Si era verso la fine dell'anno 1820. Che si avesse a vedere qualche
novità in Piemonte molti dicevano, parecchi speravano, pochi affatto
credevano. Carlo Alberto principe di Carignano continuava ad essere il
centro di quel movimento liberale che aveva preso proporzioni abbastanza
considerevoli nell'aristocrazia piemontese, la quale aveva sognato un
momento poter giungere a sostenere presso la monarchia sabauda e presso
il popolo subalpino quella parte moderativa e di dominatrice influenza
che da secoli è tenuta dalla nobiltà del sangue, del merito e del denaro
nell'isola inglese. S'era visto i medesimi Borboni di Francia accettare
una costituzione; perchè non l'avrebbero accettata anco i Savoia? Alcuni
spiriti aristocratici, mossi senza saperlo dalla forza impellente del
progresso, vagheggiavano la distinzione e l'autorità di una _parìa_
ereditaria nella loro famiglia colla guarentigia d'una libera tribuna.
Credevano con questo modo risuscitare sotto forme novelle contro il
trono, il feudalismo schiacciato dalla monarchia assoluta, e non
s'accorgevano che aprivano la strada ad un più forte, nuovo, invasore
potere, quello della libertà che non poteva a meno di far capo alla
sovranità popolare. Ma ciò scorgevano bensì alcuni dei più generosi e
dei più ardenti patrioti; i quali, oltre alle libertà interne miravano
ancora ad un altro sacrosanto scopo; quello dell'indipendenza della
comune patria dallo straniero.
La costituzione in Piemonte, speravano, sapevano, volevano che fosse la
guerra all'Austria; guerra che non si aveva da conchiudere se non colla
cacciata degl'imperiali al di là delle Alpi, ed ardenti giovani
ufficiali, anche di aristocratico sangue, affrettavano coi voti e
volevano affrettare coll'opera questo grandissimo fatto. Santorre
Santarosa, nobile recente, ingegno non comune, degno d'andare fra i
primi in qualunque tempo e presso qualunque popolo per cuore e per forza
di volontà; Santorre Santarosa sapeva e voleva precisamente lo scopo
necessario, legittimo, ultimo di quell'agitazione liberalesca, e
spingeva verso di esso con ogni suo potere.
Ma i più dei nobili ritornati, colla ristaurazione dei Principi, a
riprendere i loro privilegi, le loro cariche, le loro ricchezze,
l'autorità, non capivano come fra i proprii compagni di casta ci fossero
dei matti che, per una, secondo essi, poco illuminata ambizione,
cercassero di cambiare ciò che era il meglio nella migliore delle
monarchie assolute aristocratico-militari, e volessero porre a
repentaglio i vantaggi attualmente posseduti per diritti e politiche
guarentigie, di cui si poteva benissimo fare senza. Codestoro
avversavano accanitamente cotali novatori; e tra essi era de' più accesi
il vecchio marchese di Baldissero, padre di quello che abbiam conosciuto
per capo della famiglia al tempo del nostro racconto. Egli era stato uno
dei più fieri odiatori della rivoluzione di Francia, dell'impero e di
Napoleone; ed odiava ogni novità, come un fanatico inquisitore sapeva
odiare le eresie; aveva seguito il suo re in Sardegna, aveva trovato
crudelissimo quell'esilio e ne aveva accresciuto il rancore ai
_giacobini_ (sotto il qual nome egli comprendeva tutti quanti non la
pensassero esattamente come lui nella strettezza delle sue idee
cattoliche, monarchiche, assolutiste); tornato nel continente con
Vittorio Emanuele, era stato uno dei più caldi ed insistenti a dare
quello sciocco, funestissimo consiglio che fu pur troppo messo in
pratica, di ritenere come non avvenuti gli anni d'interruzione nel regno
di Casa Savoia, di cancellare con un frego tutta la storia della
dominazione repubblicana ed imperiale, e distrutta ogni innovazione,
riprendere e rifare le cose come si trovavano a quel medesimo punto in
cui il Re dovette fuggire innanzi allo spirito rivoluzionario
rappresentato dalle baionette francesi. Ogni progresso legislativo,
politico, sociale, civile fu tolto di mezzo: si volle rievocare la
società del secolo scorso morta e sotterrata: e l'ultimo _Palmaverde_
(annuario di Corte e degl'impieghi) fu preso per norma di distribuzione
delle cariche di cui si spogliarono i titolari per rivestirne gli
antichi, e se morti, i figli loro.
Codesto intrattabile ed accanitissimo nemico di ogni liberalismo odiava
più ancora degli altri quei nobili che accennavano piegare alle idee
moderne. A lui parevano codestoro come apostati e traditori; onde
immaginatevi voi quali non dovessero essere il suo dispiacere e la sua
collera, quando gli parve scorgere che suo figlio, il suo unico figlio
medesimo si intingesse di questa pece.
Era da parecchi mesi a Torino un giovane signor milanese: Maurilio
Valpetrosa. Era bello, geniale, elegante, pieno di brio e di
piacevolezza nella parola, di grazia e di avvenenza nei modi, di buon
gusto nel vestire e in ogni diportamento; ardito e destro ad ogni
esercizio corporeo, cavalcare, schermeggiare, al nuoto, alla danza, al
pallamaglio, allora di moda; generosissimo nello spendere; non inferiore
a nessuno, facilmente superiore ai più in ogni cosa onde possa comporsi
eletta educazione signorile, Venuto nella capitale del Piemonte con
autorevoli ed efficaci commendatizie era stato fin dalle prime
intromesso nella più scelta e titolata società e non aveva tardato a
diventare assiduo frequentatore di quel gruppo di giovani ufficiali,
letterati ed artisti che si raccoglievano nel palazzo Carignano intorno
al giovane principe che doveva fare ammenda del fallo al Trocadero.
L'aristocrazia torinese, difficilissima e assai cauta in quel tempo ad
ammetter ne' suoi salotti in condizioni di famigliarità e d'uguaglianza
chi fra i suoi concittadini non contasse il numero voluto dei _quarti_,
era assai più larga e benigna verso i forestieri; e quando uno venuto di
fuori avesse maniere acconcie, ricchezze all'avvenante, lo accettava
come invitato alle sue feste, e visitatore nelle sue conversazioni,
senza domandargli di più. Codesto non poteva aver tratto di conseguenza;
il forestiero sarebbe partito, recando seco la memoria della forbitezza
di quella società, che quando voleva, sapeva essere veramente squisita,
ed ecco tutto.
Maurilio Valpetrosa venne accolto di questo modo e per queste ragioni. I
denari gli colavano di mano come ad un milionario, aveva una figura da
principe di _conte de fées_, nel suo nome c'era anche un certo profumo,
direi quasi, d'aristocrazia, un titolo non disdiceva nè stonava con
quella sonora riunione di lettere d'alfabeto; s'avvezzarono a chiamarlo
di Valpetrosa, e gli uomini per mangiare le sue cene, fumare i suoi
sigari, averlo allegro compagno nelle loro pazzie, le donne per
sorridere alla maschia di lui bellezza, per lasciarsi incantare dalle
seduttrici parole dette con ispirito dalla sua voce insinuante, non gli
domandarono se potesse provare che i suoi maggiori erano stati alle
crociate.
Con costui il padre di Ettore Baldissero aveva stretto una più intima
attinenza, che quasi poteva dirsi amicizia. Si erano conosciuti
precisamente nelle sale del Palazzo Carignano, e dapprincipio e per
alcuni mesi fra di loro non fu altra attinenza che quella di persone
ammodo fra cui non v'è ragione alcuna di intrinsichezza. Ma ad un tratto
il giovane milanese si pose con tanta insistenza e con tanta gentilezza
a voler acquistare l'affetto e la confidenza del marchese di Baldissero
che impossibile resistergli. E' diventarono gli Oreste e Pilade di
quella nobile società torinese, e i maligni non tardarono a scoprire e
susurrare la causa di questo premuroso zelo d'amicizia nell'elegante e
leggiadro forestiero, quella cioè di accostarsi così vieppiù alla
signorina Aurora di Baldissero, della quale cupidamente bramasse la
beltà eccezionale e la dote vistosamente ricca.
Per quest'ultima parte si calunniava quel giovane, il quale in realtà
era una delle più generose e valenti anime d'uomo che esser possano; ma
quanto all'affetto che in lui avevano acceso la beltà, le grazie,
l'ingegno della nobile fanciulla ch'egli aveva avuto campo di conoscere
e di apprezzare in molti di quei salotti a cui era ammesso; quanto
all'amore che egli ad Aurora aveva consecrato, caldo, insuperabile,
eterno, tutto quello che diceva la gente, e parevano già cose esagerate,
era un nulla appetto al vero.
Valpetrosa amò Aurora con tutto l'impeto di quella sua natura vivace ed
ardentissima; l'amò di quell'amore che, come si esprime Dante: «a nullo
amato amar perdona,» di quell'amore così assoluto, così vasto, così
dominante che di esso non può a meno qualunque donna che assuperbirsi; e
la natura gli aveva concesso, oltre il valore dell'interno, anche quei
fisici pregi esteriori per cui cotale affetto si può a meraviglia
esprimere, eloquentemente significare e con efficacia comunicare. Egli
non aveva ancora parlato alla fanciulla che delle più indifferenti cose
onde si possa occupare il discorso di due che conversino colle stampite
delle cerimonie, e già la giovane sapeva d'essere amata con infinito
ardore, e già quel leggiadro garzone amava ancor essa, senza averlo
voluto, come spintavi da una forza superiore.
Il male si fu che di codesto ebbero ben presto ad accorgersene, come
dissi, anche gli altri. Gli uomini non erano disposti a perdonare che
questo intruso venisse loro a portar via il cuore della più bella
fanciulla del loro ceto e della città; le donne perdonavano anche meno,
che l'adorato loro vincitore abbandonasse il campo della galanteria,
dove si piacevano assai affrontare le audaci di lui aggressioni e
rimanerne vittime. Prima d'allora, passando egli da avventura in
avventura, da questo a quell'intrighetto, messa in giuoco la vanità, non
occupato il cuore, aveva saputo così bene governarsi con quei
capricciosi esseri che sono le donne civette, da sciogliere ed annodare
intime relazioni coll'una e coll'altra, senza offenderne veruna mai,
senza farsi una nemica dell'oggi dell'amante di ieri; ma ora la passione
vera e soverchia non gli lasciava più agio e prudenza da ciò. Abbandonò
i sentieri fioriti della galanteria, dove prodigava madrigali e
dichiarazioni piene di brio ad ogni incontro, lasciò vedere che tutto il
resto gli era diventato indifferente e che chi non voleva accomodarsi a
questa poco lusinghiera condizione a riguardo di lui, gli diventava
uggioso.
Ora le donne di quello stampo perdonano assai poco altrui che le abbiano
per indifferenti, meno ancora che le si trovino uggiose. Gli amori di
Valpetrosa e di Aurora ebbero quindi intorno una schiera di nemici
congiurati a loro danno.
Un bel giorno il vecchio marchese ricevette in mezzo agli scherzi
agrodolci d'una leggiadra signora la rivelazione delle pretese sopra la
figliuola dei Baldissero di quel forestiere che non si sapeva come fosse
nato e che sentiva orribilmente di liberale le mille miglia lontano. Il
marchese era amico dei mezzi spicci ed assolutisti, ordinò che Aurora
non sarebbe uscita più in quelle occasioni nè andata in quei luoghi,
dove e quando ci era probabilità potesse incontrare quel cotale: ebbe a
sè suo figlio e senza scendere a spiegargliene il motivo, gli comandò
rompesse ogni attinenza con quel Valpetrosa e sopratutto si guardasse
bene dall'accoglierlo ancora una volta in casa. Il figliuolo
rispettosamente volle opporre a questo comando, non resistenza, sibbene
qualche considerazione soltanto; ma a' suoi cenni il vecchio marchese
non ammetteva pure un indugio nell'ubbidienza: e siccome gli parve che
il figliuolo non avesse troncato secondo suo ordine ogni relazione con
colui e continuasse eziandio a frequentare quel circolo di liberali che
a lui erano cari come il fumo negli occhi, domandò al re ed ottenne che
l'erede del suo nome e del suo titolo fosse mandato sollecitamente a
Madrid, come addetto a quell'ambascieria.
Il fratello d'Aurora partì e sventuratamente, senza aver nulla appreso
nè nulla scoperto del reciproco amore di Valpetrosa e di sua sorella; e
intanto fra questi, come sempre avviene, gli ostacoli frapposti ne
accrescevano l'impeto e la fiamma della passione. Col denaro che il
giovane milanese spendeva così liberalmente, gli fu facile acquistare
degli alleati, dei complici nella casa stessa del marchese di
Baldissero, intorno alla fanciulla da lui amata, e questi furono una
cameriera specialmente addetta al servizio della marchesina Aurora e lo
stesso intendente che aveva tutta la fiducia del marchese, il signor
Nariccia. Questi non aveva tanto preso il suo tempo dagli affari della
nobil casa che lo pagava, da non poter pensare tuttavia a mandare
innanzi per suo conto certi traffichi con cui preludiava a quella sua
condotta d'usuraio ch'egli impudentemente chiamava professione di
banchiere. Valpetrosa che era venuto a Torino con molte lettere di
credito per somme assai vistose, aveva pensato accorto partito il
rivolgersi a questo cotale per lo sconto e la conversione in denari di
quegli effetti, e Nariccia il quale aveva visto in ciò un buon guadagno,
vi si era prestato con una certa premura, con una facilità, con uno
zelo, che pel forestiero riescirono come una fiorita gentilezza ed
avviarono fra di loro una certa fiduciosa attinenza che ben poteva dirsi
amichevole.
Nariccia era diventato proprio il banchiere di Valpetrosa; egli teneva
di costui in deposito le somme tutte in conto corrente, e veniva
rifornendolo tratto tratto di denaro, mentr'egli per le tratte stategli
rimesse era al di là di guarentito lucrandovi ancora interessi e sconto
e diritto di commissione, e va dicendo.
Di questa guisa era capitato che al giovane venisse un giorno la
infelice idea di confidare il suo amore a quest'uomo e cercare da lui
consiglio ed aiuto. Nariccia per sapere il segreto di Valpetrosa, non
aveva bisogno di questa confidenza, perchè era troppo accorto
osservatore egli stesso e la cosa erasi fatta troppo oramai palese a
troppi perchè la ignorasse, ma fece tuttavia come se la gli giungesse la
più nuova del mondo. Al giovane, il quale, credendolo molto addentro
nelle grazie e nei segreti del marchese, lo interrogava se dovesse mai
avventurarsi a fare al marchese la domanda della mano di Aurora, egli
rispose, ciò che era pure la giustissima verità, come il vecchio,
superbissimo nobile, non avrebbe altrimenti accolto che quale un
oltraggio siffatta richiesta da chi non potesse vantare tutti i voluti
quarti di nobiltà, pensasse che direbbe a Valpetrosa quando questi
avesse dovuto confessare di essere figliuolo d'un fabbricante di
pannilana! Il giovane amante d'Aurora che era di umore vivacissimo e di
spiriti più che audaci, decise in conseguenza non esporsi alla superba
ripulsa, a cui non egli sarebbe stato capace di rispondere con calma, e
giurò pur tuttavia che la fanciulla, a dispetto di tutto e di tutti, gli
avrebbe appartenuto.
Nariccia medesimo, divenuto suo confidente e consigliere, fu quello che
lo aiutò ad entrare in intimi rapporti con Modestina Luponi, la
cameriera di Aurora, e seppe in questo modo tutto quello che avvenne fra
i due giovani amanti. Tre mesi dopo la partenza del fratello di Aurora
per la Spagna, la nobile figliuola dei Baldissero, posseduta da una
irrifrenabile passione, aveva fatto padrone di sè, del suo avvenire,
dell'onor suo il seducente giovane, il quale coll'intensità e la
sincerità dell'amor suo meritava pure un tanto di lei sacrifizio.
La rivoluzione intanto era prossima a scoppiare. Valpetrosa doveva,
secondo gli accordi presi coi congiurati, recarsi alla sua città natale
e spingerla ad insorgere contro lo straniero per concorrere alla gran
causa della libertà e dell'indipendenza della patria. Per lui separarsi
da Aurora, e per quest'essa l'essere lontana dal suo amante era
insopportabile pure al solo pensiero: egli parlò di fuga; la fanciulla
resistette alcun tempo, esitò di molto, ma cedè finalmente. Stava per
diventar madre, e questa sua condizione non poteva più celarsi a lungo
oramai. La vergogna, il timore della tremenda collera paterna, la
mancanza assoluta di persone affezionate in cui confidare e da cui
prendere consiglio non le lasciarono campo a pure veder possibili altri
partiti, acconsentì, ed una notte usciva ella furtivamente dal palazzo
di Baldissero colla Modestina sua cameriera, complice e mezzana, e
salita in una carrozza ferma ad una cantonata vicina, nella quale
Valpetrosa stava aspettandola, partivasi con lui alla volta di Milano.
Ella dalla casa paterna non recava con sè nulla, nè gioielli, nè denari
(ed era stato il suo amante eziandio a voler così), fuor quelle poche
robe che vestiva ed alcuni oggetti suoi particolari che le erano
preziosi, fra cui un rosario d'agata, memoria di sua madre morta.
Prima cura di Valpetrosa, appena furono i fuggitivi fuori di ogni
pericolo di venir raggiunti, innanzi di condurre Aurora in presenza di
sua madre, fu quella di sposar la sua amante, di far consecrare dalla
benedizione del sacerdote, ai piedi dell'altare di Dio, quell'unione che
tra di loro già avevano giurato eterna; così che entrando nella casa
della genitrice potesse dire a quest'essa senza punto menzogna:
— Ecco mia moglie. Abbila qual figliuola.
La madre di Valpetrosa era donna di senno, di prudente carattere,
d'indole un po' asciutta, cui le molte traversie della vita che aveva
dovuto sopportare avevano resa taciturna, cupa anzi che no, aspra
talvolta eziandio. Amava ella immensamente suo figlio senza fallo; e
inoltre in lui riconosceva il capo della famiglia, il proprietario delle
domestiche sostanze, e il padrone di soddisfare come gli piacesse i suoi
onesti desiderii; ma quest'autorità del suo Maurilio ella per prudenza e
per affetto voleva temperata da' suoi richiami, dalle sue obbiezioni; e
siccome il giovane, di carattere alquanto svagato e leggero, non soleva
dare alle parole di lei tutto il rilievo che ella avrebbe voluto e che
si meritavano, soleva la madre punirnelo con un broncio che si dileguava
poi, ad ogni momento che il figliuolo volesse, sotto le carezze e le
dolci parole di lui.
E sarebbe stato invero un gran bene per tutti che sul giovane la madre
avesse avuto più impero ed autorevolezza da impedirgli col positivo
cenno e non soltanto coi consigli, ascoltati scherzando il più sovente e
dimenticati poi tosto, lo sciupio delle famigliari fortune. Ma questa
autorità la buona madre non credeva d'averla, non seppe e non pensava
neppure poterla acquistare. Le condizioni in cui era quando il
matrimonio col padre di Maurilio la fece entrare in quella casa; le
condizioni cioè d'una povera operaia che non aveva di ricchezze che la
sua avvenenza e la sua virtù, congiunte alla sua indole un po' timida,
un po' permalosa, l'avevano fin da principio messa in un certo stato di
sommessione e di dipendenza riguardo al marito, uomo operoso e
procacciante, volontà ferma ed imperiosa, natura audace e piuttosto
inchinevole a piegare e guidare e dirigere a suo senno le individualità
altrui, che più deboli lo avvicinassero. La moglie di fatti, di lui,
delle cose e degli interessi domestici seppe quello soltanto che a lui
piaceva comunicarle, ed egli aveva sempre trovato superfluo il
comunicarle gran che. La fabbricazione e il commercio dei pannilana da
lui esercitati parevano prosperare il meglio possibile e mercè i grossi
guadagni venir formando alla famiglia un enorme patrimonio. Era credenza
comune in tutta Milano; ed era anco quella della madre di Maurilio che
non vedeva, non pensava, non prendeva manco la fatica di immaginare
diverso e più in là.
Si viveva da milionarii; non già essa, la moglie del fabbricante, la
quale allevata fra le privazioni in una povera famiglia, non aveva
disposizioni nessune, nè gusto nemmanco a comparire e scialarla da gran
signora; viveva essa modestissima, rinchiusa fra le eleganti pareti del
suo suntuosissimo quartiere, non vedendo alcuno mai; ma il marito non si
rifiutava nulla di quanto potesse la ricchezza procacciare di sfarzo e
di spassi, e l'unico loro figliuolo adoratissimo era tenuto ed allevato
come l'erede di principesche fortune.
Ma, sventuratamente, ad un tratto il padre mancò. Dovendo venir appurata
l'eredità del figliuolo, ancora in età minore, ne venne a risultare che
cospicuo era bensì l'attivo della medesima, molti però eziandio i
carichi e le passività in tal grado da ridurre di più che metà le
rendite patrimoniali, quando mancassero quell'operoso spirito
industriale, quell'intelligente intraprendenza che valevano al defunto
fabbricante sì vistosi guadagni de' suoi capitali. Un'accorta
amministrazione di quel patrimonio in mezzo a tutti quei viluppi ed
imbrogli avrebbe saputo salvare all'erede una ricchezza più che
considerevole; ma la vedova di Valpetrosa, donna di timidi spiriti,
vissuta sempre ritratta, senza la menoma idea, senza la menoma
disposizione per nessuna sorta di affari, non ne capiva nulla, non
n'ebbe altra impressione che d'una gran confusione nella testa e d'un
grande sgomento nell'animo. Di una cosa sola ella scongiurò gli onesti
uomini che presero cura degl'interessi di lei e del pupillo, che cioè si
sceverasse da ogni debito, da ogni traffico, da ogni complicazione quel
tanto di più che si potesse delle fortune del marito, lo s'investisse in
sicuri impieghi di capitale, da averne un reddito certo, fisso,
immanchevole, in cui misurare le sue spese e la condotta e l'educazione
del figliuolo.
La fabbrica fu venduta, fu ceduta ogni ragione che il defunto aveva sul
principalissimo fondaco di panni che allora esistesse in Milano, e
pagato ogni creditore, si ebbe tuttavia il risultamento d'un patrimonio
di duecento e più mila lire austriache, cui la madre (suo marito essendo
morto senza testamento) volle investire nel nome del figliuolo, come
unico ed assoluto proprietario.
Questa buona e savia donna, cresciuta in mezzo agli stenti, anco fra le
grandigie nel tempo della prosperità del marito, alle quali ella così
poco aveva voluto partecipare, aveva sempre conservato spirito ed
abitudini parsimoniose. Ora, spaventata da quel crollo che avevano
subitamente sofferto le fortune dei Valpetrosa; crollo che da principio
sembrava anche maggiore, e le aveva fatto temere poco meno che d'essere
ridotti alla miseria, quelle sue tendenze a scemare le spese, a
restringerle nel necessario, si aumentarono grandemente, ed esagerandosi
benanco andarono fino alla grettezza ed all'avarizia.
Maurilio, per disgrazia, era perfettamente d'umore e di tendenze
opposti. Il gusto dello scialo, l'amor dello spendere, l'ambizione dello
sfarzo, e' doveva averlo recato seco fin dalla nascita; glie l'avevano
radicato ed accresciuto i modi ed abitudini di vita della sua famiglia,
vivente il padre; così bene che i diportamenti e le delicature
dell'esistenza signorile eransi fatti per esso quasi una necessità. Un
ridurlo a più modesti costumi, accompagnato da validi ragionamenti che
gli ponessero in chiaro le sue condizioni, avrebbegli certo giovato e
sarebbe riuscito a modificarne le propensioni; ma la madre esagerando e
privandolo del tutto d'ogni suo precedente diletto, recando in tutto ciò
che a lei sembrava superfluo una falce così spietata che a pochissimo
invero trovavasi ridotto quel necessario che gli era concesso, ottenne
anzi l'effetto contrario, suscitò quel sentimento di riazione che sta in
ogni spirito umano contro ciò che gli si vuole imporre, destò più vivi
ed irritò quei desiderii di godimento che acquistavano ancora, oltre
tutte le altre, la seduzione del frutto proibito. La madre gli aveva
pariate di povertà, ed egli era pure stato in caso di apprendere che una
certa parte delle fortune paterne era salva: ignaro del vero valore del
denaro, parevagli che duecento mila lire austriache fossero un gran che;
si persuase quindi agevolmente che le continue ammonizioni di non
ispendere, i continui lamenti sull'eccessività dei costi della roba, i
continui consigli di risparmiare fossero esagerazioni cagionate da una
specie di mania di sua madre, cui non bisognava contraddire, ma a cui si
poteva e si doveva non dar retta. La gente in mezzo a cui soleva passare
il suo tempo, non era acconcia a fargli nascere altra persuasione, nè ad
inculcargli la virtù del risparmio. Mentre sua madre con infiniti
risparmi riusciva in capo d'ogni anno ad aumentare d'una piccola somma
il capitale, Maurilio coi debiti, che di soppiatto veniva facendo, lo
intaccava senza misericordia, così che ne avrebbe dovuto fondere una
gran parte quel dì che, arrivando alla maggior età, egli sarebbe stato
costretto a pagare.
Quando quest'epoca dell'età maggiore del figlio fu arrivata, la madre si
spogliò senza indugio dell'amministrazione del patrimonio che era
proprietà assoluta di Maurilio, e cui pure ella mercè l'economia ed i
risparmi aveva di qualche poco accresciuto; e il giovane trovatosi di
poter disporre di una somma che a lui in quei primi momenti pareva
inesauribile, la diede per mezzo ai dispendi, senza che servissero di
valevol freno gli ammonimenti prima, e poi, visto inutile ogni parola, i
bronci della madre. Di siffatta guisa non andò gran tempo che Valpetrosa
ebbe consumata una gran parte di quelle sostanze salvate alla
liquidazione dell'avere paterno. Ardente di carattere, generoso
dell'animo, aperto e inchinevole ad ogni nobile impulso, Maurilio era
entrato nella congiura dei patrioti che volevano francare dallo
straniero l'Italia e sognavano nella monarchia, nell'esercito e nel
popolo piemontesi un aiuto alla santa difficilissima impresa.
Trattandosi di fermare più stretti gli accordi fra i congiurati dell'una
e dell'altra parie del Ticino, si pensò mandare in Piemonte uno dei
lombardi che seguisse attentamente lo svolgersi dei fatti, si mettesse
in giorno d'ogni processo della congiura, e di là comunicasse notizie,
cenni, istruzioni; e niuno fu pensato poter meglio adempire questo
ufficio di Maurilio Valpetrosa di scelte maniere, di vivacissimo
ingegno, di simpatiche sembianze e di animo sicurissimamente
incrollabile. Da ciò quelle tante ed efficaci lettere di favore
dell'aristocrazia milanese che l'avevano introdotto nell'intimità della
superba aristocrazia di Torino; per ciò quelle sue lettere di credito
per somme vistose, di cui egli usava così largamente, cui egli aveva
ritenute assolutamente indispensabili alla riuscita del suo compito e
per ottenere le quali egli aveva impegnato tutto o quasi tutto il
restante suo patrimonio.
Le cose gli erano andate perfettamente a seconda. Aveva egli mandato
innanzi con uguale buon esito e di pari passo gl'interessi della patria
causa e quelli del suo amore; aveva udito dalla bocca di Carlo Alberto
parole che erano più d'una speranza, che potevano dirsi promesse; coi
capi della cospirazione mezzo civile, mezzo militare, che si rannodava
intorno al palazzo Carignano, aveva inteso i modi d'esecuzione del vasto
disegno; aveva ottenuto da Aurora le massime prove d'amore. Ogni causa
di suo soggiorno a Torino era cessata; partì come vedemmo e rapì alla
sua famiglia la sedotta figliuola del marchese di Baldissero.
La madre di Valpetrosa non accolse Aurora come una figlia, sibbene con e
una straniera intrusa nel loro domestico affetto. La sua timidità,
l'amore misto ad una soggezione che aveva per suo figlio, non le
lasciarono manifestare in modi aperti e positivi questo suo sentimento
verso la nuora; ma esso apparve continuatamente nella freddezza poco
meno che ostile, nell'impaccioso silenzio, nella costante musoneria che
teneva con Aurora. Dopo alcun tempo, venutole un maggiore coraggio, si
mostrò eziandio in certe indirette rampogne, in velate lamentazioni che
ella faceva ad alta voce seco stessa in presenza della nuora, senza
volgere a lei la parola, ma perchè andassero a ferirla. Aurora non aveva
mezzo alcuno, nè credeva manco sua dignità, di rispondere; curvava il
capo e taceva, come se quello non fosse fatto suo; ma sentiva intanto
invaderla un'immensa amarezza.
Per la nobile figliuola dei Baldissero già cominciava la crudele epoca
delle delusioni; dalle serene regioni dell'ideale dove s'inebriava di
vaghe chimere l'anima sua, veniva ella precipitando nell'aspro mondo
della realtà, e per affarsi a questo nuovo ambiente ond'era avvolta
conveniva le si strappassero dintorno le antiche abitudini, dalla mente
le antiche idee e le si venissero facendo a poco a poco, quasi direi,
una nuova carne, un nuovo spirito. Bene l'aveva il suo amante chiarita
dapprima delle proprie condizioni, ed adombratole il destino ch'egli
poteva offrirle; ma come avrebbe potuto dipingerle con esatti colori la
verità, mentre egli medesimo non era tuttavia ben conscio di questa
stessa verità? Inoltre cosiffatti discorsi tenuti di fuggita in ratti
colloquii, fra due proteste d'amore, usciti dall'appassionato labbro
dell'uomo che vi ama, come potrebbero agli occhi d'una innamorata
fanciulla, inesperta del mondo, vestire le giuste sembianze della
realtà? Aurora, dietro i detti di Valpetrosa, aveva si pensato ad
un'esistenza modesta, ritirata, anche povera; ma rallegrata pur sempre
dalla divina luce di quel loro amore, ma vista traverso quell'immenso
desiderio comune di unire le loro sorti, codesta esistenza si lumeggiava
di certe poetiche tinte, si ornava del pregio d'un sacrifizio nobilmente
sostenuto, onde si compiacevano lo spirito romanzesco e il generoso
istinto di quella eletta e leggiadra creatura. Ella non aveva
menomamente pensato, perchè non poteva in nessun modo supporle, alle
piccole volgari contrarietà d'una vita domestica in ristrette
condizioni, alle fastidiose tribolazioni d'una lotta intestina, alle
punture di spillo d'una suocera inasprita; e quando la si trovò in mezzo
a tutto ciò, ebbe in fondo all'anima una pena ed uno scoraggiamento,
cui, volendo nascondere, sentì più forti, e che, se non furono un
pentimento, s'accostarono di molto ad un rimorso.
Durava tuttavia, e nelle stesse proporzioni, l'amor suo per l'uomo a cui
aveva sacrificato ogni cosa; ed egli si mostrava e mantenevasi degno pur
sempre di tanto affetto. Se Valpetrosa avesse potuto dare tutto il suo
tempo, o la maggior parte almeno, al dolcissimo compito di circondare
dell'amor suo l'anima e l'esistenza della sua giovane sposa, qual
traversìa, qual contrarietà avrebbe ancora avuta tanta forza da
penetrare sino al cuore di lei, difeso da sì cara e potente armatura? Ma
le bisogne della congiura esigevano imperiosamente il tempo, le cure, la
mente tutta di Maurilio Valpetrosa, che nella rischiosa intrapresa aveva
impegnati la sua più dominatrice idea, le sue più forti aspirazioni, il
più solenne suo giuramento. Aurora, per forza trascurata, rimaneva sola,
in casa, senza trammezzo nessuno, alla presenza della suocera ostile, al
contatto delle uggiose volgarità, all'inevitabile paragone del suo
presente col passato.
Si ritraeva ella nella camera coniugale, così infaustamente disertata
dal marito, e si affondava nelle più dolorose meditazioni dei suoi casi.
La sua colpa, della quale il trasporto dell'amore le aveva dapprima
velata la gravità, allora le appariva d'una inesprimibile enormezza.
Vedeva la faccia sdegnata di suo padre improntata d'una severità che non
perdona; le pareva d'udire suonare da quel labbro superbo la maledizione
sul suo capo; pensava eziandio a sua madre morta, e si figurava con
ispavento vederla ella stessa, che pure l'aveva amata cotanto, sorgere
dal suo sepolcro e lanciarle un'inesorabil condanna. Correva allora a
prendere quel rosario d'agata che aveva portato seco, unico ricordo
della spenta genitrice, e lo baciava implorando perdono, e, gettatasi in
ginocchio, pregava. Poi piangeva, e correva il suo pensiero all'amoroso
fratello colaggiù nella Spagna. Che cosa avrà detto del fallo di sua
sorella? pensava la misera. Certo si sarà unito ancor egli a tutti gli
altri a condannarla e maledirla. Sentiva coll'immaginativa il coro di
riprovazione che aveva dovuto levarsi nella nobile società torinese, in
tutta la cittadinanza, allo spargersi della scandalosa novella della sua
fuga; arrossiva e tremava, tutto sola, a questo pensiero, e si copriva
colle mani la faccia e si diceva con infinito tormento: — «Nessuno, nè
anche mio fratello, non ha diritto di impor silenzio a quelle voci che
affermano il mio disonore.»
Ma pure il fratello, ella sperava, sapeva che non si sarebbe congiunto
cogli altri ad imprecare su di lei. Egli l'amava tanto! Se c'era anima
al mondo in cui potesse entrare un sentimento di compassione per essa,
insinuarsi un generoso impulso di perdono, era quella. Dov'essa Io
avesse pregato intercessore fra lei e suo padre, non egli si sarebbe
rifiutato all'opera pietosa. E se a lui scrivesse?... Ah! no; era
inutile. Intercessione veruna non avrebbe giovato mai a placare la
giusta collera paterna, ch'ella immaginava seco stessa tremando. Quando
erasi partita aveva pure pensato un istante di lasciare pel padre un
motto che umilmente supplicasse perdono; e non aveva nemmanco osato
vergarlo. Ora gli parve che pur tuttavia al fratello potesse e dovesse
assolutamente dirigere una parola; scrisse a Madrid e stette
ansiosamente aspettando risposta.
Infelice! Ella non prevedeva quanto crudeli e fatali avrebbero avuto ad
essere le conseguenze di questa sua lettera.
Pel superbo marchese era stata la fuga della figliuola una ferita
crudele e profonda; non tanto per l'amore ch'egli avesse ad Aurora, il
quale in verità era temperatissimo, e veniva dopo altri affetti e
sentimenti parecchi, quanto per l'orgoglio che giudicò l'onore della
stirpe gravemente offeso. Suo primo impulso era stato correr dietro egli
stesso ai fuggitivi, strappare dalle braccia del rapitore la figliuola e
gettarla in un monastero, lui ammazzare come si fa del ladro che si
coglie nell'atto di rubare; ma la riflessione lo trattenne. La sua
condizione sociale, il suo grado, la età non gli consentivano di questi
partiti spicciativi; non a lui sì apparteneva raggiungere e punire i
colpevoli; egli, supremo capo della famiglia, doveva avvisare e decidere
ciò che occorresse per vendicarne l'offesa e lavarne la macchia, ma un
altro doveva essere di quella il braccio vendicatore, l'individualità
esecutrice. Si diresse alla Polizia per avere esatti ragguagli
sull'essere di quel Maurilio Valpetrosa e sul luogo dove si sarebbe
potuto afferrarlo, e scrisse a suo figlio in Ispagna. Gli apprese ogni
cosa e comandò venisse in patria tosto: quel che gli toccasse di far
poi, non disse nemmanco, sicuro che il figliuolo avrebbelo ben saputo
discernere da sè.
Il fratello d'Aurora, appena ricevuta la lettera paterna, non mise tempo
in mezzo, e benchè sua moglie l'avesse reso da pochi giorni padre d'un
figliuolo (che fu quell'Ettore, uno dei principali personaggi del nostro
racconto) partissi alla volta del Piemonte, risoluto a vendicar l'onore
della famiglia, punire il rapitore e tornare poi tosto presso la moglie.
Ma frattanto, appena divulgatasi per Torino la notizia del ratto
d'Aurora, un altro erasi presentato al marchese padre, per assumere
questa parte di vendicatore. Era un giovane gentiluomo, il conte di
Castelletto, amico del fratello d'Aurora, che non aveva nascosto un
rispettoso amore per quest'essa, che fra i nemici di Valpetrosa contava
quindi per primo, cui tutte le condizioni di famiglia, di fortuna, d'età
facevano degno sposo della fanciulla, e che quindi nella società
aristocratica era già da tempo considerato come il futuro marito di
madamigella di Baldissero. Chiesto un colloquio da solo a solo col
marchese, ed intromesso alla superba presenza di costui nel suo riposto
gabinetto, il giovane, senza preamboli, colla franchezza di un carattere
schietto ed impetuoso, coll'accento di chi ha preparate e studiate le
precise parole da dirsi, così parlò:
— Signor marchese, io amava immensamente — l'amo tuttavia — madamigella
Aurora; non posso permettere che l'infame suo rapitore goda del suo
delitto, respiri ancora in questo mondo. Ella può — deve contentarsi di
punirlo colla sua maledizione e col suo disprezzo; non io: nè
s'acqueterebbe pure suo figlio se qui fosse. Ho la superbia di credere
che nessun altro ne può prender le veci, può aspirare a sostituirlo,
meglio di me. Sono dunque venuto a pregarla, per l'amicizia che mi lega
a suo figlio, per l'amore che nutro verso quella infelice, di volermi
permettere che io mi consideri come della famiglia e prenda il
desiderato incarico della sua vendetta.
Il marchese lo guardò un poco in silenzio con quel suo superbo cipiglio
quasi ostile; poi rispianò le rughe della fronte, ed abbozzato un suo
cotal sorriso pieno di orgoglio, rispose tendendo al conte di
Castelletto la mano:
— La ringrazio; ma la famiglia di Baldissero non ha ancora, grazie a
Dio, bisogno alcuno che uno a lei estraneo ne pigli le difese e ne
compia i doveri. Ho scritto a mio figlio e senza aspettare altra
risposta, confido che verrà, partitosi di Madrid a volta di corriere. Se
mio figlio mancasse, cosa che io credo impossibile, gli anni non hanno
tuttavia così logorato il mio corpo da non poter io stesso compiere quel
che si deve.
E siccome Castelletto s'inchinava con una certa penosa mortificazione,
il marchese soggiunse con maggiore e quasi domestici espansione:
— Terrò tuttavia conto della sua offerta. Mio figlio avrà bisogno di
compagni nella sua impresa; ed Ella, conte, sarà senza fallo uno di
questi.
Pochi giorni dopo, viaggiando in posta, senza riposo, e facendo premura
ai postiglioni con ogni fatta sollecitazioni e generose mancie, giunse a
Torino il fratello d'Aurora, afflitto, sdegnato, pieno di cordoglio
verso la sorella, di odio e di furore verso l'antico amico Valpetrosa.
I discorsi col padre non furono molto lunghi nè molto precisi; ma si
capirono ciò nulla meno i due Baldissero. Non si aspettava più, perchè
il figliuolo corresse a raggiungere il seduttore, se non le esatte
informazioni dalla Polizia del luogo dove quell'infame, secondo essi lo
appellavano, si fosse rimpiattato. Ma già fin d'allora era cosa usuale
che la Polizia non riuscisse a saper bene cosa nessuna che importasse
davvero.
Valpetrosa aveva le mille ragioni per nascondersi, fra cui era eziandio,
se non la principale, non delle ultime nemmanco, quella del ratto della
nobile ragazza torinese. Principalissima poi fra codeste ragioni era la
congiura politica, di cui egli era uno dei capi. Avvisato da quei
personaggi autorevoli, da cui egli aveva avute le efficaci commendatizie
per Torino, che il Governo austriaco era in sospetto della cospirazione
e stava per mettere la mano su alcuni fra i più compromessi di cui gli
era uno; Valpetrosa, consigliato a fuggirsi e non volendo ciò fare e per
non essere lontano al momento dell'insurrezione ch'egli sperava
possibile e prossima, e perchè sua moglie in uno stato già inoltrato di
gravidanza non avrebbe potuto sostenere il viaggio, ed egli non voleva
separarsene; Valpetrosa, dico, fece correr voce della sua partenza e
nascose il suo domestico focolare e sè stesso in un rimoto quartiere,
presso fidatissimi amici, dove nessuno mai sarebbe riuscito a scoprirlo.
La Polizia adunque fece sapere ai Baldissero che quel cotal individuo,
nominato Maurilio Valpetrosa, stato a Milano un po' di tempo, erasi
poscia partito di là e fuggito in Isvizzera, dove non si sapeva bene in
qual città avesse riparato.
Il figliuolo del marchese stava per partire in compagnia del suo amico
il conte di Castelletto per la Svizzera coll'animo di girarne tutte le
città e borghi e casolari finchè vi avesse trovato i fuggitivi, quando
la fatalità volle che sopraggiungesse a Torino la lettera che Aurora
aveva scritto al suo fratello a Madrid, la quale, arrivata colà quando
egli erane già partito, gli veniva rinviata. In questa lettera la
infelice pregava suo fratello perchè non la volesse condannare
severamente egli stesso, perchè si facesse intercessore di pietà e
perdono eziandio verso il padre così che non proseguisse col suo odio e
colla sua maledizione lei e l'uomo che essa amava: queste supplicazioni
le faceva non tanto in nome suo, ella di cui certo la colpa meritava
ogni pena, ma in nome dell'innocente creatura che stava per nascere.
Pensasse egli e chiamasse al pensiero del padre che quella creatura era
pure sangue loro e che il proteggerla, l'amarla era in essi ad ogni modo
un debito. Sè affermava piena di tristi presentimenti, aver paura della
morte, sentire tremenda pesar sul suo capo la collera paterna, tremare,
piangere, abbrividire al solo pensiero che quando avrebbe dato la luce
al frutto già dilettissimo delle sue viscere, potrebbe per lei
dischiudersi la tomba; affronterebbe con animo più calmo il fatale
momento, non si spaventerebbe più dell'avvenire quando sapesse che
almanco suo figlio non sarebbe fatto reo di quella colpa ch'ei non
aveva, avrebbe trovato malgrado tutto nella famiglia di sua madre una
famiglia eziandio. Da quanto aveva potuto scorgere e capire delle
condizioni del suo sposo, avrebbe potuto nascere agevolmente il caso in
cui l'innocente nascituro sarebbe stato esposto anco alle strette del
bisogno: oh il diletto fratello di sua madre, quegli che aveva tanto
amato la infelice Aurora, non l'abbandonasse, non lasciasse che a quel
misero si chiudesse affatto come ad un estraneo il cuore e la casa
dell'avo. Se sciolta da queste paure ella sarebbe lieta pur anco
morendo. Affinchè suo fratello potesse farle risposta, l'imprudente
scriveva il preciso indirizzo del luogo in cui Valpetrosa nascondeva la
donna dell'amor suo e se stesso.
Il marchese figlio non lesse quella lettera, che avreste detto scritta
con inchiostro di lagrime, senza grande commozione. Il suo tanto affetto
per Aurora non era spento, ed a quelle umili e calde preghiere gli si
era tutto risuscitato in cuore insieme con una immensa pietà. Si recò
incontanente dal padre a dargli comunicazione di quello scritto ed a
prenderne gli ordini ulteriori.
Mentre nel rileggere forte a suo padre le parole della sorella la voce
tremava al giovane marchese, ed alla fine non erano senza lagrime i suoi
occhi, il fiero capo di quella famiglia ascoltò ogni cosa con aspetto
freddo, maligno, quasi ironico, e poichè il figliuolo si fu taciuto, un
baleno di feroce soddisfacimento passò ne' suoi sguardi.
— Ah ah! esclamò egli con un sogghigno. Ella stessa ci rivela il covo
della mala bestia. Non avrete dunque da sciupar tempo e fatica per
andarla a schiacciare.
Il figliuolo sentì nel suo cuore generoso tutto aperto in quel momento
alla pietà, entrare una profonda amarezza ed un raccapriccio, che erano
una dolorosissima pena. Ripiegò lentamente la lettera di sua sorella e
disse con voce sommessa ed accento d'un gelato rispetto e d'una
malvogliosa sommessione a suo padre:
— Che cosa mi ordina Ella adunque di fare? Nel volto del marchese
apparve più spiccata quell'espressione d'una fierezza mista a crudeltà,
che guastava la bellezza scultoria di quei lineamenti.
— Avete bisogno degli ordini miei? disse con superba severità. Non vi
dicono abbastanza quali sieno la coscienza del vostro dovere e il
sentimento dell'onore?....
Il figliuolo interruppe con qualche vivacità:
— Sì padre, per quanto riguarda _lui_.... ma essa? Aurora? (e pronunziò
questo nome quasi esitando); ma il figlio che ne nascerà?
Il marchese padre corrugò la fronte molto minacciosamente:
— Quello non è sangue nostro: proruppe; invano vorrebb'essa, quella
perduta, impietosirmi su quel figliuolo d'ignobil padre, d'un perfido e
abbominato e disprezzevol lignaggio. Nulla possono aver di comune i
Baldissero con quella schiatta di volgo... Ma cominciamo a punir _lui_.
Tolto di mezzo quel vile, penseremo alla disgraziata ed al frutto della
sua colpa.
Il fratello d'Aurora accennò voler insistere, e il padre, come per torsi
di subito ogni ulteriore fastidio in proposito, soggiunse, non
lasciandolo parlare:
— Ad ogni modo non dimenticherò mai che quella è mia figlia.
Il giovane marchese sapeva anche troppo che nessuna sollecitazione
avrebbe mai potuto ottenere di più e di meglio da suo padre a questo
riguardo: s'inchinò in segno di riverente acquiescenza, e si tacque.
Quel giorno medesimo partirono alla volta di Milano il fratello
d'Aurora, il conte di Castelletto ed un capitano delle Guardie, amico
dei due precedenti, il quale venticinque anni dopo, all'epoca del nostro
racconto, abbiamo trovato governatore della città di Torino. Insieme con
loro partiva eziandio l'intendente del marchese, messer Nariccia, con
particolari e segrete istruzioni del suo padrone.
Per far conoscere quali fossero queste istruzioni, ci convien qui
riferire un segreto colloquio che poche ore prima della partenza aveva
avuto luogo fra il marchese padre, l'intendente e Padre Bonaventura, in
quel tempo giovane gesuita d'una trentina d'anni, molto operoso e
inframmettente, frequentatore assiduissimo e graditissimo di tutte le
case dei nobili.
Il marchese padre aveva raccontato al gesuita la scoperta avvenuta del
luogo in cui si nascondevano i fuggitivi e la partenza che stava per
avvenire del figliuolo affine di coglierli alla posta; poscia, guardando
fisso il frate con quella sua aria imperiosa che voleva dire: le mie
parole hanno da accettarsi senza discussione, e parlando con una certa
simulata deferenza, nella quale pure si faceva sentire il tono
orgoglioso della superiorità, soggiunse:
— Ella, quantunque viva all'infuori delle esigenze e delle passioni del
mondo, pur sa, reverendo, quali siano gli obblighi che a noi,
gentiluomini, impone l'onore della famiglia, e a quelli nè io nè mio
figlio non saremo per mancare giammai.
Padre Bonaventura incrocicchiò le mani, le serrò al petto che teneva
ricurvo, levò un momentino gli occhi al soffitto e poi li abbassò tutto
compunto, mandando un profondo sospiro che voleva significare:
— Eh! pur troppo conosco le crudeli esigenze dell'onore mondano: le
deploro, ma sono disposto a dar loro passata.
Il marchese continuava:
— Ciò riguardo a quello scellerato; ma riguardo a mia figlia ed al
frutto della sua colpa, sento il bisogno di consultarmi con un buon
religioso qual è Lei, padre Bonaventura.
Il gesuita s'inchinò.
— Di udire dalle sue labbra se le mie decisioni possono approvarsi da
Quel di lassù, come sento che le approva e stima necessarie la mia
coscienza.
Queste parole erano dette con una maschera di umiltà sì mal messa che di
sotto appariva agevolmente e più effettivo ancora il vero intendimento
del favellante, che suonava: «Voglio che mi diate la ragione, e
coll'autorità del vostro carattere religioso consecriate come opera
irriprovevole lo sfogo della mia passione.»
Bonaventura prese il contegno di chi si mette ad ascoltare con profonda,
vivacissima attenzione.
— Disgiunta dal suo vile seduttore, mia figlia sarà tenuta in luogo dove
nessuno la veda nè pur la sappia finchè siasi liberata... Dopo, appena
guarita, entrerà in un monastero, dove rimarrà finchè... finchè
decideremo noi che basti... Lei, padre Bonaventura, mi farà il favore di
cercarmi un monastero acconcio, in cui possa ravvedersi quella povera
anima, espiare colle preghiere e colle macerazioni della carne il
proprio fallo, e dove nello stesso tempo non si dimentichi che quella è
figliuola del marchese di Baldissero.
Il gesuita tornò ad inchinarsi.
— Mi farò una premura d'obbedirla, Eccellenza, diss'egli, e spero che
riuscirò a soddisfarla compiutamente.
Successe un istante di silenzio; il marchese pareva non voler più dir
nulla; il frate, chinato un poco verso il suo interlocutore, stava nella
mossa di chi aspetta il principale del discorso; Nariccia, rimasto
sempre a bocca chiusa, seduto un po' discosto, guardava di sottecchi
colle sue pupille bircie ora l'uno ora l'altro.
— E?... e?... disse poi il frate.
— Che cosa? interrogò il marchese superbamente.
— E il fanciullo? susurrò con voce sommessa che quasi non s'udiva, padre
Bonaventura.
Nella faccia del marchese apparì quella feroce espressione che già gli
conosciamo.
— Quel fanciullo, diss'egli a voce bassa, ma fremente, è l'onta della
mia famiglia personificata: e come questa onta si de' cancellare, così
egli ha da scomparire.
Padre Bonaventura si trasse indietro colla seggiola; Nariccia fece un
leggier trasalto sulla sua.
— Scomparire! esclamò il frate; come la intende, signor marchese?
Questi si piegò verso il gesuita.
— Che privilegio può aver egli ad una sorte diversa da quella degli
altri frutti di simili colpe? La famiglia di suo padre andrà dispersa,
nella nostra non può entrare: non gli resta che il destino del
trovatello. Sarà posto come tale in un ospizio.
I due che udivano queste parole erano troppo soggetti al potente
personaggio che parlava, per manifestare in alcun modo, anche il più
lieve, la menoma riprovazione, e fors'anco non sentivano neppure entro
sè veruno sentimento siffatto; ma tuttavia a que' detti del marchese
tenne dietro un silenzio che tornò per tutti impaccioso e che nessuno
sapeva rompere.
Fu il signor di Baldissero che dopo un poco riprese a dire come
complemento del precedente discorso:
— A quell'ospizio, nello stesso tempo che sarà presentato il bambino,
arriverà una vistosa somma d'elemosina, così che tutti i compagni di
sventura di quel frutto della colpa avranno dalla sua venuta alcun
giovamento; e nello stesso tempo, a propiziare la divina pietà all'anima
medesima di quell'empio che mi rapì la figliuola, alla nostra così
crudelmente provata famiglia ed alla sorte del neonato, intendo
presentare alcuna offerta alle chiese dei Ss. Martiri e della Madonna
del Carmine, che sarà di due lampade d'argento, e pregare la loro
carità, reverendi padri, a voler dire un centinaio di messe a mia
intenzione.
Padre Bonaventura s'inchinò più basso di quello che non avesse ancora
fatto per l'innanzi, e disse col suo tono mellifluo, colla sua voce
untuosa, coi suoi occhi bassi e colle sue mani incrociate:
— S. E. invero è sempre un esemplare di sentimenti religiosi e di
generosità. Iddio saprà darle compenso, e dileguate queste poche nubi,
vedrà che le manderà più splendido il sereno di quella felicità anche
terrena che la si merita.
Fece una pausa, mandò un sospiro, strabuzzì degli occhi e poi riprese
con maggior compunzione:
— Ah! certo Ella ora si trova in una penosa condizione. La nostra divina
religione inculca il perdono delle offese, ed io che conosco il suo bel
cuore so quanto sarebbe pur dolce a Lei il perdonare.
Il marchese fece una smorfia, che smentiva ricisamente l'allegazione del
frate.
— Ma, continuava questi, pur troppo noi non possiamo aggiustare il mondo
e le cose come vogliamo, e ci conviene accettare quali sono le
circostanze in cui ci volle mettere la Provvidenza. Ella, pel grado che
occupa, pel lignaggio a cui appartiene, per le condizioni sociali in cui
si trova ha certi obblighi, certe necessità su cui non può transigere,
ed è volontà divina che ciascuno compia suoi doveri varii secondo il
diverso stato. Considerata adunque bene ogni cosa, io credo che V. E, fu
bene ispirata nelle sue decisioni, e che a Lei, nel metterle in atto,
non sarà per mancare il divino aiuto.
Il marchese si alzò; e gli altri ne seguirono lo esempio.
— Non dubitavo punto che avrei trovato anche questa volta in Lei, padre
Bonaventura, quel religioso prudente e di buon consiglio che sempre mi
si mostrò. Ecco dunque ciò che rimane da farsi. Voi Nariccia partirete
con mio figlio per essere colà sopra luogo a provvedere a tutto ciò che
possa occorrere. A voi l'incarico di condurre Aurora nel più rimoto
ritiro che sappiate trovare; a voi quello di togliere, quando sia tempo,
dal fianco di lei il neonato... A Lei, padre Bonaventura, l'accorrere
presso la infelice a farle udire la voce di Dio e condurla al
convento... Io, quella disgraziata, non la vo' manco vedere... Non ho
bisogno di dirvi, Nariccia, che tutto quanto occorrerà, potrete
spendere.
Il gesuita e l'Intendente uscirono insieme, e il secondo accompagnò il
primo per un tratto di strada verso il suo convento.
Non si parlarono per un po': sembrava che evitassero perfino di
guardarsi. Ad un punto fu il frate che, chinatosi vivamente verso il suo
compagno, gli disse all'orecchio:
— Credo che fareste bene a mettere un segno a quel bambino nell'esporlo,
affinchè in un caso qualunque lo si potesse riavere... Non si sa mai
quel che possa arrivare!...
Nariccia fissò entro gli occhi il gesuita e gli sguardi di quei due
maliziosi s'affondarono l'un nell'altro.
— Ci ho già pensato: disse poi l'intendente. E continuarono la loro
strada in silenzio.
E di molte cose ne aveva pensato il tristo Nariccia. Egli aveva
continuato a mantenersi in relazione col rapitore d'Aurora; quando
Valpetrosa stava per partire, aveva scritto all'intendente dei
Baldissero quella lettera di cui il _medichino_ aveva letta una parte
salvata dalla fiamma, allorchè _Graffigna_, che se n'era impadronito in
casa dell'assassinato Nariccia, aveva voluto porgergli fuoco da
accendere il sigaro.
Ritirate da Valpetrosa le quindici mila lire che aveva creduto
necessarie per la sua fuga con Aurora, un altrettanto e più di spettanza
del giovane milanese rimaneva tuttavia presso Nariccia; e questi,
posseduto fin dalla sua prima giovinezza da una smania feroce di
arricchire, dalla passione dell'avaro e da quel rabbioso amore dell'oro
onde cotanto si degrada l'anima umana, all'apprendere la venuta del
fratello d'Aurora e il suo disegno di vendetta su Valpetrosa, aveva
pensato che quando questi nello scontro con Baldissero morisse, quella
somma rimarrebbe sua senz'altro.
Quando arrivarono in Milano Baldissero coi suoi due padrini e Nariccia,
quest'ultimo, mentre gli altri per l'ora troppo tarda decidevano di non
presentarsi a Valpetrosa che il domattina, di soppiatto e sollecitamente
recavasi dallo sposo d'Aurora ad avvisarlo di quel che lo minacciava. Il
giovane ebbe una forte emozione che non cercò nemmeno dissimulare: ah!
non era timore per sè, che dotato egli era d'ogni valore; ma era paura,
viva paura del dolore e della sorte che sarebbero toccati a sua moglie
ed al figliuolo suo nascituro. Macchiarsi egli del sangue del fratello
di lei era grave al suo pensiero, ed era più grave ancora il pensare
ch'egli stesso potesse nello scontro soccombere. Per intanto ciò che
premeva era fare in modo che Aurora non avesse a concepire pure un
sospetto della minacciata sventura, da avanzarle almanco delle ore
penosissime di spasimi e paure. Decise a quest'effetto che il mattino
vegnente si sarebbe appostato fin di buon'ora sulla strada ad aspettare
la venuta dei padrini di Baldissero, perchè non avessero da entrargli in
casa ed esser visti dalla sposa, la quale, riconoscendoli, avrebbe
potuto agevolmente indovinare il motivo della loro presenza. Già di
molto erasi turbata Aurora del vedere l'intendente di suo padre, e
benchè le avessero detto che cagione di questa venuta erano gli affari
d'interesse tuttavia pendenti fra quell'uomo e suo marito, tuttavia una
specie d'istinto la teneva in un'ansietà piena di sospetti.
La seconda e rilevantissima cosa a cui volle provvedere Valpetrosa fu il
destino della moglie e del figliuolo da nascere. E per ciò a cui aveva
egli da affidarsi se non a Nariccia, al quale la sua fama di religioso
dava aria di onesto, e che, nelle attinenze sino allora avute,
all'inesperto e confidente giovane era apparso fedele e leale? Lo pregò
volesse egli assumere codesta opera pietosissima; salvasse Aurora e il
suo bambino dall'ira e dalle vendette della famiglia di lei; gli
consigliò la moglie e la madre da cui la morte lui disgiungesse,
Nariccia facesse riparare in qualche oscuro, rimotissimo luogo della
Svizzera, e là sovvenisse di quanto abbisognavano quelle infelici; egli,
Valpetrosa, con una ultima lettera da consegnarsi loro in caso di sua
morte, avrebbe alle medesime manifestato come in tutto e per tutto
dovessero in lui rimettersi ed a lui affidarsi.
Quanto ai mezzi di vivere, quanto alle fortune di quelle poverette, ohi
come si dolse allora Valpetrosa d'avere così sconsideratamente sciupata
tanta parte dell'aver suo! Ma quel che rimaneva, come fare perchè
rimanesse e bastasse al sostentamento della famigliuola, e s'aumentasse
da fornir poi al figlio che doveva nascere se non un'agiatezza, quanto
meno una sicurezza del pane? Qui si trovarono a fronte la facile fiducia
e la leale natura del giovane da una parte e dall'altra la frodolenta
accortezza dell'antico servo dei Gesuiti, il quale non era stato tardo
ad architettare per queste circostanze sopra le proposizioni del giovane
un suo perfido disegno. E si decise: che Valpetrosa facesse un atto
solenne di cessione d'ogni aver suo a Nariccia medesimo, perchè da
costui si potesse esigere ogni capitale di spettanza del primo ed
insieme colle somme che ancora rimanevano presso di lui in deposito,
trafficarlo nelle sue speculazioni ch'e' chiamava bancarie; che di tutto
questo avere il depositario pagherebbe un annuo interesse del cinque per
cento non che una data parte degli utili ricavati dall'uso di tali
somme, le quali annualità sarebbero pagate a Valpetrosa medesimo finchè
e' vivesse, alla madre ed alla moglie venendo egli a mancare; che
Nariccia pagherebbe a semplice richiesta di Valpetrosa di chi per lui,
tutto o quella parte di tal capitale che si volesse poi ritirare; e che
per impedire gli effetti giuridici di quell'atto di cessione, Nariccia
avrebbe rilasciato a Maurilio una privata dichiarazione, con cui si
certificasse come quella cessione fosse una finta soltanto e si
determinassero i veri patti fra loro intravvenuti.
Valpetrosa prese di poi le mani dell'ipocrita Nariccia, e
stringendogliele con forza, guardandolo con occhi umidi, con atto e voce
che erano tutta una supplicazione, soggiunse:
— Vi raccomando ancora una volta Aurora e mia madre... e mio figlio!
(Nel dire quest'ultima parola, tremò la sua voce.) Oh mio figlio! Se il
mio sangue avesse da farlo felice, con qual gioia lo darei tutto!...
Egli porterà il mio nome... Aurora lo desidera... lo desidero anch'io...
ricordatevene! ch'ei sia battezzato sotto il nome di Maurilio..... Ma
più di tutto egli e sua madre sieno sottratti alla famiglia di
Baldissero... Appena lo scontro avvenuto, s'io muoio, accorrete a torli
di qua, perchè il marchese non li trovi... Ch'e' fuggano, per amor di
Dio!... Voi me lo promettete? Voi me lo giurate?
Nariccia diede tutte le promesse e tutti i giuramenti che piacquero a
Valpetrosa, e questi ebbe il coraggio di rientrare colà dove aspettavalo
sua moglie, con una fronte serena così che Aurora se ne sentì
rassicurare la povera anima conturbata.