XXVI.

Non c'era dubbio che avrei seguito Violet a Norimberga; ma per un

giusto riguardo a lei, ai Topler, direi quasi, a me stesso, non

l'avrei certo seguita troppo palesemente, viaggiando nel medesimo

treno. Volevo però vederla, foss'anche da lontano, quando partiva, e

mi tenni nei pressi della stazione fino all'ora della corsa.

Arrivarono omnibus, vettore e pedoni; non vidi miss Yves. Giunto il

treno di Monaco, mi avviai a piedi verso Eichstätt per la strada

maestra. Non incontrai nessuno; non sapevo che pensare. Passai dal

Rossmarkt, e avvicinandomi a casa Treuberg vidi entrarvi

frettolosamente due uomini, che riconobbi, all'ombrello e alla mazza

del più magro, per i fratelli Topler. Mi recai daccapo alla stazione

per il treno diretto delle nove e venti pomeridiane. Nessuno.

_(Dal mio quaderno)._

«Perchè non sei partita? Spero, spero. E se fossi malata?

«Ho deposto la penna, ho chiuso il viso tra le mani, ho distrutto per

aver pace lo spazio ed il tempo, ho riso dolcemente con te, mia sposa,

non importa dove, non importa quando, di queste passate angustie.

«Ritornando dalla stazione camminavo nell'ombra; la luna batteva

l'altro fianco della valle. Ti ricordi quella notte a Belvedere di

Lanzo? Eravamo nell'ombra e la luna illuminava Lugano, tutte le

montagne in faccia; illuminava le torri del mio scoglio. Allora la

luna mi faceva fantasticare, e adesso no; allora eravamo seduti l'uno

presso all'altro e pur tanto lontani ancora; adesso invece non ci

vediamo, non ci udiamo e siamo tanto vicini. Sono come un viandante

che dall'alto scopre, non lontano, ma oltre boscaglie impervie, il

tetto del suo riposo. Come arriverò a te? Non lo so ancora, vado

avanti con le braccia distese. Forse quando più ti sarò presso

smarrirò la tua vista, temerò, spasimerò non sapendo se ti perdo, ma

mi slancierò avanti e, se cadrò, sarà nelle tue braccia.

«E se tu fossi malata? Vi sono degli esseri nervosi, delicati, che

ora, nel mio caso, sarebbero avvertiti da una voce interna, avrebbero

il senso di ciò che tu soffri. I miei nervi sono ottusi, muti.

«La signorina Luise mi ha detto che ami lo _sweetbriar_. Ne ho colto

alcune foglie ritornando a casa; la loro fragranza mi parla di te,

della tua persona, de' tuoi capelli. Una volta, a Belvedere,

disponendo il cannocchiale per te, e anche qui, il giorno della

rosetta cara, ho sentito l'odore lieve dei tuoi capelli. Somiglia a

questo. Mi piace anche il dolce nome _sweetbriar_, mi fa venir in

mente il tuo verde paese in mezzo al mare. Se non potessi viver teco

in Italia, sognerei una piccola casa vestita di rose, fra le colline

della tua _merry England_, in faccia all'Oceano. Che sogni! Si farebbe

salire lo _sweetbriar_ alle nostre finestre e non desidererei altro al

mondo:

For in my mynde--of all mankynde

I love but you, but you alone.

«Sai che anche prima di conoscer te, nessuna canzone popolare del mio

paese, nessun Lied tedesco mi è stato mai più caro di questa antica

ballata inglese?

«Sono tanto triste, ho tanto bisogno di te, vorrei andare alla

finestra, chiamarti nella notte.

«Violet, Violet! Darling!»

Il mistero del poeta · 第 40 / 69 题