--Vada!--disse forte colui.--Ella mi vedrà presto ancora. Ciò che Le
volevo dire in segreto glielo dirò in pubblico, davanti alla signora,
nel giorno e nel momento che sceglierò.
Gli voltai le spalle e saltai nel coupè. I due viaggiatori erano
discesi, trovai Violet sola e compresi tosto che aveva udito. Mi
guardò, ansando in silenzio, con un viso sfigurato che mi fece
terrore, mi si avventò al collo, mi cadde addosso. Il treno partì.
Sedetti stringendomi in braccio il caro corpo tutto sussulti e
spasimi, baciando la testa bionda che mi pesava sulla spalla,
palpitando e ansando io stesso, ma senza comprendere ancora qual cosa
terribile si compiesse, per arcano volere di Dio, in quel momento.
Chiamavo: Cara! Cara! Non rispondeva. La stretta delle sue mani al mio
collo si veniva rallentando, ma non era tuttavia possibile
disgiungerle. Allora mi alzai per coricarla sul sedile; la testa le
cadde lungo il mio braccio, le mani rimasero congiunte. Gridai
singhiozzando inutilmente nel fragore del treno, chiamai con voce
disperata Iddio che solo poteva udirmi. M'inginocchiai, la deposi
supina, la copersi di baci e di lagrime levando ogni momento il viso
dal suo corpo immobile a gridar aiuto, supplicandola di udirmi, di
rispondermi. Le sue braccia inerti mi trattenevano ancora, ma pure
incominciavo ad aver la terribile idea che morisse e mi sforzavo di
gridare, di gridare sempre, non avevo più lena, non avevo più voce
contro la stupida violenza del treno, cacciavo come un frenetico i
pugni per arrestarlo. E le mani di lei non si disgiungevano; le
baciavo la bocca, gli occhi, i capelli, le spalle, il petto; caro
amore, non avrebbe potuto avere più baci da me se fosse stata piena di
vita. Se un sobbalzo del treno le faceva muovere il capo o i piedi,
ridevo, fra i singhiozzi, di speranza e di gioia. Ma il suo povero
viso diventava freddo, solenne; non gridai più, non feci che chiamarla
teneramente.
Quando Dio volle arrivammo a Kastel. Gridai tanto che si venne ad
aprire prima ancora che il treno fosse fermo e molte persone
accorsero.
--Un medico!--esclamai, e mi portai giù la mia diletta da solo, passai
fra la gente che ripeteva:--Un medico! Un medico!--l'adagiai sopra un
canapè, nella sala d'aspetto di prima classe. In un attimo la sala fu
piena di curiosi. Qualcuno mi voleva rincorare, mi diceva che la
signora si riavrebbe; altri veniva a guardare e si allontanava
tacendo. Quando fu annunciato l'arrivo del medico vidi due signori
stringersi nelle spalle. Il medico entrò, si accostò alla giacente, la
guardò in viso; un silenzio mortale si fece nella sala. Io guardavo
lui, trattenendo il respiro. Alzò le sopracciglia senza dir parola;
quindi si provò di separar le mani tuttavia congiunte, ma lo
supplicai, più con gli occhi che con la voce, di smettere. Tastò i
polsi, ascoltò il cuore senza dare alcun segno del suo giudizio;
finalmente domandò un cerino che non si trovava mai. Quando lo accostò
alle labbra di Violet non osai guardare, mi copersi il viso. Allora
udii che tutti si avvicinavano in punta di piedi; poi un silenzio
profondo, lungo; poi un soffio, un rumore lieve di molti passi che si
allontanavano; poi silenzio ancora.
Una mano mi toccò; apersi gli occhi, ma non vedevo nulla. Il medico mi
chiese se la signora fosse mia moglie; udito che sì, disse solamente:
--Povero signore.
M'inginocchiai presso al canapè, alzai piano le care mani, vi passai
sotto il capo, me le posai sul collo, e non mi mossi più.
È finito, ho detto tutto.