Adesso è la cara, nitida Heidelberg che mi vien su dal cuore. Si va
dall'Hôtel Victoria al Castello per la Wolfshöhle cogli amici nostri
che hanno proposta e diretta questa gita di tre giorni.
Che ombre quiete, che verde odoroso, che musica di primavera in quei
boschi profondi della collina, dove tanti viali salgono, girano,
s'incrociano, si perdono nelle solitudini e mostrano ai crocicchi
tacite indicazioni di luoghi invisibili!
--_Fairyland_--mi disse Violet, sorridendo.--Sì--risposi
macchinalmente--_Fairyland_.--E mi passò il cuore un presentimento del
tempo in cui quell'ora sarebbe lontana nella mia memoria, vi
diventerebbe visione d'un _Fairyland_ goduto un momento, perduto per
sempre. Violet mi guardò.
--A che cosa pensi?--diss'ella.
--A niente--risposi.
Ella si dolse e si rise di me ad un tempo; ma poi mi disse sottovoce:
--Ho visto che hai pensata una cosa triste. L'ho pensata anch'io.
--Quale?--risposi.
--Che io sono la tua _Fairy_, una povera fata così debole e stanca;
ferita!--
Soffriva, quel giorno, di spossatezza e io le avevo proposto di
rinunciare la passeggiata, ma ella vi si oppose, e non insistetti
perchè vidi che la mortificazione di non poter venire era forse un
male peggiore. Questo pensiero ch'ell'avrebbe voluto essere sana e
robusta _per me_, venne una volta sola sulle sue labbra; negli occhi
lo aveva ogni volta ch'era sofferente.
Gli Steele vollero salire a Molkencur e noi li aspettammo non lontano,
mi pare, dalla Kanzel dove la via gira cingendo il colle a mezza
costa. Dal nostro sedile ci vedevamo a piedi la valle chiusa del
Neckar, e di fronte ancora lontano, sopra un'altra sporgenza della
costa, il vecchio _Schloss_, con le sue torri enormi in rovina,
sommerso nel verde. Bianche nuvole passavano allora sul sole, un'aria
molle ci ventava in viso. La via era deserta, ci sentivamo più soli
che a Geisenheim; Violet mi abbandonò la sua mano, e le parlai del
primo tocco delle nostre mani a Belvedere, della mia gioia di
quell'istante.
--Adesso non senti più così--disse Violet.--Sei troppo avvezzo ad
avere la mia mano.--Devi tornare come a Belvedere--soggiunse
togliendomela.
Ella si mise a scherzare con una civetteria, con una grazia
indescrivibile. Adesso aveva sovente di questi momenti deliziosi in
cui mi pareva un'altra Violet, una tale Violet che non avrei mai
creduto potesse esistere, che mi faceva quasi impazzare d'amore e
insieme di terror geloso. Ah se mai si mostrasse ad altri così! Fui
per serrarla nelle mie braccia ed ella se ne avvide, si sgomentò alla
sua volta, tornò seria e tranquilla, e mi susurrò poi che non sapevo
ancora niente, che neanche le parole sue più amorose conoscevo ancora
e che bisognava aspettare a quando sarebbe mia moglie.
Tacque perchè si avvicinava una comitiva di bambini e di signore;
passata la comitiva, mi porse sorridendo un suo piccolo portafogli
perchè vi scrivessi qualche verso in memoria di Heidelberg. Mi parve
un po' sorpresa e forse anche mortificata di apprendere che non sapevo
scrivere versi così all'improvviso, e io pure credo essermi un po'
turbato di questa sua sorpresa come se ne potessi scadere nell'affetto
suo. Ella protestò senza parole, ma con un tale represso slancio della
persona, con una luce tale negli occhi!
Presi il portafogli.
--Sai?--diss'ella sottovoce--anche se tu perdessi tutta la tua
ispirazione di poeta, sempre ti amerei così!
La sua tenera voce era commossa come se veramente mi accadesse in quel
punto la disgrazia che diceva; volle, non so perchè, celarsi a me e
piegò il viso sul libriccino che teneva fra le mani. Sfiorai colle
labbra i folti suoi capelli odorosi, ma non n'ebbi allora vertigini.
Sentii che avevo baciato i capelli non di un'amante, ma della cara
compagna mia, congiunta a me da un sentimento sacro e solenne cui
erano oramai indifferenti la gioventù, la bellezza e tutto quello che
passa.
Scrissi nel portafogli: