XXV.

Alle dieci la mattina seguente ero già fuori della Westenvorstadt.

Luise comparve colla sua sorellina all'ora indicatami. Era molto

pallida e seria; pareva commossa quanto me. Io aspettavo in silenzio

che parlasse. Avevo inteso la sera prima, e ora il suo viso mi

confermava che sapeva tutto; ciò e l'aspettazione affannosa mi

toglievan la voce. Ella mi guardò, sorpresa del mio aspetto; quasi

atterrita, mi parve. S'affrettò a dirmi che aveva per me un saluto, un

solo saluto. Sentivo che aveva altre cose a confidarmi e non ne

trovava la via; nè io trovavo la via d'aiutarla. Non seppi dirle che

questo:

--Un saluto di miss Yves?

Ella non rispose; mi disse invece sottovoce e in fretta:--Voglio bene

a Violet, mi rincresce che sposi il professor Topler.

Dimenticai ch'eravamo in istrada, le presi una mano, gliela strinsi.

Un subito rossore le divampò in viso; ritirò la mano. Le chiesi scusa,

ciò che la fece arrossire ancor più.--È un'idea mia--disse--quello che

faccio,--Nessuno dovrà saperlo mai mai. Mi prometta che non dirà

niente a nessuno.

Povera cara fanciulla, se avesse avuto ancora la sua mamma non avrei

mai saputo nulla di quest'idea, probabilmente, neppur io; così seguiva

il suo cuore caldo e la sua testolina immaginosa. Però esitava, aveva

paura, come un ragazzo che conduce solo un cavallo ardente, ne gode e

trepida.

--Mi prometta anche questo--soggiunse dopo una breve pausa--mi dia

parola d'esser sincero con me. Pensa male di me, crede che sia una

pazzia di mescolarmi in questa cosa?

--Ma no!--esclamai.

--Perchè--diss'ella--a casa mia lo crederebbero di certo. Però mi fido

di Lei.

In fatto non so come la cara giovinetta potesse avere fiducia in me

che conosceva appena, e certo il suo atto non era conforme alla

prudenza del mondo. Credo averlo giudicato anche allora, quando disse:

mi fido di Lei. Confesso che tacqui, con un lampo di rimorso, il mio

giudizio e la pregai, palpitando, di parlare.

--Vorrei che la mia amica fosse felice--disse ella arrossendo

ancora--e credo di aver capito come lo sarebbe.

Giunsi le mani in silenzio; una gratitudine, una tenerezza troppo

forte mi facevan groppo alla gola.--Ho saputo tutto dalla zia--riprese

Luise--che lo sapeva dal dottor Topler. Violet non mi ha raccontato

niente. Mi ha detto solamente che parte stasera e che se vedevo Lei,

Le facessi i suoi saluti. Allora la zia non mi aveva ancora parlato e

mi meravigliai molto di questa partenza affrettata. Violet mi

abbracciò, mi baciò, mi disse: cara bambina!--e niente altro. Io l'amo

quanto posso, ma già lei mi tratta sempre così: «cara bambina, cara

bambina!»

Le vidi gli occhi umidi.

--Ha torto--riprese--ma non importa. Ne chiesi a mia zia e capii

subito che sapeva e non voleva parlare. Povera zia, quando voglio

io!...

Stavolta gli occhietti azzurri scintillarono di malizia e di orgoglio.

Ella mi raccontò poi che Topler aveva pregato sua zia Treuberg di

chiedere informazioni sul mio conto e che intanto aveva interrogato

Violet, la quale si era mostrata fermissima nel proposito di tenere la

promessa data al professore, anzi lo avea caldamente pregato di tacere

del tutto con quest'ultimo. Allora Topler era ritornato per consiglio

dalla signora di Treuberg, la quale riteneva che di fronte a un

contegno risoluto di miss Yves io mi sarei dato per vinto, e che

quindi si potrebbe tacere ogni cosa al fidanzato. Perciò fu deciso che

Violet, con un pretesto, partisse subito per Norimberga. Il povero

Topler, nuovo a simili impicci, ora dava in escandescenze, ora cadeva

in abbattimenti, ci si smarriva e si affidava in tutto ai consigli

della signora Treuberg, che era una buona creatura, ma non la sapienza

in persona, secondo Luise.

--E dunque?--diss'io storditamente.

Luise mi guardò. Il suo sguardo penetrante mi umiliò, mi rivelò di

botto una donna nella giovinetta. Diceva: come mai domanda? Come mai

non intende che deve seguire Violet? Come mai ama? Nessuna parola

umana avrebbe potuto significar ciò più chiaramente di quegli occhi.

--Lo so!--esclamai senza ch'ell'aprisse bocca.--Mai non mi darò per

vinto! Ma credevo che Lei avesse ancora qualche cosa a dirmi.

Luisa richiamò la sua sorellina che correva verso il fiume.

--No--diss'ella poi--non ho altro.--Cioè--soggiunse

precipitosamente--ci sarebbe un'altra cosa, ma questa non è necessario

che la dica.

La scongiurai di dirmi tutto, tutto.

--No--diss'ella, sfavillando a un tratto del suo solito malizioso

brio.--Non la dico e non la dico!

Mi parve che si ostinasse in parte per divertirsi, in parte per la

fierezza del suo spirito ribelle a qualsiasi violenza. Lessi in pari

tempo sul suo viso che non avrebbe ceduto a un re.

--Non deve credere,--soggiunse,--perchè Le ho detto tanto, che Le

direi tutto! E adesso io ritorno sola in città. L'avverto che Violet

parte alle quattro e mezzo.

La ringraziai di quanto aveva fatto per me, di quello che sapevo e di

quello che non sapevo; ma ella rifiutò i miei ringraziamenti dicendo

che cercava solo il bene della sua amica, e che non poteva soffrire il

signor Topler con tutta la sua gran bontà noiosa, che ciascuno lodava.

Un uomo così vecchio, così goffo, così _plump_, voler sposare Violet

Yves! Ma la colpa maggiore era di quegli stupidi zii di Norimberga.

Ci dividemmo. Ella rientrò in città, e io m'indugiai un tratto sui

prati a cercar senza frutto che potesse esser mai l'_altra cosa_

taciuta.

Il mistero del poeta · 第 39 / 69 题