Secondo era inteso fra il marchese di Baldissero, Don Venanzio e
Maurilio, quest'ultimo, la mattina dopo il colloquio che aveva avuto
luogo fra i tre ora nominati personaggi, erasi recato al palazzo del
marchese per fissarvi senz'altro la sua dimora in qualità di segretario.
Dal marchese erano stati dati gli ordini opportuni. Appena si presentò,
Maurilio fu condotto dal mastro di casa che lo ricevette come individuo
specialmente raccomandato dal padrone.
— Signore, dissegli, tutto è pronto ad accoglierla, e nella sua camera
troverà un assortimento d'abiti fra cui potrà scegliere quelli che
meglio le piacciano e meglio le si attaglino.
Maurilio arrossì fino alle orecchie e nascose la sua confusione in un
inchino, balbettando inintelligibili parole di ringraziamento.
La camera destinatagli era pulita, allegra, appetto a tutte le altre
abitazioni ch'egli aveva avute sino allora, elegante. Il sarto e gli
abiti, come aveva detto il mastro di casa, lo stavano aspettando. Scelse
panni scuri, senza esagerazione di forme alla moda; e quando vestito di
nuovo da capo a piedi, e' si guardò nello specchio che stava sopra il
canterale, quasi non riconobbe se stesso: fece al suo pallido volto
riflesso dalla lastra un sorriso in cui c'era più vergogna che
compiacenza, e disse mentalmente a se stesso:
— Tu se' un altro Maurilio.... I panni ti faranno oramai giudicare dal
mondo un uomo ammodo.... Ma sei vestito di roba altrui!...
Il sarto, secondo le abitudini del più di questi mercatanti, cianciò
egli la parte sua e quella del giovane a cui la confusione dell'animo e
della mente non lasciava aver parole fatte; rifornitolo per allora
d'ogni parte d'abbigliamento, gli prese misura per altri abiti da
farglisi di ricambio, che tali erano gli ordini di S. E., e partissi
accompagnato dal domestico che era stato testimonio a codesta
vestizione, e la cui presenza non aveva conferito poco a vergognare ed
imbarazzare il timido Maurilio.
Questi rimase solo in mezzo alla modesta suntuosità di quella stanza che
gli era destinata. E' guardò allora tutt'intorno a sè, come per conoscer
bene quegli oggetti che lo circondavano, cui non aveva ancora osato
esaminare e prenderne, come dire, possesso: un lettino in ferro, una
tavola da lavabo, un cassettone con sopravi lo specchio incorniciato di
legno su cui una vernice di color naturale, un caminetto alla Franklin,
un seggiolone appiè del letto, una mezza dozzina di seggiole impagliate,
di quelle leggerissime di Chiavari, un armadio in un angolo, un tavolino
da scriverci, un acquasantino d'alabastro a capoletto, quattro incisioni
che rappresentavano le imprese di Cortez al Messico, in cornici di legno
appese alla parete tappezzata di carta colore di foglia secca,
bianchissime cortine alla finestra, tendoline ai cristalli della
medesima, sullo spazzo di quadrelli immasticati, una lista di tappeto
innanzi al letto, per mettervi su i piedi scendendone, ed ecco tutto. Ma
tutto respirava la pulizia, il buon gusto e l'agiatezza. Maurilio si
piantò innanzi allo specchio e vi si mirò con una specie di fissità
inquisitoriale, mezzo dispettosa, quasi maligna.
— Che fai tu qui? s'interpellò egli con quel suo sogghigno: sei tu fatto
per questi ambienti? è egli tuo posto questo? Povero buttero di
campagna, misero figliolo del fangoso rigagnolo della strada, sangue di
plebe, come osi tu mettere il piede su questo terreno? E che ci vieni a
far tu? a viverci da parassita?