— Parassita io?
Scosse il suo grosso capo arruffato e gettò uno sguardo che pareva di
sfida e di minaccia alla sua immagine rimandatagli dallo specchio.
— No, no, e poi no.... Sarà il mio lavoro che mi guadagnerà questo pane,
che mi guadagnerà questi abiti, che pagherà questa dimora. Non ho io
vissuto press'a poco in tal guisa quand'ero agli stipendi del signor
Defasi?... E perchè questo non avrebbe ad essere mio posto?
Ricordò le parole della vecchia _Gattona_, che Selva e Don Venanzio gli
avevano riferite, e le quali potevano far argomentare d'una sua non
plebea origine, sentì risollevarsi più vive in cuore le speranze,
vissute in lui sempre, ora rinfocolate cotanto, di giungere a penetrare
il mistero della sua nascita e trovare in fondo di esso un onorevole,
forse illustre destino.
— Ah! esclamò egli ad un tratto passandosi la mano sulla vasta, pallida
fronte: sento che da questo dì comincia per me una sorte novella. Più
trista delle varie che ho subite non può essere; sarà dunque più
lieta?...
Sentì, cominciando dal cervelletto giù giù pel midollo spinale scorrere
e diramarsi per tutti i nervi, passare in tutte le vene quel certo
fluido, dargli una lieve scossa quel brivido cui produce una intima
emozione, e che a lui pareva un vincolo d'unione, il mezzo di rapporto
fra sè ed il sognato suo spirito protettore. Levò gli occhi verso il
cielo, impallidì ancora nelle guancie incavate, e giungendo le mani come
si fa per pregare esclamò:
— Oh angiolo mio benigno! oh madre mia! Sei tu che qui mi hai tratto?
Sei tu che mi vuoi ospite in questa casa?...
Un novello pensiero a tali parole s'impadronì di ogni facoltà del suo
animo: un pensiero che era immanente in lui, ma che ora altre momentanee
sensazioni parevano avere assopito: il pensiero di _lei!_
— Questa casa è la sua! Soggiunse egli, interrompendo il suo primo
discorso, e cambiando di tono: essa abita qui, a poca distanza da me,
sotto il medesimo tetto; e la potrò vedere, e la vedrò tutti i giorni.
Schiuse le labbra ad un sorriso di beatitudine e corse alla finestra. Lì
sotto era la strada cui egli aveva passeggiato tante volte, là in faccia
era la cantonata, a cui tante volte s'era fermo a contemplare quel
palazzo, dov'egli ora si trovava. La stanza assegnatagli era al secondo
piano e Maurilio riconobbe con una strana sensazione che poteva dirsi di
gioia, come la fosse quasi al di sopra di quella in cui aveva indovinato
dormire Virginia.
Questo nome ripetè egli come se la invocasse.
— Virginia! Virginia!
All'udire la sua voce far suonare quella parola fra quelle pareti, si
riscosse, tremò, si soffuse di rossore, si volse rattamente a guardar
indietro e dintorno, come pauroso alcuno l'avesse potuto udire. Si
rassicurò vedendosi compiutamente solo; non ci aveva altra compagnia,
non s'udiva colà altro rumore che quello del foco che schioppettiva nel
caminetto.
— La vedrò ogni giorno: ripetè quasi avesse bisogno di dirselo più
volte, affine di credere egli medesimo; la vedrò oggi stesso, fra
poco!...
Un legger colpo battuto all'uscio della sua stanza lo fece sussultare.
— Avanti: diss'egli volgendosi alla porta, curioso e quasi inquieto di
vedere chi fosse.
S'apri un battente e comparve la faccia bonaria di Don Venanzio, più
lieta, più sorridente, più benigna del solito.
— Cospetto! esclamò il buon vecchio, come sei bene alloggiato, e come
vestito! Mi sembri un medico o un avvocato.
Si fregò le mani con espressione di viva contentezza:
— Dio sia lodato che mi ha voluto far la grazia di soddisfarmi uno dei
maggiori desiderii che avesse ancora la mia vecchiaia: quello di vedere
il tuo destino assicurato, Maurilio, mio buon figliuolo.
Il giovane, preso da un vivo intenerimento, sentì inumidirsi le ciglia e
non seppe fare altra risposta che gettarsi al collo del sacerdote ed
abbracciarlo. E Don Venanzio, tenendolo così stretto al suo seno in un
affettuosissimo amplesso, continuava:
— Sì il tuo destino assicurato, perchè qualunque cosa venga o non venga
a scoprirsi intorno alla tua nascita, la protezione di questo
generosissimo uomo, che è il marchese, non ti può mancar più, e tu non
sei tale da rendertene indegno mai....
Maurilio nascose la fronte sulla spalla di quel vecchio che aveva saputo
amarlo d'un amore paterno.
— Ma le triste vicende del mio passato... balbettò egli.
— Il marchese sa tutto, e d'or innanzi non correrai più il pericolo che
la rivelazione di quelle tue sciagure possa farti perdere l'impiego...
Nega ora, se il puoi, col tuo orgoglio di razionalista, l'azione e la
bontà della Provvidenza che mi ha tratto qui dal mio villaggio, giusto
appuntino per poterti allogare come si conviene, e forse forse per
trovarti eziandio la tua famiglia: e quest'ultima cosa dopo dimani spero
che la sapremo.
— Ah! se mai fosse! esclamò cogli sguardi sfavillanti Maurilio, il quale
sentiva nel capo suscitarsi e tumultuare la follia di mille assurde
speranze.
— Sì, sì, sarà... sarà anche questo. Io confido nel Signore; e non è per
nulla di certo che la sua bontà ci ha messo sulla traccia ora soltanto,
dopo tanto tempo... Ma questo non è momento di parlare di ciò... nè di
ciò nè di altro, perchè la è l'ora dell'asciolvere, e siamo attesi
tuttedue.
Maurilio guardò Don Venanzio con aria esterrefatta. Questo asciolvere,
voleva egli domandare, si farà con tutta la famiglia? Era dunque giunto
il momento desiderato e temuto, felice e pur penoso, di comparire
innanzi egli all'amata fanciulla?
Il buon vecchio prete che nello sguardo e nella mossa del giovine vide
soltanto una maraviglia, credette rispondere a quest'essa spiegando come
andasse la cosa.
— Sì, continuò egli, ci siamo attesi tuttedue. Il marchese ha voluto ad
ogni patto che fin tanto che io rimango a Torino, venga a farti
compagnia... Se ti dico che con tutta la sua dignitosa fierezza è il
migliore dei bravi uomini! Ha capito che ciò farebbe un immenso piacere
a me e nel medesimo tempo gioverebbe a levar te di suggezione, ti
sarebbe d'aiuto nell'affarti all'ambiente della casa... Dunque poc'anzi
sono venuto, come egli me ne aveva detto, e discorso un poco insieme del
più e del meno, vennero ad annunziare che se S. E. voleva si sarebbe
servito in tavola per l'asciolvere. Il marchese mi disse: «Ella non ha
ancora visto la camera del sig. Nulla?» — «No, signor marchese:» io gli
risposi. «Ebbene se vuole andare a chiamarlo Ella medesima per
l'asciolvere, avrà tempo a dargli un buon giorno ed un abbraccio: e così
potrà interrogarlo se gli manca e se desideri alcuna cosa cui forse non
oserebbe domandare al mastro di casa.» Ve' che bontà!... Io accettai
l'incarico ed eccomi... Già son persuaso che non ti manca nulla.
— No certo.
— Dunque non c'è altro che discendere nella sala da pranzo.
— Andiamo: disse Maurilio il quale si sforzò a dominar la emozione che
nacque subitamente e vivissima in lui.
Ma al punto di varcare la soglia di quella stanza dovette fermarsi e
reggersi allo stipite, tanto il cuore gli batteva e glie ne tremavan le
gambe.
— Coraggio! gli disse Don Venanzio che credette questa soltanto emozione
di timidità; e' son tutti in fine uomini come siam noi, per quanti
titoli abbiano al proprio nome.
Maurilio si fece forza e discese in compagnia del parroco. Quando
entrarono nella sala da pranzo non c'erano ancora che due domestici in
piccola livrea, immobili come statue presso un'alta credenza di legno
d'ebano scolpita, nella quale brillavano nitidissimi cristalli,
porcellane ed argenti, e il servo di confidenza del marchese, in abito
nero e cravatta bianca, dritto dietro l'alta spalliera della seggiola su
cui soleva sedere il capocasa.
Non tardarono a sopraggiungere il marchese che dava il braccio alla
marchesa, e dietro essi Virginia. Maurilio sentì la presenza di lei, ma
non osò alzare il capo nè gli occhi a guardarla: se ciò avesse fatto,
avrebbe trovato così pallido il viso della fanciulla, così chiare in
esso le traccie della insonnia e d'una pena morale che ne sarebbe stato
più di commosso.
Don Venanzio fu amichevolmente salutato da tutti, anche dalla superba
marchesa; la sua qualità di sacerdote gli valeva siffatta distinzione
dalla fierezza aristocratica di quella donna, più per principio politico
che non per devota osservanza al sacro di lui carattere. Virginia con un
sorriso di tutta amorevolezza andò a porger la mano al vecchio prete
dicendogli parole piene di grazia e di dolcezza.
— Il signor Nulla, il nuovo segretario di cui vi ho parlato: disse il
marchese facendo un cenno colla mano per presentare Maurilio, che
s'inchinò, alla marchesa ed a Virginia. — Mia moglie e mia nipote:
soggiunse poi additandole a loro volta al giovane.
La marchesa aveva fatto un legger cenno colla testa pieno di superbia, e
certo avrebbe prestato più attenzione e regalato uno sguardo più cortese
ad un cagnolino che le fosse condotto dinanzi; Virginia aveva fatto un
piccol saluto sbadato nella evidente preoccupazione onde aveva presa
l'anima, e stava per voltar via la testa, senz'altro, quando i suoi
occhi cadendo sopra il volto dell'uomo che le veniva presentato, un
sovvenire ed un'idea sorsero di subito nella sua mente. Il suo sguardo
si fermò su quelle fattezze che le parve avesse già viste altre volte; e
da quegli occhi color del mare balenò una fiamma viva cui Maurilio,
benchè timido e vergognoso tenesse volti a terra gli sguardi impacciati
e la faccia arrossita, sentì arrivarlo, circondarlo, penetrarne entro il
cervello il calore. Sollevò allora le pupille ancor egli; lo sguardo
della fanciulla era come un'investigazione. «Dove vi ho io visto? pareva
domandare: chi siete? che cosa venite a far qui?» Negli occhi di lui
c'era tanta ammirazione, tanta devozione, tanta ardenza di affetto che
impossibile una donna nulla ne scorgesse; Virginia non vide, non sognò
nemmanco che ci fosse, che ci potesse essere dell'amore; scorse,
avvertì, sentì che in quel giovane timido e modesto avrebbe potuto avere
in un caso un aiuto; glie ne diede un tacito ringraziamento, e prese
quasi atto come d'una muta promessa con una mossa gentile e andò a
sedersi al solito suo luogo fra lo zio e la zia.
— E mio figlio? domandò il marchese nell'atto di spiegare il suo
tovagliolo.
— È uscito or ora, appena levato: rispose uno dei domestici: ed ha
lasciato detto che pel _déjeuner_ non sarebbe venuto.
Il marchesino, che contro il divieto del padre voleva battersi quel
giorno medesimo con Benda (e già sappiamo come il duello avesse luogo
alle tre di quel pomeriggio) aveva pensato miglior consiglio fuggire la
presenza del genitore.
Il padre e la madre di Ettore scambiarono un ratto sguardo in cui
c'erano un medesimo timore ed un medesimo sospetto; una nube passò sulla
fronte del marchese, il quale non fece altre osservazioni nè domande, e
di suo figlio non parlò più. Anche sul volto di Virginia apparve, ma
dominata e repressa tosto, una espressione di ansietà.
Durante la colazione si fu piuttosto silenziosi. Il marchese parlò
talvolta con Don Venanzio ed anche con Maurilio; ma poi, vedendo che
quest'ultimo aveva dal suo impiccio la maggior pena del mondo a
rispondere, lo lasciò tranquillo; la marchesa rivolse alcune fiate il
discorso al prete intorno ad argomenti indifferentissimi e ne ascoltò le
risposte come si ascoltano le cose di che non c'importa niente affatto;
Maurilio fu per lei come se non esistesse.
Al nostro giovane amico il tempo di quell'asciolvere parve lungo,
eterno, e insieme fuggito come un istante. Egli si trovava quasi di
fronte a Virginia. Avrebbe voluto guardarla sempre, bearsi nella desiata
contemplazione di quel volto leggiadro; e il timore d'incontrare lo
sguardo di lei, gli faceva tenere gli occhi fissi inchiodati sul tondo
che aveva dinanzi. Ma pure due o tre volte ardì sollevarli, e di nuovo
essi incontrarono quello sguardo scrutatore di lei; anzi ad un punto
parve al confuso giovane che un'espressione di lieta sorpresa, d'una
inesplicabile speranza fosse nell'occhieggiare dell'adorata fanciulla.
Ei si disse che ciò era impossibile, che questo era un inganno, che egli
non aveva da essere altro per lei fuori d'un estraneo indifferente,
ch'ella non poteva in lui ravvisare una conosciuta persona, a meno che
riconoscesse il miseruzzo di giovane di libraio che le recò un giorno
dei libri, e cui ella non aveva pur degnato d'uno sguardo, o il
vagabondo che s'era introdotto un dì nel parco della villeggiatura in
cui ella si trovava, e ch'essa medesima aveva visto punire e scacciare
come ladruncolo di frutta; ma questo riconoscimento egli aveva sperato e
tutto gli faceva credere non potrebbe avvenire, e non sarebbe per esso
che gli sguardi di lei avrebbero preso quella che gli pareva ombra
d'interesse e di favore. Era dunque una compiuta illusione la sua.
E invece la era una realtà. Virginia non aveva riconosciuto in Maurilio
il giovane di libraio, nè il creduto ladroncello del parco, sibbene
quell'individuo che poche sere prima, nell'occasione del ballo
dell'_Accademia filarmonica_, ella, nel vestibolo del palazzo dove aveva
luogo la festa, aveva veduto in compagnia di Francesco Benda. La nostra
memoria ha di queste stranezze: ella, senza che ce ne accorgiamo, riceve
delle impressioni e le alloga, per così dire, in qualche suo riposto
cantuccio, indipendentemente dal concorso della nostra volontà; ad un
dato momento, quando appunto ci diventa più utile il poterci servire di
quell'impressione, il trarre in campo il ricordo di quel fatto, di
quella circostanza, ella ce lo trae fuori per mettercelo dinanzi fresco,
preciso ed efficace.
Virginia, dopo la nuova provocazione avvenuta al ballo la sera prima fra
suo cugino Ettore e l'avvocato Benda, non s'illudeva punto sulle
conseguenze di quel fatto. Nell'insonnia onde aveva avute turbate le ore
di riposo che trammezzarono tra la partenza dal ballo e l'asciolvere,
ella posseduta da una indescrivibile ansietà, s'era con sommo dolore
convinta, che nulla poteva fare affine d'impedire uno scontro, ed aveva
dovuto limitarsi ad ardenti preghiere e ad invocare che almeno le fosse
concesso di sapere tosto e tutta la verità. Inviare a domandarne a casa
dei Benda per un domestico, e non osava, e temeva non le sarebbe
concesso per la sorveglianza della zia; altro modo di ottenere il suo
intento non sapeva immaginare. Al primo vedere il nuovo segretario dello
zio, un confuso sovvenire d'averlo già visto e una più confusa idea che
quell'uomo la potrebbe servire le nacquero in una. Quando il suo ricordo
chiaro e spiccato le ebbe posto innanzi la vicenda e il modo ne' quali
quel giovane era stato da lei incontrato, ella non dubitò più che un
pietoso riguardo della sorte glie l'avesse mandato pur farla soddisfatta
nel suo ansioso desiderio: la lo guardò coll'occhio benigno con cui si
guarda l'opportuno stromento della nostra salvezza: il povero Maurilio
dovette a codesto la infida gioia — invano voluta da lui medesimo
cacciare e soffocare — d'un momento di ventura ch'egli stesso dichiarava
impossibile: la ventura d'uno sguardo affettuoso!
Nel recarsi dalla stanza da pranzo al vicino salotto da prendervi il
caffè, Virginia seppe far così bene che rimase indietro da venire a
costa di Maurilio, il quale nel vedersela vicino, tremava verga a verga.
— Signore, diss'ella con quel coraggio che le dava l'amor suo e con
quella franchezza che le permetteva la superiorità della sua condizione
sociale sopra quella del giovane; mi pare che la non sia questa la prima
volta che noi c'incontriamo.
Il povero Maurilio impallidì ed arrossì in una. Ella aveva dunque notata
la presenza di lui? Ma dove, e come, e quando? Si accrebbe il tremore
de' suoi nervi e il palpito del suo cuore: siccome non poteva spiccicar
parola dalle labbra, e' si contentò d'inchinarsi in segno di rispettosa
affermazione.
La nobile fanciulla continuava:
— La ho veduta, se non erro, l'altra sera insieme coll'avvocato Benda.
Pronunziò essa quel nome senza la menoma esitazione, senza deviar lo
sguardo, senza punto arrossire, ma abbassando la voce così che il suono
di tal parola non potesse giungere a svegliare in alcun modo
l'attenzione dello zio e della zia che precedevano.
Ma a questi detti parve al misero Maurilio che una mano di gelo venisse
a serrargli il cuore che si dilatava ad accogliere sempre meglio quella
ineffabil gioia di assurda speranza. La nebbia rosata ond'era avvolto il
suo spirito si ruppe, e traverso la fatale illusione che cominciava a
dileguarsi, travide il principio d'una realtà dolorosa.
— Sì, sì signora, balbettò egli, osando pur finalmente guardarla nel
volto. Ero insieme a Benda, mentr'ella passava su per la scala
dell'Accademia Filarmonica.
La ragazza chinò gli occhi innanzi a lui.
— Ella è molto amico di quel signore?
— Signora sì.
Virginia non fu padrona di contenere la vivacità dell'interesse con cui
affrettatamente soggiunse la domanda:
— Ne sa Ella qualche notizia di lui da questa mattina?
— No: rispose Maurilio con tanto appena di voce da farsi sentire.
E la ragazza più frettolosamente e più infervorata di prima:
— Deve essersi battuto... con mio cugino. Sono ansiosissima di saper
novelle dello scontro prima di mia zia... Sarei molto riconoscente a chi
me ne recasse il più presto possibile.
S'era giunti al salotto. Virginia s'allontanò dal giovane senz'altro, e
non vide per fortuna la nuova espressione che avevano presa i lineamenti
di lui.
A Maurilio s'era svelata tutta la verità. Quella sera in cui primamente
gli era avvenuto di vedere insieme Francesco e Virginia aveva indovinato
che Benda amava ancor egli l'oggetto dell'amor suo; ora e' si faceva per
lui chiaro come la luce del giorno che ancor essa, Virginia, riamava
Francesco. Quell'odio che già aveva sentito per quest'ultimo e cui aveva
confidato a Giovanni Selva, assalì con nuova vampa e con nuovo impeto
l'anima di Maurilio: desiderò ogni danno al suo fortunato rivale, non
inorridì, a tutta prima, allo scellerato pensiero, il quale si faceva
per lui una infame speranza: che cioè quel duello di cui le aveva fatto
cenno Virginia medesima, potesse, forse in quel momento medesimo,
togliere di mezzo quel fortunato per cui s'era aperto il cuore della
donna ch'esso era condannato ad amare inutilmente. Ma non tardò ad aver
vergogna e rabbia e disprezzo di se medesimo: aspettò poterlo fare senza
violare nessuna convenienza, e come il marchese gli ebbe detto che per
allora non abbisognava dell'opera sua, Maurilio corse a rinchiudersi
nella sua stanza, rifiutando anche la compagnia di Don Venanzio,
bisognoso come era d'esser solo e di affondarsi nel turbatissimo caos
de' suoi pensieri. Si gettò boccone sul letto e cacciandosi le mani
contratte entro le chiome arruffate, stette colà immobile a sentire,
quasi come si fa per una voluttà, l'interno spasimo che lo travagliava.
Che cosa era venuto a far egli in quella casa? tornava a domandare a se
stesso: non era meglio morir anzi mille volte di fame che venire a farsi
corrodere il cuore da simili angoscie? Qual delirio lo aveva preso, qual
odio di se medesimo quando aveva consentito a entrare in quella
famiglia? Come era mutato ora l'aspetto d'ogni cosa! Poc'anzi gli pareva
che fosse quello il fine delle triste venture, adesso invece sentiva
essere il cominciamento di nuovi e forse ancor più aspri dolori.
Le poche parole dettegli da Virginia seguitavano a suonargli nella
mente, come se un'eco incessante fosse lì a ripetergliele. Ella
evidentemente sperava in lui, ci aveva contato su per sapere tosto
quelle nuove di cui aveva schiettamente confessato essere ansiosa: e
perchè mancherebbe egli alla fiducia che in lui aveva ella riposta? Se
alcuno gli avesse detto un tempo: — «Tu puoi risparmiare un minuto di
dolore a quella che ami:» non avrebb'egli lietamente offerto se stesso
ad ogni tormento per quest'effetto: ed ora?...
Si levò di sopra il letto con nuova risoluzione; uscì della sua stanza,
scese precipitoso le scale del palazzo e prese correndo la strada per
alla dimora di Francesco Benda.
Mentre Maurilio recavasi a casa dei Benda, nel palazzo del marchese di
Baldissero avveniva una scena che non è inutile conoscere per la
prosecuzione del nostro racconto.
Presentavasi nell'anticamera una sordida vecchia che, invocando il nome
di Dio, della Madonna e di tutti i santi, protestava avere gravissime
cose da comunicare a S. E. il marchese, proprio a lui in persona, ed
insisteva perchè andassero a dirglielo affine di esserne ricevuta. I
lacchè, ai quali questa donna era già ben conosciuta, la ricevettero con
tutto il superbo disprezzo di cui questi valorosi sono capaci verso la
povera gente, e per quanto ella non iscoraggiata ed audace instasse, non
acconsentirono a darle retta.
— Oh sentite, _Gattona_, finirono per dirle, smettetela chè omai ci
avete fradici, e sono tutte inutili le vostre parole. Il marchese ha
ordinato, espressamente ordinato, capite, di mandarvi ai cento mila
diavoli ogni quel volta vi presentiate, ch'egli, per cantarvela in
musica, non vuol più avervi tra' piedi in nessun modo. Se gli è per
ispillargli qualche soccorso, venite nei giorni e nelle ore solite,
quando fa distribuire elemosine dal suo segretario, che al vostro turno
alcuna cosa vi potrete buscare, altrimenti, a star qui ed insistere, voi
seccate inutilmente noi, e ci perdete il vostro tempo.
La _Gattona_ pensò che, parlando al segretario, un'autorità superiore
nella schiera dei dipendenti dal marchese, avrebbe forse avuta maggior
probabilità di fare arrivare sino all'orecchio di S. E. l'ambasciata che
voleva, e per cui ella era persuasa di essere dal marchese ricevuta.
Domandò adunque di potere almanco vedere questo sor segretario; e n'ebbe
in risposta che egli era uscito, e che non sapevasi dirle l'ora nella
quale avrebbe potuto vederlo di quella giornata, perchè era nuovo
affatto in ufficio, entratovi soltanto quella mattina medesima, e non
aveva ancora assunto regolare servizio.
La _Gattona_ si partì finalmente, e borbottando fra sè come persona che
ha gravi preoccupazioni pel capo ed è più incerta che mai del partito
cui prendere, s'avviò verso la sporca viuzza dove ci aveva la dimora.
Sotto le volte che dalla strada di Dora Grossa mettono nella piazza del
Palazzo municipale trovò essa _Gognino_, il quale, abbandonata in un
angolo la sua cassetta dai fiammiferi, faceva chiasso con altri
sbarazzini della sua risma, tirando addosso a sè ed anco alla gente che
passava pallottole di neve. _Gognino_ vide bensì ad un punto la nonna
che veniva, e corse alla sua cassetta; ma era troppo tardi, l'occhio
grifagno della vecchia lo aveva colto in _flagranti_; e di più, come se
ciò non bastasse ad irritare la già indispettita, maligna femmina, ecco
una di quelle palle di neve tirata dalla mano d'uno fra i compagni del
nipote, venirla a colpire nella cuffia, mandargliela per traverso e
scomporle tutto il poco elegante edifizio della sua capigliatura grigia
ed arruffata.
La _Gattona_ piombò sopra il nipote, proprio come uno di quegli animali
che avevano avuto l'onore di darle il nomignolo sopra un povero topo, lo
ghermì e fece le vendette della sua autorità sconosciuta, dei suoi
comandi disubbiditi, della sua cuffia oltraggiata, della sua dignità
offesa dalle sghignazzate dei biricchini sulle orecchie di _Gognino_,
cui tirò senza misericordia, non ostante gli strilli del povero ragazzo.
Ma l'incontro di _Gognino_ le fece pure venire in mente una buona idea.
Quell'uomo cui la sorte le aveva condotto innanzi così inaspettatamente
poche sere prima, ed al quale ora ella credeva essere in grado di
rendere un nome ed una famiglia, e studiava appunto di far ciò nel modo
che più le fruttasse; quell'uomo avevale promesso dieci soldi al giorno
a patto gli conducesse il nipote ad imparare da lui lettura e scrittura.
Ora di quel giorno ella aveva trascurato di menargli il bambino e di
esigerne le promesse monete; e non ci vedeva nessuna buona ragione di
perdere quel tanto. Amministrata adunque la severa correzione alle
orecchie di _Gognino_, la vecchia lo prese ad un braccio, se con buona
grazia ve lo lascio pensare, e fattogli deporre la cassetta di
fiammiferi sotto il banco d'una rivendugliola sua comare, lo trasse con
sè verso la casa dove dimorava il pittore Vanardi coi suoi amici.
Salita su fino all'alto quarto piano ed entrata in quel quartiere che
ben conosciamo, la _Gattona_ ci trovò sola sora Rosina la moglie del
pittore, la miglior donna del mondo, come sappiamo, ma non delle meno
ciarliere. In breve la vecchia che cercava di Maurilio, ebbe appreso
tutte le novità che lo riguardavano; e la venuta del vecchio prete di
campagna, e l'intromettersi di quest'esso per trovare a Maurilio un
impiego, e l'avergli trovato il posto di segretario presso il marchese
di Baldissero, e l'essere già Maurilio fin da quella mattina allogato in
tal qualità da quella famiglia.
All'udire siffatta novella, la _Gattona_ parve cadesse dal quarto cielo,
tanto rimase sbalordita dalla meraviglia. Maurilio in casa dei
Baldissero! Se lo fece ripetere parecchie volte, come se la fosse cosa a
cui non potesse prestar fede così di piano; ed alla fine, levando le
scarne mani verso il cielo, esclamò con un'espressione che faceva
pensare a chi sa qual mistero la volesse adombrare:
— Oh Provvidenza! oh Provvidenza!
Sora Rosina non mancò al suo dovere di curiosa stuzzicando con varie
domande la vecchia popolana a parlare; ma la _Gattona_, cosa d'ogni
altra più meravigliosa, si rinchiuse nella discrezione d'un assoluto
silenzio, da cui fu impossibile farla uscire; anzi troncò senz'altro il
colloquio e se ne andò frettolosa dicendo che avrebbe cercato del signor
Nulla nel palazzo del marchese: ma non fu colà ch'ella diresse i suoi
passi, bensì al convento dei Gesuiti presso la chiesa del Carmine, dove
domandò di padre Bonaventura, e dove, non essendoci egli, si fermò fino
a tanto che rientrasse, cosa che non avvenne fino al cader del giorno.
Fra il frate gesuita e la pitocca venditrice d'abitini ebbe luogo un
altro segreto colloquio lungo ed animato, che si conchiuse colla
risoluzione, il frate medesimo avrebbe parlato al marchese ed avrebbe da
lui ottenuta udienza a Modestina Luponi chiamata la _Gattona_.
Ma di quel giorno fu impossibile a chicchessia vedere il marchese di
Baldissero, perchè gli avvenimenti capitati presero al vecchio
gentiluomo tutto il tempo, e quando, compito quello che credette il
debito suo, si ridusse in casa, non volle che nessuno più di estranei,
qualunque si fosse, venisse introdotto presso di lui.
Ecco intanto quel che era capitato.
Verso le quattro Ettore di Baldissero rientrava nel palazzo paterno.
Virginia, che stava ansiosamente attendendo ed a cui niuna nuova da
nessuna parte era ancora pervenuta, appena udì rientrato il cugino,
senza badare a verun'altra considerazione più, ma mossa soltanto
dall'impulso della sua ansietà, fece pregare Ettore di passare tosto da
lei. Il marchesino era troppo galante per tardare ad obbedire a un simil
cenno della sua bella cugina.
La ragazza gli venne incontro fin verso la soglia, che Ettore aveva
appena varcata; e guardandolo fiso in mezzo agli occhi come chi vuol
leggere altrui nell'animo, gli disse con tono di asseveranza come se già
sapesse tutto:
— Tu ti sei battuto quest'oggi coll'avvocato Benda.
Fra le tante cose meno degne d'un gentiluomo che Ettore di Baldissero
aveva imparate pur troppo, non c'era almanco quella di saper mentire.
Chinò il capo in segno affermativo.
Virginia continuava con aspetto pieno di coraggio, benchè fosse pallida
ed avesse alquanto affannoso il rifiato:
— Un duello quale deve aver avuto luogo fra voi non si conchiude senza
morte o ferita di alcuna delle parti. Tu sei compiutamente illeso.....
— Ti rincresce? interruppe con un sogghigno pieno di malignità il
marchesino.
La giovane parve non badar neppure alla interruzione.
— È dunque l'avvocato Benda che rimase colpito.
— Tu la ragioni meravigliosamente giusto: rispose Ettore colla medesima
ironia.
Virginia impallidì ancora di più e le sue palpebre tremarono un pochino;
fu il solo segno di debolezza che apparisse in lei.
— Morto? domandò ella con voce più sommessa.
— No.
— Ah! — Ella fece una breve pausa e mandò più grosso il respiro. — La
ferita è grave?
— Non è delle più leggiere: rispose con serietà il marchesino, che a
questo punto non ebbe il coraggio più di essere ironico nè impertinente:
ma la spero neppure delle più gravi.
Virginia tornò ad affondare i suoi occhi più brillanti che mai negli
occhi del cugino, e domandò con una franchezza che svelava in una la
forza e la nobiltà del suo amore:
— Vivrà?
— Spero di sì: rispose il marchesino.
Il colloquio fra i due cugini non aveva più ragione di continuare:
stettero un istante l'uno in faccia dell'altra, senza saper più che cosa
dirsi, finchè egli, tornando a far sentire nel suo accento quel tanto
d'ironia, ruppe il silenzio:
— Mi pare che tu non abbia più nulla da dirmi, Virginia?
Ella scosse la segno negativo la testa. Ettore si inchinò leggermente ed
uscì con aria disinvolta e quasi ilare, ma con un vivissimo dispetto in
cuore. Non gli rimaneva più dubbio alcuno sull'amore di sua cugina per
quel borghesuccio, ed egli, colla ferita che a quest'ultimo aveva
procacciata, non aveva fatto altro che renderlo più interessante.
Appena sola, Virginia chiamò a sè la sua cameriera.
— Fa di sapere, dissele, se il segretario di mio zio è rientrato; e se
sì, digli che venga a parlarmi.
La cameriera guardò stupita la padroncina.
— Va e fa come ti dico.
Aveva un aspetto di tal risoluzione e di comando, mai più visto in lei,
che la fante si mosse ad obbedire senza fare pure una di quelle
osservazioni che le erano venute in folla sulla punta della lingua.
Ettore, rientrato nelle sue stanze, trovò il domestico che gli trasmise
l'ordine del marchese di presentarsi subito innanzi a lui.
— Andiamo da mio padre: disse il giovane fra i denti con un soffocato
sospiro che manifestava la malavoglia e il disagio ispiratigli da questo
abboccamento.
E ci fu sollecito. Alle interrogazioni del padre egli rispose con
franchezza tutta la verità.
— Voi avete disobbedito in una al vostro genitore ed al vostro re; gli
disse con severissimo accento il marchese. Nè l'uno nè l'altro non vi
possono così agevolmente perdonare: mi recherò da S. M. ad intendere
quale punizione voglia infliggere alla vostra pervicacia. Voi
aspetterete in casa il mio ritorno.
Il figliuolo s'inchinò in atto di rassegnazione, e il marchese si recò
senza indugio a Corte per riferirne al re. Mezz'ora dopo egli rientrava
coll'ordine reale: Ettore di Baldissero si recasse incontanente agli
arresti in cittadella.
Ma entrando nella vasta sala dell'anticamera, il marchese s'incontrava
colla nipote che, apparecchiata per uscire, s'avviava in compagnia della
cameriera verso lo scalone. Era già scuro per le strade della città.
— Dove vai, Virginia, a quest'ora? le domandò.
Ella si confuse, arrossì, balbettò, ed insistendo lo zio nella
richiesta, rispose:
— Vado a consolare una mia amica e compagna di collegio a cui è capitata
una grande sventura.
— Chi?
Virginia si confuse e arrossì vieppiù.
— Chi? ripetè il marchese osservando attentamente la ragazza.
— Maria Benda.
— La sorella dell'avvocato?
— Sì.
— Ah! — Stette un istante guardando la nipote con fissità osservatrice,
ma non ostile, nè severa; — questa grande amicizia è nata da ben poco
tempo, che prima d'ora mai non vi fu fra voi attinenza di sorta.
Virginia chinò il capo e non disse parola. Lo zio la prese per mano con
un'autorevolezza piena di affettuoso interessamento.
— Vieni, vieni meco, Virginia, soggiunse. Conviene che ci parliamo noi
due. — Andate ai fatti vostri, voi: disse alla fante, e trasse con sè la
nipote in quel suo studiolo in cui siamo già penetrati parecchie volte.
Maurilio, più veniva accostandosi alla casa di Francesco e più sentiva
in cuor suo diminuire quel tristo sentimento d'odio che gli era sorto
verso l'amico. Anzi la riazione che avveniva nella sua natura
fondatamente buona, lo faceva a poco a poco ancora più sollecito,
ansioso e dolente del pensiero che a Benda avesse potuto accadere
disgrazia. Ciò lo mosse ad affrettare il passo così che giunse al
portone della casa, quasi correndo. Entrò egli nel casotto del portinaio
e interrogò Bastiano che stava seduto con un gran braciere in mezzo alle
gambe, fumando la sua pipa.
Apprese che Francesco non era ancora rientrato, e che in famiglia non si
aveva sospetto nessuno del pericolo del giovane. Si fermò alquanto nel
camerino del portinaio ad aspettare, poi non potendo più stare alle
mosse, uscì ed andò a scalpitare con impazienza la neve dei viali.
Avrebbe voluto camminare incontro alla novella per apprenderla più
presto, ma non sapeva da qual parte Francesco e i suoi compagni fossero
per giungere; pensava all'ansietà che, maggiore certo della sua, provava
a quel medesimo tempo Virginia, e in parte se ne arrabbiava con invida
gelosia, in parte se ne accorava come quegli che a lei avrebbe voluto
risparmiare ogni affanno.
E intanto il giorno se ne andava e in quell'annuvolato aere scendeva
assai presto il primo scuriccio della sera. Maurilio, intirizzito ornai
dalla brezza invernale che spirava gagliarda, vide finalmente una
carrozza che veniva a quella volta al trotto serrato d'un cavallo di
prezzo. Questa carrozza si fermò innanzi al portone, un giovane signore
ne discese frettoloso con aria visibilmente preoccupata ed entrò nella
casa. Maurilio indovinò che con quel signore era giunta la novella, e
dal volto del messaggiero capì che la non era lieta. Era diffatti il
conte San-Luca che veniva a preparare la famiglia alla luttuosa vista
del figliuolo ferito. Il sangue diede un rimescolo al nostro giovane;
avrebbe voluto entrare colà e domandarne, e non osò; vide il conte venir
fuori della casa, la faccia ancora più conturbata di prima, salir nel
legnetto e questo ripartire, senza ch'egli avesse la risoluzione di
spiccarsi dal luogo, di fare checchessiasi.
E di qual misura era la disgrazia che ormai non dubitava più fosse
capitata a Francesco? Stette lì ad aspettare ancora senza sapere al
giusto che cosa. Mezz'ora dopo giungeva a lento passo la carrozza che
portava il ferito. Nelle tenebre della sera, Maurilio si cacciò innanzi
di guisa da scorgere il meglio possibile, s'appiattò dietro il tronco di
un albero là dove la carrozza doveva voltare per entrar nel portone, e
mentre questa gli passava a un metro appena di distanza, gettò in essa
avidamente lo sguardo. Travide la faccia pallida di Francesco appoggiata
alla spalla di Giovanni Selva; negli occhi sbarrati del ferito che
fissavano la casa paterna, scorse l'ansia ed il dolore fisico e morale.
Maurilio non fu visto da nessuno; e' si ritrasse indietro quasi con
ispavento e con orrore di sè medesimo. L'empio desiderio che
nell'accesso del suo geloso furore aveva poco prima formolato, gli tornò
in memoria come un rimorso, e gli parve poco meno che d'esser egli
eziandio colpevole di quel sangue.
Dal suo nascondiglio vide sotto il portone, di cui Bastiano aveva
spalancato le imposte, le dolorose accoglienze cui padre, madre e
sorella facevano al povero ferito, che con riguardosa cura fu tratto
fuor di carrozza e condotto al piano superiore; vide traverso i vetri
delle finestre dell'abitazione il correre di qua e di là di lumi per
l'affaccendarsi a provvedere le cose occorrenti al misero giovane;
voleva entrare e domandarne e non osò: sperava che uno di quelli che
accompagnavano Francesco uscisse ed egli potesse da lui informarsi e
nessuno veniva. Finalmente il pensiero di Virginia, la quale stava
sempre attendendo, che in lui s'era affidata, ed alla cui fiducia non
voleva fallire, lo decise; entrò, chiese di Selva, lo ebbe a sè, apprese
come stessero le cose, e addoloratissimo prese correndo la via del
ritorno al palazzo Baldissero.
Virginia aveva giustamente mandato in cerca di lui. Maurilio le comparve
innanzi ancora tutto affannato della sua corsa.
— So che il suo amico è stato ferito, le diss'ella con una specie di
brusca vivacità che era irrequietezza dell'animo commosso e sgomento; ma
se e quanto sia pericoloso il suo stato, lo ignoro. Può Ella apprendermi
il vero?
Maurilio mestamente le ripetè quanto a lui medesimo aveva detto poc'anzi
Giovanni.
La ragazza lo ascoltò fredda, immota, si sarebbe detto quasi
indifferente. Quand'egli ebbe finito, essa fece un moto della testa che
significava insieme ringraziamento e congedo, e disse semplicemente, ma
la sua voce tremava un pochino:
— La ringrazio.
Il giovane uscì, e Virginia abbigliatasi e comandato alla fante si
abbigliasse per accompagnarla, voleva accorrere presso di Francesco a
vederlo, confortarlo, apprendere co' suoi occhi medesimi la fatal
verità.
— S'egli morisse, pensava, ed io non potessi manco più dargli un addio!
Era per uscire, come vedemmo, quando s'incontrò collo zio che ne la
impedì, conducendola seco nello studiolo.
— Aspettami qui un istante, le disse: devo dare pochi ordini e poi sono
da te.
Ebbe a sè il figliuolo, e comunicatogli la sovrana decisione, comandò
che immediatamente si recasse nella cittadella, dove già erano trasmessi
gli ordini opportuni per riceverlo. Ettore non rispose una parola:
s'inchinò e fu sollecito a recarsi in fortezza. Eravi diffatti già
aspettato, ed a lui — vedete gioco del caso! — toccò appunto quella
camera nella quale due giorni prima era stato rinchiuso come prigioniero
politico il suo rivale ed avversario Francesco Benda.
— Virginia: cominciò così a parlare alla nipote il marchese di
Baldissero, poichè fu rientrato nello studiolo, dove la ragazza stava
attendendolo. Hai tu confidenza in me? Ti pare che io la meriti intiera
e compiuta la tua fiducia?
La giovane stava dritta presso il camino e guardava fisamente la fiamma
che volteggiava sulle legna nel focolare. Anche sulle sue guancie,
precisamente come una fiamma, andava e veniva a volta a volta una vampa
di rossore, un'onda di sangue che coloriva la sua pallidezza un istante,
e spariva. Ella era levatasi dalle spalle il mantello e gettatolo
comecchessiasi sopra una seggiola, s'era tolto del paro il cappellino e
lanciatolo a quel modo. Le sue chiome abbondanti color d'oro, coi ricci
cascanti sul niveo collo chinato, splendevano alla luce della lampada
che era stata accesa sulla caminiera. Al di sopra della lampada pareva
chinarsi sopra di lei il grande crocifisso d'avorio dalle braccia tese,
e il riflesso rosato del lume dava a quel volto mite e sofferente
scolpito dall'artista un'espressione che sembrava pietà.
Alle parole dello zio, Virginia alzò il capo reclinato, e guardando con
franchezza e intenerimento insieme la bella figura del vecchio
gentiluomo, rispose con voce vibrante d'emozione:
— Oh zio! Ella è l'unica persona al mondo in cui io possa aver fiducia e
debba. E non vi ha alcuno che più la meriti di Lei.
Il marchese le pigliò una mano.
— Io ho fatto sinora tutto il mio possibile, perchè meno aspra e funesta
ti fosse la tremenda sciagura a cui ti volle condannare il Signore:
quella di non aver più nè padre, nè madre.
Virginia alzò gli occhi al soffitto, come se volesse lanciare uno
sguardo fino al cielo a cercarvi cari perduti.
— Mia madre! esclamò essa coll'affetto di chi invoca in supremo bisogno
un aiuto. Baldissero lasciò andare la mano della nipote, si passò la
propria destra sulla fronte, e continuò con accento più sordo:
— Tua madre io l'ho amata cotanto!.... Eppure!....
S'interruppe come chi ha pronunziata parola che non doveva, e s'affrettò
a riprendere:
— Ella aveva ogni fiducia in me... fin ch'io rimasi al suo fianco....
Ah! s'io non mi fossi allontanato, i miei consigli, il mio amore le
avrebbero risparmiato indicibili affanni. Or bene, Virginia, in nome di
tua madre medesima io ti prego a non voler mai tener celato a me quello
di cui ti sentiresti obbligo di rendere istrutta tua madre.
Virginia tornò a chinare la testa in aria più perplessa che confusa.
— Ed ora, continuava lo zio, mettendo nelle sue parole maggiore caldezza
d'affetto: ora se tua madre fosse qui, non avresti tu nulla da
confidarle?
La ragazza parve il sul punto di parlare; poi si rattenne; mandò
un'esclamazione e volse in là il viso arrossito.
— Tu hai dunque un segreto? seguitava il marchese coll'accento il più
paterno: e questo segreto la tua determinazione di poc'anzi abbastanza
lo rivela. Che cosa c'è di comune fra te e quel signore?
Virginia sollevò di nuovo la faccia con un'espressione piena di
coraggio: guardò fermamente lo zio e disse colla franchezza d'una
purissima coscienza e d'un nobile sentimento:
— Ci amiamo! Egli me lo svelò, io non glie lo nascosi.
— Sventurata! esclamò il marchese con accento in cui non c'era collera
ma piuttosto dolore. E che speri tu?
— Nulla.... Glie lo dissi.... Egli, forse appunto per disperazione di
ciò, volle morire.... Non debbo io prima che scenda nella tomba
consolarlo d'un addio?
Negli occhi le spuntarono due lagrime, ma la voce e l'aspetto non
manifestarono la menoma debolezza.
— Sventurata! Sventurata! ripetè lo zio. È dunque destino che anche
tu?...
S'interruppe di nuovo; parve recarsi sopra sè, e per un istante regnò in
quel salotto il più assoluto silenzio. Virginia guardava lo zio con una
specie di curiosa ansietà che le parole e i contegni di lui le
suscitavano. Dopo un poco egli soggiunse:
— Tu sai che nella vita di tua madre fu un gran dolore, ma quale esso
sia stato ignori tuttavia. Fu desiderio di quella povera donna che tu
l'apprendessi un giorno, e me lasciò giudice del momento opportuno. Oh
forse ho avuto torto a indugiare cotanto: e il racconto delle sciagure
di lei avrebbe potuto servirti d'ammaestramento! Ma così mal volentieri,
e ne intenderai il perchè, accosto quel discorso!... Ora però non debbo
più nulla tacerti. Siedi costì, Virginia, ed ascoltami. Udrai finalmente
la storia di tua madre.
Virginia mandò un gridolino di desiderio, di soddisfazione insieme e di
preghiera e di ringraziamento.
— Ah sì! esclamò giungendo le mani: ch'io l'oda finalmente!
Il marchese si raccolse, e cominciò poscia a narrare coll'accento di chi
esponendo le più dolorose vicende della sua vita, sente riaprirsi le mal
rimarginate piaghe del cuore.
Ma poichè non tutte le circostanze di quel funesto avvenimento poteva
egli e doveva raccontare alla nipote, noi esporremo da parte nostra in
termini più compiuti quel dramma, come già può essere narrato, senza
pregiudicar l'interesse dei fatti avvenire, al punto in cui si trova lo
svolgimento del nostro racconto.