande ed audacissimo passo:

quello di aprirsene a suo padre.

La plebe, parte IV · 第 10 / 44 题