Seguì un accesso nervoso che durò quasi tutta la notte. Ella fu
assistita da un medico, dalla signora Emma e da una figlia
dell'albergatore. Io vegliavo nella camera vicina.
Il medico voleva partire quasi subito, ma lo supplicai tanto, che si
trattenne fino a mezzanotte. A mezzanotte se ne andò sorridendo de'
miei timori e ripetendo nell'accender la pipa:
--Io conosco, io conosco, io non vedo niente di pericolo, io non vedo
niente di pericolo.
Verso il mattino Violet si quietò alquanto. La signora Emma uscì di
camera e venne a dirmi che miss Yves voleva assolutamente partire col
primo treno possibile.
--Lei si sarà opposta?--diss'io.
La signora tacque. Capii dal suo silenzio che non s'era opposta e che
ne aveva qualche particolare cagione cui non osava addurre.
--Credo che sia meglio--diss'ella finalmente;--e credo che Violet ne
sarà in grado.
Conoscevo la signora Steele per una donna intelligente e savia; piegai
il capo sotto il doloroso peso delle sue cagioni segrete. Mezz'ora
dopo Violet mi fece chiamare. La trovai affranta, ma in piedi e ferma
di partire; e avendo arrischiata una parola per dissuaderla, n'ebbi in
risposta che desiderava considerarsi già come mia moglie, che mi
ubbidirebbe in tutto, ma che mi pregava di rimettermi, in questo, al
giudizio suo. Ella fece quindi uscire con un'occhiata la signora
Steele. Capii che voleva raccontarmi l'incontro della Drachenburg e la
scongiurai di tacere, di non commuoversi; ella mi abbracciò
nascondendo il viso sul mio petto, e dopo un lungo silenzio mi disse
con voce soffocata:
--Ti prego, ti prego, andiamo via.
Alcune ore dopo giungevamo, abbastanza felicemente, a Rüdesheim.
Durante il viaggio non si parlò mai dell'accaduto, e quando fummo a
casa, Violet, cedendo alle nostre preghiere, si pose a letto. Il
mattino vegnente, per tempissimo, ebbi queste sue righe:
«Caro,
«Quando ieri a Königswinter sono rimasta sola con te, avrei voluto
dirti tutto, ma non ho potuto, lo hai visto; ho solamente potuto
stringerti fra le mie braccia, perchè tu sei la mia forza e la mia
vita e avevo tanto bisogno di te. Ho pensato un momento di farti
parlare da Emma, che sa _quasi tutto_; ma poi mi son detta che fra me
e te non deve interporsi mai nessuno e che avevo a parlare io stessa.
«Tu sai come e perchè io abbia cessato di amarlo; ora egli si è posto
in capo, disgraziatamente, di farsi amare ancora e di essere mio
marito. Non credevo che l'amore potesse rinascer così; perchè certo vi
fu un momento in cui parve ch'egli pure non mi amasse più affatto,
quantunque ora lo neghi. Egli conosce Emma, che fu anzi un tempo la
sua confidente; trovandoci insieme alla Drachenburg volle ch'ella
fosse presente alle sue offerte, alle sue suppliche appassionate. Io
lo respinsi con quanta forza potei, con un orrore che l'offese.
Minacciò di chiederti un colloquio, ripromettendosene la rottura delle
nostre nozze, benchè io gli dicessi che tu sai già ogni cosa;
minacciò, se non potesse avermi, di togliersi la vita.
«Io fuggo a te, mi aggrappo a te; dimmi, per amor di Dio, che niente,
che nessuno ci potrà mai dividere.
«Non voglio che tu gli parli, non voglio che tu lo veda. Non temo già
ch'egli ti possa raccontare più ch'io non raccontai, ma sento che ha
ragione quando dice come l'ho amato, come il mio amore pareva
inestinguibile, com'io stessa lo credevo tale e quanto è doloroso che
anch'io sia come tutte le altre che possono amare due volte. No, egli
ha gravemente mancato verso di me e non è in diritto di dolersi se ti
amo; ma tutti quelli che hanno fede nella nobiltà umana sono in
diritto di dolersene, e tu stesso, ascoltando ciò da lui, non avresti
che a piegar la fronte. Ora io non voglio che tu pieghi la fronte
davanti ad esso, per causa mia, mai!
«Io non voglio più pensare a lui nè alla sua minaccia d'uccidersi; ne
l'ho rimproverato come d'una viltà, e non posso aver altri doveri. Ora
voglio solo esser tua, irrevocabilmente tua il più presto possibile, e
poi andar lontano; dove ti piacerà, ma ben lontano.
«Vieni alle nove; ho già parlato a Steele per affrettare il
matrimonio; Paolo è un caro amico pieno di zelo, e, per fortuna, si
trova in ottime relazioni col vescovo di Magonza. Combineremo tutto.»
Ho già detto come i nostri amici non approvassero che si facesse a
Rüdesheim il solo matrimonio religioso, salvo a fare il civile in
Italia. Ora le pratiche per il matrimonio civile erano bene avviate ma
non compiute, e lo stato di Violet appariva tale che Paolo mi
disse--adesso è una questione di vita o di morte--e partì
immediatamente per Magonza.
Eravamo a martedì, e la prima pubblicazione, sì a Rüdesheim che in
Italia, doveva farsi alla domenica seguente. Non so come l'amico
Steele abbia potuto persuadere il vescovo; insomma, vi fu uno scambio
di telegrammi fra Magonza e Roma, e venerdì a mezzogiorno arrivò la
dispensa di tutte le pubblicazioni. Fu lo stesso Paolo che la portò a
Rüdesheim. Eravamo nel salotto della sua villa quando egli entrò.
Violet lesse subito nel suo viso che la dispensa era ottenuta, che fra
poche ore sarebbe diventata mia moglie; si fece pallida pallida e si
strinse le mani sul petto. Io ringraziai Steele con un abbraccio
silenzioso.
--Siate sempre così felici--disse la signora Emma abbracciando la mia
fidanzata.
--Povera mamma--susurrò Violet singhiozzando,--povero padre mio!
--Sono qui con te--le rispose, pure commossa, l'amica sua.--Non li
vediamo, ma sono qui per benedirti, per affidarti a tuo marito.
Violet mi stese la mano, coprendosi gli occhi con l'altra.
--Ti ricevo da loro--dissi stringendo quella mano.--Li sento tutti...
Non potei continuare. Allora ella venne a me con un viso così dolce e
grave, mi posò le mani su le spalle e mi mormorò all'orecchio:
--Sì, caro, anche il padre tuo, anche la mamma tua. Sono qui. Li amo
tanto.
Uscii insieme a Steele per intendermi col parroco circa l'ora della
cerimonia nuziale. Io ero sotto l'incubo di una preoccupazione
gravissima. Avevo ricevuto nel mattino una lettera di colui, colla
data di Bingen; due sole righe in cui mi chiedeva un colloquio per
l'indomani. A Violet non ne avevo fatto parola; ma ora dovetti
parlarne a Steele perchè s'adoperasse meco a ottener dal parroco che
il matrimonio venisse celebrato con segretezza, nel cuore della notte.
Colui era a un quarto d'ora da Rüdesheim, certo si teneva informato, e
Dio sa che avrebbe fatto se fosse venuto a sapere ciò che si
preparava. Il parroco si persuase sulla nostra parola che le stesse
gravissime ragioni per cui s'era accordata la dispensa, richiedevano
che il matrimonio avesse luogo alle due antimeridiane. Così potevamo
passare, dopo la cerimonia nuziale, dalla chiesa alla stazione per
prendere, alle tre, il treno del Sud e andare, non sapevo ancora se
fino a Triberg o se solamente, per quel primo giorno, fino a
Stuttgart.
Quando riferimmo quest'accordo alle signore, la signora Emma se ne
meravigliò assai; non si poteva dar pace che fosse stata scelta un'ora
così incomoda e romanzesca. Perchè non si poteva partire col treno di
mezzogiorno e fare il matrimonio alle nove o alle dieci? A questo modo
Violet non potrebbe neanche mettere il suo abito bianco di sposa,
sarebbe costretta di andar all'altare in toletta da viaggio.
Risposi che preferivo viaggiar di notte, evitare il sole e la polvere
almeno per qualche ora. Violet sorrideva. Vedevo bene ch'ella stessa,
in fondo, trovava singolare la mia idea, ma le bastava che venisse da
me per accettarla e difenderla. Tremavo non si accorgesse dei cenni
che Steele veniva facendo a sua moglie perchè si chetasse.
Fortunatamente non ne fu nulla.
--Venga--mi disse la signora Emma;--guardi, uomo barbaro e crudele.
E mi fece vedere spiegato sopra un letto, nella camera vicina, accanto
a due scarpettine di raso, l'elegantissimo abito bianco della mia
fidanzata. Mi parve, in quel punto, esser tratto con violenza nella
intimità della bella persona che doveva appartenermi, diventarne ed
esserne riconosciuto signore; e n'ebbi una stretta di piacere.
Violet pensò forse la stessa cosa, perchè arrossì fino al collo.
Mi congedai in fretta e corsi all'Hôtel Krass, dove avevo bisogno di
parecchie ore per disporre le cose mie.
Scrissi una infinità di lettere a parenti ed amici, annunciando _ex
abrupto_ il mio matrimonio. Avevo l'intenzione di metterle alla Posta
il giorno dopo, a Triberg o a Stuttgart; benchè immaginando il giorno
dopo, mi paresse impossibile avere il capo ad altro che all'amore e
alla gioia. Scrissi pure a mio fratello, poichè la idea di recare
all'altare un'ombra sola di risentimento contro di lui mi metteva
raccapriccio. Gli scrissi breve ma affettuoso, ed aggiunsi una riga
gentile per mia cognata. Avrei creduto, prima, che questa riga mi
dovesse costar molto. Non fu così; ero felice e sentivo in me lo
spirito generoso di Violet come se fossi già una persona sola con lei.
Era già notte quando mi posi a scrivere una fila di nomi e d'indirizzi
che dovevo lasciare all'amico Steele per le partecipazioni ufficiali a
stampa da spedirsi più tardi, appena fossero pronte. Alzando qualche
volta il viso a pensare, a raccapezzar qualche nome mezzo uscitomi
dalla memoria, vedevo dalla finestra i lumi di Bingen, mi assaliva
l'immagine di quell'uomo che voleva parlarmi. Dio mio, indovinavo ciò
che avrebbe voluto dirmi, e la sola possibilità di udirlo mi metteva
una irritazione terribile. Perchè si ostinava egli mai? Intendeva
forse di riprendere Violet a forza, di averne il diritto? Era tanto
pazzo da venire a dirmelo?
Mi parlavo così fremendo e almanaccavo dove l'uomo potesse essere in
quel punto, se a passeggiar sotto i lontani fanali o forse a vigilare
sotto le mie finestre, o fors'anche a spiar sospettoso e appassionato
la stessa dimora di Violet. Allora il cuore mi batteva di collera. Poi
rimproveravo la mia immaginazione, mi chetavo, tornavo a scrivere.
Verso le undici feci portare il mio bagaglio alla stazione e lasciai
l'albergo.
Non vi erano stelle nè luna e nelle vie silenziose di Rüdesheim faceva
tanto buio che non potevo assolutamente vedere se qualcuno mi seguisse
o mi precedesse. Di tratto in tratto mi fermavo istintivamente, stavo
in ascolto. Non una voce, non un passo; udii solo il fragore d'un
treno della riva sinistra e pensai al treno che aveva portato Violet,
quando io stavo alla finestra col lume, palpitando.
--Voi siete un vero poeta--mi disse la signora Emma quando
entrai.--Non avete pensato al Vostro testimonio.
Mi battei la fronte, era vero! Per meglio dire, ci avevo pensato e
avevo scelto il cavalleresco signor Andrea Grossmann di Wiesbaden,
antico mio professore in Italia e reduce in patria dopo il 1866, ma in
questo precipizio di cose m'ero affatto dimenticato di lui. Presi
certo un'aria molto desolata perchè la signora si affrettò ridendo a
dirmi che ci aveva pensato suo marito, il testimonio di Violet. Egli
era uscito da mezz'ora per andar a svegliare un amico e imporgli
questa parte. Mentre discorrevamo un uscio si aperse piano piano e
comparve Violet nell'abito bianco da sposa che avevo veduto prima.
Feci un'esclamazione di sorpresa.--Almeno vederla!--disse la signora
Emma.--Adesso la guardi bene; io penserò a un po' di cena, intanto.
Ella uscì ed io stesi le braccia alla mia fidanzata.
--Hai piacere--susurrò sul mio petto--di vedermi con quest'abito?
Tutti gli altri vedono la loro sposa così; ho voluto che mi vedessi
così anche tu.
E rialzò sorridendo il viso, un viso timido e luminoso. Poi lo chinò
ancora e disse con voce spenta:
--Ne sono degna?
Non le risposi con parole ma intese bene la mia risposta.
--L'ultima volta--riprese dopo un lungo silenzio--l'ultima volta che
siamo soli da fidanzati. Ho avuto tanta paura di morire prima! Sai
cosa ho scritto poco fa?
Rise un breve riso argentino, mi posò le mani alle spalle e la bocca
all'orecchio.
--Il mio testamento--diss'ella. Ritrasse il viso, mi guardò negli
occhi e soggiunse ridendo ancora:
--Non ti lascio niente, sai.
Poi si fece cupa, mi gittò le mani alla testa, mi baciò con impeto.
--Mio Dio!--esclamò.--Pensare che ti ho resistito tanto!
Le raccontai che io pure avevo fatto testamento, forse nel tempo
stesso.
--Ah--diss'ella--se Dio ci facesse morir insieme! Non ho coraggio di
pregarlo che faccia morir me prima perchè soffriresti tanto.
--Sia fatta la Sua volontà--diss'io.
--Sì, sì, sia fatta la Sua volontà, ma se io vado avanti non ti devi
accorare, devi essere certo che sono con te, sempre. Con Dio e con te.
Passi e voci nel giardino; Violet si ritirò.
Erano Paolo Steele e il mio testimonio che non avevo mai veduto nè
tampoco inteso nominare. Paolo aveva la faccia d'uno che ha giuocato
qualche bel tiro al prossimo e se la gode; quell'altro, una figura
gotica in giubba e cravatta bianca, con un palmo di collare sulla nuca
e due braccia di coda sotto la schiena, con una tuba enorme da museo,
aveva l'aria di sognare ancora e mi fece due o tre inchini rispettosi
e spaventati come s'io fossi stato l'imperatore della China.
--Ah Ella è qui!--fece Steele.--Passando dall'Hôtel Krass m'era parso
veder un'ombra entrar nella stradicciuola fra il giardinetto e
l'albergo e credevo fosse Lei.
Quest'ombra nei pressi dell'Hôtel Krass mi colpì e mi
dispiacque.--Oh--disse Steele--sarà stato un forestiere romantico.
Mi presentò l'altro signore, e poi, impaziente di farlo vedere in quel
costume, corse a chiamar sua moglie che rise in faccia al povero
diavolo senza tante cerimonie. Venne subito anche Violet ma nè lei nè
io avevamo voglia di ridere malgrado i cenni e le smorfie dell'amico
Paolo. A mezzanotte fummo chiamati a cena con grande stupore del
signor Bröhl, mio testimonio, il quale prese il suo coraggio a due
mani e domandò segretamente a me se queste nozze si facevano davvero o
se non era tutta una graziosa burla del suo ottimo amico.
La cena non riuscì molto allegra malgrado le brillanti descrizioni che
Paolo veniva facendo della sua visita notturna al signor Bröhl. Violet
ed io non eravamo in grado di prender cibo, e ci erano poi anche
troppi lumi, faceva un gran caldo; per le finestre aperte si vedeva un
lampeggiar frequente, si udiva qualche rombo sinistro di tuono. Verso
la fine bevemmo il generoso Rüdesheimer dell'ospite, e la signora Emma
che sapeva dell'altro Rüdesheimer bevuto nel bosco di Eichstätt, mi
pregò di ripetere i versi fatti per Luise. Steele osservò che ora
avrei dovuto dire il primo così:
A te, mia bionda sposa, il bevo il vino biondo,
e s'incaricò egli stesso di un brindisi poetico a Violet. Poi volle
costringere il povero signor Bröhl a farne uno a me. Questi si
schermiva quanto poteva, protestando di non essere poeta.
--Ma, santo Dio,--gridò Paolo--alza il bicchiere, di' «evviva lo
sposo» e poi bevi!--Bröhl alzò il bicchiere; in quel punto scoppia un
tremendo tuono, Bröhl lascia cadere il bicchiere, il vino salta in
aria, la signora Emma strilla, Paolo fa dello strepito per quattro e
il mio infelice testimonio resta di sasso. Stavolta Violet rise di
cuore e non posso esprimere la gioia che n'ebbi. Mi parve che quel
riso limpido portasse via dall'anima sua le ultime ombre di tristezza.
Al tocco e mezzo cominciava a piovere e le carrozze non erano ordinate
che per portarci dalla chiesa alla stazione. Ci avviammo subito alla
chiesa onde evitare l'acquazzone imminente. Non si passò all'Hôtel
Krass; perciò non potei vedere se l'ombra scoperta da Steele ci fosse
ancora. Del resto pioveva e sarebbe stato ben difficile a ogni modo
che io la discernessi. La chiesa non era ancora aperta e si dovette
aspettare più di cinque minuti alla pioggia che allora cadeva dirotta.
Anche lì, nessuno.
Quando finalmente potei inginocchiarmi accanto A Violet nella chiesa
tenebrosa temo non aver saputo ringraziar umilmente Dio di avermi
data, anima e corpo, la parola udita in sogno; temo aver consentito ad
un movimento d'orgoglio, pensando alla mia lunga guerra vinta con la
costanza e la forza. Violet dal canto suo pregava col viso chino sul
banco e allorchè si accesero i lumi dell'altare mi disse che aveva
tanto pregato di potermi render felice.
Incominciò il rito nuziale. Prima di rispondere in tedesco alla
domanda del sacerdote risposi sì, in italiano, e mi pare aver udito
pure dalle labbra di Violet un impercettibile sì. Eravamo un solo,
oramai; un solo anche nella riverenza della cara lontana Italia, madre
mia. Si udì una carrozza giungere rumorosamente e fermarsi alla porta;
il prete ci disse _gratulor_, _gratulor_ salutandoci a due mani, io
diedi il braccio a mia moglie ed uscimmo, Dio mio, quanto felici!
I bagagli di Violet erano già alla stazione, ma salendo in carrozza
ella s'accorse di aver dimenticato in camera certe chiavi. La stazione
di Rüdesheim, rispetto alla villa Steele, è proprio all'angolo opposto
del borgo e la chiesa cattolica sta presso a poco nel mezzo. Non c'era
moltissimo tempo da perdere dovendo far la spedizione dei bauli; e
Paolo si offerse di andar lui in cerca delle chiavi per raggiungerci
poi alla stazione. Accettammo. Intanto pioveva sempre a dirotto.
I bagagli erano molti e l'impiegato alquanto sonnacchioso; ci volle
del buono prima che venisse a capo di spedirli. Mentre io attendevo a
questo Violet e la signora Emma erano sole nella sala di aspetto
perchè avevamo mandato a casa il signor Bröhl. A un tratto udii la
voce di Paolo che rideva colle signore e faceva suonar le chiavi.
Corse subito da me vantandosi a gran voce di aver fatto presto, e,
quando mi fu vicino, mormorò:--attenzione, perchè l'uomo di Bingen è
qui.
Il mio primo movimento fu di uscire e affrontarlo. Finsi di parlare a
Paolo dello scontrino che avevo in mano e gli chiesi se colui fosse
nella stazione.
--No--rispose--l'ho visto suonare all'Hôtel Krass. Avrà dei sospetti e
vorrà sincerarsene.--Respirai. Sperai che avessero tardato ad
aprirgli, a intenderlo, a rispondergli. Fra cinque minuti doveva
arrivare il treno; sperai partire prima che egli venisse alla
stazione, fargli perdere le nostre traccie.
--Adesso vi lasciamo--mi disse Steele.--Se lo trovo lo
trattengo.--Raggiungemmo le signore; Paolo prese il braccio di sua
moglie.
--Senti--diss'egli--forse questa povera gente non ha la fortuna di
trovare un coupè vuoto. Regaliamo loro cinque preziosi minuti di
solitudine.
La signora aperse la bocca per protestare, ma una stretta eloquente
del braccio di suo marito gliela fece chiudere. Nè lei nè Violet
capivano quest'idea, e Paolo non lasciò loro il tempo di pensarvi.
Appena potei abbracciare questo incomparabile amico e dirgli una
parola di gratitudine. Egli trascinò via sua moglie e disparve nella
pioggia.
Due minuti dopo arrivò il treno da Assmannshausen. Feci salire Violet
nel primo coupè che trovai aperto, benchè vi fossero due signori e
Violet esitasse, mi interrogasse collo sguardo. Passammo fra i due
viaggiatori che stavano allo sportello e ci collocammo al lato opposto
del coupè. Subito udii qualcuno correre, udii gridare «presto!»
Un'ombra comparve allo sportello, fece atto di cacciar dentro la testa
a guardare; i nostri due compagni furon pronti a farsi avanti
dicendo--non c'è posto, non c'è posto.--Quegli tirò via, i conduttori.
gridarono ancora--presto, presto!--la campanella della partenza suonò,
il treno si mise lentamente in moto. Dio mio, quell'ombra! Era egli
dunque sfuggito a Steele? Ed era poi salito nel treno o no?
Violet non s'era accorta di nulla. Si levò il cappello e i guanti e
poichè la lucernetta del coupè aveva il paralume e noi eravamo
nell'ombra, mi appoggiò il capo alla spalla e abbandonò le sue mani
nelle mie. Poco a poco se le trasse sul cuore, sorridendo, guardando
se i nostri compagni non l'osservassero e mi disse sottovoce quando il
treno correva già forte:
Io sento il suo cuore
Che batte che batte,
Le voci sue rotte
Che dicono «vieni
Cedo, vieni, vieni.»
Io tacevo; le baciavo piano piano e lungamente i capelli, respiravo il
suo amore, il suo pensiero e il suo corpo.
Viaggiavamo forse da venti minuti quando il treno rallentò la corsa e
si fermò. Nè si udirono voci, nè si apersero sportelli; guardammo
fuori; eravamo fermi nella campagna deserta in riva al Reno scuro e
rumoreggiante, a poca distanza da Erlach, credo. Uno dei nostri
compagni si scosse, parlò ad un conduttore che passava; questi rispose
e della sua risposta intesi solo _fünf Minuten_, cinque minuti. Il
viaggiatore tornò a dormire. Violet, che aveva pure guardato dal
finestrino, si appoggiò daccapo a me e mi domandò se all'indomani,
posto che ci fermassimo a Stuttgart, doveva metter lo stesso costume o
se avrei preferito l'abito di lana bianca a risvolti di velluto bianco
che avevo ammirato moltissimo. Stavo per risponderle quando una testa
si levò improvvisamente nel vano del nostro finestrino, vi restò un
attimo e ridiscese. Riconobbi l'uomo, scattai avanti stringendo forte
le mani di Violet che si voltò di botto. Colui era già scomparso.
--Cosa c'è?--diss'ella,
--Niente--risposi.
--No, c'è qualche cosa, dimmi cosa c'è.
Ella mi aveva veduto in viso un lampo di sorpresa e di collera e non
voleva credermi. Non eravamo soli, quindi non poteva interrogarmi con
l'impeto che aveva in cuore; mi stringeva il braccio e mi ripeteva
piano, in inglese:--Dimmi, dimmi.--Replicai che avevo creduto veder
muoversi qualche cosa nella notte, ma che non era stato niente.
Violet non mi disse più nulla; tuttavia mi guardò con uno sguardo
appassionato come se temesse ancora. Le parlai dell'abito di lana
bianco nel quale desideravo vederla l'indomani, e del cappellino di
Panama a tese piane, col nastro di raso bianco, che le andava a
meraviglia con quell'abito. Non ebbe una parola nè un sorriso e
continuò a guardarmi come prima. A un tratto mi prese il braccio a due
mani e mormorò, sempre collo stesso sguardo:
--Non ingannarmi mai.
I nostri due compagni dormivano; mi chinai e baciai con tutta l'anima
la diletta moglie mia che non intese, stavolta, il senso del mio lungo
bacio e tornò serena, si appoggiò ancora alla mia spalla, sorridendo!
Un altro treno ci passò accanto e il nostro si mosse. Arrivammo in un
quarto d'ora a Biebrich dove avviene lo scambio per Wiesbaden. Sentivo
di dover impedire che Violet vedesse quest'uomo, che si accorgesse
della sua presenza; e poichè sfuggirgli era oramai impossibile, non
restava che cercar di lui, imporgli di non perseguitarci. Perciò
discesi, dicendo a mia moglie che sarei tornato subito. Lo trovai
nella carrozza vicina, ch'era piena di gente. Io non lo avrei forse
riconosciuto, ma egli riconobbe me e saltò a terra. Ci domandammo ad
un punto, io con voce sommessa ma risolata che mai volesse da mia
moglie e da me, lui in tono di sfida e con faccia stravolta da maniaco
perchè non gli avessi fatto l'onore di rispondere alla sua lettera.
Gli dissi che lo avevo creduto inutile e lo richiesi di non molestarci
mai più. Egli uscì allora in parole di collera e di minaccia,
protestando di non voler subire intimazioni, io mantenni il mio
diritto di fargliele, mentre egli vociferava che non aveva l'abitudine
di molestare le signore, ma che voleva soddisfazione da me; risposi
che non lo temevo.