In un paese d'incanto
Passo una selva profonda;
Sospiro e immagino intanto
Dove la fata si asconda.
Or geme il bosco ed or tace
Ora si schiara, or s'oscura;
Riposa immobile in pace,
Spande la inquieta verdura.
Stupido io miro la via
Che sale, gira e si perde;
Vorrei saper dove sia
Più scuro e segreto il verde,
Perchè se dai passi miei
Colà rifugge turbata,
Chetar co' baci vorrei
La bionda timida fata.
E se la via m'è straniera,
E se mistero m'è il bosco,
Forse nell'ombra più nera
Le fini labbra conosco.
In vita mia non mi vennero mai scritti venti versi così presto; però
vi erano tante correzioni che Violet ne fu esterrefatta. Tentò
decifrarle, ma inutilmente; dovetti legger io. Contavo molto
sull'effetto dell'ultimo verso, e m'ingannai perchè fin dalla prima
strofa Violet non ebbe il menomo dubbio di non essere lei la fata.
--Come puoi essere tu la fata--esclamai--se dico che vorrei sapere
dove si nasconde?
--Sì, sì,--rispose,--ma già sono io.
E quando udì l'ultimo verso disse solo:
--Ecco.
Intanto sopraggiunsero gli Steele innamorati di Molkencur e risoluti
di ritornar lassù con noi al tramonto. Vi salimmo infatti il signor
Steele ed io a piedi, le signore in carrozza. Vi passammo due ore
deliziose ad un tavolino appartato, con l'acceso tramonto e i piani
vaporosi del Palatinato a fronte, colla valle del Neckar e lo Schloss
a' piedi, bevendo l'aria pura dei boschi cui l'amico Steele aggiunse
per suo conto alquanti _chopes_ di birra. La piccola rotondetta
signora Emma, piena d'intelligenza e di bontà, sosteneva contro di me
la preminenza della letteratura tedesca sulla inglese, mentre suo
marito, più giovane, più vivace, e meno colto di lei, andava e veniva
dalla birra a questo o a quel punto di vista, arrabbiandosi di non
poter discernere all'orizzonte la cattedrale di Spira.
--Si capisce--diss'ella ridendo--che Lei ammiri tanto tutto quello
ch'è inglese, ma si provi d'esser sincero, se lo può! Mi dica se, come
artista, preferisce la donna nella nostra letteratura o nella inglese;
mi dica se le donne di Goethe non sono più vere delle stesse donne di
Shakespeare!
--Oh!--fece Violet come se non potesse prestar fede a' suoi orecchi.
--Ma sì!--riprese la signora Emma.--Più vere! Io credo che nessun
poeta abbia creato donne così vere come Goethe, ed essendo tanto vere
così care e graziose. Le donne di Shakespeare sono tutte un poco del
paese dei sogni; le cattive sono mostri orrendi, e le buone, scusa,
cara Violet, mi parvero sempre un po' sciocchine.
--Già--replicai scherzando--Desdemona, Miranda, Giulietta, Jessica
erano disgraziate _Wälsche_ che non avevano studiato a Nymphenburg, nè
fatto ginnastica col bastone Jäger, che non possedevano la menoma idea
sul libero esame e non amavano di pattinare sul ghiaccio. Ofelia non
aveva seguito suo fratello a Gottinga, e ora si crede che non fosse
nemmanco abbonata alla _Gartenlaube_.
--Lei è perfido!--esclamò la signora.
--Cosa c'è, cosa c'è, cosa c'è?--fece suo marito, che disperando di
scoprire Spira, si ritirava lentamente sulla sua _chope_.
--Senti--gli rispose sua moglie--aiutami. Il nostro amico preferisce
la donna nella letteratura inglese e io preferisco la donna nella
letteratura tedesca. Cosa pare a te?
--A me pare--rispose con mansuetudine filosofica il signor Steele--a
me pare di preferir la donna fuori da ogni letteratura.
Noi si rise e la signora fece una spallata.--E a te,
Violet?--diss'ella--Cosa pare a te? Dimentica per un momento la tua
patria e dì quel che senti.
--Ho la mia opinione--rispose Violet--e non so fare bei discorsi. Non
sono letterata--soggiunse sorridendo--non so che scrivere il mio nome
qui.
E trasse a sè l'albo dei visitatori di Molkencur che ci avevano
portato poco prima. C'era una colonna per il nome, un'altra per la
patria; Violet vi scrisse invece del proprio il nome fantastico di una
donna immaginata da me e vi pose accanto l'altro dolcissimo nome:
_Italia_. Gli Steele avevano già scritto nell'albo al mattino ed io
solo vidi l'amoroso pensiero di Violet. Non ne parlai, non ne avrei
parlato a ogni modo quand'anche Violet non mi avesse fatto cenno di
tacere; sentivo bene che questo doveva restare tra lei e me, ch'erano
solo due parole d'amore, forse fra le più tenere possibili e pie. Io
fui tanto felice che lasciai la signora Emma interamente padrona del
campo.
Quando scendemmo la luna sorgeva sulle alture boscose del Königstuhl.
Violet volle far la discesa a piedi, appoggiata al mio braccio. Un
suono lontano di campane dalla città andava e veniva col vento, il
cuculo cantava nei boschi cui la luna radeva le vette agitate. Gli
Steele ci precedevano ridendo tra loro e io dicevo a Violet la
commozione provata nel leggere il suo nuovo nome, la sua nuova patria.
Ella mi strinse forte il braccio senza rispondere, e perchè passavamo
allora nell'ombra di un gran castagno era ben naturale che la mia fata
mi ricordasse nel modo più dolce i versi fatti per lei:
Forse ne l'ombra più nera
Le fini labbra conosco.