Diletta mia, Violet, compagna eterna, hai ragione di guardarmi così,
di guardarmi fiso accarezzandomi con la diafana mano i capelli e
sorridendo; non è finito, non ho detto tutto. Debbo pur dire, o
infinitamente cara, quanta parte di te Iddio mi concede ancora dopo
dieci anni, quanto sei viva per me e qual è il frutto della nostra
unione da che sei fatta invisibile.
L'ottobre cade e io scrivo quest'ultima pagina nel paesello perduto fra
le montagne, dove la mia famiglia ebbe il suo umile principio, dove uso
condurre ogni anno, in perfetta solitudine, un mese di vita più
semplice e contemplativa che gli amici miei non comporterebbero. Il
mite sole autunnale, la grande quiete del mezzogiorno, il suono della
campana che commoveva la mia fanciullezza immaginosa, entrano per le
finestre aperte in questa camera dove dormirono i miei venerati
genitori e ch'io scelsi per camera mia nuziale, per camera nuziale
della morte. Dio mio, l'abito nuziale di Violet non è qui, i miei amici
Steele sanno dov'è; ma la sua piccola _toque_ da viaggio, il grazioso
costume che portò nelle ultime ore, la semplice veste bianca ch'ella
aveva a Rüdesheim quando la strinsi per la prima volta nelle mie
braccia, pendono qui dall'attaccapanni. Il suo fazzoletto colle cifre
di sposa, i guanti, l'orologio, il ventaglio di marocchino, i
braccialetti e gli anelli sono sul marmo del cassettone col nastrino di
velluto nero in cui sento e bacio ancora il tepore fragrante del suo
collo. Sul letto il suo guanciale porta la sua cifra e il suo tavolino
da notte porta i suoi prediletti sonetti di Shakespeare, la sua
_Imitazione_ legata in avorio; un lume di bronzo donatole dalla signora
Emma, un ritrattino in miniatura di sua madre fatto da suo padre e
ch'ella portava sempre con sè. Sulla scrivania, fra le carte odorate di
mughetto, odore e fiore a lei cari, vi è una sua lettera ai signori
Giacomo e Roberto Yves di Norimberga, incominciata a Rüdesheim e non
finita. Era nella sua borsa da viaggio con due rose del giardino Steele
di cui conservo la polvere come dell'altra rosetta che perdè il profumo
In quella sera ch'ella soffrì tanto.
Nella stessa scrivania son pure i versi e i ricordi scritti da me per
lei e riferiti qui solo in parte; i versi di Rüdesheim e alquanti
altri di cui nessuno leggerà mai parola.
Reliquie preziose, ma ben altro mi resta di lei; mi resta la sua
presenza. Non si tratta di manifestazioni spiritiche, non sono
spiritista, non ho bisogno di una dottrina nuova per credere nella
sopravvivenza delle anime e nelle nostre comunicazioni con quelle che
uscirono dalla vita mortale; non domando quindi e non vedo fantasmi,
non ascolto e non odo i susurri dell'invisibile, non ho misteriosi
contatti di ombre. Ciò che possiedo è migliore, è vita vera, è
potenza. Sento la diletta mia con la fede soltanto, ma con un vero e
proprio senso altresì, benchè intermittente; con un senso che non ha
nome ancora, ma ch'è, direi la sostanza, il principio degli imperfetti
sensi corporei e che mi dà lampi di certezza. Sento Violet, di tratto
in tratto, in quella parte dell'anima dove nascono i pensieri senza la
nostra volontà, dove sorgon gl'impulsi al bene ed al male, al tedio e
al fervore, alla ilarità ed alla tristezza. La sento sempre nei
movimenti buoni e anche talora in alcuni pensieri singolari che mi
vengono, benchè non comprenda come li operi in me. Ella vive poi nella
mia coscienza come quando scrissi il sonetto:
Nel mio mortal tu vivi, imago eterna.
A lei sottopongo ancora ogni parola, ogni pensiero, ogni azione della
mia vita, e non è possibile ch'io resti mai più in un dubbio grave
circa i miei doveri verso Dio e verso gli uomini, tanto è pronto e
netto il mio consiglio, il quale ha tuttavia un'impronta personale
benchè alquanto mutata; ha, voglio dire, l'impronta delle sue idee,
della sua rettitudine, del suo sdegno d'ogni pregiudizio e di ogni
rispetto umano, ma non l'impronta di alcune lievi imperfezioni che
furono in lei e che certo rimasero in terra colla sua spoglia mortale,
perchè io che un tempo le conobbi e le amai, non so più immaginarla
con esse. Per esempio, le fu difficilissimo, mentre visse, di
perdonare le offese recate a me, i giudizi acerbi sulle opere mie. Ora
non è così e se leggo un'ingiuria contro di me, subito è lei che mi
chiama e mi leva a sè amorosamente fuor d'ogni rancore, in una calma
non superba. Allora, come ogni volta ch'io le obbedisco, la coscienza
del nuovo bene ch'ella opera in me mi mette questa divina gioia di
saper che ne ha sicuramente un premio, che ne crescono la sua felicità
e la sua gloria. È vero che io, misero, spesso fallisco al proposito
di regolar la mia vita come Dio mi mostra per mezzo di lei, perchè le
mie infermità sono molte, le prave inclinazioni della mia natura non
sono estinte. Anche le tristezze sterili, che una volta mi assalivano
di frequente, non sono scomparse del tutto. In quell'abbattimento
perdo il senso della compagna mia e delle cose divine, il dubbio mi
gela e mi prostra, e, quasi approfittando dell'assenza di lei,
pensieri indegni ascendono, malgrado me stesso, nel mio cuore. Se la
mia opposta volontà oscilla e cade, ecco spandersi in me un improvviso
dolore che non è solamente mio, ecco il senso acuto del ritorno di lei
ed ecco quindi il suo perdono benchè non tanto sollecito e sereno
quanto me l'avrebbe accordato da viva. Allora è la mia pena di sentire
ch'ella ha sofferto e soffre per colpa mia; come poi questa sofferenza
si accordi col suo stato felice, vicino a Dio, Egli lo sa. Se ricordo
il sogno in cui ho prima udita la sua voce, sento che mi ha tratto
dall'abisso ma che potrei ricadervi ancora; e in tale idea è
umiliazione, è dolore che io accetto come conducenti a salute.
Qualche volta, questa è la confessione più dura presso a donne giovani
e belle che potrebbero forse amarmi, ne rimango turbato e immagino la
possibilità d'essere infedele a Violet benchè il cuore non vi avrebbe
parte. Sono allora assalito da incredibili terrori e agitazioni di
spirito onde mi rifugio affranto e mi riposo nell'appassionata
speranza di esser sciolto dal corpo mortale.
Adesso non la odo mai, in sogno, la dolce voce; e ben di rado veggo
lei. Quando la sogno mai non mi apparve venuta da morti, ma sempre
come nella vita prima; e ben di rado mi abbraccia e mi bacia come
amante. Quando ciò avviene mi sveglio e mi dispero che non sia presso
a me, non lo posso credere.
Sì, anche questo mi fa guerra, l'inestinguibile amore per il suo
corpo. Vi hanno momenti in cui l'idea di una ventura trasformazione
del suo corpo sia pure gloriosa, mi opprime. Vorrei che nella vita
futura Violet avesse i suoi capelli ricciuti, i suoi occhi color
dell'onda, le sue bianche mani, ah le sue labbra così dolci. Vorrei
che avesse la sua stessa persona con quell'andatura stanca, la vita
sottile che io cinsi, le braccia che cinsero il collo a me. Non sogno
splendori, vorrei che non fosse più bella di quando era qui.
Ma so come son ciechi e stolti questi desideri, riconosco la impotenza
del cuore e della immaginazione umana a concepire il nostro stato di
futura gloria, credo che la essenza di ciascun corpo rimane
riconoscibilmente, comprimo in questa fede i miei sensi, e riposo.
Su argomenti d'arte non ho mai da lei comunicazioni interne. Quando
eravamo fidanzati mi chiese se le avrei permesso di starmi vicina
durante il mio lavoro, e mi promise con un sorriso, con un accento
indimenticabile, di tacer sempre, di non guardarmi neppure. Così fa.
Mi guarda, forse; ma tace. Intende tuttavia ed ama tutto quello che
scrivo, ne gode umilmente, come in vita; e se i miei libri non
piacciono altrui, lo si dica, lo si predichi, lo si stampi e mi si
lasci in pace, poichè io mi contento per mio premio, di questa umile
gioia.
Il mondo, amica mia, non me la guasterà mai come invece mi ha
guastato. Le dirò in qual modo la dolcezza del mio segreto e del mio
rifugio. Dieci anni son passati dalla morte di Violet ed io mi tengo
sicuro di aver soddisfatto, in sostanza, il desiderio espressomi da
lei quando navigando il Reno da Bingen a Rüdesheim mi disse che se
fosse improvvisamente scomparsa non avrei dovuto far saper niente a
nessuno, in Italia, del nostro legame. La sventura accadde e fu
conosciuta a Rüdesheim prima che Steele spedisse le lettere di
partecipazione; ed io tenevo ancora presso di me per recarle alla
Posta di Stuttgart le lettere che avevo dirette ai parenti e agli
amici più stretti. In Italia non mi confidai che con mio fratello e
n'ebbi la promessa formale e solenne del segreto. Lei mi riferì poi le
dicerie corse sui miei amori e le trovai lontane dal vero. La presente
narrazione era già molto inoltrata quando Ella m'invitò a' suoi grandi
ricevimenti di quaresima. Ci venni, se si ricorda, tre volte, e
l'ultima volta ebbi una conversazione abbastanza lunga colla bella e
ammirata signora... che ostentava, quella sera, di ricercare la mia
compagnia. Trovandomi forse troppo diverso dagli altri, mi disse: «O
Le sono antipatica o Lei nasconde nel cuore qualche segreto» e si mise
a interrogarmi sul colore dei capelli e degli occhi della mia amante,
mi domandò a quante centinaia di chilometri la stessi adorando col mio
spiritualismo trascendentale. Siccome io rispondevo un poco
ironicamente, la signora mi susurrò:
--Guardi bene, io so cosa c'è nella Sua casa di... non ricordo il nome
del paese, adesso; ma insomma lassù fra le montagne.
Come lo sapeva? Qui non porto domestici, qui non ricevo amici.
Replicai subito, benchè colpito al cuore, che poteva parlare ad alta
voce perchè in casa mia non vi erano misteri. Allora Lei ci si
avvicinò e disse: che conversazione animata!--Subito si fece ardito
d'intervenire il nostro vecchio amico X, innocente corteggiatore della
dama, che ci girava intorno da un pezzo, pieno di sospetto.
--Parleranno di qualche libro, m'immagino--diss'egli.
--Appunto--rispose la mia interlocutrice.--Si parlava di un libro
interessantissimo, non ancora pubblicato, che avrà per titolo: _Il
mistero del poeta_.
Si ricorda? Lei mi diede un'occhiata compromettente e c'invitò a
prendere il the. Ci alzammo e la conversazione fa rotta. Riavutomi dal
primo turbamento mi persuasi che se una curiosità profana è entrata
qua dentro, non abbia tuttavia potuto decifrar l'enigma di queste
reliquie. Però mi pesa che il mio tesoro non appartenga quasi più a me
solo.
Ora ho finito davvero. Pensava Lei che nel _Libro chiuso_, com'Ella
usa chiamarmi, fossero tali pagine, e Le pare che il mondo avrebbe
ragione di sospettarle? Non prendo io parte alla vita comune, non
lavoro, non mostro goder la bellezza delle cose, non mi toccano il
tragico e il comico della natura umana, non sono quasi sempre sereno,
non sono qualche volta gaio? No, il mondo può frugare nelle mie
camere; legger nel mio cuore non può.
Guardo l'orologio; le cinque del mattino! Mi trovo qui a scrivere
dalle undici di iersera e ho la testa grave di sonno, di fantasmi
confusi; sono tuttavia contento di aver finito a quest'ora perchè
l'alba è vicina e il mio lume muore. Non è un buon augurio? Addio,
amica mia.