È fra le mie ultime gradite memorie la sconosciuta signora bruna, di
sorprendente bellezza, che salì sul nostro vapore a Bonn. Non ricordo
più affatto il suo viso, ma certo era impossibile non ammirare la sua
grazia seducente, i suoi occhi mobili, parlanti e voluttuosi. Siccome
i pochissimi viaggiatori erano tutti sotto coperta, compresi gli
Steele, e sul ponte non eravamo che Violet e io, così la bellissima
signora si mise a guardarmi come sua preda e trastullo di viaggio,
tanto più di proposito, credo, quanto più si capiva ch'ero legato alla
mia vicina. Quella fu la prima e l'ultima volta che vidi Violet tocca
da un'ombra di gelosia. Ella si crucciava e ne rideva insieme, tutta
palpitante; rideva di sè stessa nel parlare sdegnosamente di quella
signora, nel giudicarla una merciaiuola benchè fosse elegante assai;
rideva confessando che non temeva di me, ma che la sfacciataggine di
colei la irritava; rideva del contegno di alterezza e di sfida ch'ella
stessa pigliava talora involontariamente. Per me questa sua gelosia
era talmente nuova e deliziosa che me ne inebbriavo tacendo o lodando
la bellezza e l'eleganza dell'altra. Se ne avvide subito e si finì col
ridere ambedue di cuore sino a quando apparvero davanti a noi fra le
nebbie dell'orizzonte e del fiume, in mezzo al piatto paese nudo, le
torri colossali del Duomo di Colonia.
A Colonia passammo un giorno e mezzo. Se visiterà, amica mia, la
santa, lunata Colonia, vada in quel fantastico San Gereone e vi preghi
per lei che fu là dentro tanto gaia e felice e si divertì tanto di un
ridicolo frate scolpito nella _Vorhalle_ da averne poi quasi rimorso.
Vada altresì nel chiostro di San Pietro così nero intorno al
giardinetto così verde, e vi colga un fiore in memoria del ristoro che
Violet trovò in quella pace innocente dopo il raccapriccio recatole
dall'orribile Rubens ch'è nella chiesa. Vada finalmente al Museo e
guardi in una sala a pian terreno, le mani spirituali di una Madonna
di Guglielmo da Colonia; potrà dire d'aver vedute le mani di Violet.
La signora Emma pretendeva trovare la stessa rassomiglianza anche nel
viso; ma il viso ideato dal pittore antico era molto più soave e
mistico, aveva un carattere affatto diverso da quello della bellezza
di Violet, piena di pensiero moderno e di sentimento nascosto. Io
trovo--disse Paolo molto bene--che questa Madonna non somiglia a miss
Yves, ma ha la sua stessa voce.
Ritornando da Colonia sostammo a Königswinter e salimmo, verso il
tramonto, alla Drachenburg. Gli Steele mettevano in gesti ed
esclamazioni il loro entusiasmo per la splendida, bizzarra Burg
polifronte, tutta guglie, pinnacoli, torri, scale, balconi, sculture
di marmo e di bronzo, versi e motti parlanti al sole, ai venti, al
Reno profondo che si perde curvo all'orizzonte di levante, si perde
curvo all'orizzonte di ponente; visione dell'antico appassionato di
sentimento moderno, gittata da un grande poeta della pietra in
quell'alta solitudine, a duecento metri sul fiume. Violet era muta,
oppressa dall'ammirazione. Sedette presso all'entrata della fronte
opposta al Reno, riposando quasi lo sguardo sulle vicine cupole verdi
dei coni che sorgono dietro il Drachenfels; e dichiarò che non avrebbe
potuto ammirare altro così presto, e che rinunciava quindi a salir
sulla cima dove son le rovine del castello antico. Volle però ad ogni
costo che vi salissi io. Gli Steele, che conoscevano già le rovine,
decisero di rimaner con Violet; Paolo andò a esaminare da vicino gli
animali di bronzo che posano sulle terrazze esterne, e la signora Emma
si mise a trascrivere sul suo taccuino l'iscrizione che si legge sulla
fronte nord-ovest della Burg. Quando partii Violet era sola. Vicino a
lei stava scritto a mosaico sul suolo:
Geh' hin, geh' aus
Bleib' Freund dem Haus*.
* Entra ed esci,
Resta amico della casa.
Bleib' Freund!--diss'ella porgendomi la mano con un sorriso.
Le accennai di no, senza parlare; odiavo la gelida parola, amico: Ella
m'intese, non sorrise più, accettò il mio rifiuto porgendomi anche
l'altra mano. Tenni la sue mani un momento; quando le lasciai mi disse
sottovoce:
--Ho dei cattivi presentimenti.--Trasalii; anch'io ne avevo spesso
dopo Assmannshausen, ma li cacciavo come pensieri maligni. Se Violet
mi pareva pallida e dimagrita, cercavo persuadermi che fosse per
effetto di tante agitazioni passate, non volevo confessare a me stesso
che ogni mattina, recandomi da lei, tremavo di trovarla malata. Ora le
chiesi se si sentisse male, protestai di non voler salire al
Drachenfels. Ella mi rispose che stava bene e che dovevo andare subito
subito; le sarebbe stato troppo dispiacere che, per causa sua, non lo
vedessi.
Non mi pare aver impiegato più di quindici o venti minuti dalla
Drachenburg alla cima. Non so che convegno vi fosse, quel giorno, sul
Drachenfels; vidi scendere e salire molta gente, a piedi e a cavallo,
signore, soldati, studenti di Bonn dai berretti d'ogni colore.
Oltrepassai l'osteria della _Terrasse_, piena di bevitori e di
baccano, toccai il cocuzzolo deserto del monte, colsi tra le macerie
un fiore per Violet e, data un'occhiata distratta alle torri diroccate
e agli abissi, ridiscesi a salti, impaziente di lasciare quella
sinistra solitudine, impaziente di rivedere la mia fidanzata,
immaginando sventure e rimproverandomene come di una pazzia.
A pochi passi dal cancello della Drachenburg incontrai Steele.
Sorrideva, ma con imbarazzo; e mi chiese subito, con gran premura, le
mie impressioni. L'osservai, era pallido; vide un sospetto negli occhi
miei e fece atto di trattenermi--Dio mio!--esclamai, slanciandomi
avanti.--Cosa c'è?
Egli mi afferrò alle braccia e ripeteva:--Si fermi, non c'è niente, ma
si fermi un poco.--Mi strappai da lui e corsi dove avevo lasciato
Violet.
Ella non v'era più; non v'era nessuno. Mi guardai attorno
smarrito.--Senta! mi gridò Steele che stava per raggiungermi. Non lo
ascoltai e feci rapidamente il giro della villa. Dall'altra parte,
davanti alla fronte che guarda il Reno, vidi Violet e mi fermai di
botto, senza respiro, come colpito al cuore.
Era in piedi, non mostrava di aver male alcuno e parlava, voltandomi
le spalle, con un giovane signore a me sconosciuto. Vi era pure la
signora Steele che, quando mi vide, mi venne incontro per trattenermi
come aveva fatto suo marito. Violet parlava con veemenza a quel
signore che l'ascoltava a quattro passi da lei, col cappello in mano,
colla fronte alta e corrucciata.
Indovinai sul momento ch'era l'uomo di Wetzlar; egli pure mi vide e
indovinò chi ero io.
Violet, al lampo che brillò negli occhi di lui, comprese, si voltò a
me.
--Eccolo--disse; poi sorrise e soggiunse--venga--accennandomi del capo
con uno sguardo così tenero e lieto che tutta la mia gelosia svanì e
fui subito al mio posto, presso a lei.
--Un conoscente di Norimberga--mi disse Violet--il signor***.--Poi
pronunciò il mio nome e soggiunse:--mio fidanzato.--Prese in pari
tempo il mio braccio, vi si appoggiò tutta e salutò colui del capo
senza stendergli la mano, dicendo:
--Addio, signore. Buona fortuna.
Credetti per un momento che l'uomo volesse rispondere qualche cosa
d'acerbo, mi tenni pronto. Invece si frenò, fece in silenzio un
inchino esagerato, pieno d'ironia, e partì a gran passi agitando il
cappello che teneva in mano.
Violet mi trasse dalla parte opposta stringendomi il braccio forte
forte. Gli Steele, imbarazzati, si fecero in disparte, ci lasciarono
soli. Io mi sentivo soffocare dall'emozione, non potevo proferir
parola, non potevo che rispondere col mio braccio alla sua
stretta.--Caro, caro--mi diss'ella teneramente, sottovoce, tenendo gli
occhi ansiosi nei miei--come ti amo, come ti amo! Lo sai che sei tutto
per me? Non potrei più rinunciare a te, non so come ho potuto
resistere tanto tempo. Hai sofferto, caro? Soffri ancora? Non voglio
che tu soffra. Io sono tu.
Le risposi ch'ero commosso; come non lo sarei stato? Ma che non
soffrivo perchè sapevo bene quanto ero amato. Sentivo che la mia voce
era alterata, mi forzavo a renderla naturale, non vi riuscivo.
Soggiunsi che temevo per lei, temevo che soffrisse lei di questa
scossa, proprio materialmente, nella salute.
--Oh no--diss'ella.--Mi sento assai bene. Bene davvero.
Fui ben cieco e stupido di non avvedermi degli eroici sforzi che
faceva per reggersi e nascondermi il suo stato, A pochi passi da
Königswinter si fermò, mi fece vedere il sole rovente che scendeva
dietro i pioppi delle isole in un freddo cielo da inverno.
--Come si sente il nord!--disse.--Come son felice che tu veda questo
paese!
Appena dette, con un ultimo sforzo, queste parole, venne meno e
sarebbe caduta s'io non l'avessi stretta tra le mie braccia.